La responsabilità individuale è morta, l’ha uccisa lo Stato

Francesco De Marchi

Durante la pandemia le posizioni favorevoli a un maggiore intervento dello Stato nella società si fanno più insistenti, forti di una crisi che spaventa i cittadini e i suoi governanti insieme.

La quarantena forzata e le conseguenti limitazioni di tante libertà individuali (libertà d’impresa, di movimento, manifestazione e di culto solo per citarne alcune) giustificate dalla tutela della vita quale più alto in assoluto nella gerarchia dei diritti costituzionali, sono state ben viste dalla grande maggioranza del paese e non solo quella silenziosa.

Forse una politica obbligata in una prima parentesi di grande incertezza, ma bisogna chiedersi se sia ancora necessario un intervento così forte nella vita di individui che, almeno sulla carta (quella costituzionale), dovrebbero essere liberi.

Secondo il governo e i suoi elettori non siamo ancora pronti alla responsabilità individuale e abbiamo bisogno che lo Stato usi il bastone, piuttosto che la carota, per indirizzarci verso la luce in fondo al tunnel.

Io, da liberale quale sono, non mi trovo d’accordo con l’opinione maggioritaria nel paese che chiede più interventismo statale.

Ogni individuo prende delle decisioni, più o meno razionali, spesso relazionandosi con altri e provocando così degli effetti; tali effetti possono coinvolgere solo gli individui che agiscono volontariamente in relazione tra di loro o causare delle esternalità, positive o negative che siano.

Nell’approccio liberale alla società e alle sue regole, lo Stato dovrebbe circoscrivere il proprio intervento alla tutela delle libertà individuali, evitando che un soggetto agisca in conflitto con quelle degli altri producendo esternalità negative. Pertanto, con il solo limite della libertà altrui, è l’individuo che deve valutare le conseguenze delle proprie azioni.

Prendiamo ad esempio il rischio di infortunio per incidente d’auto. In assenza di qualsiasi misura di sicurezza (airbag, cintura ecc.) tale rischio sarebbe molto alto e, pur adottando ogni precauzione, rimarrebbe comunque pericoloso guidare. A questo punto è probabile che l’individuo non abbia le competenze necessarie per stimare tale rischio, pertanto delegherà la valutazione ad altri.

A questo servono le compagnie assicurative che, cercando di ottenere un profitto, offriranno ai consumatori una polizza assicurativa, così da coprire quel rischio restante. Se il conducente guida in modo irresponsabile, il premio di rischio pagato all’assicurazione aumenta di conseguenza (come previsto da contratto). Così facendo l’individuo è incentivato a guidare in modo responsabile, prendendo una decisione libera e consapevole.

In Italia lo Stato ha sottratto al singolo queste scelte, così educandolo all’irresponsabilità. Ogni cittadino è obbligato a indossare la cintura (quindi privato della scelta) e, nel caso dovesse guidare senza e fare un incidente fratturandosi il gomito, riceverebbe cure in modo gratuito (cioè a spese dei contribuenti). Un sistema tanto amato nel nostro paese, ma che disincentiva in modo evidente comportamenti razionali e responsabili.

Ovviamente il CoViD-19 e una frattura al gomito non possono essere messi sullo stesso piano, ma l’esempio è utile per comprendere l’effetto dell’interventismo sulla percezione del rischio, soprattutto quando il protagonismo statale è così pervasivo come nel caso italiano.

I sussidi alle imprese, l’acquisto di banche in fallimento e il reddito di cittadinanza (o disoccupazione) sono solo alcuni degli strumenti usati dallo Stato per deresponsabilizzare l’individuo e, così, renderlo più suddito che cittadino.

Ed ecco che, durante la crisi pandemica, il governo ne approfitta per decidere tramite decreto chi è più rischioso di altri. Il presidente Conte, la sera del 26 aprile, comunica a reti unificate che durante la “fase 2” non si potranno incontrare i propri amici (magari giovani e sani), ma si potrà far visita ai propri nonni (probabilmente anziani e deboli).

L’individuo, oramai abituato da decenni alla non responsabilità delle proprie azioni, si affida così ad uno Stato che gli suggerisce di incontrare un anziano piuttosto che una persona giovane. Probabilmente non sono bastate 15 task-force e 400 esperti per comprendere quali siano le fasce d’età più duramente colpite dal CoViD-19.

Con ciò non voglio affermare che lo Stato debba essere escluso da ogni ruolo, ancorché durante una pandemia, ma il problema è un altro: come fa un cittadino a comprendere il rischio che comporta uscire di casa senza indossare una mascherina ed entrare in contatto con altri individui, se ormai è abituato ad anni di deresponsabilizzazione?

Come ripeteva da buon liberale classico (così amava definirsi) Milton Friedman, interrogato da curiosi studenti universitari sposati all’ideologia socialista, “una società che mette l’eguaglianza davanti alla libertà non avrà né l’una né l’altra. Una società che mette la libertà davanti all’uguaglianza avrà un buon livello di entrambe”. In Italia si è deciso di mettere l’uguaglianza prima della libertà e il risultato è un popolo incapace di comprendere l’importanza delle azioni individuali.

Friedman provava a convincere i suoi interlocutori dell’evidente fallimento dell’interventismo statale, una sfida oggi ancor più necessaria. Non siamo tutti uguali nemmeno di fronte al CoViD-19 e oggi è nostra responsabilità spiegarlo ai socialisti.

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