Non ci serve la scuola di Stato

 In Attualità

Il mio articolo sull’abolizione della scuola di Stato ha suscitato varie reazioni, tante positive ed alcune negative, per di più da chi normalmente è per il laissez faire e che però, nell’istruzione, diventa improvvisamente statalista.

Chiariamo una cosa: non c’è nulla di male nell’avere scuole pubbliche. Milton Friedman, uno dei più noti liberali a difendere la libertà di scelta in materia di istruzione, faceva notare:

Vogliamo scuole pubbliche, ma vogliamo che siano controllate dai loro utenti e non dai politici. Il problema è governo contro privato, non pubblico contro privato

E anche il nostro amato Principe del Liechtenstein cita esplicitamente come le comunità locali, anche in joint venture con imprese private, possano avere le proprie scuole. Per chi fosse interessato all’aspetto locale e di come una scuola possa costituire per un comune una fonte di profitto, c’è questo mio articolo.

Quindi sembra che, nel pensiero mainstream liberale, ci sia ampio spazio per le scuole pubbliche, purché siano gestite in modo decentrato e, soprattutto, siano sottoposte alle logiche di mercato.

In Italia, comunque, abbiamo una certa tradizione nell’avere buone intuizioni, non riuscire a svilupparle a causa del sistema istituzionale e poi vederle attribuite ad altri. Già negli anni ’60, nelle Prediche Inutili, Luigi Einaudi dedicava un bel capitolo al tema dell’istruzione, dimostrando come essa fosse sostanzialmente fallata fin dalle fondamenta, ma questo sarà argomento per un prossimo post.

Che differenza c’è tra scuola statale e scuola pubblica

Legalmente? La scuola pubblica è costituita da scuola pubblica statale e scuola pubblica paritaria. Ma nella pratica? La scuola statale è dello Stato, non ha vera concorrenza e risponde ai politici. Ciò l’ha portata ad una lenta decadenza.

Pubblico vuol dire a disposizione di tutti. Anche volendo intendere che una scuola pubblica dev’essere per forza almeno parzialmente di un ente pubblico, una scuola pubblica può comunque competere nel mercato, può seguire logiche imprenditoriali, può in sostanza migliorare grazie alla concorrenza.

Ed è questo che intendiamo noi liberali quando diciamo che siamo a favore delle scuole pubbliche ma non di quelle statali in regime di monopolio: ci fa veramente piacere se le scuole di un comune funzionino e siano in grado di attirare iscritti. Ma se una scuola va in difficoltà perché il Comune coi fondi per l’istruzione assume i bidelli a fini clientelari, ci fa altrettanto piacere se un privato acquisti l’edificio accanto, ci apra una scuola efficiente aperta a tutti (grazie al voucher) e faccia concorrenza a quella comunale facendola o tornare in senno o fallire. In un regime monopolistico ciò non sarebbe possibile.

Tanti falsi problemi

Riguardo al togliere lo Stato dalla gestione della scuola ci sono tanti falsi miti. Molti derivano da una visione ideologizzata, altri da semplici errori di valutazione o di comprensione delle misure proposte. Vediamo alcuni falsi problemi che non sorgerebbero qualora si lasciasse al mercato l’istruzione.

No, non venderemmo l’istruzione al Vaticano

C’è chi teme che senza Stato l’istruzione verrebbe affidata al Vaticano. Per smentire questa visione basti pensare che in larga parte le attuali scuole verrebbero assegnate alle comunità locali, ma vorrei proporvi un ragionamento aggiuntivo.

Poniamo caso che una maggioranza di italiani sarebbe pronta ad affidare l’istruzione dei propri figli al Vaticano. Questa maggioranza potrebbe agilmente “religiosizzare” la scuola di Stato per tutti. In un sistema a voucher, invece, solo la scuola di questa maggioranza sarebbe “religiosizzata” mentre chi è ateo può mandare i figli in una scuola non religiosa. Oppure poniamo che la maggioranza degli italiani non sia disposta ad affidare la propria istruzione al Vaticano. In tal caso le scuole cattoliche o si accontenterebbero della minoranza più cattolica oppure farebbero come fanno nei Paesi anglosassoni: limitare la componente religiosa e offrire una buona istruzione, attirando anche persone di altre religioni o non credenti per restare nel mercato.

Esisterebbe ancora il liceo classico

C’è chi sostiene che senza lo Stato non esisterebbero più scuole, come il liceo classico, che non hanno uno sbocco diretto nel mondo del lavoro, in quanto il mercato le sfavorirebbe. Eppure già oggi abbiamo libertà di scelta sull’indirizzo della scuola superiore e tante persone scelgono scuole ginnasiali. C’è, in sostanza, domanda di scuole ginnasiali, pertanto la risposta del mercato è che oggi esistono numerose scuole paritarie e private che offrono un’istruzione liceale. L’errore in questo ragionamento è credere che il mercato sia un blob unico che ragiona con testa pensante: se le imprese non hanno necessità di diplomati classici non verranno creati diplomati classici.

Sì, sarebbero trattati bene anche gli alunni con problemi

È un punto sicuramente interessante: il voucher copre il costo dell’istruzione per un alunno medio, ma per chi ha disabilità o disturbi dell’apprendimento? Anche lo Stato ha grandi problemi con i docenti di sostegno, infatti per conseguire l’abilitazione servono non pochi soldi: dai 2500€ ai 4500€, il tutto rischiando di non lavorare. Inoltre il sostegno è particolarmente costoso: si stima che ogni alunno con sostegno costi allo Stato 20.000€.

È probabile che le scuole possano trovare nei propri bilanci, senza troppi problemi, i soldi per pagare eventuali docenti di sostegno, cosa che in larga parte è già fatta nelle paritarie. Tuttavia dovremmo chiederci: può la concorrenza e la libertà didattica limitare la necessità di docenti di sostegno con metodi didattici migliori?

Certo! In questo video di John Stossel, ad esempio, vediamo come alunni giudicati irrecuperabili e necessitevoli di sostegno dalla scuola pubblica siano stati istruiti con successo da scuole private con un metodo didattico migliore.

Inoltre bisogna anche considerare come spesso, nel nome dell’uguaglianza, siano state consegnate alle scuole pubbliche persone con gravi deficit intellettivi che non permettono loro di apprendere. Alle elementari avevo un compagno di scuola con una grave forma di autismo: aveva due maestre di sostegno in pianta stabile che lo tenevano impegnato in attività giusto per calmarlo. Bene, chi ha problemi del genere dev’essere aiutato, non escluso. Ma non escluderlo non vuol dire appiopparlo alla scuola tanto per, vuol dire fornirgli strumenti per un reale apprendimento.

No, non aumenterebbe le disuguaglianze

Certo, ma così i figli dei ricchi frequenterebbero scuole da ricchi mentre i poveri no! Già accade oggi. Solo che oggi la libertà di scelta è nettamente ridotta rispetto a quella che avremmo in un sistema a voucher. Per avere la libertà di scelta che darebbe un voucher, bisogna essere abbastanza benestanti visto che non tutti possono sborsare qualche migliaio di Euro per l’istruzione. Poi sì, il figlio del miliardario continuerebbe a frequentare scuole che costano quanto un’utilitaria al mese. E quindi?

Con un voucher, la libertà di scelta che oggi hanno soltanto in pochi verrebbe data invece a tutti. Non funzionerebbe più che il figlio dell’operaio che prende 800€ al mese, se viene bocciato, va all’istituto regionale perché per i genitori quell’anno in più senza lavorare vorrebbe dire fare troppi sacrifici.

No, non sarebbero tutti diplomifici

Ah, le scuole private sono tutte diplomifici, mica come – sarcasm alert – le scuole pubbliche che al test Invalsi hanno risultati da asilo infantile e poi fan fioccare i cento e lode. Seriamente, se si crede che lo Stato sia così savio da poter gestire sia come dev’essere l’istruzione sia gestirne l’applicazione pratica, non può essere possibile parlare di diplomifici in quanto ad autorizzare e vigilare sulle scuole paritarie è…lo Stato.

Sarebbe paradossale risolvere i problemi di vigilanza dello Stato chiedendo più Stato. E infatti se vogliamo mantenere il valore legale del titolo di studio, vanno ripudiati gli abusi del tipo “4000€ e diploma subito” ma va anche riconosciuto che esistono scuole di manica più larga sia nel sistema statale che nel paritario, agendo di conseguenza.

Se si è disposti a rinunciare al valore legale, diventa tutto più semplice: ogni istituto farebbe da sé. Ho come l’impressione che in un sistema del genere sarebbero pochi gli istituti a puntare tutto sul nome e sulle proprie regole mentre è verosimilmente semplice pensare che si costituirebbero associazioni e reti di certificazione in modo da potersi dotare di regole condivise. E, inoltre, nel settore tecnico e professionale acquisterebbe molta importanza la certificazione professionale, che porterebbe le scuole nel virtuoso circuito concorrenziale: due scuole informatiche potrebbero improntare la propria didattica sul metodo Taldeitali ma certificare le competenze l’una nel networking e l’altra nella programmazione, ad esempio.

Alla fine, la scuola statale non ci serve…

Non esiste alcuna ragione pratica, economica o che riguardi l’alunno che rende necessario avere una scuola di Stato. Chi la difende ad oltranza lo fa solitamente per ragioni meramente ideologiche – tutto pubblico anche se non funziona, un vizietto tipico socialista – oppure per propria comodità. È infatti ben più comodo per i politici avere quasi un milione di persone tutte concentrate in un’unica istituzione dove basta fare la sparata più alta per ottenere quel pacchetto di voti. È innegabile come, per come sia strutturata l’abilitazione professionale dei docenti in Italia, ci sia chi ci marcia allegramente.

E in tutto ciò a rimetterci sono gli alunni, che hanno un’istruzione che vale meno di quanto costi alle casse pubbliche, senza alcuna speranza di avere di meglio perché la concorrenza è praticamente inesistente e devono aspettare in fila che la politica liberi qualche risorsa per loro e non per assumere diecimila bidelli.

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