Perché le persone scelgono l’e-commerce?

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Quest’articolo è dedicato a tutti quelli che non hanno capito perché le persone scelgono di acquistare su di un e-commerce, come ad esempio: politici, socialisti, analfabeti economici e tutti coloro che non vogliono vendere su di un e-commerce.

La concorrenza sfrenata

Le recensioni sono l’aiuto fondamentale per i clienti stessi, e loro ne sono consapevoli. Queste informano altri clienti sull’esperienza dei tempi di consegna, delle condizioni della scatola – o qualsiasi materiale per l’imballaggio – per informare sia il venditore che il futuro cliente della qualità. Inoltre si informano gli altri utenti del prodotto, delle sue funzionalità e se il prodotto soddisfa le esigenze dei consumatori.

Infatti, oltre alle recensioni scritte dai clienti occasionali, il venditore può scrivere nell’articolo le caratteristiche del prodotto. Inoltre il venditore, se vuole vendere i suoi prodotti tramite l’e-commerce, deve rispettare il contratto del sito.

In poche parole, i consumatori non sono incentivati ad acquistare un prodotto senza recensioni. Piuttosto preferiscono essere informati sia dal venditore online, che dagli utenti.

I resi, per esempio, possono pesare molto sui piccoli venditori. Ma allo stesso tempo molti e-commerce popolati da venditori e consumatori non obbligano i venditori a seguire le regole standard per resi e rimborsi. I venditori allo stesso tempo adotteranno le loro politiche aziendali su resi e rimborsi per ricevere fiducia da parte di clienti occasionali.

Tutt’altro accade nelle piccole e medie imprese locali. Quante volte, dopo l’acquisto diretto nell’esercizio, il cliente nota un difetto o un piccolo particolare indesiderabile del prodotto appena acquistato? E quante volte il commerciante rifiuta di dare un rimborso? In altri casi invece, per politica aziendale, è richiesto al cliente lo scontrino, con una fattura elettronica questa richiesta è obsoleta poiché il venditore può verificare la veridicità dell’acquisto sul sito.

Gli e-commerce più famosi permettono al consumatore di riavere resi anche dopo la consegna se il prodotto è difettoso. Ciò avviene perché l’intenzione dell’azienda e-commerce è quello di avere più clienti possibili, ed è la stessa intenzione di ogni azienda che vende all’interno del sito, se uno solo di questi venditori non sarà abbastanza disciplinato da accontentare i clienti sarà espulso poiché i consumatori accuseranno non solo il venditore, ma anche il sito internet dove si è effettuato l’acquisto, danneggiando l’immagine anche di altre aziende che vendono i loro prodotti all’interno del sito.

Gli imprenditori che odiano questo servizio sono solo dei burocrati. Essi cercano di difendersi dalla concorrenza sfrenata, ma in realtà ciò che loro definiscono concorrenza sfrenata non è altro che un sistema dove le persone cercano di dare il meglio ai consumatori. L’intento di questi burocrati è quello di far intervenire lo Stato onnipotente per comandare i consumatori, togliendo loro la libertà di acquistare ciò che i burocrati non riescono a produrre.

Immaginatevi se un giorno vi ritrovasse a voler acquistare un prodotto che i commercianti della vostra zona vendono ad un prezzo alto, oppure non vendono affatto. Inoltre, l’unico a cui potreste chiedere il prodotto desiderato è un commerciante che si trova dall’altra parte della nazione. In fin dei conti, essere contro le vendite online è come sostenere il protezionismo tra i comuni o regioni.

Se un giorno il governo decidesse di spazzare via per esempio Amazon o eBay, censurando gli e-commerce su internet, ciò che accadrebbe è molto semplice. Le persone dovranno pagare caro un prodotto che costa di meno in altre zone; alcuni prodotti sono introvabili anche nei centri commerciali o in centro. Di solito ciò che si trova in centro ha un prezzo molto più elevato rispetto al costo che si può trovare su internet, di conseguenza il consumatore non avrà più l’opportunità di risparmiare i propri denari per acquistare un libro o qualsiasi altra cosa.

Ciò che accadrà al commerciante che non riesce a vendere il prodotto non è affare della comunità, perchè una situazione inversa renderebbe i consumatori degli individui meno liberi, costretti ad acquistare dei beni a prezzi sproporzionati rispetto a qualsiasi e-commerce. C’è anche da dire che non tutti abitano in città, alcuni vivono in luoghi isolati, e l’e-commerce ha aiutato queste persone.

Il consumismo sfrenato

Qualcuno è contro l’e-commerce perchè questo incentiva i consumi, portando così ad un consumismo sfrenato; oltre a ciò, si sostiene che nel consumo classico, ovvero dove ci si reca direttamente dal venditore per l’acquisto, non vi è consumismo ma la parsimonia dei propri guadagni.

Queste affermazioni non hanno nulla di vero. Come ho scritto poc’anzi, il cliente si mostra deciso sull’acquisto grazie alle recensioni. Al massimo vi sono acquisti maggiori sugli e-commerce perché offrono prodotti introvabili o a buon prezzo.

Le recensioni aiutano gli acquirenti, essendo più decisi se acquistare un prodotto; invece al negozio non si ha alcuna opinione da parte dei clienti precedenti. Nessuno voto, ma solo un commesso pagato dal direttore del negozio. Per esempio, nel settore dell’abbigliamento sono pochi i commessi leali coi propri clienti e nella maggior parte dei casi tale lealtà si trova maggiormente nei negozi di lusso.

Un commesso che lavora per i grandi brand di lusso ha numerose informazioni nel settore della moda, e soprattutto sa consigliare il cliente.

Tutt’altro accade nei negozi commerciali dove l’acquirente non è visto come un cliente diverso dagli altri, quindi ogni abito va bene su qualsiasi persona. Con questo non voglio dire che tutti i commessi siano persone sleali, ma che loro non hanno le stesse capacità di un commesso che lavora in un negozio di lusso.

In poche parole, non hanno abbastanza esperienza con il settore della moda, non conoscono la differenza tra una lana vergine Woolmark e una lana grezza, o le probabilità che il vestito formi del pilling. Essi non conoscono i processi di produzione aziendali per la lavorazione di alcuni tessuti; non conoscono lo stile, il perchè lo stilista ha scelto di adottare un certo colore, o il tessuto dell’abito. Un commesso di un centro commerciale molto probabilmente non sa nulla dello stile gotico oppure dello stile del diciannovesimo secolo: in pratica la storia del costume.

Ciò non interessa molto alla maggior parte dei consumatori, queste caratteristiche interessano solo ai pochi. A questi consumatori non interessa risparmiare, al contrario essi sono interessati alla qualità, al marchio ed alla qualità del tessuto. Si tratta in altre parole di una nicchia molto piccola del mercato; la moda, per questi clienti, è indossare cultura.

Non stiamo parlando dei brand che ancora sono accessibili alle masse, nonostante anche loro si impegnino in modo simile per i clienti, stiamo parlando di produzione industriale o artigianale di elevate qualità.

Queste non sono multinazionali, non sono ricche quanto i più noti capitalisti. Sono i capitalisti, proprietari di una multinazionale, così disprezzati da burocrati e socialisti, che offrono i prodotti alle masse. Essi offrono il prodotto a miglior prezzo e qualità, che se venduto a pochi il guadagno è nullo. Quindi, un Re dell’industria degli abiti non è un tiranno, come vogliono raffigurare i socialisti, ma una persona che per avere maggiori guadagni deve fare l’interesse di molti.

Infatti, per “maggior parte dei consumatori” non si può più parlare di “nicchia”. Per i più grandi brand, l’interesse non è la nicchia di consumatori, bensì la maggior parte dei consumatori.

Le multinazionali non investono capitali per produrre abiti solo per un gruppo ristretto di persone, al contrario lo fanno per tutti, esse cercano di serve le masse. Questo accade anche in altri settori del mercato.

La maggior parte dei consumatori si affidano non solo alle recensioni, ma anche ai video su YouTube, vedendo il prodotto in un video per verificare la qualità del prodotto visivamente. I consumatori che acquistano su un e-commerce sono molto più informati, rispetto ad un “classico acquisto” diretto.

Anche se si avesse già acquistato un prodotto senza aver visualizzato le recensioni, si ha sempre la possibilità di controllarle e richiedere, prima del termine di scadenza dei giorni per resi e rimborsi, di annullare l’ordine e riavere il denaro.

Per esempio, se non si è stati attenti su un dettaglio di un orologio come la durata, o le funzionalità non sono di gradimento per il cliente, quest’ultimo ha l’opportunità di avere un rimborso e di rispedire l’ordine al venditore, o ancora meglio di annullare l’ordine.

Alcuni detrattori dei più grandi e-commerce affermano che la maggior parte delle persone acquistano molti aggeggi inutili, mentre ciò non avviene in un negozio fisico.

Quest’affermazione in realtà, anche se fosse provata statisticamente, non avrebbe alcun senso. Si tratta di una critica sterile.

Nessuno può sapere se questi clienti occasionali nei prodotti fisici abbiano trovato ciò che speravano. Per esempio, se una statistica afferma che in una paese isolato vi sono più consumatori che acquistano detersivi, lampadine, libri o quaderni tramite e-commerce ciò non significa che nel paese le persone sono degli spendaccioni.

Ma vuol dire semplicemente che in quel paese mancano negozi che vendono quei prodotti. Infatti si dimentica sempre di includere queste persone che vivevano in posti abbastanza isolati e lontani dalla città, che beneficiano dei servizi online molto di più rispetto ad altri.

Monopoli

I socialisti per la fobia dei monopoli sottolineano il problema, appunto, della nascita di monopoli. Secondo i socialisti le piccole attività sono in pericolo per via degli e-ecommerce. Tale affermazione deriva dal paralogismo economico socialista del plusvalore e della nascita di monopoli in un mercato libero.

Karl Marx, il loro idolo, il mio nemico, affermava che la proprietà privata sarebbe stata abolita dal ceto dominante – la borghesia – e non dal comunismo. Tuttavia Karl Marx non conosce il concetto di competitor, essendo vissuto in un periodo contradditorio, durante una fase di cambiamento economico molto dinamico rispetto al passato.

Nel periodo in cui Karl Marx e Friedrich Engels – come quest’ultimo comunista afferma nel manifesto del partito comunista – le imprese più datate crollavano, e nascevano nuove imprese le quali sarebbero diventate le imperatrici del mercato.

Nel manifesto, paradossalmente, non si parla di alcuna proletarizzazione del ceto medio, come afferma invece Marco Rizzo. Si parla delle antiche imprese che all’epoca occupavano un certo ruolo nel mercato e che poi sono state sostituite da nuove imprese che, col progresso tecnologico industriale, hanno investito per dare ai consumatori prodotti migliori.

Siccome le nuove imprese non sono infallibili, anch’esse avranno un termine nel loro ruolo, coloro che decidono chi deve svolgere un certo ruolo nel mercato non sono i grandi industriali ma i consumatori, sono questi ultimi che remunerano le migliori imprese.

L’e-commerce non danneggierà le medie e piccole imprese. Anzi, farà conoscere ai consumatori queste nuove imprese nel mercato, che avranno la possibilità di vendere il loro prodotto non solo ai pochi clienti in città, bensì avranno l’opportunità di vendere su internet i loro prodotti ai clienti occasionali. Come potremmo affermare il contrario?

Quando i consumatori sono persone che richiedono l’esigenza di essere ricompensati, le nuove imprese devono cercare di vendere i loro prodotti e per farlo possono farsi conoscere tramite internet, così come oggi innumerevoli individui interagiscono sui social network e alcuni di loro ricevono attenzione: gli influencer non sono figli di chissà quale re o industriale, o di qualche burocrate, essi hanno la capacità di interagire con il pubblico in modo tale da affascinarlo per la simpatia o qualsiasi altro motivo.

Molti criticano gli influencer, i motivi sono diversi: alcuni sostengono che sia ingiusto che essi siano famosi, altri per invidia dicono che la loro ricchezza e attenzione non è meritata, o che non sia un vero lavoro poiché produce ricchezza. Secondo alcuni l’influencer è solo uno “sponsorizzatore”.

Innanzitutto è sbagliato paragonare gli influencer con altri mestieri, dopotutto anche le modelle non fanno lavori manuali, esse mostrano l’abito prodotto dallo stilista. Il lavoro delle modelle non è solo sfilare sulle passerelle, il loro compito è quello di seguire una dieta rigida e lo stesso vale per lo stile di vita. Ma non voglio entrare nell’argomento degli influencer o delle modelle.

Quelle imprese che se la prendono con un mezzo di transizione efficace per i consumatori, ovvero privati poco aperti al mercato, che vogliono l’intervento dello Stato onnipotente per restare nella posizione da imprenditore, non sono imprenditori. Tuttavia, perdere un’impresa non è indolore, ma al contrario è difficile superare ciò. Ma è meglio perdere una impresa per via della concorrenza, piuttosto per colpa dello statalismo che vi è in Italia.

I privilegi di Jeff Bezos, o di qualsiasi altra azienda con località all’estero non hanno la colpa di non essere tassati come in Italia, e quindi devono subire una burocratizzazione come quella italiana. Al contrario, è lo Stato italiano a dover diventare un paradiso fiscale.

Fin quando gli italiani non capiranno ciò i cittadini dovranno subire lo statalismo oppressore, che elimina l’individualismo, permette lo sfruttamento dagli sfruttati per la difficoltà di mettersi in proprio, e mette in difficoltà l’azione umana per via disparità iniziale dovuta dalla burocrazia. Il mercato siamo noi e fin quando una nazione avrà un mercato incatenato dallo statalismo e dalla cleptocrazia, i liberi non potranno agire a loro piacimento; e non ne avranno nessuna colpa.

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