Paesi in via di sviluppo, parliamone.

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Si sente spesso in radio, in TV e su internet che la globalizzazione uccide il mercato italiano. Alcuni sociologi definiscono il consumo dei prodotti statunitensi come una schiavitù. Questo a causa di un intensivo sfruttamento delle risorse dei Paesi in via di sviluppo dove, inoltre, i lavoratori hanno pochissimi diritti e di conseguenza il prezzo basso è a discapito dei lavoratori stessi. Come ad esempio in Congo dove viene estratto il coltan, un minerale fondamentale per la produzione degli smartphone.

Innanzitutto, definire questo sistema una schiavitù è errato. Ci sono dei validi motivi se questi prodotti sono in commercio in Italia e nessuno ci obbliga ad acquistare uno smartphone prodotto da qualche nota impresa statunitense. In realtà, se oggi abbiamo prodotti esteri nel mercato italiano è perché i consumatori preferiscono acquistare questi prodotti. Questa nicchia di sociologi crede che un giorno i beni di consumo Made in Italy spariranno sul mercato quando in realtà anche l’Italia ha le sue esportazioni, come nel campo automobilistico (con il gruppo FCA) o come i prodotti italiani della moda e lifestyle di lusso: Gucci, Max Mara, Giorgio Armani, Fendi, Dolce & Gabbana, Valentino, anche altri brand di occhiali e gioielli. Ciò che gode di una notevole popolarità all’estero è la maestranza italiana, infatti i sarti d’eccellenza negli Stati Uniti sono proprio quelli italiani.

Le imprese italiane, vendendo all’estero i loro prodotti, ricavano 483 miliardi di euro e la fetta più grande della torta spetta all’automotive. [1]

Quanto vale l’Italia all’estero?

Per le esportazioni, l’Italia è al 9º posto su 225 Paesi. I nostri migliori clienti sono: la Germania, con una richiesta di quali 60 miliardi di dollari; la Francia, prossima ai 50 miliardi ed a seguire gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Spagna che spendono complessivamente 98,2 miliardi di dollari. Di conseguenza la globalizzazione è un privilegio anche per l’economia italiana [2].

La globalizzazione danneggia le imprese?

Sì, se la tua nazione è composta da imprese che non riesce a soddisfare i bisogni dei consumatori. I monopoli mantenuti da alti dazi doganali permettono agli imprenditori di essere dei veri padroni. Un mercato aperto alle merci estere mette in difficoltà coloro che non sono veri imprenditori. È solo perché i dazi sono alti se l’impresa che offre un pessimo prodotto/servizio guadagna ancora, quando ci sarebbe della concorrenza in grado di offrire di meglio. L’aumento dei dazi doganali non solo porta a un mercato monopolistico e ad un capitalismo clientelare ma fa dell’imprenditore un soggetto protetto dallo Stato e che non sarà nemmeno incentivato ad investire gli utili aziendali, né a migliorare il suo prodotto. Nei casi peggiori la qualità peggiora.

Come si è detto prima, la chiusura dei mercati peggiora la produttività e ciò peggiorerebbe l’efficienza del mercato italiano. Nel caso l’Italia si aprisse ancora di più ai mercati, i produttori italiani sarebbero incentivati ad investire per migliorare ed offrire un buon prodotto. Non è un caso che il Made in Italy divenne famoso quando Luigi Einaudi era Presidente della Repubblica Italiana.

Non è competitivo il mercato e non si hanno migliori prodotti se lo Stato opprime le imprese col dirigismo economico. La pressione fiscale che impedisce alle imprese italiane di essere competitive sul mercato globale conduce alla deflazione dei salari e allo stesso tempo i prezzi rimangono immobili poiché manca la produttività.

Paesi in via di sviluppo

Moltissimi protestano contro le delocalizzazioni, per via dello sfruttamento dei lavoratori nei Paesi in via di sviluppo. Si parla spesso del Bangladesh e di condizioni di lavoro che prevedono sessantacinque ore lavorative settimanali in pessime strutture ove la sicurezza sul lavoro è assente. Gli stipendi sono molto bassi se li si confronta con i salari europei o qualsiasi Paese moderno. praticamente, si può paragonare il tenore di vita del Bangladesh alle stesse condizioni dell’Europa durante la rivoluzione industriale del diciottesimo secolo.

I motivi di tali condizioni sono molteplici, il principale motivo è la tecnologia arretrata. Le masse sono contro il capitale e richiedono uno Stato forte, ma non è la soluzione ai loro problemi. Il Bangladesh non è un Paese noto per la libertà economica ma lo è per lo sfruttamento da parte di pochi industriali: è proprio questo che rende il mondo del lavoro in Bangladesh un inferno [3]. Molte donne sono iscritte al sindacato per protestare contro questa violazione dei diritti umani, uno dei sindacati più influenti è la National Garment Workers Federation (NGWF), il loro scopo è quello di aumentare il reddito delle operatrici tessili e far rispettare i diritti dei lavoratori all’interno di ogni fabbrica tessile. Ma, come è già accaduto negli Stati Uniti post New Deal, i sindacati non hanno avuto quello che speravano.

Gli operai sono liberi di protestare e iscriversi al sindacato, nessuno impedisce loro di farlo, sono liberi di scioperare anche per giorni per chiedere ciò che vogliono, pagandone anche le conseguenze. Si immagini una fabbrica di t-shirt, uno sciopero di 3 giorni provocherebbe un accumulo di lavoro che potrebbe spingere l’imprenditore ad aumentare il salario degli operai per riprendere i ritmi di produttività. Ma nel caso in cui ci fosse un tasso di disoccupazione non indifferente, l’imprenditore potrebbe optare per offrire lavoro ai disoccupati.

Quindi gli scioperi, anche nei Paesi in via di sviluppo, potrebbero non bastare ad accontentare le richieste dei lavoratori. Qual è la soluzione più adatta per gli operai?

Il progresso tecnologico

Il Bangladesh è molto arretrato in ambito tecnologico. Solo il miglioramento delle tecnologie dovuto alla competitività potrà determinare un miglioramento del tenore di vita della popolazione.

Ma perché il Bangladesh è indietro con le tecnologie?

Il Bangladesh è un Paese in via di sviluppo, il reddito pro capite nominale equivale a 1.963 dollari, il PIL (Nominale) è di 246.166 milioni di dollari.

In passato la maggior parte della popolazione lavorava nelle imprese agricole. Oggi la mano d’opera nelle imprese agricole diminuisce, spostandosi nelle industrie – proprio come accadeva nell’Europa nel diciottesimo secolo – creando un’economia non più basata sul settore primario ma sul settore secondario; proprio quest’ultimo farà sviluppare ancora di più il settore terziario: banche, agenzie assicurative, centri di ricerca, turismo e sviluppo. Meno lavori che richiedono sforzo fisico, più white-collar workers.

Uno dei fattori più importanti per migliorare il tenore di vita è la libertà commerciale, il Bangladesh si trova in una fascia bassa, 121º posto [4].

Ma il tenore di vita sta migliorando in Bangladesh?

Nulla è prevedibile nel libero mercato, ma le fonti dicono che l’economia in questi ultimi anni si basa sull’industria tessile e sul settore primario. In media un operaio guadagna sui 22.000-35.000 Taka bengalesi mensili, equivalenti a 220,00-365,30 Euro. Un 25% della popolazione guadagna circa 65.000 Taka bengalesi (678,34 Euro). Questo Paese non resterà per sempre povero, ogni anno il salario medio aumenta del 3% [5]. L’unico modo per incrementare il tenore di vita è aumentare la ricchezza del Paese e per fare ciò lo Stato deve levarsi di mezzo.


1 Macro Market Country Euita
2 CIA – The World Factbook
3 war o want – sweatshop in Bangladesh
4 heritage economic freedom
5 Salary Explorer Bangladesh
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