Stato, autonomie e autodeterminazione: una prospettiva libertaria

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Il caso del Coronavirus ha sollevato e posto all’attenzione di tutti noi una problematica importante e molto sentita nel nostro Paese: il conflitto tra Stato e Regioni. La vicenda, che non si ferma ai “battibecchi” di questi giorni tra il premier Conte e il governatore lombardo Fontana, rivela due posizioni di fondo contrapposte: l’una volta a un riassetto in senso più centralista delle istituzioni, l’altra schierata a difesa dell’autonomia regionale. Si tratta di tematiche fondamentali che non possono lasciare indifferenti, perchè questo tipo di contrapposizione può essere visto nell’ottica molto più ampia della causa per la libertà individuale.

La vera domanda che dobbiamo porci è: quanto siamo disposti a vedere il centro delle decisioni che riguardano la nostra vita allontanarsi dal luogo in cui viviamo? È necessario a questo punto cogliere l’occasione dalla polemica competenza concorrente Stato-Regioni per dare fondamento a una difesa liberale e libertaria delle autonomie, che costituiscono uno dei primi (seppur timidi) passi verso la società libera, che si realizza con l’autodeterminazione dei popoli e quindi, ancora più importante, degli individui. Non si tratterà dunque di una difesa di questo o quell’ente pubblico (chi scrive, da paleolibertario, non ne ha la minima intenzione) ma di una riflessione, partendo dai temi del presente, sul percorso verso una società libera, sulla direzione che dobbiamo imprimere al processo politico per restituire all’individuo la “sovranità” (termine oggi abusato da più soggetti immancabilmente statalisti) sulla propria vita.

Nella società in cui viviamo lo Stato si è arrogato infiniti diritti e poteri nell’ambito della pianificazione economica, ed è proprio tramite questa pianificazione che la coercizione esercitata sui cittadini diventa per essi inevitabile, vessante e oppressiva. Il liberale, che ha a cuore l’individuo prima di tutto e quindi il suo diritto alla libertà e alla proprietà privata, dovrà trovare quindi il modo per togliere sempre più potere di coercizione dalle mani dello Stato, e il primo grado di questo processo, il più “accettabile” dalle masse anche non  liberali in un sistema democratico, è il decentramento

Come afferma Friedrich Von Hayek, “Comporta poca difficoltà pianificare la vita economica della famiglia, e difficoltà relativamente lievi si trovano nelle piccole comunità.”(1) Questo perchè se, come sosteneva Hayek, per qualsiasi tipo di pianificazione è necessario trovare un accordo, e in alternativa mettere in pratica la coercizione, più piccola sarà la comunità e più sarà presente un sistema di riferimenti e valori comuni tanto più ci sarà accordo sugli obiettivi da raggiungere e minore sarà la necessità di coercizione. Certamente la “devolution” non risolve alcun problema da sola, la pianificazione economica può essere decisa tanto a Roma quanto a Milano o Palermo e in Italia abbiamo numerosi esempi di amministratori locali impegnati a trovare i modi più assurdi per sperperare il denaro dei contribuenti.

Quello che dobbiamo chiederci è: “Quale ricaduta hanno questi sprechi? Quanto è grande il numero di persone che, con le proprie tasse, paga gli sprechi effettuati in un determinato territorio anche senza risiedervi?” È chiaro che, se consideriamo una regione “indipendente”, gli sprechi effettuati in quella regione, per quanto deprecabili, non ricadranno almeno sui contribuenti che abitano in regioni meglio governate. Hans Hermann Hoppe, filosofo ed economista paleolibertario, nel sottolineare l’importanza della “secessione” per la creazione di entità statali sempre più piccole come passo fondamentale verso una società libera afferma che “Inizialmente secessione non significa altro che spostare il controllo sulla ricchezza nazionale da un grande governo centrale a uno più piccolo e regionale“(2). L’impatto immediato, positivo o negativo che sia, dipenderà quindi dalla politica della regione e dalle sue capacità di lasciare campo alla libera iniziativa, ma a prescindere da questo, dice sempre Hoppe, “la secessione di per sé ha un impatto positivo sulla produzione, perchè i secessionisti sono convinti che essi e il loro territorio siano stati sfruttati da altri“, e se la convinzione di essere sfruttati è un ostacolo a qualsiasi forma di produzione, ecco che il venir meno del centralismo e della “solidarietà”, che non è mai realmente tale in quanto imposta e forzata per legge, tra diversi territori potrà solo che far bene a tutti.

Stato o Regione dunque? Chi ha a cuore davvero la libertà dell’individuo, liberale libertario o anarco-capitalista che sia, non ha dubbi: nessuno dei due. Si tratta in entrambi i casi di un ente pubblico che con le sue tasse e i suoi interventi attua la coercizione dell’individuo anche se su diversa scala, e i cui poteri vanno imbrigliati in ogni modo. Tuttavia, per iniziare a “contenere” il potere dello Stato centrale e accentratore, un liberale dovrà tendere necessariamente, in simili contrapposizioni,  a stare dalla parte delle autonomie regionali. Il primo passo verso una società libera non è fatto da rinunce o cessioni di sovranità verso organismi più grandi: più grande sarà il numero di amministrati e, come affermato prima, più grande sarà la possibilità che parte di questi sia sottoposta a coercizione contro la propria volontà. È un metodo collaudato quello di aggrapparsi all’ “emergenza” e al bisogno di “sicurezza” per giustificare un accentramento e un aumento dei poteri statali, ma non possiamo permettere che la questione del Coronavirus oggi, e delle emergenze nazionali in generale, possa offrire appigli politici  per tornare indietro su quel poco di autonomia regionale che esiste ad esempio in Italia. Sicuramente criticabile nelle sue forme e senz’altro difettosa e insufficiente,  va comunque tenuta in considerazione, in quanto contrapposta alla tendenza accentratrice dello Stato, che solo per il fatto di esistere mortifica ogni stimolo alla produzione.

Già Ludwig Von Mises, uno dei padri della scuola austriaca, aveva affermato l’importanza del diritto di un popolo libero a “secedere”, e come “popolo” si intendeva qualsiasi gruppo di persone che vive in un determinato territorio,sia esso regione, città o un minuscolo paese, e che è accomununato dalla volontà di rendersi indipendente dallo Stato più grande di cui fa parte. Ciò non è altro che la proiezione del diritto di autodeterminazione e di secessione di ogni individuo da qualsiasi coinvolgimento pubblico: lo Stato liberale non può, secondo Mises, imporre all’individuo la partecipazione allo Stato stesso. È forse una delle più grandi contraddizioni della cultura liberale e uno dei motivi della sua entrata in crisi, come sottolineato più volte da Rothbard e Hoppe, il fatto che nessuno Stato nel corso della storia, nemmeno gli Usa, per quanto nato come “stato liberale”, abbia nei fatti permesso questo tipo di secessione e quindi rinunciato totalmente alla coercizione dell’individuo. Se ragioniamo in questi termini persino la “liberalissima” Costituzione americana, nata in seguito alla Dichiarazione di Indipendenza, si pone come ostacolo alla “Libertà” e alla “Felicità” dei cittadini tanto care a Jefferson, poichè legittima i poteri di un governo che prima o poi, per la sua natura monopolista, finirà inesorabilmente per usare un grado di coercizione sul cittadino.

Tornando alle questioni a noi più vicine, tra Stato e Regione, organismi imperfetti, quello “meno illiberale” e meno coercitivo, le cui ragioni sarebbero da preferire a quelle dello Stato, è la regione. L’autonomia regionale, ricordiamolo, è da preferire ora, in uno Stato fortemente accentratore. Non possiamo però pensare che sia il punto di arrivo per un vero liberale, ma è solo l’inizio di un percorso lungo e tortuoso verso l’autodeterminazione dell’unica realtà di cui il liberale deve preoccuparsi: l’individuo.

NOTE

  • 1) Friedrich Von Hayek, “La via della Schiavitù”, Rubbettino, 2011.
  • 2) Hans Hermann Hoppe, “Democrazia, il dio che ha fallito”, Liberilibri, 2008.

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