Burocrazia, inquinamento, povertà

 In Attualità, Geopolitica

Da molto tempo si incolpa il mercato cinese per la vendita di prodotti a basso costo e la conseguente diminuzione del comparto economico italiano rivolto all’export. Si ipotizza infatti che la disoccupazione è dovuta all’aumento dell’export.

Quando acquistiamo un prodotto fabbricato in Cina anziché un prodotto 100% italiano sicuramente stiamo arricchendo l’economia cinese; è indubbio che nel mercato le imprese cinesi abbiano prodotti di maggiore successo perché più competitivi, grazie al basso costo della manodopera ed alla maggiore capacità produttiva del paese.

La maggior parte dei consumatori preferiscono i prodotti che costano di meno e che hanno una buona qualità, ciò non solo è assolutamente giusto, ma è un bene per il progresso economico.

Uno dei fattori principali che permettono alle imprese in Cina di abbassare i prezzi sono le mancate tutele per la sicurezza degli operai. gli imprenditori con le imprese in Cina acquistano mezzi di produzione dall’estero, ad esempio in Europa, per migliorare la produttività aziendale. Ma che differenza c’è quando una impresa italiana acquista lo stesso mezzo di produzione?

Innanzitutto, l’impresa in Italia deve rispettare le norme di sicurezza, deve omologare sia i mezzi di produzione e produrre i beni di consumo secondo le direttive burocratiche dello Stato italiano e dell’Unione Europea; invece, le imprese in Cina no.

Il governo cinese è molto flessibile al riguardo, gli imprenditori che delocalizzano le fabbriche in Cina non devono investire per la sicurezza e seguire le stesse direttive dello Stato italiano, in breve le aziende in Cina hanno grandi vantaggi.

Gli imprenditori cinesi possono assumere bambini, gli operai maneggiano prodotti tossici, hanno fabbriche che emettono il 30% dell’inquinamento mondiale, gli operai cinesi non hanno le ferie pagate e devono lavorare dieci, dodici sennonché quindici ore al giorno. E, purtroppo, non possono scioperare.

Le difficoltà di far crescere una piccola impresa in Cina gravano sulla libertà individuale. La Cina è la casa dei monopolisti, solo il governo può decidere di consentire ai grandi gruppi industriali di approfittare di tali deregolamentazioni.

Le imprese italiane hanno difficoltà a essere competitive contro la produttività cinese, quindi le imprese italiane hanno solo la possibilità di delocalizzare nei paesi dove la manodopera ha un costo minore o dove lo Stato non dà direttive alle imprese.

Questo diventa possibile solo per multinazionali e grandi aziende, sono escluse dal suddetto meccanismo piccole e medie imprese che di conseguenza falliscono o semplicemente escono dal mercato.

Come risolvere il problema?

I Dazi alti non risolvono nulla, vi sono vari motivi: perché esiste il mercato nero dove possono essere evasi, altri fattori per cui un aumento dei dazi è controproducente sono, ad esempio: diminuzione della produttività e qualità dei prodotti all’interno del paese: gli imprenditori non dovrebbero confrontarsi con la concorrenza, i prodotti non sarebbero soggetti a migliorie tecnologiche, i consumatori si sentirebbero dentro un recinto dove non possono consumare ciò che vogliono, ma solo quello che vuole il monopolio nazionale.

Per risolvere la crisi dello statalismo l’unica azione possibile è aprirsi ai mercati. Un liberal direbbe che bisogna dare i diritti ai lavoratori cinesi, che bisogna aiutarli, o, come in molti sostengono, aumentare i dazi.

Un liberale classico direbbe che è del tutto normale che un paese in via di sviluppo incrementi l’export per il basso costo della mano d’opera: bisogna solo attendere che i cittadini cinesi aumentino il proprio tenore di vita, che sempre più individui sinarricchiscano e che i monopoli governativi lascino spazio a maggiori liberalizzazioni.

Ciò che deve fare l’Italia è di permettere agli imprenditori di investire in nuovi prodotti, più innovativi  seguendo la domanda e ottimizzando le ricerche di mercato. Per permettere a loro di investire bisogna solo fare una cosa: abbassare la pressione fiscale.

Le strategie economiche dei governi socialisti sono del tutto sbagliate: la guerra dei dazi non porterà a nulla di buono.

il problema dell’economia italiana è scatenato dall’elevata pressione fiscale. I burocrati imputano i problemi della nazione all’evasione fiscale ed al federalismo – che non c’è – ma in realtà il vero problema è proprio dovuto alla stessa burocrazia.

La tesi sostenuta dai politici serve solo a tirare acqua al proprio mulino: le imprese in Italia non riescono ad investire in prodotti intelligenti, perchè una percentuale del loro capitale lo devono obbligatoriamente dare allo Stato; questo accade sia in Italia che in Cina, solo che in Cina le imprese hanno delle direttive flessibili per quanto riguarda le leggi sul lavoro. [1].

Il governo dovrebbe diminuire la burocrazia, innanzitutto diminuendo drasticamente le tasse ed eliminando i monopoli statali.

Si svolge un ruolo fondamentale quando si è al governo, esso è un ruolo dove un singolo decreto approvato dal parlamento e dal presidente può peggiorare la situazione economica italiana.

Lo Stato dà delle direttive da seguire, quest’ultime se non rispettate dagli imprenditori rischiano di imporgli pesanti sanzioni. I governi hanno in mente di manovrare il mercato, lo fanno per il bene comune, ma queste manovre legislative potranno i risultati sperati?

Ciò che devono fare gli imprenditori è soddisfare i consumatori: la storia cita spesso situazione dove il dirigismo può peggiorare la situazione, dopotutto, quando le regolamentazioni diventano sempre più rigide, i produttori non riescono a seguire sia la burocrazia che i propri clienti.

L’economia parla ben chiaro, non sono le regolamentazioni dello Stato a migliorare le condizioni di tutti noi: impedendo che si lascino agire innumerevoli individui per migliorare la situazione economica, sociale ed ambientale la colpa del mancato cambiamento di questi fattori non sarà ascrivibile agli imprenditori, né ai consumatori, ma all’organo che finora ha cercato di coordinare la nazione, ovvero lo Stato.

Lo stato si crede onnipotente, ma non lo è. Non ci sono esempi di come lo stato abbia fermato l’inquinamento tramite i  tribunali; vi sono invece delle prove inconfutabili che i consumatori scelgano prodotti anche in base a criteri ambientali.

In Cina l’inquinamento è dovuto dalla mancanza di sviluppo del mercato. Questo accadeva in Europa nel diciottesimo secolo, l’inquinamento da parte delle industrie era molto più elevata rispetto ad oggi.

Anche le condizioni di lavoro sono migliorate rispetto al passato. Credere che le imprese non investiranno, indipendentemente dalle direttive dello Stato, per la sicurezza sul lavoro è di per sé sbagliato. Il tenore di vita, sia dei lavoratori, che dei poveri, è migliorato solo con un sistema che ha permesso a diverse persone di collaborare tra di loro.

La produttività e l’aumento dei capitali sono stati i mezzi per migliorare sia i lavoratori che i meno abbienti. E lo stesso vale Per la qualità dei prodotti sul mercato, sarà la competitività a migliorare il sistema.

Un produttore per guadagnare deve soddisfare le richieste dei propri clienti, sono solo loro, che in cambio della merce offrono del denaro.

Oggi molti giovani preferiscono scegliere la strada dell’eco-socialismo l’inquinamento, ma sappiamo che – come è successo in Giappone, ad Hong Kong e Corea del Sud – la povertà diminuisce solo grazie al libero mercato.

Oggi un gran numero di persone dei paesi più capitalisti hanno la possibilità di spendere i loro soldi come meglio credono, questo significa che hanno il necessario potere d’acquisto anche per scegliere prodotti che inquinino il meno possibile l’ambiente.

Se le imprese non dovranno regolarsi secondo le norme dello Stato, sarà un bene, perchè avranno l’opportunità di seguire le preferenze dei consumatori. Essi devono regolarsi seguendo il mercato e cioè alle esigenze dei consumatori.

Sono i consumatori che decidono quali prodotti acquistare, e quali imprese devono continuare a fare il loro lavoro. Attualmente ai consumatori non gli importa se l’impresa italiana è vincolata dalle direttive dell’Unione Europea e dalle leggi dello Stato, il consumatore acquista i prodotti sul mercato secondo le proprie esigenze, e in questo caso seguendo le condizioni del risparmio.

Soprattutto in Italia, dove si tende sempre di più a risparmiare i soldi ricavati dal lavoro; il risparmio non è un male, rende sicura la propria vita: i risparmi ci tutelano nel caso ci trovassimo in difficoltà. Il problema è che le attuali difficoltà in cui si ritrovano oggi gli italiani non è dovuta interamente alla loro responsabilità, ma alla cattiva amministrazione dei governi italiani. In pratica si risparmia quel che si può, ma allo stesso tempo si pagano gli errori dei monopolisti.

Attualmente molti giovani millennials richiedono una presenza dello Stato maggiore, ma lo fanno perché credono appunto che lo Stato possa risolvere problemi che in realtà lo stesso Stato ha causato: diminuendo il potere d’acquisto è logico che aumenti la disoccupazione.

Negli anni duemila pretendere più stato non era ancora una moda; questo non perchè negli anni duemila in Italia vi fosse una presenza maggiore della burocrazia, ma al contrario eravamo molto più liberi da essa, almeno fino a quando, dopo la crisi economica del 2007, aumentò la disoccupazione a causa dell’inflazione.

Da allora sia i governi che i giovani hanno richiesto l’aumento della burocrazia in economia, addirittura i giovani socialisti definiscono lo Stato come un padre che protegge i propri figli, ma il paragone è palesemente sbagliato: un padre modello non subordina i propri figli né li deruba.

Lo stesso accadde in Europa, il problema è che i paesi più liberali sono rimasti ugualmente più liberi nonostante un minimo aumento della burocrazia, altri paesi avevano una libertà economica minore già in precedenza e questo ha causato la nascita di nuovi problemi.

Ciò non significa che l’unica via sia lavorare senza diritti, anche se il governo lo permettesse i lavoratori non andrebbero a lavorare dove le condizioni sono peggiori, questo perché gli uomini tendono naturalmente a preferire le possibilità che gli concedano di migliorare le proprie condizioni.

Solo nel momento in cui le persone si renderanno conto che l’unica soluzione per migliorare il tenore di vita del paese è liberarlo dalla burocrazia che cerca di dare delle direttive alle imprese, ci sarà un cambiamento.

Alcuni socialisti sostengono che bisogna impedire le delocalizzazioni e se necessario, espropiare le proprietà private: se le grandi imprese vogliono delocalizzare sono libere di farlo, impedirlo significa farle fallire.

In più l’Italia è una nazione molto più ricca della Cina, le imprese italiane hanno la possibilità di confluire i loro capitali in tecnologie per superare la qualità dei prodotti “made in PRC” o degli abiti “made in Bangladesh”.

Ciò in Italia non accade perché le imprese devono dare il 60% del loro capitale allo Stato – lo Stato non sa spendere i soldi e infatti possiamo confermarlo constatando il degrado dei servizi statali, se i servizi di trasporto fossero privati sarebbero molto più efficienti, di conseguenza chi usufruisce di questi servizi non sarebbe costretto a subire la decadenza e l’incuria delle strutture statali – le imprese sanno come spendere i loro capitali, ad esempio possono pagare ingegneri per sviluppare mezzi di produzione più efficienti o progettare prodotti più tecnologici da mettere sul mercato.

L’inquinamento

Spesso si dà colpa all’Europa e Stati Uniti per l’inquinamento, vorrei ricordare che l’inquinamento emesso in Cina è al primo posto su scala mondiale: Il 30% delle loro imprese sono di stato, ma in realtà oggi quel 30% – delle imprese controllate dallo Stato – non è un dato attendibile poiché il 75% della produzione del paese deriva dalle imprese di Stato, mentre il resto delle imprese private hanno una produzione irrisoria [2].

Di logica sarebbe impossibile che le imprese private possano inquinare molto se producono solo il 25% dei materiali, mentre è più plausibile pensare che siano le imprese di Stato ad inquinare di più. La Cina è al primo posto per le emissioni di CO2, mentre l’America è al secondo posto, l’India al terzo posto [3].

Cosa deve fare lo Stato per risanare l’economia italiana?

diminuire il suo potere, diminuire la sua burocrazia e le tasse, liberalizzare tutti i settori, e conservare solo le funzioni il cui scopo sia di mantenere l’ordine generale; Inoltre: diminuire le direttive che devono seguire le imprese italiane in materia di emissioni: gli imprenditori  sanno che ultimamente va di moda sostenere aziende che non inquinano, a differenza delle imprese in Cina, le imprese italiane possono permettersi di investire per le tecnologie e utilizzare fonti rinnovabili. Già oggi le grandi e medie imprese investono per l’energia verde puntando su fonti rinnovabili [4][5].

Eliminare l’IVA è una soluzione per incrementare il potere d’acquisto, quando le imprese investono in tecnologie per utilizzare fonti rinnovabili e produrre energia pulita, il costo è più elevato di una classica produzione. E abbassare le tasse per permettere alle aziende di investire per queste tecnologie, a differenza della Cina, porterà all’abbassamento dei costi di produzione.

Diminuire l’inquinamento è qualcosa che vogliamo tutti: i produttori non avranno alternativa se l’unico modo per raggiungere il profitto sarà quello di rinnovarsi al capitalismo verde nel caso in cui la maggior parte della domanda sarà orientata verso la richiesta di prodotti a basso impatto ambientale da parte dei consumatori.

Far gestire la produttività creerebbe solo problemi, in Cina vi sono le cosiddette imprese zombie, ovvero le imprese improduttive. Il governo cinese ha tagliato circa 6milioni di posti nelle imprese pubbliche[6][7] del carbone e dell’acciaio di cui una parte erano proprio imprese “zombie”.

Non essendo la Cina un paese trasparente, non possiamo essere a conoscenza della verità, non possiamo sapere se le imprese fossero improduttive o se il governo ha eliminato le imprese per scopi personali.

Ma non possiamo pensare che la gestione della produttività sia affidata ad un gruppo di burocrati.

Ciò che è giusto fare è aprirsi al laissez-faire, al libero mercato, perchè solo e solamente il mercato libero può competere con un mercato socialista: l’Unione Sovietica collassò proprio quando le imprese non sono riuscirono a competere col libero mercato, come analogamente successe tra Germania Est e Germania Ovest, dopo che il muro di Berlino crollò: le imprese statali non riuscirono a competere con le imprese private.

Questa volta però si tratta di un Socialismo di mercato, il governo cinese punta sull’economia e non più sui diritti degli operai. Gli operai delle imprese zombie solo dopo un lungo periodo saranno reintrodotti nella comunità lavorativa. Persino il governo cinese riesce a comprendere che le imprese zombie, ovvero quelle che non producono nulla perché sono di inefficienti, devono necessariamente chiudere l’attività.

1. L’aliquota fiscale in Cina è a scaglioni a seconda del reddito, parte dal 3% fino al 45%

2.
https://www.lindro.it/economia-socialista-di-mercato-e-aziende-di-stato-cinesi/

3.
https://www.canaleenergia.com/articoli-di-redazione/emissioni-co2-la-classifica-dei-paesi-piu-inquinanti/

4. https://mobile.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2019-03-14/barilla-e-pronta-a-sfornare-i-primi-biscotti-a-zero-emissioni/ABcuaDeB

5. https://m.europages.it/aziende/Italia/produzione%20di%20energia%20rinnovabile.html

6. https://www.google.com/amp/s/www.repubblica.it/economia/2016/03/01/news/cina_licenziamenti_acciaio_inquinanti-134537506/amp/

7. https://www.china-files.com/in-cina-e-asia-pechino-verso-5-o-6-milioni-di-licenziamenti-entro-2019/

Post suggeriti

Leave a Comment

0