Se non ora, quando? Se non noi, chi?

 In Attualità, Economia, Personaggi, Storia

Nei primi anni Ottanta diverse democrazie occidentali avevano lo stesso nemico: l’inflazione. Per chi non lo sapesse, l’inflazione è una “tassa” sui poveri. Infatti la perdita del potere di acquisto, in un Paese, danneggia proprio i meno abbienti.

Questo perché chi è benestante può fare qualche viaggio di piacere in meno, ma chi non è benestante è costretto a comprare meno pane o meno latte: c’è una bella differenza.

Una differenza che rende più chiari i confini tra un lusso ed una necessità.

Confini che vennero estesi da anni di governi laburisti e socialdemocratici. I maledetti anni Settanta, per di più falcidiati dalla crisi petrolifera internazionale, spinsero infatti i demagogici governi di sinistra a soffiare sul fuoco dell’inflazione, tramite politiche espansive di stampo keynesiano, nell’elettoralistica illusione di “dare più soldi a tutti”.

Si sbagliavano. Serviva un cambiamento, impopolare ma necessario.

Non a caso, dalle macerie di quegli anni sorsero i principali protagonisti della guerra all’inflazione: Ronald Reagan negli USA e Margaret Thatcher nel Regno Unito, ispirati da economisti del calibro di Milton Friedman. Nello staff di Reagan venne posto il più grosso dilemma dell’epoca: «Se non ora, quando? Se non noi, chi?»

Ma come procedere? La Reaganomics trovò un formidabile alleato in Paul Volcker, all’epoca presidente della FED, che pur non essendo repubblicano era pur sempre un esperto di economia, ostile a soluzioni demagogiche, che condivideva l’obiettivo della nuova amministrazione della Casa Bianca.

L’inflazione galoppava ad un ritmo del 10% annuo, a cui si associava la stagnazione dell’economia (producendo dunque un fenomeno stagflattivo), e a cui bisognava necessariamente rispondere con un rialzo del tasso di interesse da parte della banca centrale al fine di stabilizzare i prezzi sul mercato.

Si approvò così la strategia dell’inflation targeting, che finì per riguardare diversi Paesi del globo. Ma non fu semplice, la misura portava inevitabilmente ad un iniziale incremento della disoccupazione. Fu pertanto una scelta impopolare, ma che in qualche modo bisognava affrontare per poter riallineare l’economia nella strada della crescita, da cui nel decennio precedente si era allontanata.

Furono anni di dure responsabilità che portarono notevoli risultati positivi: l’economia riprese a correre. Negli Stati Uniti l’inflazione passò dal 10,35% del 1981 al 3,22% del 1983, un risultato clamoroso. Tutto questo a vantaggio delle fasce meno abbienti della popolazione, che non sempre compresero questo impegno, ma che fu sufficiente per riconfermare Reagan alla Casa Bianca nelle elezioni presidenziali del 1984. Anche tantissimi studenti, che in precedenza erano stati vicini al Partito Democratico, si convertirono alla bontà delle ricette repubblicane.

Analoghi sviluppi si ebbero in Gran Bretagna, dove il Thatcherismo ebbe il merito, dopo anni di durissimi ma necessari sacrifici, di rilanciare l’economia, grazie all’espulsione dal circuito economico delle aziende sussidiate e improduttive (che tagliò clientelismo e assistenzialismo) ed al progressivo riassorbimento della disoccupazione.

Non sempre tuttavia la storia è stata generosa con questi due grandi protagonisti del Novecento, Reagan e Thatcher. Ma se oggi li ricordiamo ancora, diversamente da tanti altri sbiaditi premier, si deve proprio alla loro determinazione nel voler fare la differenza.


Ti è piaciuto l'articolo?
Sostieni l'Istituto Liberale! Oltre al pacchetto d'iscrizione, riceverai aggiornamenti mensili sulle nostre attività e potrai partecipare alle conferenze online esclusive.
Post suggeriti