La giustizia ai tempi del covid-19

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L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ci ha messi di fronte ad una dura verità: le libertà e i diritti fondamentali che un sistema come il nostro cerca di garantire ai consociati non vanno dati per scontati. Situazioni eccezionali e straordinarie possono improvvisamente sottrarci quanto da decenni fa parte del nostro patrimonio culturale e giuridico, spesso con fatica conquistato.

Oggi siamo tutti più deboli e meno tutelati. Non solo – come anticipato – non godiamo più a pieno di diritti, interessi, aspettative e facoltà normalmente riconosciuti e tutelati, ma non possiamo nemmeno far valere di fronte a un giudice quanto ci resta dei tempi che furono. Ovviamente esageriamo, ma non troppo.

Per contenere la diffusione del virus, il governo – in linea con i provvedimenti adottati per altri settori – ha di fatto sospeso l’attività giudiziaria. Più precisamente, il decreto Cura Italia all’art. 83 ha previsto il rinvio d’ufficio dei procedimenti penali dal 9 marzo al 15 aprile 2020, con l’eccezione di alcune categorie di procedimenti in virtù del carattere di urgenza indissolubilmente legato a garanzie di libertà personale e di indifferibilità della prova; per il periodo che intercorre tra il 16 aprile e il 30 giugno 2020 il comma 6 della medesima norma ha sostanzialmente rimesso la decisione ai Capi degli Uffici i quali, sempre al fine di limitare gli assembramenti e di evitare il più possibile i contatti ravvicinati tra le persone , devono adottare le misure organizzative che ritengono necessarie, tra cui, per espresso dettato normativo, rientrerebbe la celebrazione delle udienze da remoto a mezzo di piattaforme telematiche. Tali termini sono stati poi modificati dal d.l. 23/2020 il quale all’art. 36 ha prorogato il termine del 15 aprile all’11 maggio 2020; conseguentemente il periodo successivo decorre ora dal 12 maggio. Il decreto Cura Italia è stato convertito in legge dalle Camere.

Tale scelta appare sintomatica della fragilità politica del governo che su una decisione fondamentale riguardante uno dei principali settori attorno al quale ruota una società, rimette la palla a chi le norme le deve applicare e non creare. Ed infatti, si badi, i Capi degli uffici non sono chiamati ad adottare atti amministrativi interni confinati alla mera organizzazione del plesso giudiziario, bensì devono decidere se garantire o meno alla collettività un servizio pubblico essenziale. Sono i capi degli uffici, in altri termini, a dover operare un bilanciamento tra opposti interessi ovvero tutela della salute tanto nella dimensione individuale quanto collettiva (art. 32 Cost.), efficienza del sistema giustizia e garanzie processuali.

Guardando al processo penale, più scosso sicuramente dalle ultime vicende rispetto al settore civile vuoi per gli interessi coinvolti, vuoi per una maggiore estraneità alla gestione telematica (il processo civile è già in parte telematico), possiamo affermare che per un verso le parti vedranno celebrato il proprio processo sulla base della decisione (è opportuno precisare che il nostro punto di vista riguarda il metodo e non il merito) dell’Autorità giudiziaria di ogni Tribunale che sceglie quali attività far progredire; per altro verso, qualora il proprio procedimento presenti le caratteristiche all’uopo previste, le stesse potrebbero essere “costrette” ad affrontarlo in modalità telematica o da remoto che dir si voglia, con buona pace delle garanzie dell’imputato che un sistema processuale liberale dovrebbe considerare irrinunciabili.

Il meccanismo emergenziale in estrema sintesi descritto solleva alcune perplessità. Senza voler scendere sul piano dei tecnicismi (per il quale si rinvia alle riviste scientifiche di settore) evidenziamo che: 1) ogni ufficio giudiziario può adottare linee guida vincolanti a propria discrezionalità con l’effetto complessivo di una giustizia penale a più velocità sul territorio nazionale in spregio al principio di uguaglianza formale (art 3 Cost.); 2) il diritto di difesa (art. 24 Cost.) e in ultima analisi la libertà dell’imputato, valori presidiati dai principi dell’oralità, dell’immediatezza e del contraddittorio che informano il processo penale, rischiano di soccombere; 3) l’utilizzo di queste piattaforme, come rilevato dal Garante per la protezione dei dati personali, potrebbe costituire una minaccia atteso che i fornitori del servizio individuati sono stabiliti negli Usa e pertanto soggetti all’applicazione delle norme del Cloud Act che -come noto – attribuisce alle Autorità statunitensi di contrasto un ampio potere acquisitivo di dati e informazioni a prescindere da dove sono situati i server.

In disparte tale ultimo profilo che merita certamente un approfondimento autonomo, ci limitiamo a rimarcare come il nostro sistema processuale, in particolare dopo il passaggio al sistema accusatorio, oltre che su rigide regole scritte, si fonda sulle percezioni personali, rese possibili dall’interazione e dalla compresenza nel medesimo luogo di tutte le parti: il giudice cerca di entrare nella testa dell’imputato; il difensore cerca di orientare il giudice e per farlo prima che un buon giurista deve essere anche un valido psicologo; l’imputato deve rendere credibili le sue dichiarazioni finanche false o reticenti, pur di portare a casa la libertà personale. A tal fine è previsto che la prova si formi nel contraddittorio delle parti, a nulla rilevando (salvo eccezioni) gli elementi raccolti nelle indagini preliminari; che l’organo giudicante che delibera la sentenza sia lo stesso davanti al quale la prova si è formata.

Ora, risulta davvero difficile credere che mezzi telematici siano idonei a garantire ai procedimenti penali, in particolare quelli già nella fase del giudizio, le garanzie processuali brevemente richiamate. Davvero si può credere di porre le domande all’imputato tramite un quadratino su piattaforme come teams o sky business (il cui nome sarebbe sufficiente a tenere il processo penale a debita distanza)? Davvero l’imputato che vuole chiedere al Presidente del collegio di rendere dichiarazioni spontanee deve sperare che questi lo senta e non si intrometta, tra lui e la speranza di portare la pelle a casa, un problema di cavo? Davvero la capacità oratoria e comunicativa dell’avvocato può trovare soddisfazione anche tramite il riquadro (piccolissimo peraltro) di una piattaforma online?

Quella che è stata definita la “smaterializzazione del processo penale” è inaccettabile agli occhi di chiunque abbia mai messo piede all’interno di un’aula di giustizia. Al di là del contesto emergenziale in cui ci troviamo che prima o poi passerà, con il ritorno auspicabilmente ai mores maiorum, preoccupa la direzione intrapresa con questa occasione. Si teme che la trattazione online sia pure di alcune fasi del procedimento penale possa divenire in futuro la risposta (populista) all’esigenza da anni rappresentata, in ogni sede, di sveltire la macchina giudiziaria in nome della durata ragionevole del processo.

Se non si è in grado di partorire un riforma strutturale del processo penale (ad esempio il potenziamento dei riti alternativi) lasciamo almeno intatte le garanzie immanenti al nostro vituperato sistema.

Per ora approviamo anche questo insulto temporaneo ai diritti di libertà e difesa di chi a torto o ragione (non ha importanza) finisce nelle mani della giustizia, ma ad una condizione: che il governo se ne assuma la responsabilità. Comprimere le garanzie processuali a fronte di interessi ritenuti gerarchicamente sovraordinati (la salute) è una scelta marcatamente politica su cui il governo deve assumere una posizione netta. L’art. 83 del decreto in parola invece laconicamente rimette la decisione a chi di regola adotta decisioni di stampo amministrativo inerenti l’organizzazione del Tribunale.

Step successivo ma necessario è poi una modifica al codice di procedura penale: dopo il controllo della regolare costituzione delle parti e la discussione delle questioni preliminari, deve essere previsto il check sulla regolare connessione dei pc. Solo a quel punto il Presidente può dichiarare aperto il dibattimento, o quel che ne resterebbe.

 
 

 

 

 

 

 

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