Libertà e censura (privata)

 In Attualità, Società

Novembre è un mese carico di significati storici, considerando che le ricorrenze non sono poche: dalla più celebrata caduta del muro di Berlino alla concomitante Notte dei Cristalli del 9 novembre, dalla rivoluzione di ottobre del 6 novembre alla nascita dell’Unione Europea del primo novembre e -quasi ironicamente- alla pubblicazione dell’album “The Wall” il 30 novembre.

Insomma, il mondo dei muri, delle divisioni, dei paesi-prigione è un mondo che appartiene alla storia, un mondo reso obsoleto -se non altro- dalla tecnologia. Con l’avvento di internet sembra quasi che la libertà abbia trionfato: non a caso internet ha permesso la caduta di molti regimi dittatoriali -come ad esempio durante le primavere arabe- e rende molto più complesso per i regimi sotterrare il dissenso -come ad esempio sta succedendo ad Hong Kong. Potremmo insomma dire che Internet è la ricetta contro i muri. La realtà, ahinoi, è molto diversa.

L’ultimo report di Freedom House sulla libertà nella rete ci consegna dei dati preoccupanti, uno su tutti: la libertà globale sulla rete è diminuita, come diminuisce da nove anni consecutivi. Ad oggi, dei 3,8 miliardi di soggetti con accesso ad internet, solo uno su cinque può navigare liberamente sulla rete, mentre gli altri quattro sono soggetti a una qualche forma di restrizione. Non ci stupisce, se consideriamo che solo quest’anno 33 dei 65 paesi presi in esame hanno registrato un crollo nella libertà di circolazione sul web.

In testa ai paesi che hanno incrementato i limiti alla libertà di accesso alla rete quest’anno, vediamo il Sudan del colpo di stato che ha deposto Omar al-Bashir, il Kazakistan (che si sta lentamente trasformando in una dittatura in cui il presidente, in carica dal 1990, si è dimesso solo quest’anno) ed il Bangladesh -che da quest’estate sta attraversando una profonda crisi nell’ambito delle tensioni con l’India.

Cina, Russia ed Iran sono tra i paesi che limitano più severamente l’accesso alla rete. In particolare, i primi due sono noti per aver sostanzialmente creato dei social network di stato, ossia delle vere e proprie bolle all’interno di cui il governo può monitorare ogni singolo click. È proprio nel corso dello scorso anno che la Cina ha deciso di dare un giro di vite al WeChat, cancellando decine di migliaia di profili ogni tre mesi con l’accusa di aver postato “harmful contents”. In un sistema così chiuso, tagliar fuori un individuo da uno di quei pochi social autorizzati significa sostanzialmente tappargli la bocca.

https://citizenlab.ca/2016/11/wechat-china-censorship-one-app-two-systems/

È chiaro, quindi, che internet non sia un campo di battaglia geopolitico rilevante solo in ambito internazionale (come comunque la cronaca ci ricorda, considerando la recente notizia di spie saudite infiltrate dentro Twitter), ma lo è anche e soprattutto per quanto riguarda la politica interna. I regimi più duri hanno bisogno di stringere la presa sul popolo anche e soprattutto attraverso il web

A questo punto viene da chiedersi come siamo messi in Occidente. A primo impatto, ce la passiamo indubbiamente meglio: possiamo navigare il web come ci pare, siamo relativamente poco sorvegliati dallo Stato e la libertà d’espressione è più o meno assicurata a tutti quanti, indipendentemente dalle loro idee; ma è proprio così?

Partiamo da un presupposto: internet oggi è meno libero di vent’anni fa. La stessa struttura della rete è cambiata profondamente: dall’essere particolarmente piatta e libera, come poteva essere negli anni ’90, oggi si presenta caratterizzata da una serie di bolle, ossia poli aggregativi intorno a cui noi tutti siamo attirati e da cui è difficile che le informazioni escano.

Se, ad esempio, consideriamo il polo di nuovi media detenuto da Zuckerberg, notiamo facilmente come la sua stessa natura di hub globale attragga un flusso di dati enorme. Insomma, se oggi vuoi partecipare alla discussione globale devi connetterti ad uno dei grandi centri aggregativi globali -sia esso di proprietà di Google, Facebook o Twitter (qualora siate proprio dei nostralgici)- e, ovviamente, accettarne le regole.

I lettori ricorderanno le discussioni sollevate quando a settembre Casapound e Forza Nuova vennero espulse da Facebook perché contravvenivano alle sue linee guida, oppure quando il maglio di Zuck colpì una serie di pagine -molte delle quali ironiche o satiriche- che postavano falci, martelli e stelle rosse.

Vogliamo muoverci più vicini a noi sulla linea temporale? Bene, di qualche giorno fa (24 novembre) la notizia della pagina “6000 sardine” oscurata per -si dibatte sulla questione- commenti violenti o segnalazioni. Si tratta di censura? Sì e no. Da un lato, ovviamente, ci fa storcere il naso vedere qualcuno che viene letteralmente imbavagliato in una delle piazze pubbliche globali più trafficate; non potrebbe essere altrimenti. 

Si tende a dimenticare che i social network, per quanto piazze pubbliche, rimangono proprietà privata e rispondono alle logiche del profitto: se il management ritiene che determinati contenuti possano ledere in questo o quel modo alla reputazione dell’azienda, è sacrosanto che quel contenuto venga taciuto e cancellato.

Di sicuro chi gestisce questi siti non lo fa per beneficienza o per l’ideale di dar voce ad ogni spostato che decida di surfare la rete. Un ragionamento del genere non è nuovo ed è di sicuro molto pericoloso: nei periodi in cui la polemica si infiamma, spuntano come funghi articolisti, opinionisti e -peggio ancora- politici che ci ricordano come i social siano una questione pubblica, un asset strategico per la democrazia e come, tutto sommato, nazionalizzarli o quantomeno sottoporli ad uno stretto controllo pubblico non sarebbe così male.

Poi, come per magia, in uno stato occidentale e democratico ci sono forze politiche e fette di società civile che per proteggere la democrazia propongono misure che liberticide come quelle che vengono messe in atto in Russia.

Oggi forse internet sarà meno libero di ieri, perché poche aziende hanno in mano gran parte del traffico (organico o a pagamento), ma dobbiamo ricordare un paio di cose -prima di puntare il dito. In primo luogo, i servizi digitali si configurano sempre più chiaramente come dei monopoli o semi-monopoli naturali: per quanto desideriamo fortemente il contrario, è molto probabile che il mercato vada verso una concentrazione sempre maggiore (salvo provvidenziali quanto improbabili interventi dell’antitrust, molto improbabili soprattutto se consideriamo che servirebbe una sorta di coordinamento atlantico).

D’altro canto, non esiste un’alternativa all’attuale modello. L’internet degli anni ’90 e dei primi del duemila, con i suoi blog ed i suoi forum, è morto ed è stato naturalmente sorpassato dall’innovazione ed il modello del “social di stato” è talmente distopico che non necessita nemmeno di essere trattato in questa sede.

La soluzione? Come al solito, “finché stai sotto il mio tetto segui le mie regole” e -qualora ve ne siate stancati- aprite il vostro social network, con black jack e squillo di lusso. Tanti auguri.


Ti è piaciuto l'articolo?
Sostieni l'Istituto Liberale! Oltre al pacchetto d'iscrizione, riceverai aggiornamenti mensili sulle nostre attività e potrai partecipare alle conferenze online esclusive.
Recommended Posts
0