Il Comunismo è schiavitù

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Il comunismo è una dottrina politica intenta a promuovere la lotta di classe, innalzando a vincitrice la classe proletaria.

Cercherò di essere più breve possibile: l’intento dei segretari che rappresentano i partiti di estrema sinistra è quello di una economia pianificata dal governo centrale, tanto che, al giorno d’oggi, la politica di estrema sinistra si distacca fortemente dal centro sinistra, definendone i membri come degli ipocriti.

Un motto parecchio diffuso è: «Noi non siamo di sinistra, noi siamo Comunisti» dichiarando che l’attuale politica del centro sinistra non è per la difesa dei lavoratori, ma della classe dominante.

Ha senso parlare ancora di destra e sinistra in Italia?

È un bene che il segretario del partito comunista precisi di non essere di sinistra, ma comunista. Questa frase vuole affermare che loro sono molto più statalisti del centro sinistra.

Ma anche il centro destra attualmente non corrisponde al liberalismo. Le politiche di centro destra non hanno nulla a che fare col liberalismo: la guerra alla droga, l’aumento del debito pubblico e l’incentivazione del consumo dei prodotti nazionali con l’aumento dei dazi, non sono politiche economiche liberiste, ma nazionaliste. I liberali sono contro la burocrazia che invade gli indifesi e vulnerabili individui. Chiunque si dichiari in nome della libertà deve essere contro ogni forma di statalismo che opprime le minoranze.

Attualmente  la dicotomia destra e sinistra politica è, dunque, priva di significato: sono simili tra di loro e sono solo alcune delle proposte che fanno che li rendono leggermente differenti. Per comprendere meglio si immagini un albero con fiori e frutti: la dicotomia dei partiti più noti in Italia non è divisa tra la parte destra coi frutti e la parte sinistra coi fiori, ma è semplicemente un ramo dell’albero. Entrambe le parti, infatti, vogliono controllare il mercato e cioè le azioni della catallassi – come von Mises descriveva l’azione degli individui per scopi personali – anche se tutto ciò è contro il liberalismo. I liberali sanno che è impossibile conoscere la mente degli uomini e come agiranno.

Lo statalismo è il credo di uno Stato onnipotente e onnisciente, che può essere utilizzato per ogni fine, coinvolgendo ogni mezzo, così come affermava Machiavelli («il fine giustifica i mezzi»). È la forma di schiavitù più grande al mondo. E nonostante siano passati secoli, la frase è tutt’oggi attuale: I Nazionalisti della destra italiana sostengono che lo Stato debba impedire ogni azione che non conduca a un risalto nazionale. La sinistra italiana utilizza i contribuenti per raggiungere l’uguaglianza sociale. Da una parte lo strumento sono i dazi e il monopolio della forza dello Stato, dall’altra il collettivismo e le tasse. 

Il liberale pensa al ruolo dello Stato in tutt’altro modo: lo Stato non è il mezzo per alcuna etica collettivista, bensì un mezzo per proteggere tutti gli individui e permette la pace interna delle nazioni.

Sogno o Utopia?

Ciò che propongono i partiti socialisti italiani è quello che loro definiscono “il sogno di ogni proletario” – ormai estinti se i socialisti si riferiscono alla prole – e la loro formula è «lavorare di meno, per lavorare tutti e lavorare meglio» poiché «Il Partito Comunista difende i lavoratori e il popolo». Tutto molto bello, ma nella pratica la storia ha solo una voce in capitolo, il comunismo ha fallito numerose volte portando fame e carestia, favorendo la ricchezza di alti membri del partito, attraverso l’espropriazione e l’abolizione della proprietà privata.

La pianificazione economica.

Ogni individuo è sottoposto agli obblighi burocratici; ognuno di noi nello Stato socialista è obbligato a collaborare nella società non per conto proprio, ma seguendo una mistificazione ideologica che secondo lo stato aiuterà la comunità. Tale idea è così ridicola! Un singolo uomo non conosce le necessità di una nazione intera. L’utopia socialista, in assenza di proprietà privata, porta inevitabilmente a una distorsione del mercato, in quando non vi è scala dei prezzi che tenga. Nello Stato socialista le domande del mercato sono assenti, la pianificazione economica è cieca alle necessità dei consumatori.

Il prezzo.

Un altro problema è la scarsità: il collettivismo e l’allocazione arbitraria dei beni porterà a un crescente numero di sprechi, poiché, non essendoci un mercato dei prezzi, l’unico a impostare un prezzo ad una merce sarà il comitato centrale. Ma il comitato centrale come può conoscere la scarsità in assenza di un sistema competitivo? Oggi possiamo percepire la scarsità di un prodotto dal suo prezzo di mercato, ma nello Stato socialista tutto ciò è incalcolabile. L’Unione Sovietica, così come altri regimi socialisti, determinava i prezzi basandosi sugli asset dei paesi liberi e se questa avesse conquistato il globo, il suo sistema sarebbe crollato all’istante proprio perché in assenza di proprietà privata non esiste una scala dei prezzi reale [1].

  1. Ludwig von Mises, Il Calcolo Economico Nello Stato Socialista, 1920
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