Cosa sta succedendo in Cina?

Mentre in tutto il mondo le restrizioni anti-Covid vengono alleggerite o rimosse, l’esatto opposto sta succedendo in Cina.

Un lockdown, severo come non mai, è stato imposto a Shanghai, uno dei centri nevralgici del Paese, abitato da 25 milioni di persone. Girano voci di cittadini cinesi ridotti alla fame, perché il governo non gli permette di uscire di casa per procurarsi da mangiare.

Cosa ha portato a tutto ciò? Quale potrebbe essere l’impatto di questa decisione sul futuro del Partito Comunista Cinese?

I FATTI

La situazione è ancora in corso, ed il PCC sta censurando il flusso di notizie in uscita dal Paese, per cui non abbiamo un quadro molto chiaro su cosa stia realmente accadendo. Ad ogni modo, questi dovrebbero essere i fatti.

Negli ultimi due anni Shanghai era sfuggita alle restrizioni più dure imposte ad altre zone della Cina. A partire dalla fine di marzo, tuttavia, la città è stata colpita severamente dalla diffusione della nuova variante Omicron del virus.

Contro tale variante, il vaccino cinese si è rivelato meno efficace rispetto ai vaccini a mRNA occidentali, ma il governo si è rifiutato di importarli. Dietro a questa decisione non vi è alcun motivo valido, se non una sorta di “nazionalismo vaccinale”.

Ora, a differenza di quasi tutti gli altri governi al mondo, quello cinese resta fedele alla sua strategia “zero-Covid”. Secondo tale strategia, qualsiasi misura restrittiva, anche la più severa, è giustificabile al fine di stroncare la curva dei contagi sul nascere.

Pertanto, il 28 marzo è stato ufficialmente dichiarato il lockdown.

A dispetto della linea dura adottata dal PCC, i contagi sono saliti. Apparentemente, il picco è stato raggiunto circa un mese fa, con oltre 27.000 nuovi casi ogni giorno verso la metà di aprile.

Sul fronte virus sembra infine che le cose stiano migliorando, ed il governo ha annunciato che presto le restrizioni verranno allentate. Ma tra quello che dice il PCC e quello che fa davvero ci sono grosse discrepanze.

Molti cittadini, infatti, si lamentano sul web perché le autorità continuano a limitare severamente la loro libertà di movimento. Numerosi abitanti di Shanghai si sono affrettati a fare scorte appena possibile, temendo un lockdown prolungato de facto.

Ma anche se il governo cinese mantenesse la parola data, il danno ormai è fatto.

Sul versante meramente economico, il PIL nazionale potrebbe aver perso quasi 30 miliardi di dollari per ogni settimana di lockdown, ed altrettanti per ogni settimana in cui Shanghai continuerà ad essere paralizzata.

Ancora più pesante è il costo umano. Per settimane gran parte dei 25 milioni di abitanti di Shanghai è stata confinata in casa. Non potevano uscire per fare una passeggiata, per fare provviste, o perfino per recarsi in ospedale.

Potevano solo uscire per sottoporsi ai test anti-Covid (cosa che comunque molti evitavano, per il timore di prendere il virus nei centri sovraffollati).

Tutto ciò ha minato la sanità fisica e mentale di milioni di persone, generando un malcontento popolare come se ne vedono raramente, sotto l’occhio vigile del PCC.

“Voci di aprile”, un video realizzato con gli audio di diversi cittadini di Shanghai, in cui ognuno descrive l’impatto del lockdown sulla propria vita, è diventato virale sui social media cinesi.

LE MOTIVAZIONI

Dal momento che le misure draconiane del PCC hanno danneggiato l’economia nazionale e hanno reso critici del governo milioni di cittadini, perché Xi Jinping non ha cambiato rotta?

La risposta più probabile è forse la più semplice: in un sistema come quello cinese, chi è al potere non può permettersi di ammettere di aver sbagliato.

Il regime comunista cinese può sembrare inattaccabile dall’esterno, ma la realtà è che la sua presa sul potere non è salda come vorrebbe far credere ai suoi nemici.

Spogliato di tutta la retorica marxista, esso non è altro che l’incarnazione moderna di quella forma di governo centralista, burocratica ed assolutista che ha dominato la Cina per millenni, durante l’epoca imperiale.

Tale governo, però, deve legittimare il proprio potere sulla base di un mandato divino, il “Mandato del Cielo”. Secondo tale pensiero, se chi è al potere non riesce più a garantire prosperità e sicurezza alla nazione, allora vuol dire che ha perso tale “Mandato del Cielo”, quindi può e deve essere deposto.

Sin dai tempi delle riforme di Deng Xiaoping, il PCC ha giustificato il proprio diritto di governare tramite la drastica riduzione della povertà prodotta dalla liberalizzazione dell’economia cinese.

Oggi tuttavia, per tutta una serie di fattori (declino demografico, diminuzione delle risorse naturali, competizione da parte dei Paesi in via di sviluppo), la crescita è rallentata. Anzi, con il repentino invecchiamento della popolazione, è probabile che la Cina entri in futuro in un periodo di stagnazione economica.

Il PCC ne è al corrente, e sta correndo ai ripari.

Ecco dunque il perché della retorica aggressiva di Xi Jinping su Taiwan, ed ecco perché non può tornare indietro sulla strategia “zero-Covid”.

Soffiare sulla fiamma del nazionalismo aiuta a distrarre i cittadini dalla situazione economica, supportando così il “Mandato del Cielo” del PCC.

Al contrario, se Xi Jinping cambiasse la propria linea sul Covid, questo vorrebbe dire ammettere ai cittadini che il governo ha inflitto loro sofferenze inutili.

Un simile governo, ovviamente, sarebbe un governo che ha perso il “Mandato del Cielo”.

LE CONSEGUENZE

Sia ben chiaro: il Partito Comunista Cinese gode ancora di una forte presa sul potere. Decine di milioni di cinesi, fra funzionari del Partito e semplici iscritti, traggono vantaggio dal suo governo, e sono pronti quindi a difenderlo.

Oltretutto, a differenza delle dinastie imperiali che lo hanno preceduto, il PCC dispone di sofisticati sistemi tecnologici per tenere a bada il malcontento popolare, e stroncare sul nascere qualsiasi seria opposizione.

Tuttavia, il tempo non sembra essere dalla sua parte. La sua gestione del Covid in generale, e gli ultimi lockdown in particolare, hanno disilluso molti cittadini in merito ai vantaggi della vita sotto il regime comunista.

Senza dubbio, questa non è l’ultima crisi che Xi Jinping ed i suoi successori si ritroveranno ad affrontare. Forse il lockdown di Shanghai sta per finire, ma è facile che in futuro il PCC sarà costretto a prendere altre decisioni impopolari, per non ammettere i suoi fallimenti.

Ad ogni crisi, sempre più cittadini resteranno disillusi, ed arriveranno alla conclusione che i benefici offerti dal sistema non superano più gli svantaggi.

In questo scenario, chissà per quanto ancora il PCC riuscirà a preservare il suo “Mandato del Cielo”.

FONTI

1) https://www.vox.com/future-perfect/23057000/beijing-covid-zero-lockdown-china-pandemic

2) https://www.bbc.com/news/world-asia-china-61023811

3) https://www.reuters.com/world/china/shanghai-inches-towards-covid-lockdown-exit-beijing-plays-defence-2022-05-21/

4) https://www.ilpost.it/2022/03/30/cina-zero-covid-omicron-coronavirus/

5) https://www.afr.com/world/asia/worse-than-wuhan-shanghai-suffers-as-xi-doubles-down-20220505-p5aiun

Sul pensiero di Bastiat

Innamoratevi della libertà. Amare la libertà significa, tra le altre cose, interiorizzare il pensiero di Frèdèric Bastiat (1801-1850), economista, filosofo e giornalista francese. La filosofia economica di Bastiat è controcorrente e molto attuale: l’economista francese fu un liberale, un libertario e un liberista ante litteram.

In una società italiana oppressa dallo statalismo più soffocante, le riflessioni di Bastiat sono uno spiraglio di luce. 

Bastiat ha il pregio di essere attuale senza mai sbiadire nel tempo; non si conformò al pensiero economico o filosofico accademico e mainstream, basato su assunti (totalmente fallaci) come il progressismo, la giustizia sociale o il politicamente corretto. Il suo stile di scrittura fu limpido e chiaro, ispirato al giornalismo. Non è un caso che Schumpeter lo definì come il più grande giornalista economico del suo tempo.

 

La prima lezione di Bastiat, che dobbiamo rivendicare ancora con più forza ai giorni nostri, è la teoria della difesa dell’individuo.

Nella sua opera “La legge”, Bastiat difese la concezione del diritto naturale (Ius naturae), ereditata da Grozio e Locke. L’individuo unico e irripetibile della tradizione cristiana e liberale possiede dei diritti inalienabili, come la vita, la proprietà e la libertà, che derivano direttamente da Dio. Bastiat operò una sforbiciata alla “Ockham” e ribaltò la concezione negativa di Bentham sui diritti naturali o individuali.

I reali “nonsensi sui trampoli” (secondo un’espressione dello stesso Bentham) sono il diritto statale e le sue norme positive e arbitrarie vigenti in un determinato territorio.

 

La seconda straordinaria lezione che possiamo ricavare da Bastiat è la critica dello statalismo. Con il suo inchiostro limpido, il pensatore francese smontò i pregiudizi cristallizzati degli statalisti e le loro opinioni fittizie. Pensiamo solo alla politica economica. L’intervento dello Stato in economia non solo produce inefficienze e disfunzionalità, ma apporta “storture” all’equilibrio del mercato e alla libera iniziativa privata.

La teoria dominante ed in voga nei dipartimenti economici – ovvero la teoria keynesiana – concepisce lo Stato come una sorta di pianificatore retto e morale, guidato dall’intervento dei policy maker, degli ingegneri sociali, ovvero i politici (e i tecnici loro amici). Questa concezione non è solo falsa ma è anche smentita dalla realtà dei fatti.

Bastiat ci mise in guardia in “Quello che si vede e quello che non si vede” sui rischi dell’interventismo statale (con il famoso racconto della “Finestra Rotta”). Inoltre, criticò il monopolio pubblico su certe merci e prodotti, così come sulla moneta e sull’istruzione.

 

Bastiat non fu solo un ottimo pensatore; egli applicò sul campo le sue idee. Pensiamo solo alla politica fiscale. Bastiat fu un apologeta del libero commercio, del laissez faire, dell’ordine spontaneo del mercato e dei suoi meccanismi interni (a partire dalla “mano invisibile” che guida le scelte degli operatori economici). Per questo motivo attaccò senza sosta la politica fiscale francese dell’epoca.

Lo Stato, per l’economista francese, non solo non produce nulla, non solo offre sul mercato, rispetto ai concorrenti privati, servizi o beni costosi e scadenti; ma soprattutto lo Stato non possiede risorse proprie ed è per questo motivo che ambisce a detenere un “patrimonio preda” attraverso la spoliazione legale dei contribuenti.

Attraverso la tassazione lo Stato nutre se stesso e le proprie “élite”, danneggiando in questo modo i produttori della ricchezza, spogliati “legalmente” del frutto del proprio lavoro e delle proprie fatiche. Per Bastiat tutto questo è ingiusto e intollerabile.

 

Il suo lavoro mina le false certezze che contraddistinguono la nostra atmosfera culturale, frutto dell’egemonia di una ristretta minoranza astiosa verso il lavoro, la responsabilità e le fatiche. Una delle opere fondamentali del suo sterminato pantheon economico porta il titolo di “Sofismi economici”. I sofismi sono frutto di un errore della ragione e della logica umana. Al posto della verità si mettono simulacri tanto sbagliati quanto pericolosi. Ed ecco che in economia come in filosofia, nella letteratura come nel giornalismo, dominano opinioni prive di qualunque fondamento. Bastiat ci insegna ad usare la logica e a fare a meno di queste idee false e obsolete.

 

Bastiat è stato un precursore di molti dei concetti espressi in seguito da un grande gruppo di economisti: la Scuola Economica Austriaca. La linfa vitale di questo approccio economico è la libertà, il rigore analitico e la critica di tutti quei substrati che si oppongono al mercato (in primis il marxismo). Accanto al collettivismo sono messi in stato d’accusa i principi della pianificazione centrale. Gli austriaci rivendicano la libertà economica, contro socialisti e statalisti vari.

Leggete quindi Bastiat, per non perdere mai la speranza nemmeno nei momenti difficili che sono parte integrante della storia. Siate dei “Bastiat contrari”, per non adeguare la vostra mentalità al conformismo della nostra epoca.

Bernie Sanders e la tassazione al 95%

Questo articolo è una traduzione del pezzo “Bernie Sanders Just Proposed a 95% Business Tax. Here’s Why That’s So Absurd” di Brad Polumbo, uscito su fee.org (Foundation for Economic Education) il 30/03/2022 e che potete leggere in originale qui: https://fee.org/articles/bernie-sanders-just-proposed-a-95-business-tax-here-s-why-that-s-so-absurd/

 

Prezzi alti della benzina ed inflazione fuori controllo sono generalmente le prime cause di preoccupazione per molti americani ad oggi.

Come risultato, i politici progressisti si sentono sotto pressione quando devono giustificare perché la stampa di denaro da parte del governo federale ed il deficit non ne sono i responsabili. E se l’ultima radicale proposta di Bernie Sanders ci dice qualcosa, alcuni di loro sono arrivati alla frutta.

 

Il senatore del Vermont ha appena svelato una proposta di legge per una tassa al 95% —esatto, 95%!— sui profitti aziendali al di sopra dei loro livelli pre-pandemia. Questo fa parte del suo più ampio tentativo di incolpare l’avidità delle imprese e il loro “ingiusto aumento dei prezzi” per gli effetti dell’inflazione.

Gli americani sono stufi di farsi derubare dalle corporations che fanno profitti record, mentre famiglie di operai pagano cifre esorbitanti per benzina, affitto e cibo” dice Sanders in un tweet[1] commentando le notizie. “È giunta l’ora che il Congresso si metta al servizio delle famiglie dei lavoratori ed esiga che le grandi corporations paghino la loro giusta quota”.

Di seguito alcuni dettagli del piano del senatore.

Le aziende potrebbero pagare l’attuale 21% dell’aliquota d’imposta sulle società sui guadagni fino ai livelli pre-pandemia e poi il 95% sui profitti oltre quei livelli.” spiega Bloomberg: “La tassazione totale viene bloccata al 75% del fatturato aziendale in un singolo anno. L’imposta verrebbe inoltre solo applicata ad aziende con almeno 500 milioni di $ di fatturato annuale”.[2]

 

Vediamo i tre grossi problemi di questa radicale e fuorviante proposta.

 

1. Non risolve il vero problema

L’avidità delle aziende e il loro “ingiusto aumento dei prezzi” non sono, in effetti, la ragione dietro l’attuale innalzamento dei prezzi che sta colpendo così duramente le famiglie americane. Come ha fatto notare l’economista Brian Riedl [3], le compagnie petrolifere, per esempio, non sono meno “avide” o “bramose di profitto” oggi di quanto non lo fossero nel maggio 2020, quando la benzina costava meno di 2$ al gallone.

Erano molto generose allora e sono molto avide oggi? Certo che no.

Economisti di ogni gruppo politica hanno liquidato l’uscita di Sanders come senza senso e sconnessa dalla realtà. Un sondaggio IMG di Chicago ha rivelato che l’80% degli economisti non è d’accordo con questa spiegazione dell’inflazione[4].

 

2. Aumentare la tassazione sulle imprese porterebbe a prezzi più alti e danneggerebbe l’americano medio invece di aiutarlo

L’aumento delle tasse sulle imprese, naturalmente, aumenterebbe i costi che i fornitori devono sostenere.

Quindi, é un classico esempio da manuale di qualcosa che causa scarsità di offerta. Cosa succede quando l’offerta cala? Avete indovinato, i prezzi salgono.

 

Diminuendo i profitti, questa politica scoraggerebbe le aziende dal reinvestire nella creazione di nuove tecnologie per aumentare l’offerta di petrolio” spiega l’economista della FEE Peter Jacobsen “e potrebbe anche incentivare le aziende a spostarsi fuori dagli Stati Uniti”.

Per queste ragioni un’ulteriore tassa sui profitti farebbe calare ulteriormente l’offerta di petrolio” ha detto, prendendo come esempio un settore che ne verrebbe colpito “Qualsiasi altra cosa simile porterebbe ad un innalzamento del prezzo alle pompe di benzina”.

 

Il senatore Sanders vorrebbe rispondere alla grande inflazione causata dall’ingerenza del governo con… maggior ingerenze nel mercato da parte del governo. È davvero una sorpresa che questo peggiorerebbe la situazione?

 

3. Il profitto è in realtà una cosa buona, non qualcosa da punire.

Il piano di Sanders è sbagliato dal principio, nell’incolpare il profitto quando è invece qualcosa che andrebbe celebrato.

 

Questo fraintendimento è il motivo per cui l’economista del Cato Institute Chris Edwards ha definito il piano “un’idiozia“.

Una cosa che la sinistra sembra non in grado di afferrare completamente a proposito del libero mercato è l’enorme rischio che le aziende corrono, e che  è vero che esse incassano i profitti, ma anche le perdite” ha detto Edwards a FEE “Si accusano le aziende con grandi profitti, ma quelle con perdite vengono accusate di avere una cattiva gestione. La realtà è che col tempo i guadagni tendono ad eguagliarsi fra le diverse aziende e a tornare a livelli normali, seguendo il flusso di denaro che gli investitori apportano ai vincenti e che sottraggono ai perdenti. E se il governo non si mette in mezzo, la competizione si mangia qualsiasi profitto superiore alla norma”.

 

I profitti sono benefici perché rappresentano un segnale che indica agli investitori dove allocare risorse che beneficino la crescita economica della nazione” ha aggiunto l’economista. “Anche i lavoratori ne giovano in quanto le risorse col tempo vengono dirottate verso aziende profittevoli aumentandone la produttività. La maggior parte dei profitti viene infatti reinvestita per ampliare le aziende, il che aiuta anche i lavoratori”.

L’idea di Sanders sarebbe di rubare più profitti dalle aziende, lasciandone meno per reinvestirlo e riducendo così le opportunità per i lavoratori” conclude Edwards.

 

Quest’argomentazione fa eco alle parole del celebre economista Ludwig von Mises, che notoriamente spiegava “Il profitto è la forza trainante dell’economia di mercato (…). Nel dichiarare guerra al profitto i governi sabotano deliberatamente il funzionamento dell’economia di mercato”.

 

In definitiva: una cattiva idea radicata nella lotta di classe.

Non c’è modo di difendere il nuovo radicale piano di Sanders nei suoi meriti. Tassare i profitti aziendali al 95%, anche se solo le aziende oltre una certa dimensione, è oscenamente ingiusto, da analfabeti economici e totalmente fuori strada per quanto riguarda l’arginare il vero problema dell’inflazione.

Quello che c’è davvero dietro questa proposta non sono considerazioni politiche ragionate ma l’invidia e l’incitamento alla lotta di classe, tipiche di Bernie Sanders. Mentre potrà giovargli dal punto di vista politico, questo non è il modo di far funzionare un Paese.

 

Traduzione di Claudio Colonna

 

[1] https://twitter.com/SenSanders/status/1507430127843655690

[2] https://www.bloomberg.com/news/articles/2022-03-25/sanders-floats-95-corporate-levy-going-after-jpmorgan-chevron

[3] https://twitter.com/Brian_Riedl/status/1494092072479084544

[4] https://www.igmchicago.org/surveys/inflation-market-power-and-price-controls/

Yeti Carbon Footprint

Il termine Carbon Footprint è entrato nel linguaggio comune, evolvendosi da termine tecnico a parola di uso frequente nell’ambito delle tematiche ambientali. A partire dal 2020, i dati Google mostrano infatti un evidente incremento delle ricerche per queste keyword (Fig. a lato).

Quindi, è particolarmente curioso che ancora non vi siano metodi di calcolo e modelli che possano definirlo in modo semplice e preciso, nonostante ci siano enormi quantità di pubblicazioni che vantano calcoli “precisi” del CF.

Il Carbon Footprint (nel seguito CF) è, nella concezione comune, una quantità che indica l’impatto ambientale di un certo prodotto, servizio o attività. Una definizione che appare semplice e chiara, con valori facili da comprendere (quando posti in paragone: se il mio CF è doppio del tuo, allora “inquino” il doppio).

Questa semplificazione, che ne ha consentito la propagazione in quasi tutti gli ambienti della società (dai Consigli di Amministrazione alle scuole) è in realtà una grossolana sottostima della complessità di un indicatore che – se calcolato correttamente – potrebbe dare importanti informazioni sull’ottimizzazione dei processi produttivi e di smaltimento.

Le definizioni politiche o manageriali di CF erano estremamente vaghe fino a quando Thomas Wieldmann e Jan Minx (Wieldmann and Minx, 2008) ne proposero una definizione accademica, il più precisa possibile: “Il Carbon Footprint è una misura completa dell’ammontare totale di emissioni di biossido di carbonio che sono direttamente o indirettamente causate da una attività o si sono accumulate durante gli stati di vita di un prodotto.”

Il significato, qui riformulato non tanto per renderlo più comprensibile quanto per mettere in evidenza la complessità del concetto, è il seguente: per ogni attività, prodotto, servizio o persona, il CF rappresenta la quantità totale di CO2 (biossido di carbonio, espressa in Kg o comunque in peso) emessa in atmosfera da tutte le fasi di creazione e di smaltimento, considerando ogni aspetto del processo, sommato sul tempo totale di vita del prodotto.

Questa definizione ci fornisce le indicazioni di base, ma restano aperti i problemi di calcolo effettivo, che sono estremamente complicati. Ad esempio, la CO2 non è l’unico gas-serra (GHG, GreenHouse Gas): includere altri gas (tipo il metano) implica aumentare la complessità del calcolo; d’altra parte, escluderli ne diminuisce la precisione.

Altro esempio: nel definire le emissioni di produzione devono essere incluse anche le emissioni dovute al personale coinvolto, ma in misura adatta a non sovrastimare l’emissione (il lavoratore non arriva in azienda per produrre esclusivamente quel prodotto).

Il problema è che a volte le aziende non sono disposte a rivelare i dettagli del loro sistema di produzione (per motivi di brevetto o di segreto industriale), così come i governi non forniscono tutti allo stesso modo i parametri necessari alla valutazione della fase di trasporto internazionale.

Le complessità citate sopra (solamente indicative) hanno portato manager pubblici e privati ad adottare sistemi meno complessi (quali il @UK PLC), basati semplicemente sul costo di un prodotto e su un database di categorie preordinate.

Il risultato di questa semplificazione è però una forte riduzione della precisione, che può arrivare a rendere inadeguato il risultato. In un lavoro di Barnett et al (2013) è mostrato come utilizzando due metodologie diverse nel calcolo del CF di 365 prodotti, i risultati sono completamente scorrelati (vedi fig. sotto).

Ecco il motivo per cui nel titolo compare lo Yeti come paragone per il Carbon Footprint: tutti lo conoscono, nessuno l’ha realmente visto.

Valori di CF ottenuti con due diverse metodologie. Se i due metodi fossero affidabili, i punti si sarebbero allineati sulla linea rossa.

Il CF ha quindi un grave difetto di precisione, che (a seconda del metodo utilizzato) pregiudica i risultati per le categorie di prodotti/ servizi più piccoli (una persona, un oggetto od una famiglia) oppure per le grandi realtà pubbliche e private.

Con queste premesse, ci si aspetterebbe che l’utilizzo del CF sia confinato ad ambiti ristretti, dove il detto “meglio una misura qualunque che nessuna misura” ha più senso.

Troviamo invece il CF citato e preso in considerazione in ambienti in cui il risultato non può che essere impreciso, se non completamente inattendibile, come il CF di una casa, di una famiglia o di un’auto.

Basarsi su indicatori che sono fondamentalmente imprecisi è un grave rischio. Il burocrate o parlamentare medio, che ha scarse conoscenze ma ampi poteri legislativi, proverà a convertire i buoni propositi ambientali in leggi, regolamenti e divieti che gravano pesantemente sulla vita dei cittadini, senza essere efficaci nel contrasto al cambiamento climatico.

La PCA, o Personal Carbon Allowance, è stata già pensata nel 2008 nel Regno Unito, come misura per contrastare l’aumento delle emissioni di gas serra. In pratica si sarebbe stabilito un tetto massimo alle emissioni (quindi il CF) che una persona poteva utilizzare per scaldare la propria casa, comprare cibo, andare al lavoro, ecc.; cioè, semplicemente, vivere.

Il progetto non è stato messo in pratica perché ritenuto politicamente inammissibile, ma le recenti misure fortemente coercitive legate alla pandemia hanno rivalutato la possibilità che il PCA possa essere, ora, socialmente accettabile.

Su Nature, la prestigiosa rivista scientifica inglese, un articolo di Fuso Nerini et al. (2021) discute come la PCA sia ora potenzialmente ammissibile e, anzi, auspicabile. Senza segnalare l’inaffidabilità del calcolo del CF, e con solo un fugace riferimento ai problemi di privacy, l’articolo ipotizza il modellamento dei comportamenti individuali, dai viaggi alla scelta del cibo, utilizzando come sensori le tecnologie già presenti (controllo degli spostamenti tramite cellulare-GoogleMap, verifica dei consumi tramite apparecchiature Smart Home). 

Riassumendo in modo estremo, possiamo dire che le nostre libertà individuali potrebbero essere revocate sulla base di misure di Carbon Footprint la cui attendibilità è praticamente nulla. Non possiamo lasciare che avvenga qualcosa del genere; è importante discutere del Carbon Footprint e del cambiamento climatico in maniera seria, senza semplificazioni e senza coercizioni dall’alto. 

Referenze

Wiedmann,T., Minx,J. (2008). A Definition of Carbon Footprint, in C.Pertsova(ed.) Ecological Economics Research Trends, Nova Science Publisher, Chapter 1, pp.1-11

Barnett, A. J., Barraclough, R. W., Becerra, V. and Nasuto, S. (2013). A comparison of methods for calculating the carbon footprint of a product.

Kruger, J., & Dunning, D. (1999). Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments. Journal of Personality and Social Psychology, 77(6), 1121.

Defra, UK, 2008, Synthesis report on the findings from Defra’s pre-feasibility study into personal carbon trading, Department for Environment, Food and Rural Affairs, https://www.teqs.net/Synthesis.pdf

Fuso Nerini, F., Fawcett, T., Parag, Y. et al. Personal carbon allowances revisited. Nature Sustain 4, 1025–1031 (2021).

Scuola libertaria, e dopo il voucher?

Ho pubblicato articoli sul tema istruzione dal mio punto di vista liberale classico, e mi è sempre dispiaciuto non potervi offrire anche la visione dei libertari. Fortunatamente ora, grazie a Mises.org, posso proporvi la traduzione di un articolo libertario del 2000 a cura di William Anderson sul lasciare l’istruzione al mercato. Pur non condividendone totalmente i contenuti l’ho trovata una lettura interessante che vi lascio volentieri.

I voucher scuola sono un punto caldo dell’attuale campagna elettorale e mettono contro democratici e repubblicani, con i primi che sostengono che danneggerebbero la scuola pubblica e i secondi che credono siano necessari per migliorare l’istruzione, specie per i più poveri. Come normale nel nostro panorama politico, sbagliano entrambi i lati.

I contrari ai voucher cadono quasi sempre in due categorie: i primi temono che siano una minaccia allo status quo della pubblica istruzione, visto che sempre più genitori iscriverebbero i propri figli nelle scuole private avendo i fondi per farlo, i secondi vedono invece nei voucher un cavallo di Troia che permetterebbe al governo di regolare le scuole private.

Essendo convinto che le scuole pubbliche siano viziate ogni oltre possibile sistemazione, per me è benvenuto ogni cambiamento che possa favorire la fine di questo mostro che danneggia le nostre libertà mentre svuota i nostri portafogli. Quindi, se credessi che i voucher fossero effettivamente capaci di danneggiare l’establishment delle scuole pubbliche, li sosterrei nonostante i miei timori.

In ogni caso, chi vede i voucher come un cavallo di Troia ha ragione, ma si perde un punto importante: i voucher non sono altro che una forma di “socialismo di mercato”. Vogliono giocare al mercato usando hardware socialista, una cosa che però in URSS ha mostrato di non funzionare e che quindi fallirebbe anche qui.

Il primo campione dei voucher fu Milton Friedman che li propose nel suo libro del 1962 “Capitalismo e Libertà” come maniera per migliorare l’istruzione per i giovani. Li ha poi riproposti nel suo “Liberi di Scegliere”, un best-seller, divenuto poi una serie di successo sulla televisione pubblica americana. I voucher, argomentava, creerebbero un mercato competititvo in un settore oggi dominato dal governo.

Le sue critiche della scuola pubblica sono fondamentalmente accurate. Le scuole pubbliche sono un monopolio intrusivo e ingombrante, come tutti i monopoli statali, e dunque falliscono quando si tratta di istruire bambini e ragazzi. Contro il monopolio Friedman e altri, soprattutto vari editorialisti neoconservatori del Wall Street Journal, propongono il già citato modello a voucher. A detta loro permettere ad ogni famiglia di usare il voucher per pagare la retta di una scuola privata darebbe ai figli l’opportunità di frequentare una scuola di qualità al posto di una decadente scuola pubblica.

L’idea sembra essere meritoria a prima vista, ma in verità ha vari problemi. Prima di tutto, come fatto notare da molti critici conservatori e libertari, i voucher – essendo finanziati dalle tasse – permetterebbero allo Stato di regolare le scuole private nella stessa maniera in cui regola gli istituti che, già oggi, ricevono sussidi statali. Dunque, il settore potrebbe trovarsi paralizzato e schiacciato molto presto dal governo. 

Ma passiamo alla seconda obiezione: l’obiettivo del voucher è quello di “creare un mercato” dove tale mercato non esiste. Purtroppo, come fatto notare molte volte da Murray Rothbard e da Ludwig von Mises, un mercato è impossibile senza veri diritti di proprietà. I voucher sono finanziati dallo Stato, coi soldi dei contribuenti. Non sono più privati di un’autostrada o del Ponte di Brooklyn.

Il problema della proprietà privata è importante: senza tali diritti il programma a voucher opererebbe a volontà degli enti statali, che potrebbero cambiarne i termini a loro piacimento. Un governo potrebbe dare un voucher senza farsi troppe domande, quello dopo potrebbe chiedere “responsabilità” o abolire direttamente il programma, se così chiedesse il sindacato dei docenti.

In sostanza, a differenza dell’apparato attuale, dove il governo fa pagare delle tasse per l’istruzione ma lascia comunque liberi di utilizzare quanto risparmiato per un’istruzione privata (d’altronde, miei soldi = mia proprietà), in un sistema del genere sarebbe lo Stato a pagare. Uno Stato che potrebbe limitarne l’uso su pressione di gruppi di interesse che non sono certamente interessati ai diritti delle famiglie.

Come fatto presente sempre da Rothbard e Mises, senza diritti di proprietà, il calcolo economico è una simpatica commedia degli errori. Ciò porterebbe a tre probabili scenari:

  1. La nuova domanda nel settore delle scuole private porterebbe ad un aumento delle rette, impedendo comunque a molte famiglie di mandare i figli nella scuola preferita e con politici che possono usare gli eventi per parlare di speculazione e proporre nuove regolamentazioni, spesso non necessarie e non sagge
  2. La nuova domanda porterebbe a varie start-up dell’istruzione: alcune assolutamente legittime, altre losche, i cui crimini porterebbero i politici a colpire duro sul settore privato, anche quello legittimo
  3. L’oligopolio: come mostrato da vari economisti le aziende già presenti sul mercato sono in grado di prendere in mano rapidamente il processo regolatorio, lasciando fuori i piccoli concorrenti. 

L’ultimo scenario è molto probabile in caso di adozione massiccia dei voucher: in principio scuole pubbliche e sindacati resisterebbero all’introduzione, ma prima o poi si renderebbero conto che i flussi di danaro permettono loro di avere più potere sulle operazioni delle scuole private.

Così, sorgerebbero alleanze tra questi ultimi e le scuole private più importanti, che non desiderano competere con piccole istituzioni, portando a regolamentazioni in grado di danneggiarle o portarle al fallimento.

In altre parole, il voucher sembra un’ottima idea ed è proposto in buona fede da chi vuole davvero mettere in discussione il monopolio statale sull’istruzione, ma i programmi a voucher hanno troppi problemi intrinseci. Non creano vere condizioni di mercato perché non sono proprietà privata. Esattamente come il socialismo di mercato di Lange sono misure a metà che, alla fine, metterebbero in trappola le scuole private più di quanto lo siano oggi.

Putin ed i suoi oligarchi: breve storia della cleptocrazia russa

La Russia di Putin, come qualsiasi altro Stato di polizia, è uno Stato governato da criminali. I crimini qui discussi, però, non sono quelli che stanno venendo alla luce in questi giorni a Bucha, Irpin, Hostomel.

Si tratta di crimini altrettanto disgustosi, ma un po’ meno sanguinari. Questa è la storia della cricca decadente, corrotta e megalomane di oligarchi che fa capo a Putin, e che ha reso possibile tutti gli orrori che vediamo oggi.

Le origini

Lo Stato ereditato da Putin vent’anni fa era una nazione in crisi. I cittadini russi non solo avevano visto il loro Paese ridotto da superpotenza a potenza regionale, si erano anche ritrovati grandemente impoveriti sotto Yeltsin.

Durante il suo governo, beni statali vennero privatizzati in massa, ufficialmente allo scopo di aprire la Russia all’economia di mercato e di generare fondi per il nuovo governo post-sovietico.

Quello che accadde in realtà, però, fu che pochi politici e burocrati si arricchirono, svendendo proprietà dello Stato ad una stretta cerchia di uomini politicamente ben collegati. Oggi li conosciamo come oligarchi.

Gli oligarchi ed i loro amici prosperarono, ma il cittadino russo medio rimase povero ed amareggiato. In questi anni, circa un terzo della popolazione russa viveva sotto la soglia di povertà[1].

Per via della carenza di fondi (dato che il ricavato delle privatizzazioni era andato perso in corruzione), il governo dovette tagliare pesantemente il welfare ed i servizi come scuola e sanità, esacerbando il malcontento popolare.

A tutto ciò bisogna poi aggiungere l’inflazione galoppante, che dopo il “martedì nero” del 1994 raggiunse livelli critici (in questo periodo, un dollaro americano valeva circa 4000 rubli)[2].

Per proteggersi da tale malcontento, gli oligarchi si affidarono al braccio destro di Yeltsin, favorendone l’ascesa. Costui era un politico fino a quel momento semi-sconosciuto, un certo Vladimir Putin.

Gli anni d’oro

La scommessa degli oligarchi si rivelò, all’inizio, un successo. Dal 1999 (inizio del primo mandato di Putin come presidente) al 2014 (annessione della Crimea), l’economia russa prosperò.

Questo soprattutto grazie ad un fattore esterno a Putin, cioè il massiccio aumento dei prezzi degli idrocarburi, che la Russia produce ed esporta in grandi quantità.

Fra il 1998 ed il 2008, l’economia russa crebbe del 7-8% ogni anno[3]. In seguito, con la grande recessione ed il conseguente crollo del prezzo di gas e petrolio, tale crescita rallentò, ma la Russia soffrì meno per la crisi rispetto ai Paesi occidentali.

Complessivamente, questo periodo fu molto piacevole per il cittadino medio russo, infatti il numero di persone sotto la soglia di povertà scese al 10%, ed il potere d’acquisto dei russi (malgrado l’inflazione) aumentò di quasi dieci volte[4].

Risulta facile capire come mai Putin non abbia avuto grandi difficoltà nel farsi rieleggere una volta dopo l’altra.

Certo, per andare sul sicuro il suo governo ha perseguitato, imprigionato o assassinato chiunque minacciasse il suo potere, ma in ogni caso i consensi necessari non mancavano.

Non bisogna però lasciarsi trarre in inganno da questa prosperità apparente. La vendita dei combustibili fossili russi ha generato enormi profitti, non c’è dubbio, ma di tali profitti ai cittadini sono andate solo le briciole.

La parte più consistente, infatti, è rimasta nelle mani degli oligarchi e dello stesso Putin, il quale ne ha approfittato, tra le altre cose, per farsi costruire una gigantesca villa sul mar Nero da 1.4 miliardi di dollari (a spese dei contribuenti)[5].

Le prime sconfitte

La luna di miele fra Putin e l’economia non durò a lungo. Dal 2014 in poi, per via delle sanzioni occidentali dovute all’annessione della Crimea e del calo nel prezzo degli idrocarburi, la Russia è entrata in una grave recessione, che ha spazzato via gran parte dei risultati economici conseguiti nei primi anni Duemila.

Come ai tempi di Yeltsin, il governo russo si è ritrovato a corto di fondi, e sempre come allora ha dovuto tagliare welfare e servizi.

La strategia di Putin per mantenere il consenso popolare, quindi, è cambiata. Per distrarre i cittadini dal peggioramento dei loro standard di vita, il governo si è affidato sempre di più ai successi militari[6].

Con le avventure militari in Crimea, Donbass e Siria, il presidente russo ha potuto “dimostrare” ai suoi concittadini di aver restaurato il prestigio nazionale all’estero. Grazie al controllo dei media da parte del governo, tale strategia si è rivelata complessivamente un successo nel preservare la popolarità di Putin.

Il suo regime, tuttavia, non è più stabile come una volta, e questo ha avuto profonde conseguenze. Negli ultimi otto anni, le ultime tracce di democrazia e legalità sono state spazzate via.

Nuove riforme autoritarie hanno indebolito il sistema giudiziario ed il Parlamento, concentrando il potere nelle mani del presidente. Emendamenti alla Costituzione hanno aperto a Putin la possibilità di restare al governo per altri due mandati, fino al 2036[7].

L’evoluzione sempre più marcatamente dittatoriale della scena politica russa non ha colpito solo i cittadini comuni. Stavolta, neanche gli oligarchi stessi sono stati risparmiati dal mostro che hanno contribuito a creare.

Quale futuro?

Un esempio di come il rapporto fra Putin e gli oligarchi sia cambiato è dato dal “caso Bashneft”.

Nel 2014 l’oligarca Vladimir Evtushenkov venne inaspettatamente arrestato, e la sua compagnia petrolifera (Bashneft) venne statalizzata[8].

Tempo dopo, il governo russo mise in vendita la compagnia, e molti oligarchi si mostrarono interessati ad acquistarla. Tra questi spiccava Igor Sechin, CEO di Rosneft (la più grande compagnia petrolifera russa), probabile istigatore della caduta in disgrazia di Evtushenkov.

Sechin, però, era già considerato da molti come il secondo uomo più potente in Russia dopo Putin, di conseguenza il presidente intimò a Sechin di rinunciare ai suoi progetti.

Inizialmente Sechin si rifiutò, ed arrivò perfino a cercare il sostegno di altri oligarchi, ma venne ben presto messo all’angolo.

Nel 2015, di punto in bianco, Putin obbligò il potente Vladimir Yakunin, oligarca a capo delle Ferrovie dello Stato russe, a dimettersi. In questo modo, gli altri oligarchi capirono che nessuno di loro era intoccabile. Sechin tornò sui propri passi e rinunciò ai suoi piani[9].

Questa storia, come tante altre, mostra come il rapporto di potere fra Putin e la sua vecchia cerchia si sia capovolto nel corso degli anni.

Un tempo, lui era il politico semi-sconosciuto, scelto dagli oligarchi come burattino per proteggere i loro interessi. Oggi, lui è lo zar indiscusso di tutta la Russia, davanti al quale perfino i più ricchi fra loro devono piegarsi.

Come accadde in Germania all’epoca di Hitler, i ricchi e potenti che ne hanno appoggiato l’ascesa al potere sono stati messi da parte e ora non possono più contrastarlo, neanche quando i suoi piani vanno contro i loro interessi. La guerra criminale in Ucraina è solo l’ennesima dimostrazione della loro impotenza.

Quale futuro attende Putin, i suoi oligarchi e la cleptocrazia che hanno creato? Difficile da prevedere. Una cosa, però, è certa: ancora una volta, il russo medio finirà per pagare gli errori e gli eccessi dei suoi governanti.

[1][2] https://www.crf-usa.org/bill-of-rights-in-action/bria-8-1-c-on-the-road-to-revolution-with-boris-yeltsin

[3][4] https://www.youtube.com/watch?v=2F4x2-rVkIk&t=585s

[5] https://fortune.com/2022/03/02/vladimir-putin-net-worth-2022/

[6] https://www.youtube.com/watch?v=ZAMz5kgb7V4

[7] https://www.institutmontaigne.org/en/blog/putins-grip-power-beginning-end

[8][9] https://www.youtube.com/watch?v=BT4sK36cU3Y&t=598s

Un tributo a F.A. von Hayek – di Ludwig von Mises

(Scritto per essere letto durante una cena in onore di Hayek, Chicago, 24 Maggio 1962)

Mi dispiace che per una serie di motivi — la geografia, la mia agenda fitta di impegni e non ultimo la mia età — non sia riuscito a partecipare a questa cena. Se fossi stato lì presente, avrei detto qualche parola sul conto del professor Hayek e sui suoi traguardi. Per come stanno le cose, devo mettere per iscritto questi pensieri e ringraziare i nostri amici che lo leggeranno per me.

Per apprezzare pienamente i risultati del professor Hayek, bisogna tener conto delle condizioni politiche, economiche e ideologiche prevalenti in Europa, e soprattutto a Vienna, alla fine della Prima Guerra Mondiale.

Per secoli, i popoli d’Europa hanno cercato la libertà e hanno tentato di liberarsi da governanti tirannici per istituire governi rappresentativi. Tutti gli uomini ragionevoli chiedevano la sostituzione del potere arbitrario di principi ed oligarchi ereditari con l’istituzione di uno stato di diritto. Questa accettazione generale del principio di libertà era talmente radicata che anche i partiti marxisti furono costretti a fare ad essa concessioni verbali. Decisero di definirsi socialdemocratici. Questo riferimento alla democrazia era, naturalmente, un tentativo di gettare il fumo negli occhi agli elettori, poiché i seguaci di Marx erano pienamente consapevoli del fatto che il socialismo non significa libertà dell’individuo, ma la sua completa sottomissione agli ordini dell’autorità centrale. Ma i milioni di persone che hanno votato i partiti socialisti erano convinti che la progressiva dissoluzione dello Stato significasse libertà illimitata per tutti e non sapevano come interpretare l’oscura espressione “dittatura del proletariato”.

Ma ora c’era di nuovo un dittatore all’opera, un uomo che – sulla scia di Cromwell e di Napoleone – scioglieva il Parlamento liberamente eletto a suffragio e liquidava senza pietà tutti coloro che osavano opporsi a lui. Questo nuovo dittatore rivendicava un potere illimitato non solo nel suo Paese, ma in tutti i Paesi. Migliaia e migliaia di sedicenti intellettuali di tutte le nazioni sostenevano con entusiasmo la sua rivendicazione.

Solo chi ha vissuto in Europa Centrale in quegli anni critici tra la caduta dell’impero zarista e il tracollo definitivo delle valute dell’Europa Centrale sa quanto fosse difficile per un giovane, in quel periodo, non arrendersi al comunismo o a uno degli altri partiti dittatoriali che ben presto sorsero come scadenti imitazioni del modello russo. Friedrich von Hayek faceva parte di questo piccolo gruppo di dissidenti che si rifiutò di unirsi a quello che Julien Benda chiamò appropriatamente il “tradimento degli intellettuali”[1]. Hayek era un solerte allievo della Facoltà di Giurisprudenza e Scienze Sociali dell’Università di Vienna e a tempo debito ottenne il dottorato. Poi gli fu offerta l’opportunità di trascorrere un anno e diversi mesi a New York come segretario del professor Jeremiah Jenks della New York University, un grande esperto nel campo delle politiche monetarie internazionali.

Qualche tempo dopo il suo ritorno a Vienna, gli fu affidata la gestione di un ente di ricerca di recente fondazione, l’Istituto Austriaco per la Ricerca sul Ciclo Economico. Svolse un brillante lavoro in questo ambito, non solo come economista ma anche come statistico e amministratore. Ma in tutti questi anni il suo principale interesse fu quello degli studi economici. Era uno dei giovani che parteciparono alle lezioni e alle discussioni presso il mio Seminario Privato all’Università di Vienna. Pubblicò diversi ottimi saggi sui problemi del denaro, dei prezzi e del ciclo economico.

Le condizioni politiche in Austria rendevano piuttosto complicata la sua nomina a professore ordinario in un’università austriaca. Ma l’Inghilterra, a quel tempo, era ancora libera da pregiudizi nei confronti dell’economia di libero mercato. Così, nel 1931, Hayek fu nominato professore di scienze economiche e statistiche all’Università di Londra. Liberato dalle responsabilità amministrative che avevano ridotto il tempo che poteva dedicare al lavoro scientifico a Vienna, ora poteva pubblicare una serie di importanti contributi alla teoria economica e alla loro applicazione nella politica. Ben presto fu considerato uno dei più importanti economisti del nostro tempo.

L’economista non è un semplice teorico il cui lavoro è di diretto interesse solo per gli altri economisti ed è raramente letto e compreso da persone al di fuori degli “addetti ai lavori”. Quando si occupa degli effetti delle politiche economiche, si trova per forza di cose sempre in mezzo alle controversie che ruotano attorno alle politiche, e quindi al destino, delle nazioni. Che gli piaccia o no, è costretto a lottare per le sue idee e a difenderle da attacchi feroci.

Il dottor Hayek ha pubblicato molti libri e saggi importanti e il suo nome sarà ricordato come uno dei più grandi economisti. Ma ciò che lo ha fatto conoscere da un giorno all’altro a tutte le persone in Occidente, è stato un breve saggio pubblicato nel 1944, La via della schiavitù.

In quel momento, le nazioni occidentali stavano combattendo le dittature nazi-fasciste, in nome della libertà e dei diritti dell’uomo. Per come la vedevano gli Alleati, i loro avversari erano schiavi, mentre loro stessi erano risolutamente dediti alla conservazione dei grandi ideali dell’individualismo. Ma Hayek scoprì il carattere illusorio di questa interpretazione. Egli mostrò che tutte quelle caratteristiche del sistema economico nazista che apparivano come riprovevoli agli occhi degli inglesi e anche dei loro alleati occidentali, erano proprio il risultato necessario delle politiche a cui miravano i cosiddetti progressisti, i pianificatori, i socialisti e, negli Stati Uniti, i sostenitori del New Deal. Mentre combattevano il totalitarismo, gli inglesi e i loro alleati si entusiasmarono per i piani di trasformazione dei loro paesi in regimi totalitari e procedevano sempre più lontano su questa strada verso la schiavitù.

Nel giro di poche settimane, il libro divenne un bestseller e fu tradotto in tutte le lingue più diffuse. Molti sono così gentili da chiamarmi uno dei padri della rinascita del liberalismo classico. Mi chiedo se sia davvero così. Ma non c’è alcun dubbio che il professor Hayek con la sua Via della schiavitù abbia spianato la strada alla formazione di un’organizzazione internazionale degli amici della libertà. È stata la sua iniziativa che ha portato, nel 1947, alla fondazione della Mont Pelerin Society, in cui collaborano eminenti liberali e libertari di tutti i Paesi di questo lato della cortina di ferro.

Dopo aver dedicato trent’anni allo studio dei problemi della teoria economica e dell’epistemologia delle scienze sociali e aver svolto un lavoro pionieristico nel trattamento di molti di questi problemi, il professor Hayek si è rivolto alla filosofia generale della libertà. Il risultato dei suoi studi è il monumentale saggio La Società Libera, pubblicato due anni fa. È il frutto degli anni trascorsi in questo Paese come professore all’Università di Chicago. È particolarmente significativo che questo rampollo di origine austriaca della Scuola Austriaca di Economia, che ha insegnato per molti anni a Londra, abbia scritto il suo libro sulla libertà nel Paese di Jefferson e Thoreau.

Non stiamo perdendo del tutto il professor Hayek. D’ora in poi insegnerà in un’università tedesca, ma siamo certi che di tanto in tanto tornerà in questo Paese per conferenze e congressi. E siamo certi che, in queste visite, avrà molto da dire sull’epistemologia, sul capitale e sul capitalismo, sul denaro, sulle banche e sul ciclo del commercio, e, prima di tutto, anche sulla libertà. In attesa di ciò, possiamo considerare un buon auspicio che il nome della città dove insegnerà sia Friburgo, Freiburg in tedesco. “Frei” – che significa libera.

Non consideriamo l’evento di stasera come una festa di addio. Non diciamo “addio”, diciamo “alla prossima volta”.

Traduzione a cura di Gabriele Pierguidi e Alessio Langiano

Fonte: https://mises.org/library/tribute-fa-von-hayek

[1] Riferimento all’opera di Julien Benda The Treason of the Intellectuals (1928), tradotta in italiano come “Il tradimento dei chierici”.

Pensieri sulla burocrazia – di Ludwig von Mises

L’effetto della burocratizzazione si manifesta chiaramente nel suo rappresentante: il burocrate. In un’impresa privata, le assunzioni di lavoro non sono un dono caritatevole, ma una transazione commerciale da cui entrambe le parti, datore di lavoro e dipendente, traggono beneficio.

Il datore di lavoro si impegna a pagare un salario corrispondente al valore del lavoro svolto. Se non lo fa, rischia di perdere il proprio dipendente per un concorrente che lo paghi meglio. L’impiegato, per non perdere il proprio lavoro, deve a sua volta sforzarsi di adempiere ai doveri della sua posizione abbastanza bene da valere il suo salario. Poiché l’impiego non è un favore, ma una transazione commerciale, l’impiegato non deve temere di essere licenziato se vittima di pregiudizi soggettivi. Per l’imprenditore che licenzia, per ragioni di natura personale, un impiegato utile che vale veramente la sua paga, nuoce solo a sé stesso e non al lavoratore, che può trovare una posizione simile altrove.

È quindi conveniente affidare al direttore di ogni reparto l’autorità di assumere e dirigere gli impiegati. Questo perché sotto la pressione del controllo esercitato sulle sue attività dalla contabilità in entrata e in uscita, egli deve fare in modo che il suo reparto fatturi il più possibile, e quindi è obbligato, nel suo stesso interesse, a non perdere i migliori impiegati. Se per dispetto licenzia qualcuno che non avrebbe dovuto allontanare, dunque se le sue azioni sono motivate da ragioni personali e non oggettive, allora è lui stesso a subirne le conseguenze.

In un’organizzazione burocratica le cose sono molto diverse. Il contributo produttivo del singolo dipartimento, dunque del singolo dipendente, anche di chi ricopre una posizione dirigenziale, è immerso in un terreno fertile per favoritismi e favoreggiamenti personali, sia nella nomina che nella remunerazione. Il fatto che l’intercessione di persone influenti svolga un ruolo molto importante nelle assunzioni della pubblica amministrazione non è dovuto ad una particolare bassezza morale da parte dei responsabili delle assunzioni, ma al fatto che non esiste un criterio oggettivo a priori per determinare quanto un individuo sia qualificato per una determinata posizione. Naturalmente, è il più competente che dovrebbe essere assunto, ma la domanda è: Chi è il più competente? Un certo grado di discrezionalità è necessariamente impiegato nel confrontare le qualifiche di diversi individui.

La crescita del clientelismo

Al fine di mantenere questo entro i limiti più stretti possibili, si inseriscono condizioni formali per la nomina e la promozione. Il raggiungimento di una particolare posizione viene fatto dipendere dall’adempimento di certi requisiti formativi, dal superamento di esami e da un determinato periodo di lavoro in altre posizioni; la promozione dipende dunque dagli anni di servizio precedenti.

Naturalmente, tutti questi espedienti non sostituiscono in alcun modo la possibilità di trovare il miglior candidato disponibile per ogni posto di lavoro attraverso il calcolo di profitti e perdite. Sarebbe inopportuno sottolineare che la frequenza scolastica, lo studio e l’anzianità non offrono la minima garanzia che la scelta sia giusta. Anzi, il sistema impedisce fin dal primo momento a persone preparate e competenti di occupare posizioni in linea con le proprie competenze e capacità. Non è mai avvenuto che una persona realmente competente sia salita al vertice seguendo un iter prestabilito di studio e di promozione a tempo debito, secondo modalità predefinite. Anche in Germania, che ha una pia fede nei propri burocrati, l’espressione “un perfetto funzionario” è usata per indicare una persona dal carattere debole e inefficiente, per quanto ben intenzionata.

Il marchio caratteristico della gestione burocratica è quindi che le manca la guida fornita dal calcolo di utili e perdite nel giudicare il proprio successo in relazione alle spese sostenute ed è quindi obbligata, al fine di compensare a questa mancanza, a ricorrere all’espediente del tutto inadeguato di subordinare la gestione degli affari e l’assunzione del proprio personale a una serie di direttive formali. Tutti i mali che comunemente vengono imputati alla gestione burocratica sono il risultato di questa fondamentale carenza.

Un’impresa pubblica che si prefigge l’obiettivo di massimizzare i profitti può ovviamente fare uso del calcolo monetario fintanto che la maggior parte delle imprese è di proprietà privata e quindi esiste ancora un mercato e si formano i prezzi di mercato. L’unico ostacolo al suo funzionamento e sviluppo è il fatto che i suoi dirigenti, in quanto funzionari dello Stato, non hanno l’interesse personale per raggiungere il successo o evitare il fallimento dell’impresa, che invece è un aspetto fondamentale delle imprese private. Non si può quindi permettere al direttore di agire liberamente e in modo indipendente nel prendere le decisioni cruciali.

Ma, di fatto, solo raramente un’impresa pubblica mira semplicemente al profitto e mette da parte tutte le altre considerazioni. Normalmente si pretende che un’impresa pubblica tenga conto di determinate esigenze “nazionali”. Ci si aspetta, per esempio, che nella sua politica di approvvigionamento e vendita favorisca la produzione nazionale a discapito di quella straniera. Si esige dalle ferrovie statali che fissino una linea di prezzi finalizzata a una specifica politica commerciale da parte del governo, che costruiscano e mantengano linee infruttuose, semplicemente per promuovere lo sviluppo economico di una certa zona, e che ne gestiscano altre per ragioni strategiche o simili.

Quando tali fattori giocano un ruolo nella gestione di un’impresa, ogni controllo con metodi di contabilità industriale e con il calcolo dei profitti e delle perdite è fuori questione. Il direttore delle ferrovie statali che presenta un bilancio sfavorevole alla fine dell’anno può dire: “Le linee ferroviarie sotto la mia supervisione hanno sicuramente operato in perdita se rigidamente comparate alle imprese private in cerca di mero profitto: ma se si prendono in considerazione fattori come la nostra politica economica e militare nazionale, non si deve dimenticare che hanno realizzato molto, anche se ciò non rientra nel calcolo di profitti e perdite”. In tali circostanze, quando si giudica il successo di un’impresa il calcolo di utili e perdite non ha alcun valore, cosicché – anche a prescindere da altri fattori della stessa natura – deve necessariamente essere gestita in modo tanto burocratico quanto, per esempio, l’amministrazione di una prigione o di un ufficio delle imposte.

La burocratizzazione delle imprese private

Nessuna impresa privata, per quanto possa essere grande, potrà mai diventare burocratica fintanto che sia interamente e unicamente gestita sulla base del profitto. La ferma adesione al principio imprenditoriale del massimo profitto rende possibile a qualsiasi impresa, anche la più grande, di stabilire con precisione il ruolo svolto da ogni movimento e dall’attività di ogni dipartimento in vista del risultato totale. Focalizzarsi sull’obiettivo finale permette all’impresa di aggirare i mali della burocratizzazione.

La burocratizzazione delle imprese private che vediamo in corso ovunque oggi è il risultato dell’interventismo, che le costringe a prendere in considerazione fattori che, se fossero libere di organizzare autonomamente la propria attività, non giocherebbero alcun ruolo all’interno dei loro affari. Se un’impresa deve prestare attenzione ai pregiudizi politici di ogni tipo per evitare di essere continuamente perseguita da vari organi dello stato, non sarà più in grado di basare i propri calcoli sul solido terreno di utile e perdita. Giusto per fare un esempio, immaginiamo che alcuni enti pubblici statunitensi, per evitare conflitti con l’opinione pubblica e con gli organi legislativo, giudiziario e amministrativo dello Stato, decidano di non assumere cattolici, ebrei, atei, darwinisti, uomini di colore, irlandesi, tedeschi, italiani e tutti gli immigrati appena sbarcati. In uno stato interventista, ogni impresa ha la necessità di adeguarsi agli ordini delle autorità per evitare pesanti sanzioni.

Il risultato è che queste e altre questioni estranee al principio di ricerca del profitto della gestione imprenditoriale iniziano a giocare un ruolo sempre più importante nella gestione degli affari, mentre il ruolo giocato dal calcolo e dalla gestione dei costi diminuisce sempre di più, e l’impresa privata comincia a imitare la gestione delle imprese pubbliche, adeguandosi al loro elaborato apparato di regole formalmente prescritte. In una parola, si burocratizza.

Pertanto, la progressiva burocratizzazione delle grandi imprese non è affatto il risultato automatico e inesorabile dello sviluppo dell’economia capitalista. Non è altro, invece, che la conseguenza necessaria dell’adozione di una politica interventista. In assenza di interferenza dello Stato negli affari, anche le aziende più grandi potrebbero essere gestite con spirito commerciale esattamente come le piccole imprese.

Traduzione a cura di Laura Pizzorusso

Fonte: https://www.cato.org/sites/cato.org/files/serials/files/regulation/1985/9/v9n5-8.pdf?queryID=c72ba5cc5b55e62f7ba6cac911721184

La rivoluzione americana è stata radicale? – di Murray N. Rothbard

La visione neo-conservatrice della Rivoluzione Americana

Soprattutto a partire dai primi anni Cinquanta, l’America si è opposta alle rivoluzioni in tutto il mondo; nel farlo ha generato una storiografia che nega il proprio passato rivoluzionario. Questa visione neo-conservatrice della Rivoluzione Americana, facendo eco allo scrittore reazionario al soldo dei governi austriaco e inglese dei primi anni del XIX secolo, Friedrich von Gentz[1], cerca di isolare la Rivoluzione Americana da tutte le rivoluzioni del mondo occidentale che l’hanno preceduta e seguita.

La Rivoluzione Americana, secondo questo punto di vista, è stata unica. L’unica di tutte le rivoluzioni moderne a non essere stata davvero rivoluzionaria; è stata invece moderata, conservatrice, dedita solo a difendere le istituzioni esistenti dall’aggressione britannica. Inoltre era meravigliosamente armoniosa e consensuale, come tutto in America. A differenza della malvagia Rivoluzione Francese e di altre rivoluzioni in Europa, la Rivoluzione Americana non ha quindi sconvolto o cambiato nulla. Non è stata dunque una vera e propria rivoluzione; e certamente non è stata radicale.

 

Le rivoluzioni sono una reazione all’oppressione

Ora, questa visione, in primo luogo, dimostra un’estrema ingenuità sulla natura della rivoluzione. Nessuna rivoluzione è mai scaturita dal vertice della società esistente, completamente formata e armata di tutto punto come Atena scaturì dalla testa di Zeus; nessuna rivoluzione è mai emersa da un vuoto. Nessuna rivoluzione è mai nata solo dalle idee, ma solo da una lunga serie di abusi e da una lunga storia di preparazione, ideologica e istituzionale. E nessuna rivoluzione, neanche la più radicale, dalla Rivoluzione Inglese del XVII secolo alle molte rivoluzioni del Terzo Mondo del XX secolo,  è mai nata se non come reazione a una crescente oppressione da parte dell’apparato statale esistente.

In questo senso ogni rivoluzione è una reazione alla crescente oppressione; e in questo senso, tutte le rivoluzioni possono essere definite “conservatrici”; ma questo creerebbe confusione intorno al significato dei concetti ideologici. Se le rivoluzioni Francese e Russa possono essere definite “conservatrici”, allora lo stesso vale per quella Americana. Si applica alla ribellione di Bacon[2] della fine del XVII secolo come alla Rivoluzione americana della fine del XVIII secolo. Come ha giustamente sottolineato la Dichiarazione d’Indipendenza (una buona fonte per comprendere la Rivoluzione):

La prudenza, certamente, impone che i governi di antica data non siano cambiati per cause leggere e transitorie; e tutta l’esperienza ha dimostrato che l’umanità è più disposta a soffrire i torti di un cattivo governo, finché sopportabili, che a farsi giustizia abolendo le forme a cui è abituata. Ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni… rivela un progetto per ridurli sotto un dispotismo assoluto, è allora loro diritto e loro dovere respingere tale governo. …”

Ci vuole una lunga serie di abusi per persuadere la massa a rinunciare alle proprie abitudini e alla propria lealtà e a fare la rivoluzione; da qui l’assurdità di definire la Rivoluzione Americana come “conservatrice” in questo senso. In effetti, proprio questa svolta contro le abitudini esistenti, l’atto stesso della rivoluzione, è di conseguenza un atto straordinariamente radicale. Tutte le rivoluzioni di massa, anzi, tutte le rivoluzioni che si distinguono dai meri colpi di Stato, portando le masse all’azione violenta, sono quindi di per sé eventi estremamente radicali. Tutte le rivoluzioni sono radicali.

 

La tradizione radicale americana

Ma il profondo radicalismo della Rivoluzione Americana va ben oltre ciò. È stato indissolubilmente legato sia alle rivoluzioni radicali che l’hanno preceduta che a quelle che le sono succeduta, in particolare la Rivoluzione Francese. Le ricerche di Caroline Robbins e Bernard Bailyn hanno mostrato l’imprescindibile nesso fra l’ideologia radicale dei rivoluzionari repubblicani inglesi del XVII secolo e i rivoluzionari francesi e americani, passando attraverso i Commonwealth Men[3] di fine XVII secolo e inizio XVIII secolo. E questa ideologia dei diritti naturali e della libertà individuale era rivoluzionaria fino al midollo. Come Lord Acton[4] ha sottolineato a proposito del liberalismo radicale, nel porre “ciò che dovrebbe essere” come rigoroso punto di riferimento per giudicare “ciò che è”, ha in pratica creato uno standard di rivoluzione.

Gli americani erano sempre stati intrattabili, ribelli, insofferenti all’oppressione, come testimoniano le numerose ribellioni della fine del XVII secolo; avevano anche una loro eredità individualista e libertaria, i loro Anne Hutchinsons[5] e i quasi anarchici del Rhode Island, alcuni direttamente collegati con l’ala sinistra della Rivoluzione inglese. Ora, rafforzati e guidati dall’ideologia libertaria dei diritti naturali sviluppata nel XVIII secolo, e reagendo all’aggressione dello Stato imperiale britannico nella sfera economica, costituzionale e religiosa, gli americani, nel corso di scontri sempre più intensi e radicalizzati con la Gran Bretagna, fecero e vinsero la loro Rivoluzione. Nel farlo, questa rivoluzione basata sull’ideologia libertaria che pervadeva sempre più l’opinione illuminata in Europa diede uno slancio incommensurabile al movimento rivoluzionario liberale in tutto il Vecchio Mondo, perché costituiva l’esempio vivente di una rivoluzione liberale che aveva colto un’audace opportunità contro lo Stato più potente del mondo e contro ogni previsione aveva avuto successo. Essa, in effetti, era diventata un faro luminoso per tutti i popoli oppressi del mondo!

La rivoluzione americana è stata radicale in molti altri modi. Fu la prima guerra di liberazione nazionale di successo contro l’imperialismo occidentale. Una guerra popolare, condotta dalla maggioranza degli americani che avevano il coraggio e il fervore di sollevarsi contro il governo “legittimo” costituito, riuscì a cacciare il “sovrano”. Una guerra rivoluzionaria condotta da “fanatici” e zelosi che respingevano i richiami al compromesso e all’adeguarsi al sistema esistente.

Come guerra popolare, fu vittoriosa perché contro l’esercito britannico, meglio armato e meglio addestrato, furono impiegate strategia e tattiche di guerriglia – strategia e tattiche di conflitto prolungato basate proprio sul sostegno di massa. Le tattiche di assalto, di mobilità, di sorpresa, di logoramento e di attacco alle linee di rifornimento portarono infine all’accerchiamento del nemico. Considerando che la teoria della guerriglia non era ancora stata sviluppata, è stato notevole che gli americani abbiano avuto il coraggio e l’iniziativa di impiegarla. Tutte le loro vittorie si basavano su concetti di guerriglia, mentre tutte le sconfitte americane provenivano dall’ostinata insistenza di uomini come Washington su un convenzionale confronto militare in campo aperto, di tipo europeo.

 

La guerra civile all’interno della Rivoluzione Americana

Inoltre, come ogni guerra popolare, la Rivoluzione Americana inevitabilmente spaccò la società in due. La Rivoluzione non è stata un’emanazione pacifica di un generale “consenso” americano; al contrario, come abbiamo visto, fu una guerra civile che portò all’espulsione permanente di 100.000 Tories[6] dagli Stati Uniti. I lealisti furono cacciati, perseguitati, a volte uccisi e i loro beni confiscati; cosa c’è di più radicale di questo? Come in tante altre cose, la Rivoluzione Francese fu anticipata in questo dagli americani.

La contraddizione interna fra l’obiettivo della libertà e la lotta contro i Tories durante la Rivoluzione ha mostrato come le rivoluzioni siano tentate di tradire i propri principi nella foga della battaglia. La Rivoluzione Americana ha prefigurato anche l’uso improprio dell’inflazione di cartamoneta, e dei severi controlli sui prezzi e sui salari che si dimostrarono altrettanto impraticabili in America come in Francia. E, poiché il governo costituito veniva ignorato o rovesciato, gli americani hanno fatto ricorso a nuove forme di governo quasi anarchiche: comitati locali spontanei. In effetti, il nuovo Stato e i futuri governi federali sono spesso emersi da federazioni e alleanze di comitati locali e di contea. Anche in questo caso, “comitati d’ispezione”, “comitati di sicurezza pubblica”, ecc., anticipavano la via francese e altre vie rivoluzionarie. Ciò significava, come fu illustrato nel modo più chiaro in Pennsylvania, l’innovazione rivoluzionaria di istituzioni parallele, di doppi poteri, che sfidavano e alla fine semplicemente sostituivano le vecchie e consolidate forme di governo. Niente, in questo quadro della Rivoluzione americana, avrebbe potuto essere più radicale, più rivoluzionario.

Ma, si può dire, in fondo si trattava solo di una rivoluzione esterna; anche se la Rivoluzione Americana era radicale, era solo un radicalismo diretto contro la Gran Bretagna. Non c’è stato alcuno sconvolgimento radicale in patria, nessuna “rivoluzione interna”. Anche qui, tale visione tradisce un concetto molto ingenuo di rivoluzione e di guerre di liberazione nazionale. Se il bersaglio della sollevazione era ovviamente la Gran Bretagna, l’inevitabile conseguenza indiretta fu un cambiamento radicale all’interno degli Stati Uniti. La prima e più ovvia conseguenza fu che il successo della rivoluzione significò inevitabilmente il rovesciamento e lo sfollamento delle élite conservatrici lealiste, in particolare degli oligarchi locali e dei membri dei consigli dei governatori creati e sostenuti dal governo britannico. La liberazione del commercio e della manifattura dalle catene imperiali britanniche significò anche qui la cacciata dei Tory da posizioni di privilegio economico.

La confisca dei possedimenti dei Tory, soprattutto nello Stato semi-feudale di New York ebbe un forte effetto democratizzante e liberalizzante sulla struttura della proprietà terriera negli Stati Uniti. Uniti. Questo processo fu anche notevolmente promosso dall’inevitabile espropriazione delle vaste proprietà terriere britanniche in Pennsylvania, Maryland, Virginia e North Carolina. L’inattesa acquisizione del territorio a ovest degli Appalachi con il trattato di pace aprì vaste quantità di terre vergini alla liberalizzazione ulteriore della struttura fondiaria, a condizione che le società di speculazione terriera, come era sempre più chiaro, fossero tenute a bada. La rivoluzione portò anche un inevitabile ritorno della libertà religiosa con la liberazione di molti Stati, soprattutto nel Sud, dall’anglicanesimo imposto dagli inglesi.

 

Gli sconvolgimenti interni portati dalla Rivoluzione

Con questi radicali processi avviati inevitabilmente dallo scoppio della guerra contro la Gran Bretagna, non sorprende che questo percorso rivoluzionario interno andasse oltre. All’attacco al feudalesimo si aggiunse una spinta contro i retaggi dell’inalienabilità e della primogenitura; dall’ideologia della libertà individuale – e dalla partecipazione britannica alla tratta degli schiavi – venne un attacco generale a quel commercio, e, nel Nord, una spinta governativa contro la schiavitù stessa, che ebbe successo.

Un altro corollario necessario, e spesso trascurato, della Rivoluzione fu che l’evento stesso della rivoluzione (escludendo il Connecticut e il Rhode Island, dove già prima non esisteva alcun governo britannico) destituì il regime locale esistente. L’improvvisa eliminazione di quel regime riportò il governo in una forma frammentata, locale, quasi anarchica.

Se consideriamo anche che la Rivoluzione fu consapevolmente e fortemente diretta contro le tasse e contro il potere del governo centrale, l’inevitabile spinta della Rivoluzione per una trasformazione radicale verso la libertà diventa chiarissima. Non sorprende quindi che le tredici colonie ribelli fossero separate e decentralizzate, e che per diversi anni anche i governi statali separati non abbiano osato imporre tasse alla popolazione. Inoltre, dal momento che il controllo reale nelle colonie aveva significato il controllo del potere esecutivo, giudiziario e legislativo (sulla camera alta) da parte degli incaricati reali, la spinta libertaria della Rivoluzione era inevitabilmente contro questi strumenti di oligarchia e a favore di forme democratiche rispondenti e facilmente controllabili dal popolo. Non è un caso che gli Stati in cui questo tipo di rivoluzione interna contro l’oligarchia fece più progressi erano quelli in cui l’oligarchia era più riluttante a rompere con la Gran Bretagna.

In Pennsylvania per esempio la spinta radicale per l’indipendenza ebbe come conseguenza che l’oligarchia riluttante dovesse essere messa da parte, e questo processo condusse alla costituzione più liberale e democratica di tutti gli stati. (Una costituzione notevolmente liberale e democratica è anche il risultato della necessità del Vermont di ribellarsi contro l’imperialismo di New York e del New Hampshire verso le terre del Vermont). D’altra parte, il Rhode Island e il Connecticut, dove non esisteva alcun governo britannico locale, non subirono un tale cataclisma interno.

La rivoluzione interna arrivò quindi dall’esterno, ma avvenne comunque. A causa di questi inevitabili effetti libertari interni, la spinta al ripristino del governo centrale attraverso la tassazione e il mercantilismo dovette essere un progetto consapevole e determinato da parte dei conservatori – una spinta contro le conseguenze naturali della Rivoluzione.

 

La Rivoluzione come guerra popolare

Poiché la Rivoluzione è stata una guerra popolare, la portata della partecipazione di massa nelle milizie e nei comitati condusse necessariamente a una democratizzazione del suffragio nei nuovi Stati. Inoltre, il principio di “nessuna tassazione senza rappresentanza” poteva essere facilmente applicato internamente, così come le restrizioni britanniche al principio di “un uomo, un voto”. Anche se recenti ricerche hanno dimostrato che i requisiti del suffragio coloniale erano molto più liberali di quanto si fosse pensato, è vero che il suffragio fu significativamente ampliato dalla Rivoluzione in metà degli Stati.

Questo allargamento è stato aiutato ovunque dal deprezzamento dell’unità monetaria (e quindi dei requisiti di proprietà esistenti) provocato dall’inflazione che contribuì a finanziare la guerra. Chilton Williamson, il più attento e giudizioso degli storici recenti del suffragio americano, ne ha concluso che:

La Rivoluzione operò probabilmente per aumentare le dimensioni di quel gruppo di maschi adulti che era stato in grado di soddisfare i vecchi criteri di possesso terriero e di libera proprietà prima del 1776. (…)

L’aumento del numero di elettori non fu probabilmente così significativo come il fatto che la Rivoluzione aveva reso esplicita l’idea di base che il voto aveva poco o nulla a che fare con la proprietà immobiliare e che questa idea doveva riflettersi accuratamente nella legge. (…)

I cambiamenti di suffragio apportati durante la Rivoluzione sono stati i più importanti di tutta la storia della riforma del suffragio americano. In retrospettiva è chiaro che i rivoluzionari hanno impegnato il paese verso un suffragio democratico.”[7]

Anche se molte delle costituzioni statali, sotto l’influenza di pensatori conservatori, si rivelarono essere testi reazionari opposti agli iniziali sviluppi rivoluzionari, l’atto stesso di farle fu radicale e rivoluzionario, perché significava che ciò che i pensatori radicali e illuministi avevano detto era in effetti vero: gli uomini non dovevano sottomettersi ciecamente all’abitudine, al costume, a “prescrizioni” irrazionali. Dopo aver violentemente cacciato il governo prestabilito, potevano sedersi e creare coscientemente il proprio governo con l’uso della ragione. Qui c’era davvero il radicalismo. Inoltre, con i Bills of Rights[8] i legislatori aggiunsero un tentativo significativo e consapevolmente libertario di impedire al governo di invadere la sfera dei diritti naturali dell’individuo, diritti che avevano appreso dalla grande tradizione libertaria inglese del secolo scorso.

 

La Rivoluzione Americana è stata radicale

Per tutti questi motivi, per la sua violenza di massa e per i suoi obiettivi libertari, la Rivoluzione americana fu ineluttabilmente radicale. Non ultima dimostrazione del suo radicalismo è l’impatto di questa rivoluzione nell’inspirare e generare le rivoluzioni dichiaratamente radicali in Europa, un impatto internazionale che è stato studiato a fondo da Robert Palmer e Jacques Godechot. Palmer ha riassunto in modo eloquente il significato che la Rivoluzione americana ha avuto per l’Europa:

La rivoluzione americana ha coinciso con il culmine dell’età dell’Illuminismo. È stata essa stessa, in qualche modo, il prodotto di quest’epoca. Molti in Europa, così come in America, videro nella rivoluzione americana una lezione e un incoraggiamento per l’umanità. Dimostrò che le idee liberali dell’Illuminismo potevano essere messe in pratica. Dimostrò, o si supponeva che dimostrasse, che le idee sui diritti dell’uomo e il contratto sociale, della libertà e dell’uguaglianza, della cittadinanza responsabile e della sovranità popolare, della libertà religiosa, della libertà di pensiero e di parola, della separazione dei poteri e delle costituzioni pianificate liberamente, non devono restare nel regno della speculazione, tra gli scrittori di libri; ma potrebbero diventare il vero tessuto della vita pubblica tra persone reali, in questo mondo, ora.[9]

 

 

 

Traduzione a cura di Giulia Forghieri e Alessio Langiano

Articolo originale: https://mises.org/library/was-american-revolution-radical

[1] Diplomatico e scrittore tedesco (1764-1832), dopo un iniziale sostegno alla Rivoluzione Francese, ne divenne un deciso oppositore, tanto da diventare il segretario del cancelliere austriaco Metternich e sostenere la reazione conservatrice e anti-liberale in Prussia e Austria dopo il Congresso di Vienna del 1815 (NdT).

[2] Sollevazione guidata dall’allevatore Nathaniel Bacon in Virginia nel 1676 e soffocata nel giro di qualche mese dalle truppe fedeli al governo britannico (NdT).

[3] I Commonwealth Men erano i membri di un movimento riformista britannico attivo alla fine del XVII e inizio XVIII secolo. Fra essi vi furono John Trenchard e Thomas Gordon, autori delle celebri Cato’s Letters del 1720-23, opera fondamentale per la cultura libertaria inglese ed americana (NdT).

[4] John Dalberg-Acton (1834-1902), storico e politico britannico, fra i più importanti pensatori liberali del XIX secolo (NdT).

[5] Teologa inglese puritana (1591-1643), fondò una nuova congregazione nelle colonie americane, sfidando le gerarchie puritane in quanto donna e per le sue dottrine religiose e politiche (NdT).

[6] Per “Tories” si intendevano i coloni americani lealisti, rimasti fedeli alla corona d’Inghilterra (NdT).

[7] Chilton Williamson, American Suffrage from Property in Democracy, 1760–1860 (Princeton, N.J.: Princeton University Press), pp. 111–12, 115–16.

[8] Per Bills of Rights si intendono in questo caso gli emendamenti alla Costituzione Americana proposti da James Madison nel 1789 e in gran parte approvati dal Congresso Americano e che comprendono, ad esempio, il Primo Emendamento, che garantisce la libertà religiosa, ed il Secondo Emendamento, che conferisce il diritto di portare armi (NdT).

[9] Robert Palmer, The Age of Democratic Revolution I: The Challenge (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1959), pp. 239–40.

Inflazione e controllo dei prezzi – di Ludwig von Mises

(articolo apparso su Commercial and Financial Chronicle, 20 dicembre 1945)

 

L’inutilità del controllo dei prezzi

Con il socialismo la produzione è interamente guidata dagli ordini del consiglio centrale di gestione della produzione. L’intera nazione è un “esercito industriale” (termine usato da Karl Marx nel Manifesto del Partito Comunista) e ogni cittadino è tenuto ad obbedire agli ordini del suo superiore. Ognuno deve contribuire all’esecuzione del piano globale adottato dal governo.

In un’economia libera nessuno “Zar della produzione” dice a un uomo cosa deve fare. Ognuno pianifica e agisce per sé stesso. Il coordinamento delle attività dei vari individui, e la loro integrazione in un sistema armonico per fornire ai consumatori i beni e i servizi che essi richiedono, è determinato dal processo di mercato e dalla struttura dei prezzi che esso genera.

Il mercato guida l’economia capitalistica. Indirizza le attività di ciascuno verso quei canali in cui serve al meglio i desideri dei suoi simili. Il mercato di per sé mette in ordine l’intero sistema sociale della proprietà privata dei mezzi di produzione e della libera impresa e gli fornisce senso e significato.

Non c’è nulla di automatico o misterioso nel funzionamento del mercato. Le uniche forze che determinano lo stato di continua fluttuazione dei prezzi sono le attribuzioni di valore dei vari individui che agiscono guidati da questi stessi giudizi. Il motore ultimo del mercato è lo sforzo di ogni uomo di soddisfare i propri bisogni e desideri nel miglior modo possibile. La supremazia del mercato equivale alla supremazia dei consumatori. Con il loro acquisto, e con la loro astensione dall’acquisto, i consumatori determinano non solo la struttura dei prezzi, ma anche ciò che deve essere prodotto e in quale quantità, qualità e da chi. Essi determinano il profitto o la perdita di ogni imprenditore, e decidono quindi chi deve possedere il capitale e gestire gli impianti. I consumatori impoveriscono alcuni ricchi e arricchiscono alcuni poveri. Il sistema del profitto è essenzialmente la produzione per l’uso, poiché i profitti possono essere ottenuti solo se si riesce a fornire ai consumatori nel modo migliore e più economico possibile le merci che essi vogliono utilizzare.

Segue che la manomissione della struttura dei prezzi del mercato da parte del governo dirotta la produzione altrove rispetto a dove i consumatori vogliono dirigerla. In un mercato non manipolato dall’interferenza del governo prevale la tendenza a espandere la produzione di ogni articolo fino al punto in cui un’ulteriore espansione non pagherebbe perché le entrate realizzate non supererebbero i costi. Se il governo fissa un prezzo massimo per alcuni prodotti al di sotto del livello che il mercato libero avrebbe determinato per loro e rende illegale la vendita al prezzo di mercato potenziale, la produzione comporta una perdita per i produttori marginali. Coloro che producono con i costi più elevati abbandonano l’attività e impiegano i loro impianti per la produzione di altri prodotti di base, non interessati dai massimali di prezzo. L’interferenza del governo sul prezzo di una merce limita l’offerta disponibile per il consumo. Questo risultato è contrario alle intenzioni che hanno motivato il tetto dei prezzi. Il governo ha voluto facilitare l’ottenimento dell’articolo in questione. Ma il suo intervento si traduce in una riduzione dell’offerta prodotta e messa in vendita.

Se questa spiacevole esperienza non insegna alle autorità che il controllo dei prezzi è inutile e che la politica migliore sarebbe quella di astenersi da qualsiasi tentativo di controllare i prezzi, diventa necessario aggiungere alla prima misura, che fissava semplicemente un tetto al prezzo di uno o più beni di consumo, delle ulteriori misure. Diventa necessario fissare i prezzi dei fattori di produzione necessari per la produzione dei beni di consumo in questione.

Poi la stessa storia si ripete su un piano più remoto. L’offerta di quei fattori di produzione i cui prezzi sono stati limitati si riduce. E di nuovo il governo deve ampliare la sua sfera di controllo dei prezzi. Deve fissare i prezzi dei fattori di produzione secondari necessari per la produzione di questi fattori primari. Così il governo deve andare sempre più lontano. Deve fissare i prezzi di tutti i beni di consumo e di tutti i fattori di produzione, compreso il lavoro, e deve obbligare ogni imprenditore e ogni lavoratore a continuare la produzione a questi prezzi e salari. Nessun ramo della produzione deve essere escluso da questo controllo a tutto campo dei prezzi e dei salari e da questo comando generale di continuare la produzione. Se alcuni rami fossero lasciati liberi, il risultato sarebbe uno spostamento di capitale e di lavoro verso di essi e un corrispondente calo dell’offerta dei beni di cui il governo ha fissato i prezzi. Tuttavia sono proprio questi beni che il governo considera particolarmente importanti per la soddisfazione dei bisogni delle masse.

Ma quando si raggiunge un tale stato di controllo a tutto tondo delle imprese, l’economia di mercato è stata sostituita da un sistema di pianificazione centralizzata, dal socialismo. Non sono più i consumatori, ma il governo a decidere cosa deve essere prodotto e in quale quantità e qualità. Gli imprenditori non sono più imprenditori. Sono stati ridotti allo status di gestori di negozi – o Betriebsführer, come dicevano i nazisti – e sono tenuti ad obbedire agli ordini emessi dal consiglio centrale di gestione della produzione dello Stato. I lavoratori sono obbligati a lavorare negli stabilimenti a cui le autorità li hanno assegnati; il loro salario è determinato da leggi autoritarie. Il governo è supremo. Esso determina il reddito e il tenore di vita di ogni cittadino. È totalitario.

Il controllo dei prezzi è in contrasto con il suo stesso scopo se è limitato solo ad alcune materie prime. Non può funzionare in modo soddisfacente all’interno di un’economia di mercato. Gli sforzi per farlo funzionare devono ampliare la sfera delle materie prime soggette al controllo dei prezzi fino a quando i prezzi di tutte le materie prime e servizi non saranno regolati per mezzo di decreti autoritari e il mercato non cesserà di funzionare.

La produzione può essere guidata dai prezzi fissati sul mercato attraverso l’acquisto o l’astensione dall’acquisto da parte del pubblico; oppure può essere diretta dagli uffici governativi. Non esiste una terza soluzione. Il controllo governativo di una parte dei prezzi comporta solo uno stato di cose che – senza alcuna eccezione – tutti considerano assurdo e in contrasto con il suo stesso scopo. Il suo inevitabile risultato è il caos, il disordine sociale.

 

Il controllo dei prezzi in Germania

È stato ripetutamente affermato che l’esperienza tedesca ha dimostrato che il controllo dei prezzi è fattibile e può raggiungere i fini ricercati dal governo che ne fa uso. Nulla può essere più sbagliato.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il Reich tedesco adottò immediatamente una politica inflattiva. Per scongiurare l’inevitabile esito dell’inflazione, ossia un aumento generale dei prezzi, ricorse contemporaneamente al controllo dei prezzi. La tanto decantata efficienza della polizia tedesca riuscì a far rispettare questi prezzi massimi. Non esisteva un mercato nero. Ma l’offerta delle materie prime soggette al controllo dei prezzi diminuì rapidamente. I prezzi non aumentarono. Ma il pubblico non aveva più la possibilità di acquistare cibo, vestiti e scarpe. Il razionamento fu un fallimento. Anche se il governo riduceva sempre più le razioni assegnate a ciascun individuo, solo poche persone avevano la fortuna di ottenere tutto ciò che la tessera di razionamento prevedeva. Nei loro sforzi per far funzionare il sistema di controllo dei prezzi, le autorità ampliarono passo dopo passo la sfera delle materie prime soggette allo stesso. Un ramo di attività dopo l’altro venne centralizzato e messo sotto la gestione di un commissario governativo. Il governo ottenne il pieno controllo di tutti i rami vitali della produzione. Ma anche questo non fu sufficiente, altri rami dell’industria erano ancora liberi. Così il governo decise di spingersi ancora più in là.

Il Programma Hindenburg mirava a una pianificazione a tutto tondo della produzione. L’idea era di affidare la direzione di tutte le attività commerciali alle autorità. Se il Programma Hindenburg fosse stato eseguito, avrebbe trasformato la Germania in uno Stato puramente totalitario. Avrebbe realizzato l’ideale di Othmar Spann, il campione del socialismo “tedesco”, di fare della Germania un paese in cui la proprietà privata esiste solo in senso formale e legale, mentre in realtà esiste solo proprietà pubblica.

Tuttavia, il programma Hindenburg non era ancora stato completamente attuato quando il Reich crollò. La disintegrazione della burocrazia imperiale spazzò via tutto l’apparato del controllo dei prezzi e del socialismo di guerra. Ma gli autori nazionalisti continuarono a esaltare i meriti della Zwangswirtswirtschaft, l’economia obbligatoria. Era, dicevano, il metodo più perfetto per la realizzazione del socialismo in un paese prevalentemente industriale come la Germania. Festeggiarono quando il cancelliere Brüning nel 1931 tornò alle disposizioni essenziali del Programma Hindenburg e quando più tardi i nazisti applicarono questi decreti con la massima brutalità.

I nazisti non hanno imposto il controllo dei prezzi all’interno di un’economia di mercato, come sostengono i loro ammiratori stranieri. Con loro il controllo dei prezzi era solo un dispositivo nell’ambito di un sistema di pianificazione centrale a tutto campo. Nell’economia nazista non si parlava di iniziativa privata e di libera impresa. Tutte le attività di produzione erano dirette dal Reichswirtschaftsministerium. Nessuna impresa era libera di discostarsi dagli ordini emessi dal governo nello svolgimento della propria attività. Il controllo dei prezzi era solo un dispositivo nel complesso di innumerevoli decreti e ordini che regolavano i minimi dettagli di ogni attività commerciale e fissavano con precisione i compiti di ogni individuo, da un lato, e il suo reddito e il suo tenore di vita, dall’altro.

Ciò che rendeva difficile per molti comprendere la natura stessa del sistema economico nazista era il fatto che i nazisti non espropriarono apertamente gli imprenditori e i capitalisti e che non adottarono il principio di uguaglianza dei redditi che i bolscevichi sposarono nei primi anni del dominio sovietico e scartarono solo in seguito. Eppure i nazisti sottrassero completamente il controllo alla borghesia. Quegli imprenditori che non erano né ebrei né sospettati di avere tendenze liberali e pacifiste mantennero le loro posizioni nella struttura economica. Ma erano praticamente solo dipendenti pubblici salariati, tenuti a rispettare incondizionatamente gli ordini dei loro superiori, i burocrati del Reich e del partito nazista. I capitalisti ottennero i loro dividendi (fortemente ridotti). Ma come gli altri cittadini, non erano liberi di spendere una parte del loro reddito superiore a quella che il Partito riteneva adeguata al loro status e al loro rango nella gerarchia della leadership graduata. L’eccedenza doveva essere investita esattamente in conformità con gli ordini del Ministero dell’Economia.

L’esperienza della Germania nazista non ha certo smentito l’affermazione che il controllo dei prezzi è destinato al fallimento in un’economia non completamente socializzata. I sostenitori del controllo dei prezzi che fingono di voler preservare il sistema dell’iniziativa privata e della libera impresa si sbagliano di grosso. Quello che fanno veramente è paralizzare il funzionamento del dispositivo di guida di questo sistema. Non si preserva un sistema distruggendo il suo nervo vitale; così lo si uccide.

 

Fallacie popolari sull’inflazione

L’inflazione è il processo che determina un aumento lordo della quantità di denaro in circolazione. Il suo principale veicolo nell’Europa continentale è l’emissione di banconote a corso legale non rimborsabili. In questo paese [gli Stati Uniti, NdT] l’inflazione consiste principalmente nell’assunzione di prestiti governativi dalle banche commerciali e anche in un aumento della quantità di moneta cartacea e metallica di vario tipo. Il governo finanzia la sua spesa in deficit con l’inflazione.

L’inflazione si tradurrà in una tendenza generale all’aumento dei prezzi. Chi si trova nelle tasche la quantità aggiuntiva di valuta è in grado di espandere la propria domanda di beni e servizi vendibili. Una domanda aggiuntiva, a parità di altre condizioni, aumenterà i prezzi. Nessun sofisma e nessun sillogismo può far dimenticare questa inevitabile conseguenza dell’inflazione.

La rivoluzione semantica, che è uno dei tratti caratteristici dei nostri giorni, ha oscurato e confuso questo fatto. Il termine inflazione è usato con una nuova connotazione. Ciò che oggi la gente chiama “inflazione” non è l’inflazione, cioè l’aumento della quantità di denaro e di sostituti del denaro, ma l’aumento generale dei prezzi delle materie prime e dei salari, che è la conseguenza inevitabile dell’inflazione. Questa innovazione semantica non è affatto innocua.

Innanzitutto, non è più disponibile un termine per indicare ciò che significava l’inflazione. È impossibile combattere un male che non si può nominare. I politici non hanno più la possibilità di ricorrere a una terminologia accettata e compresa dal pubblico quando vogliono descrivere la politica finanziaria a cui si oppongono. Ogni volta che vogliono fare riferimento a questa politica, essi devono procedere a un’analisi e a una descrizione particolareggiata di questa politica, con tutti i suoi dettagli e le sue minuzie, e devono ripetere questa fastidiosa procedura in ogni frase in cui trattano questo argomento. Non potendo nominare la politica che aumenta la quantità del denaro in circolo, essa va avanti in modo sfrenato.

Il secondo problema è che coloro che sono impegnati in tentativi futili e senza speranza di combattere le inevitabili conseguenze dell’inflazione – l’aumento dei prezzi – pretendono di star lottando contro l’inflazione. Mentre combattono i sintomi, fingono di combattere le cause alla radice del male. E poiché non comprendono il rapporto di causalità tra l’aumento del denaro in circolazione e l’espansione del credito da un lato e l’aumento dei prezzi dall’altro, in pratica peggiorano le cose.

L’esempio migliore è dato dai sussidi. Come è stato sottolineato, le limitazioni di prezzo riducono l’offerta perché la produzione comporta una perdita per i produttori marginali. Per evitare questo risultato i governi spesso concedono sussidi agli agricoltori che operano con i costi più elevati. Questi sussidi sono finanziati da un’ulteriore espansione del credito. In questo modo I sussidi si traducono in un aumento della pressione inflazionistica. Se i consumatori dovessero pagare prezzi più alti per i prodotti in questione, non si verificherebbe nessun ulteriore effetto inflazionistico. I consumatori dovrebbero utilizzare per tali pagamenti eccedentari solo denaro già messo in circolazione. Così la presunta brillante idea di combattere l’inflazione con i sussidi porta di fatto ad un aumento dell’inflazione.

 

Le fallacie non devono essere importate

Oggi non c’è praticamente bisogno di discutere dell’inflazione relativamente leggera e innocua che, in un sistema gold standard, può essere causata da un grande aumento della produzione di oro. I problemi che il mondo deve affrontare oggi sono quelli dell’inflazione incontrollata. Una tale inflazione è sempre il risultato di una politica governativa intenzionale. Lo Stato da un lato non è disposto a limitare le proprie spese e dall’altro non vuole equilibrare il suo bilancio con le tasse riscosse o con i prestiti del pubblico. Sceglie quindi l’inflazione perché la considera il male minore. Continua ad espandere il credito e ad aumentare la quantità di denaro in circolazione perché non vede le conseguenze inevitabili di una tale politica.

Non c’è motivo di allarmarsi troppo per la misura in cui l’inflazione è già presente in questa nazione. Anche se si è spinta molto lontano e ha fatto molto male, non ha certo creato un disastro irreparabile. Non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano ancora liberi di cambiare i loro metodi di finanziamento e di tornare a una sana politica monetaria.

Il vero pericolo non consiste in ciò che è accaduto finora, ma nelle dottrine pretestuose da cui sono scaturiti questi eventi. La superstizione che sia possibile per il governo evitare le inesorabili conseguenze dell’inflazione attraverso il controllo dei prezzi è il pericolo principale. Perché questa dottrina distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dal nocciolo del problema. Mentre le autorità sono impegnate in un’inutile lotta contro i fenomeni che ne derivano, solo poche persone attaccano la fonte del male, ovvero i metodi usati dal Tesoro per provvedere alle enormi spese. Mentre i burocrati fanno notizia con le loro attività, i dati statistici relativi all’aumento della moneta nazionale sono relegati in un posto poco appariscente nelle pagine finanziarie dei giornali.

Anche in questo caso l’esempio della Germania può essere un avvertimento. La tremenda inflazione tedesca che nel 1923 ridusse il potere d’acquisto del marco a un miliardesimo del suo valore prima della guerra non è stato un atto di Dio. Sarebbe stato possibile riequilibrare il bilancio tedesco del dopoguerra senza ricorrere alla macchina da stampa della Reichsbank. La prova è che il bilancio del Reich è stato facilmente messo in pareggio non appena il fallimento della vecchia Reichsbank ha costretto il governo ad abbandonare la sua politica inflazionistica. Ma prima che ciò accadesse, tutti gli aspiranti esperti tedeschi negavano ostinatamente che l’aumento dei prezzi delle materie prime, dei salari e dei tassi di cambio avesse qualcosa a che fare con il metodo di spesa sconsiderata del governo. Ai loro occhi la colpa era solo del profitto. Essi sostenevano una rigorosa applicazione del controllo dei prezzi come panacea e chiamavano “deflazionisti” coloro che raccomandavano un cambiamento dei metodi finanziari.

I nazionalisti tedeschi furono sconfitti nelle due guerre più terribili della storia. Ma le fallacie economiche che hanno spinto la Germania nelle sue nefaste aggressioni purtroppo sopravvivono. Gli errori monetari sviluppati da professori tedeschi come Lexis e Knapp e messi in atto da Havenstein, il presidente della Reichsbank negli anni critici della sua grande inflazione, sono oggi la dottrina ufficiale della Francia e di molti altri paesi europei. Non c’è bisogno che gli Stati Uniti importino queste assurdità.

 

Traduzione a cura di Alessandro Sforza e Alessio Langiano

Fonte: https://mises.org/library/inflation-and-price-control