Perché il comunismo cinese potrebbe essere la vittima finale del Coronavirus

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Lo Stato totalitario maoista sta rinascendo in Cina sotto Xi Jinping che sta costruendo attorno a sé un culto della personalità che ha caratterizzato il “Grande Timoniere” nell’ultimo periodo del suo governo. Xi è intenzionato a rafforzare il proprio potere e quello del Partito Comunista Cinese. Ma la risposta cinese al caso del Coronavirus ha minato la credibilità del PCC e potrebbe, in ultima analisi, minacciarne la rimanenza al potere.

Nonostante l’evoluzione della scienza medica nel mondo di oggi, quasi paragonabile a un miracolo, una malattia ad alta letalità e semplice diffusione preoccupa i medici, poiché ha il potenziale per divenire una pandemia. Molte persone conoscono la Peste Nera, ossia la peste bubbonica che in Eurasia uccise tra i 75 e i 200 milioni di persone a metà del 1300. Un secolo fa l’influenza spagnola infettò mezzo miliardo di persone uccidendone in tutto il mondo tra i 20 e i 50 milioni.

La pandemia peggiore degli ultimi anni fu l’Ebola tra il 2014 e il 2016: ci furono circa 28’600 casi e 11’300 morti, un tasso del 40% di mortalità, con le varie varianti dell’Ebola che hanno un tasso compreso tra il 25% e il 90%. La SARS infettò 8’100 persone e ne uccise circa 800 tra il 2002 e il 2003.

La SARS è particolarmente rilevante perché originò anch’essa in un mercato cinese di animali vivi e selvatici. La reazione cinese fu ampiamente criticata: nel 2004 un report di un forum di istituti di medicina accusò il governo cinese di “un periodo fatale di esitazione nella condivisione e nel prendere in mano la situazione”. Il regime preferiva creare un’apparenza di calma e stabilità durante un cambio di leadership che limitare una malattia sconosciuta e potenzialmente molto pericolosa.

Fortunatamente la SARS non si diffuse eccessivamente. Ma, in ogni caso, il governo cinese sta facendo errori simili nella gestione del COVID-19, che pare diffondersi più facilmente causando potenzialmente più morti. A metà febbraio 2020 ha infettato circa 73’000 persone con circa 1’900, se le statistiche di Pechino sono corrette. E secondo alcune statistiche informali gli infetti in Cina sono più di 100’000.

In tutto ciò i timori di Xi sono nella fedeltà dei propri ufficiali. Il vicepremier Sun Chunlan denuncia “quarantene deserte”, suggerendo che le persone stiano evadendo le strette misure imposte dal regime. Pochi giorni fa il regime ha annunciato che ogni persona di ritorno a Pechino debba annunciarsi alle autorità e stare in auto-quarantena per 14 giorni. Ovviamente un’epidemia nella capitale nazionale avrebbe enormi implicazioni economiche e politiche.

Gestire una crisi del genere non è mai facile, a prescindere dalla forma di governo. La Repubblica Popolare Cinese ha avuto difficoltà anche per la contemporaneità del capodanno cinese, periodo tradizionale per viaggiare nel Paese. Molti sono migranti interni che hanno lasciato la campagna per la città e tornano. La situazione avrebbe potuto difficilmente essere diversa.

Ciononostante la risposta del governo è stata decisamente leggera rispetto a quella necessaria per fermare o rallentare significativamente l’epidemia. Si è criticata principalmente il governo della provincia di Hubei nella quale continuano ad operare i mercati che hanno agevolato la trasmissione del virus.

E per di più mentre l’epidemia emergeva la provincia si è dimostrata riluttante nel riconoscere la realtà. I burocrati hanno negato la trasmissione umana e hanno organizzato un pasto di capodanno con 10’000 persone per provare ad ottenere un record del mondo.

Un evento del genere durante un’epidemia è totale mancanza di buonsenso” fa notare il medico di Shanghai Li Xinzhou.

E, per di più, la provincia non ha riportato alcun caso durante la prima metà di gennaio, in contemporanea con un congresso del Partito, per non scoraggiare i visitatori.

Alla fine, dopo molte speculazioni, il presidente e il segretario generale del partito si sono avventurati per le strade di Pechino, con la mascherina, per evidenziare la preoccupazione del regime. Si diceva che Xi fosse “personalmente alla guida e alla direzione” degli sforzi per controllare il virus, e si diceva alle persone di “radunarsi vicino al partito con Xi Jinping al centro”. Dicendosi in “comando personale”, ha emanato “importanti indicazioni” sulla questione. Teneva un vero discorso da “apparatchik”: “Dovremmo combattere con coraggio” e “contenere risolutamente il diffondersi dell’epidemia, e vincere risolutamente la guerra del popolo, una guerra a tutto campo, una guerra di resistenza per prevenire e controllare l’epidemia“.

Tuttavia, il regime si è affrettato ad accusare gli Stati Uniti e le altre nazioni occidentali di aver messo al bando i visitatori che erano stati nella Repubblica Popolare Cinese. Il Ministero degli Esteri ha accusato l’America di aver “incessantemente generato e diffuso il panico”. Eppure Hong Kong e la Russia hanno inasprito le restrizioni di viaggio prima dell’America.

I media ufficiali cinesi si sono lamentati della mancanza di aiuti americani, dopo aver rifiutato le varie offerte americane. In quel momento gli Stati Uniti stavano preparando una spedizione di materiali a bassa reperibilità. Pechino ha a lungo rifiutato l’accesso agli scienziati stranieri e si è rifiutata di fornire il virus ai laboratori di altre nazioni. Il regime di Xi si è difeso citando i morti per l’influenza in America, anche se di quell’infezione muoiono molti più cinesi.

In ogni caso, nonostante i suoi sforzi, Pechino non poteva scaricare la colpa di errori così evidenti come la mancanza di letti e di attrezzature mediche. In effetti, gli attacchi del governo di Xi contro Washington sono avvenuti sullo sfondo di misure sempre più coercitive applicate in Cina. Ad esempio, attualmente ci sono più di 80 città cinesi, tra cui Pechino, Shanghai, Guangzhou, Hangzhou e Shenzhen, oltre a diverse province, sotto una qualche forma di isolamento/quarantena/isolamento, per ben oltre 45 milioni di persone.

Gli errori del regime sembrano aver danneggiato la propria reputazione in termini di competenza. Tuttavia, se il numero delle infezioni e dei decessi non andrà fuori controllo e l’attività economica riprenderà senza una nuova ondata di infezioni, le conseguenze di tale inefficienza potrebbero avere solo un impatto politico limitato.

Comunque, queste sono barriere importanti. L’economia stava rallentando anche prima dell’epidemia e le nuove restrizioni imposte a Pechino suggeriscono che per i soccorsi mancano ancora settimane e forse mesi.

Un piano di ripiego presuppone anche che ci si possa fidare delle cifre registrate dal governo di Xi. La mancanza di trasparenza e di onestà può essere la più grande debolezza del regime nella lotta contro il COVID-19. Il PCC si è guadagnato la reputazione di coprire i ruoli del partito nei vari disastri, come i terremoti e gli incidenti ferroviari. Il regime ha anche perso credibilità nel tentativo di limitare le ricadute politiche durante la crisi della SARS.

L’attuale scetticismo è esploso dopo la morte del dottor Li Wenliang, un oculista che ha dato l’allarme quando ha osservato l’aumento di infezioni sospette. È stato arrestato dalla polizia e accusato di aver diffuso “false informazioni”. Lui e altri sette medici sono stati minacciati di arresto e costretti ad ammettere di aver “gravemente perturbato l’ordine sociale”. Ha poi curato i pazienti, prendendo il virus e morendo all’età di 34 anni. Il governo ha cercato di disinnescare l’ostilità pubblica sostenendo che era ancora vivo e che era in cura anche dopo la sua morte.

La morte di Li ha scatenato un’esplosione sui social media. Nelle ore successive alla sua morte, milioni di commenti sono arrivati attraverso Weibo, il Twitter cinese, e altre piattaforme di social media. Prima di morire Li disse a un intervistatore: “Una società sana non dovrebbe avere una sola voce“. Molti post di sostegno hanno reclamato “Voglio la libertà di parola”, che il governo ha rimosso il più rapidamente possibile. Anche alcuni cinesi inclini a fidarsi del governo hanno espresso sui social la loro rabbia per il trattamento nei suoi riguardi.

Purtroppo Li non è stato il solo ad essere messo a tacere. Numerosi blogger ad hoc e giornalisti cittadini hanno affollato le strade e gli ospedali di Wuhan, compilando rapporti e pubblicando video. Questi attivisti hanno segnalato kit di test inesistenti e letti d’ospedale insufficienti, persone respinte dagli ospedali, morti ospedaliere non segnalate, morti non contate di pazienti non diagnosticati e un aumento delle cremazioni. Queste informazioni hanno suggerito che i tassi di infezione e di mortalità sono più alti di quanto dichiarato ufficialmente.

Alla fine di gennaio il governo ha allentato il controllo sulle segnalazioni private, ma la cosa è finita in fretta perché Pechino ha preso in mano la narrazione della malattia e soprattutto delle statistiche sulle infezioni. I resoconti di medici, video blogger e reporter ad hoc sono stati cancellati. Alcuni blogger, come l’avvocato Chen Qiushi, il saldatore Fang Bin e l’attivista per i diritti umani Hu Jia, sono stati arrestati. Gli ultimi due sono stati poi rilasciati, ma il primo rimane ufficialmente in quarantena.

Il regime ha anche divulgato la sua nuova linea mediatica: “Le fonti degli articoli devono essere rigorosamente regolamentate, è severamente proibito l’uso di fonti di articoli non regolamentate, in particolare l’uso di propri media”. Agli infuencers è stato detto che erano sotto “sorveglianza speciale”. Inoltre, il regime ha inviato una schiera di giornalisti ufficiali a Wuhan e nella provincia di Hubei per “fare rapporto” sul virus. Cheng Yizhong, un redattore di un giornale licenziato per aver denunciato la SARS, quasi due decenni fa, ha dichiarato: “Tutti i cinesi stanno soffrendo l’amarezza del monopolio del PCC sui giornali, sulle risorse e sulla verità”.

Questa censura autolesionista ha messo in evidenza il problema più profondo della tirannia. Chen Guangcheng, avvocato e attivista per i diritti umani fuggito negli Stati Uniti, ha scritto: “Il Partito comunista cinese ha dimostrato ancora una volta che l’autoritarismo è pericoloso, non solo per i diritti umani ma anche per la salute pubblica”. Ha accusato il PCC di “essere riuscito a trasformare una crisi di salute pubblica in una catastrofe sanitaria globale”.

Anche l’ex-professore di legge Xu Zhangrun è dello stesso parere: “l’epidemia del coronavirus ha esposto il marcio all’interno del governo cinese, il nucleo fragile e vuoto del traballante apparato statale è stato quindi mostrato come mai prima d’ora.” Come risultato, ha aggiunto, “ha abbandonato il popolo che esso domina a soffrire le vicissitudini di un fato crudele. Si tratta di un sistema che trasforma ogni disastro naturale in una catastrofe ancora più grande creata dall’uomo.”

Per un’inquietante coincidenza, non si sono avute più notizie di Zhangrun dopo l’uscita del suo articolo.

Una soddisfacente conclusione dell’epidemia, se i contagi e le morti si stabilizzassero presto per poi declinare, potrebbe far dimenticare la preparazione inadeguata e la lenta risposta del governo Xi. Tuttavia, le perdite economiche sono già enormi, nell’ordine di decine di miliardi di dollari. Inoltre, una rapida fine della crisi non sembra essere all’orizzonte.

Zhong Nanshan, un epidemiologo 83enne rispettato per il suo ruolo nel combattere l’epidemia di SARS nel 2003, ha previsto che i contagi da COVID-19 avrebbero raggiunto il loro apice in questo mese, e che sarebbero terminate per aprile. Tuttavia ha ammesso: “Non sappiamo perché è così contagioso, e questo è un grosso problema.” Il fallimento del governo nel dire la verità alle persone a rischio, condividere le informazioni con i professionisti del settore sanitario per dargli modo di rispondere efficacemente, e giustificare al pubblico le severe misure richieste, potrebbe non essere dimenticato con facilità.

Alcuni osservatori stanno paragonando la pandemia all’impatto del disastro nucleare di Chernobyl nell’Unione Sovietica del 1986, quando Mosca mentì ai suoi stessi cittadini ed alle nazioni straniere con lo stesso entusiasmo. Tuttavia, quel colpo venne sferrato ad un regime in stato di declino avanzato. La RPC non sembra altrettanto vulnerabile. Tuttavia, la reputazione ed il prestigio di Pechino ne hanno sofferto.

Xi Jinping ed il PCC giustificano un regime sempre più autoritario, perfino totalitario, con la pretesa di prendersi cura del popolo cinese. La crisi del COVID-19 ha rivelato che questa pretesa è una menzogna. Lo scetticismo popolare verso altre pretese opportunistiche del governo sembra destinato ad aumentare in futuro.

Un fallimento simile in una crisi futura, con la credibilità del regime già compromessa, potrebbe imporre cambiamenti politici oggi considerati inimmaginabili. Ironicamente, con tutta probabilità Mao capirebbe la pericolosa situazione del regime: “Una situazione potenzialmente rivoluzionaria esiste in qualsiasi Paese il cui governo fallisce costantemente nel suo dovere di assicurare almeno uno standard di vita minimamente soddisfacente per la stragrande maggioranza dei suoi cittadini.”

Sebbene stesse parlando di un popolo ad un “livello di sussistenza“, il principio ha ripercussioni più grandi, le quali potrebbero essere alla fine la rovina per la RPC.

Traduzione di questo articolo della FEE a cura di Alessandro Ruocco, Brian Sciretti e Alessio Cotroneo.


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