Tutti i problemi della fiscalità di vantaggio

 In Attualità, Economia, Politica

Il discorso del Presidente Conte del 3 giugno, che ha segnato l’inizio della cosiddetta “fase 3”, sarebbe sintetizzabile in sole tre parole: “aiuti al Sud“.

Tra le varie proposte da implementare coi fondi europei, Austria permettendo, vi sarebbe anche una fiscalità di vantaggio per il Sud.

Trattasi, però, di un’idea assurda su molti fronti e che può essere proposta solo da un governo fortemente statalista e scollegato dalla realtà, come vedremo nei prossimi paragrafi.

Stato: concorrente di ogni azienda al Sud

Nel resto d’Italia, appena finiti gli studi, chi vuole entrare nel mondo del lavoro ha varie opzioni e il lavoro pubblico è solo una di esse, con i suoi vantaggi – come tipicamente un contratto molto più stabile – e svantaggi – uno stipendio minore rispetto ad alcuni settori privati e minore possibilità di crescita.

Al Sud, invece, lo Stato è un datore di lavoro ben più desiderato. Le ragioni sono varie, la più importante è che la contrattazione nazionale, alla fine, crea stipendi francamente inaccettabili per l’economia locale del Meridione e favorisce il lavoro in nero con salari ben più bassi rispetto al settore pubblico.

Per i politici è un’occasione ghiotta per comperarsi un po’ di voti e così lanciano sempre qualche concorsone, che sia per i bidelli, per gli insegnanti, per la pubblica amministrazione o simili. Pensateci: quando al TG sentite parlare di servizi pubblici si parla della soddisfazione dell’utenza e dei risultati o solo di chi ci lavora?

Così, tra un’offerta di mercato alle volte poco specializzata, ogni tanto in nero e un’offerta che offre un lavoro per la vita, poco faticoso e pagato con uno stipendio buono il Sud si è col tempo assuefatto al lavoro pubblico.

Se voi foste giovani del Meridione, sapendo che restando al Sud dovrete pagare stipendi fuori mercato e che molto probabilmente soffrirete di un forte ricambio perché al primo concorsone qualcuno vi lascia per andare nel pubblico, aprireste comunque un’attività lì o andreste in una città dove vi è più stabilità lavorativa?

Gli aiuti finiscono, i problemi no

Prima o poi gli aiuti europei che consentirebbero tale fiscalità di vantaggio termineranno.

Finiti gli incentivi fiscali resterà lo Stato che fa concorrenza agli imprenditori, la scarsità di infrastrutture, il posizionamento sfavorevole verso l’Europa più produttiva, una massiva presenza della criminalità organizzata e una scarsità di servizi.

Non è difficile immaginare che allo scadere dei bonus si veda un esodo verso luoghi con più servizi e migliori infrastrutture. Se poi lo si vietasse, semplicemente, quelle aziende non aprirebbero in primo luogo o aprirebbero al Nord, o all’estero.

Concorrenza falsata

Eppure, come sappiamo, la concorrenza fiscale non fa che bene. Quindi il principio di avere tasse diverse per territorio non è sbagliato.

Ma imporlo da Roma è pericolosamente sbagliato. C’è la stessa differenza tra la concorrenza tra supermercati e l’avere una “commissione concorrenza” che decide i prezzi che fanno i supermercati.

Nel primo caso la concorrenza è benefica e tende a soddisfare l’utente. Nel secondo, la commissione impone prezzi proibitivi o sconti dannosi ai supermercati ostili, favorendo quelli di chi ha saputo comprarsi il suo favore. Alla fine, è semplice constatare come questo sia uno tra i governi a maggior presenza meridionale della storia e abbia come partner di maggioranza una forza la cui roccaforte è proprio al Sud.

Se esiste la concorrenza fiscale è perché esistono leve da modificare: si può decidere di favorire un settore rispetto a un altro, di tagliare o meno una spesa e alla fine il più efficiente, ossia chi riesce a offrire di più a meno, è quello che vince.

Nessuna di queste leve si attiverebbe qualora ciò fosse imposto da Roma.

Cosa fare, dunque?

Una ricetta liberale per il Sud non può che negare totalmente quanto fatto fin’ora.

Il lavoro è una questione centrale: bisogna sfavorire il pubblico limitandolo allo stretto necessario e, quando possibile, decentralizzandolo, così che gli stipendi siano finanziati non con le tasse di tutti ma solo con quelle della comunità che assumono, sfavorendo quindi un uso clientelare.

Creare una contrattazione su base locale, quand’è impossibile a livello individuale, creerebbe molte opportunità al Sud, eliminando vari incentivi al nero e favorendo un’economia legale.

Anche una concorrenza fiscale, vera e sana, non può che aiutare: il Sud ha risorse da offrire in gran numero una volta tolta la mano visibilissima dello Stato e già oggi ha servizi inferiori rispetto a quelli del Nord e del Centro, pur spesso costando la stessa cifra o addirittura di più.

Ma proprio l’avere meno può essere un punto di forza: senza le clientele i servizi che oggi già ci sono costerebbero meno. Tra questo e costi minori le aziende saranno ben contente di espandersi al Sud e, siccome l’economia non è a somma zero, non ci perderebbe il Nord, che ha anzi buone probabilità di guadagnare denaro.

Basta che lo Stato sia presente non per offrire lavori pubblici dalla dubbia utilità ma per favorire lo sviluppo infrastrutturale e, soprattutto, il rispetto della legge.


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