Cinque ragioni per abolire la scuola di Stato

“L’istruzione non dovrebbe seguire logiche di mercato, è un bene primario che deve restare sotto il controllo dello Stato”. Quante volte avete sentito questa frase discutendo di privatizzazioni? Beh, io tante, soprattutto perché difendo la libertà di scelta in materia di istruzione da vari anni.

Restando in tema attualità, ho sentito spesso dire che la regionalizzazione della scuola, prevista in alcune iniziali bozze dell’accordo sull’autonomia differenziata tra le Regioni del Nord che hanno fatto richiesta e lo Stato, sarebbe il primo passo verso la privatizzazione definitiva della scuola.

Mi chiedo, dove sarebbe in tutto ciò il problema? Tutti i discorsi pro scuola pubblica e statale sono basati sull’assunto che l’istruzione non sia un qualcosa di mercatizzabile e che quindi debba essere fornita dallo Stato.

Tutto ciò non è, però, semplicemente vero: Il mercato può tranquillamente occuparsi d’istruzione. In realtà già lo fa, solo che chi sceglie di affidarsi ad esso, nella gran parte dei casi, paga due volte: Per l’istruzione statale e per la propria.

Soprattutto, introdurre la concorrenza nell’istruzione non può che avere effetti positivi. In questo articolo vedremo cinque aspetti positivi e, anche, gli aspetti negativi.

Costi minori

Quanto costa istruire uno scolaro, in Italia? Ai genitori, direttamente, poco, ma allo Stato tanto: più di 8’000€ l’anno. Ovviamente finanziati con le imposte generali.

Allora, come mai la scuola privata normale è in grado di fare la medesima cosa con, al massimo, 5’000€? Magari, nel mentre, ottenendo pure un profitto.

Se decidessimo di introdurre un voucher scuola da 5’000€, che è una cifra alta e in linea di massima riducibile, risparmieremmo 23 miliardi ogni anno. Questo è, per capirci, quanto serve ad evitare l’aumento IVA nel 2020.

Starebbe poi alla classe politica decidere come usare quei 23 miliardi: se reinvestirli nella scuola, ridurci il debito o usarli per ridurre le tasse, ma sta di fatto che sprecare 23 miliardi ogni anno non è socialismo, non è attenzione alla giustizia sociale: è semplicemente stupido.

Più libertà di scelta e qualità

La concorrenza, solitamente, crea qualità. Nel caso della scuola la concorrenza può riguardare il metodo didattico, la comunicazione, le risorse, gli orari, il sostegno personale e tanto altro. In un sistema del genere si deve offrire un’istruzione a misura di individuo per ottenere i soldi del voucher.

Esiste quindi una concorrenza che porta l’individuo – lo studente – a beneficiare di una libertà di scelta maggiore: nuovi metodi didattici, orari, disposizione dell’orario didattico, focus su alcune o altre materie, immersione linguistica, scuole comunitarie e tanto altro, cose che persino non possiamo immaginare, visto che in un sistema del genere potenzialmente chiunque può aprire una scuola e provare ad attirare alunni con metodi che ritiene migliori e sarà il mercato, non un burocrate a Roma, a premiarlo.

Un pubblico migliore

Di per sè avere scuole appartenenti ad enti pubblici non è affatto un male, a patto che siano istituite da enti vicini ai cittadini come i comuni o simili. Solo in tal modo, infatti, il cittadino potrà rendersi conto di ciò che sta accadendo e decidere se, ad esempio, vuole assumere più personale o aumentare i sussidi oltre al voucher scuola. Soprattutto, la concorrenza tra comuni renderà la scuola migliore, visto che il pagamento, essendo ad alunno, permette l’accesso anche ad allievi esterni al comune che per una qualche ragione preferiscano istruirsi in tale comune.

Studi mostrano come la scuola pubblica, quando messa in competizione col privato, migliori in qualità. Inoltre, cosa non da ignorare, una scuola ben gestita e di qualità può divenire una fonte di finanziamento per il comune, visto che si può stabilire come l’ente locale abbia il pieno diritto di conservare il voucher anche se spende meno di quanto esso sia.

Più speranza per le minoranze linguistiche

Da lombardofono non posso non parlare di questo aspetto: oggi in Italia quelle poche lingue regionali che hanno la benedizione di Roma non prosperano quando lo Stato interviene ma quando esso se ne sta ben lontano.

Immaginate questa situazione: un sindaco, sostenitore della diversità linguistica, decide di introdurre l’immersione linguistica (se non sapete cosa sia potete leggere questo mio articolo) nella scuola del comune. Inizialmente c’è scetticismo – tanta gente ha pregiudizi sulle lingue regionali per ragioni culturali – ma qualcuno si iscrive ai corsi immersivi.

L’immersione ha effetti positivi: gli studenti immersi hanno una maggiore competenza nella lingua straniera e i genitori dicono che, di media, si mostrano più curiosi. Le iscrizioni aumentano e anche altri comuni creano le loro sezioni immersive.

In pochi anni esistono varie scuole immersive in quella regione, il modello viene anche copiato da altre regioni e diventa più interessante anche per i privati e le istituzioni no profit, ma nel mentre, non essendo intervenuta una coercizione di Stato, continuano ad esistere scuole esclusivamente in lingua italiana per chi ne ha bisogno o le preferisce. Nel caso ve lo stesse chiedendo, un bilinguismo di massa italo-inglese sarebbe molto più arduo. Ma, in tale sistema, potrebbe esistere comunque, essendovi libertà di scelta.

Favorisce la mobilità sociale

La libertà di scelta sulla scuola favorisce la mobilità sociale per un semplice fatto: la scuola italiana, dovendo soddisfare tutti, è per forza di cose mediocre. C’è un occhio di riguardo per chi ha bisogni speciali per disturbi didattici ma nessuno per chi ha necessità particolari per altre ragioni come particolari talenti in altri campi sportivi o scientifici, ben noto è il caso di una geniale ragazza ai massimi livelli nella robotica osteggiata dalla scuola pubblica per le proprie assenze.

Capito? La “scuola di tutti”, da buon prodotto del socialismo, se sei troppo bravo prova a metterti i bastoni tra le ruote. In fin dei conti è ben noto come si impari di più in un austero liceo della città fondata dai lombardi come avamposto contro il Marchese del Monferrato che al MIT.

In un sistema di libertà di scelta ciò non accadrebbe e non accadrebbe non solo per i geni o per chi può permettersi un’istruzione privata ma anche per il figlio dell’operaio che, per una ragione o per l’altra, non si trova con la scuola pubblica.

Un ragazzo che magari oggi, solo per l’ottusità del sistema di scuola statale, andrebbe in qualche istituto regionale a imparare un lavoro pagato in modo mediocre in un sistema di libertà di scelta potrebbe scegliere, senza costi aggiuntivi, un istituto adatto a lui e cercare un’istruzione migliore.

Ma, come dice il sempre brillante Giovanni Adamo II, nel sistema di scuola pubblica il benessere dei docenti è molto più importante di quello degli alunni. Ribadisco, impedire a un giovane di avere una buona istruzione adatta a lui solo perché ha genitori non facoltosi è socialismo, è attenzione all’uguaglianza e alla giustizia sociale? No, è solo crudele.

I difetti?

Ci sono, ovviamente, dei difetti.

Ad esempio i politici non avrebbero più la possibilità di comperare voti di centinaia di migliaia di persone solo promettendo loro concorsi d’assunzione, visto che ad assumere sarebbero i privati o, al massimo, i comuni.

Inoltre sarebbe più difficile fare populismo scolastico, proponendo ad esempio nuove materie o corsi obbligatori con scopi etici o politici più che didattici.

I sindacati dei docenti perderebbero gran parte del proprio potere politico e dovrebbero ridimensionarsi per diventare assistenti dei docenti nella compilazione di documenti, nel rapporto con le istituzioni e col datore di lavoro.

I docenti migliori sarebbero premiati e incentivati a continuare nel loro lavoro visto che docenti migliori portano alunni, e quindi soldi, alle scuole mentre quelli peggiori verrebbero via via esclusi.

Soprattutto, molte più persone potrebbero accedere ad una preparazione scolastica adatta alle proprie esigenze.

Mi dite che non sono difetti ma, anzi, pregi? Sono perfettamente d’accordo con voi. Eppure per gli statalisti a oltranza sono difetti ed ha perfettamente senso buttare 23 miliardi l’anno per un’istruzione che funziona, parafrasando un motto socialista, “per i pochi, non per i molti”.

L’Amazzonia brucia, e non è colpa di Bolsonaro

In questi ultimi giorni i comodi salotti degli ambientalisti d’Europa sono stati agitati e sconvolti da un’allarmante notizia, l’Amazzonia, il “polmone verde del mondo” sta bruciando ad un ritmo preoccupante. I colpevoli? Molti. Quel fascista del presidente brasiliano Bolsonaro, il cambiamento climatico, il capitalismo, il patriarcato bianco eterosessuale, il neoliberismo, la famiglia Rothschild e Donald Trump sono stati tutti avvistati sul luogo del misfatto armati di taniche di benzina e fiammiferi, intenti a bruciare la più grande foresta del mondo per costruire la loro nuova villa con piscina.

L’Amazzonia vista in questi giorni da Brasilia

Ironia a parte, il dibattito sul tema si è subito caratterizzato per il livello di disinformazione totale; e mentre i luoghi comuni piovevano sui social come grandine ad Agosto, chiunque abbia tentato – anche vagamente – di dissentire è stato immediatamente additato come: fascista, nazista, servo del capitale, eccetera. Cos’è dunque che è sfuggito riguardo al delicato problema della deforestazione e degli incendi in Brasile?

È un’emergenza straordinaria?

No.

Secondo i dati della INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), che da anni monitora l’avanzamento del disboscamento e il numero incendi nell’Amazzonia, il numero di incendi che ha colpito quest’anno l’Amazzonia fino al 27 di agosto è assolutamente nella norma.

Si noti invece il preoccupante picco avvenuto negli anni 2000 – 2007, quando al potere c’era il socialista Lula del Partito dei Lavoratori (stranamente di boicottaggi e attacchi internazionali allora però non se ne videro). In quegli anni il Brasile affrontò davvero una situazione di emergenza nazionale, caratterizzata però da un numero di incendi doppio rispetto al 2019.

Se andiamo ad osservare la serie storica dei dati sul numero di incendi in un anno, i risultati sono simili: il 2019 non si dimostra un anno particolarmente preoccupante, per ora (anche se il picco del numero di incendi si registra tra agosto e settembre). Si noti che i dati sono aggiornati al 27 di agosto 2019, quindi includono tutto il periodo della fantomatica “emergenza”.

Inoltre, potrebbe essere ulteriormente utile andare a confrontare il dato di agosto 2019 con la media del numero di incendi nello stesso periodo, con il massimo e con il minimo.

Come si può vedere, il numero di incendi in Brasile nel mese di agosto 2019 è addirittura inferiore alla media.

Il numero di incendi in Brasile, in particolare in Amazzonia, è tuttavia effettivamente aumentato rispetto all’anno scorso. Questo è innegabile.

Questo aumento, significativo, ma non eccezionale, ha tuttavia una spiegazione scientifica ben precisa, che i canali di informazione mainstream spesso si “dimenticano” di menzionare. Il 2019 è stato caratterizzato dal fenomeno climatico noto come El Niño, ovvero un aumento della temperatura della fascia equatoriale dell’Oceano Pacifico. Tale fenomeno comporta una riduzione delle precipitazioni nel bacino dell’Amazzonia, quindi una maggiore siccità. Di conseguenza la regione diventa molto più sensibile e soggetta ad incendi.

Come si può notare dal grafico, negli ultimi anni in cui si è verificato El Niño (2007, 2010), il numero di incendi è considerevolmente aumentato in Brasile. Il 2019 non è ancora finito, ci avviciniamo infatti al mese critico di settembre, ma ad oggi il trend nel numero di incendi non è allarmante.

E si noti ancora come, nonostante El Niño, il numero di incendi verificatisi prima del mese di agosto 2019 resti decisamente inferiore rispetto al 2007 e al 2010.

Per concludere, vorrei sottolineare come questa situazione di fantomatica “emergenza” non stia colpendo solo il Brasile, ma anche alcuni dei paesi confinati tra cui soprattutto Bolivia e Paraguay.

Bensì, buona parte degli incendi in Amazzonia ha origine proprio al confine della Bolivia, dove i narcotrafficanti sfruttano la siccità della stagione calda (agosto-settembre) per dare alle fiamme ampie porzioni di foresta per poi costruirci piste di atterraggio clandestine da cui far decollare illegalmente i carichi di cocaina.

Proprio la Bolivia infatti in questi giorni sta affrontando una situazione di reale difficoltà. Il numero di incendi che ha colpito il paese fino al 27 di agosto è infatti ben superiore alla media stagionale:

Tuttavia, la comunità internazionale non si è scagliata contro l’eco-socialista Morales né ha lamentato come le sue azioni mettano a repentaglio il “polmone verde” del mondo, ignorando tra l’altro che sia stato proprio lo stesso Morales ad aver aperto alla deforestazione dell’Amazzonia boliviana, con un decreto sovrano di inizio luglio 2019.

C’entra la deforestazione?

No.

La cosa più fastidiosa del dibattito di queste ultime settimane è stata la quantità di fake news circolate in giro. Si è sentito di tutto:

“Bolsonaro ha dato il via ad una massiccia deforestazione”

“Bolsonaro ha emanato decreti per lo sfruttamento dell’Amazzonia”

“Bolosnaro è stato personalmente visto munito di motosega nell’Amazzonia ad abbattere alberi per farci stuzzicadenti”

In primis, da quando è entrato in carica Bolsonaro non ha modificato le normative ambientali brasiliane, che anzi restano le più rigide al mondo.

Basti pensare che in un paese ricoperto al 65% da vegetazione e foresta tropicale chiunque acquisti una certa quantità di terreno in Amazzonia è obbligato per legge a mantenere inviolato l’80% della sua proprietà. Vuol dire che il suddetto contadino potrà coltivare o lavorare solo il 20% del terreno che acquista, pena la confisca del terreno stesso da parte dello Stato.

In secondo luogo, la deforestazione nella foresta amazzonica (salvo piccole fluttuazioni su base annuale) è diminuita progressivamente nel corso degli anni. Di seguito sono riportati gli ultimi 20 anni di dati dell’INPE:

Ora, i dati sulla deforestazione non tengono conto della superficie di foresta tropicale persa a causa degli incendi. Ma per fortuna l’INPE ci fornisce anche quelli (purtroppo solo dal 2002, ma aggiornati a fine luglio 2019):

Come si può vedere il 2019 non risulta particolarmente preoccupante né per quanto riguarda la deforestazione né per quanto riguarda gli incendi. Certamente ci si aspetta che la serie negativa aumenti con i dati definitivi di agosto e di settembre, ma come già evidenziato dai dati precedenti sul numero di incendi, nulla fa presagire un anno straordinariamente negativo.

Si noti quindi il totale di superficie di foresta persa per deforestazione e incendi fino a fine luglio 2019:

Certo, quel dato aumenterà. La stagione secca è appena iniziata, ma di nuovo non c’è alcuna evidenza empirica che supporti l’esistenza di una qualche emergenza. Si confronti il 2019 con altri due anni caratterizzati da El Niño, il 2007 e il 2010.

Per concludere, si noti come dal 1977 ad oggi (la deforestazione è aumentata vertiginosamente fino al 2004) la superficie coltivata del Brasile non sia aumentata più di tanto. Mi domando allora se le “lobby dei germi di soia” non stiano allora forse bruciando e coltivando l’Oceano Atlantico.

L’Amazzonia è il “polmone verde” del pianeta?

No.

In questi giorni si è diffusa forse la più grande di tutte le bufale sull’Amazzonia: quella per cui questa contribuirebbe da sola alla produzione del 20% dell’ossigeno del pianeta. Tralasciando il fatto che la maggior parte dell’ossigeno della Terra (il 50-70%) è prodotto dalla fotosintesi delle alghe oceaniche, l’Amazzonia, che non è una foresta in crescita, produce tanto ossigeno quanto ne consuma per i naturali processi di decomposizione; molto probabilmente essa è – al netto della quantità d’ossigeno richiesta -addirittura una consumatrice di O2, ovvero consuma più ossigeno di quel che produce, rilasciando CO2 nell’atmosfera.

E la Francia?

Il più acceso critico nei confronti del Brasile e del presidente Bolsonaro è stato proprio il presidente Francese Emmanuel Macron, il quale a colpi di tweet ha accusato la sua controparte un po’ di tutti i mali di questo mondo.

Sempre Macron ha invocato quindi una risoluzione globale al problema, in un tentativo alquanto interessante di mettere il Brasile sotto pressioni internazionali.

Il paladino dell’ambiente cade in doppio errore pubblicando dati falsi e una foto non di quest’anno

Non mi spingo oltre per non dare troppa attenzione a chi non ne merita. Vorrei solo ricordare che la Francia – un paese che riceve 7 miliardi di finanziamenti europei all’agricoltura – nella figura del proprio presidente, potrebbe stare reagendo in modo poco entusiasta all’accordo UE – MERCOSUL, che allentando i dazi tra i due blocchi commerciali, permetterà ai prodotti agricoli brasiliani di invadere gli scaffali dei supermercati francesi a prezzi più competitivi.

Quindi?

Per concludere, la situazione è seria dal momento che probabilmente quest’anno si assisterà ad un aumento del numero di incendi.

Tuttavia, non è una situazione straordinaria né di emergenza. Il disboscamento è aumentato nel mese di luglio rispetto allo stesso mese del 2018, ma resta assolutamente in linea con i dati degli anni precedenti. La superficie totale di Amazzonia persa fino a fine luglio tra incendi e disboscamento è assolutamente sotto la media, soprattutto considerando il fattore El Nino, mentre i dati di agosto (aggiornati al 26) sul numero di incendi confermano la realtà di una situazione assolutamente nella media.

Le uscite infelici di Bolsonaro sono indifendibili, ma altrettanto indifendibile è la disonestà intellettuale di una classe politica europea, che dopo aver conquistato lo sviluppo economico disboscando il 70% delle foreste nazionali, vuole andare a fare la morale ad una nazione ricoperta al 65% da foresta tropicale e vegetazione, basandosi su: notizie false, tendenziose, e luoghi comuni.

Il Brasile resta una delle nazioni con le regolamentazioni ambientali più severe di questo mondo. Bolsonaro non ha ancora tentato di modificarle, e anche qualora volesse (e in tal caso ci sarebbe da chiedersi perché non l’ha ancora fatto) avrebbe bisogno dell’appoggio del parlamento, cosa tutt’altro che scontata. In Brasile di fascismi non se ne vedono, e la democrazia funziona come dovrebbe. In Europa, forse, un po’ meno.

Fonti:

http://queimadas.dgi.inpe.br/queimadas/portal-static/estatisticas_paises/ (Brasile)

http://queimadas.dgi.inpe.br/queimadas/portal-static/estatisticas_paises/ (Bolivia)

https://www.forbes.com/sites/michaelshellenberger/2019/08/26/why-everything-they-say-about-the-amazon-including-that-its-the-lungs-of-the-world-is-wrong/amp/?__twitter_impression=true

https://rainforests.mongabay.com/amazon/deforestation_calculations.html

https://rainforests.mongabay.com/amazon/deforestation-rate.html

http://www.ciflorestas.com.br/cartilha/reserva-legal_qual-deve-ser-o-tamanho-da-reserva-legal.html

https://qz.com/1694263/the-amazon-rainforest-wildfires-will-worsen-this-year/

La concorrenza fiscale fa bene

È una proposta ormai ricorrente, da parte della sinistra europea, quella di limitare la concorrenza fiscale tra Stati.

Per chi non lo sapesse, per concorrenza fiscale sì intende la possibilità per gli Stati che partecipano a uno stesso mercato di farsi concorrenza sulle tasse e le imposte in modo da attrarre più contribuenti. È un modello applicato, tra l’altro, in Stati prosperi come la Svizzera o addirittura il piccolo Liechtenstein.

Voler imporre un’aliquota minima obbligatoria per le imprese, nel caso della proposta del PD il 18%, è un’idea sbagliata per due principali motivi:

Il primo è che premia gli Stati spendaccioni e che non sanno curare i conti pubblici. In sostanza stiamo andando a dire agli Stati che sanno gestirsi che devono alzare le tasse perché ci sono Stati che amano fare spesa pubblica inutile. È una totale deresponsabilizzazione di Stati ed elettori, che non avranno alcuna convenienza a comportarsi responsabilmente dato che Mamma Europa sarà sempre pronta a rendere gli Stati spendaccioni concorrenziali a forza. Una cosa che ricorda molto l’idea sovranista per cui gli Stati sono liberi di fare tutto il debito che vogliono e la colpa dei fallimenti è dell’Europa e dei mercati.

Il secondo è che una mossa del genere rischia di aumentare l’euroscetticismo e la concorrenza extra UE.

I cittadini degli Stati dell’UE più virtuosi inizierebbero a vedere l’UE come un mezzo al servizio degli Stati più spendaccioni dando il via libera ai locali partiti euroscettici. E, valutando che l’UE spesso bacchetta gli Stati meno virtuosi per il debito, non ci sarebbe nemmeno un guadagno d’immagine presso gli Stati meno virtuosi.

Ma, soprattutto, esistono Stati extra-UE ma nel mercato unico. Questi Stati hanno una buona discrezionalità nell’applicare i regolamenti UE. Con Stati UE come il Lussemburgo, i Paesi Bassi o l’Irlanda fuori gioco sarebbe possibile per gli Stati dell’EFTA/SEE rifiutare quella normativa e accaparrarsi il mercato, magari con qualche norma ad hoc.

La concorrenza sleale può, però, esistere

Esiste un caso in cui la concorrenza fiscale può essere sleale. È infatti possibile fare patti fiscali tra aziende e Stati. La ratio della norma è chiaro: Semplificare l’imposizione fiscale per aziende molto articolate e dove il calcolo effettivo sarebbe oneroso.

Tuttavia in certi casi gli accordi sono estremamente vantaggiosi per le aziende, arrivando ad aliquote molto più basse rispetto a quelle applicate di solito.

In tal caso la concorrenza è sleale soprattutto verso i propri cittadini: Immaginate di pagare un’imposta aziendale del 15% ma sapere che Google paga il 3%.

L’aliquota minima europea, comunque, non è la soluzione a tale problema dato che limita principalmente le imprese oneste e non queste situazioni borderline.

Sistemi sanitari a confronto: Bismarck vs Beveridge

Il sistema Bismarck ed il sistema Beveridge sono sistemi sanitari che garantiscono a tutti l’accesso alla sanità e sono i due principali sistemi sanitari d’Europa.

Il primo venne creato, come dice il nome, durante il governo di Bismarck e prevede delle assicurazioni sociali obbligatorie. Lo Stato ha un ruolo di controllo della concorrenza, nella legiferazione in materia e nel sussidiare il sistema, solitamente per i meno abbienti o le persone con condizioni preesistenti. E, di solito, le assicurazioni sono delle mutue no profit.

Questo modello è basato praticamente tutto sulla competizione: Tra pubblico e privato, tra assicurazioni e assicurazioni, tra medici e medici, tra cliniche e cliniche. Il sistema Bismarck è stato coniugato in più modi: In questo articolo trovate una spiegazione del sistema adoperato in Germania, che non solo prevede una competizione tra assicurazioni in generale ma anche tra assicurazioni “di Stato”, mutualistiche e pagate in base al reddito, e private, che coprono di più ma si pagano in base al proprio stato di salute e sono dunque accessibili solo a chi ha un determinato livello di reddito.

Un modello derivato da Bismarck spesso citato come esempio di eccellenza è il modello israeliano, descritto qui, inoltre è ritenuto molto interessante, specie per la rapidità con il quale si è sviluppato dopo la fine del comunismo, il modello ceco, descritto qui. Comunque, ogni Stato che usa un sistema Bismarck ha delle proprie peculiarità che lo caratterizzano e che possono portare vantaggi o svantaggi. Sarebbe impossibile trattare estensivamente ogni variante, quindi in questo articolo mi ispirerò al modello Bismarck in generale e non ad una particolare implementazione nazionale.

Il secondo nacque invece ad opera di William Beveridge, economista social-keynesiano, che nel 1942 pubblicò un rapporto che fu, a furor di popolo, la base del futuro stato sociale inglese.

In questo sistema, che tutti ben conosciamo, la gran parte del settore sanitario è portata avanti dallo Stato o da un ente pubblico: molti medici sono dipendenti pubblici, chi ha bisogno di una visita deve iscriversi in una lista e, quando ci sarà un medico disponibile, potrà farla.

Chiaramente non esiste un modello giusto, né esistono solo sistemi Beveridge puri contro Bismarck puri, tant’è che tra i dieci sistemi sanitari migliori d’Europa si contano sia Bismarck sia Beveridge in quantità simili.

Si può dire che, in uno Stato normale e serio, avere un sistema Bismarck o un Beveridge è una scelta più politica che sanitaria.

Per quale motivo è, a mio parere, preferibile un sistema ispirato a quello Bismarck rispetto a uno puramente statale?

Responsabilità

Nessuno verrebbe lasciato a morire per strada in un Paese occidentale, è chiaro. Però trasformare la sanità da un deus ex machina ad un qualcosa che esiste, si paga e dove esiste una certa libertà di scelta rende l’individuo più partecipe nelle scelte relative alla propria vita e meno succube di un sistema che, più che sanitario, sembra burocratico.

Premiare i comportamenti salubri

Mi capita spesso di leggere di proposte di tagliare i contributi del Servizio Sanitario a chi assume comportamenti autodistruttivi, definizione che varia molto da persona a persona e che spazia dal “chi si fa di cocaina mentre partecipa ad un baccanale senza preservativo” a “chi mangia al fast food”: un sistema Bismarck può risolvere la questione senza lasciare nessuno con spese mediche insostenibili.

Infatti un’assicurazione può avere un prezzo iniziale alto ma che si riduce per chi mantiene comportamenti sani. Soprattutto, l’assicurazione ha un beneficio nel far restare sane le persone, quindi potrebbe offrire attività sane a prezzi convenzionati.

Scegliete di mandare vostro figlio alla scuola bilingue? Ciò può ridurre l’evenienza di malattie neurodegenerative, quindi l’assicurazione potrebbe contribuire ai costi. Andate al lavoro coi mezzi camminando invece che in auto? L’assicurazione ha convenienza a ridurvi la tariffa o a pagare una parte di abbonamento.

Volete mangiare sano e fare esercizio? Potrebbe esserci un menù convenzionato in alcuni ristoranti o una palestra convenzionata dove restare in forma a prezzo ridotto.

L’assicurazione ha più beneficio a mantenervi sani rispetto ad una sanità completamente statale per una semplice ragione: i soldi. Se vi ammalate costate all’assicurazione, mentre in una sanità statale si guarda solo al bilancio corrente, che tanto è tutto nel calderone statale.

Ovviamente nulla vieta di tassare un po’ alcuni beni particolarmente dannosi, come tabacco, alcol o droghe, per finanziare il supporto statale al sistema sanitario e fare ricadere i costi sugli assuntori e non su tutti gli utilizzatori.

Concorrenza

In Italia quando si parla di concorrenza in sanità molti danno di matto. Non a caso una delle ragioni spesso citate contro l’autonomia regionale è che “creerebbe una sanità di serie A e di serie B”. Come se non fosse mai esistita la differenza sanitaria tra Regioni o tra ospedali della stessa città.

La concorrenza in sanità, se regolamentata, è potenzialmente vantaggiosa. Non si può, solitamente, avere una concorrenza totale per il semplice fatto che il fallimento di un’assicurazione può essere un problema grave per i suoi assicurati, come accadde nei primi anni nella Cechia democratica post-comunismo.

Pensate ad una cosa assurda: In Italia abbiamo la ricetta elettronica e il fascicolo elettronico: in sostanza se hai lo SPID accedi un po’ a tutti i tuoi documenti sanitari.

Ma la ricetta te la devi stampare. Perché? Perché in farmacia devono attaccarci le fustelle. Sarà sicuramente un sistema che ha ridotto le truffe ai danni del SSN ma non ha creato utilità al cittadino: anzi, può creargli un disservizio.

In Israele, dove le mutue devono competere per i clienti, la ricetta elettronica è veramente tale e non devi stampare alcun promemoria. Un’assicurazione sanitaria che impone tale procedura senza un significativo altro incentivo perderebbe clienti. Qui non potete andare dalla Regione e dire “non ho voglia di stamparmi le ricette, cambio operatore”.

Concorrenza nel campo sanitario vuol dire, in sostanza, lasciare più libertà all’individuo nello scegliere come essere seguito a seconda delle proprie esigenze.

Progresso (e sempre concorrenza)

Non parliamo ovviamente di progresso scientifico ma nelle tecnologie per rapportarsi col paziente. In Italia, da anni, usiamo essenzialmente lo stesso modello: Medico di Medicina Generale (ex medico di base, termine forse più noto ma formalmente scorretto) e in caso Medico Specialista, per emergenze non gravi e non previste Guardia Medica.

Ci sono ovviamente eccezioni: Il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna sta lavorando molto sulle cosiddette “Case della Salute”, ossia dei luoghi dove sono presenti più medici, alcuni specialisti, pediatri e operatori sociali, la Lombardia, invece, punta ad un sistema diverso per i malati cronici, dove per le visite legate alla malattia cronica c’è un “gestore”, che può essere un medico, una struttura pubblica o una privata, che si occupa di assistere e guidare il paziente negli esami e nelle cure.

In altri paesi bismarckiani invece è diffuso il modello dell’ambulatorio di fiducia: Non si ha il proprio medico, bensì un ambulatorio dove si può andare per visite e consulti. E questi ambulatori solitamente non hanno solo medici generali ma anche alcuni specialisti, il che permette di effettuare alcuni approfondimenti nell’immediato, e anche la possibilità di fare immediatamente alcuni esami, solitamente esami del sangue o radiografici.

Se avete un animale domestico probabilmente siete abituati: Andate dal veterinario perché ha la zampina dolorante, gli fa la radiografia per vedere se è rotta, scopre che è solo distorta e gli mette una fasciatura. Ecco, in un sistema Bismarck funziona così, solo che invece di pagare voi paga la vostra assicurazione.

Potremmo anche parlare di come alcune assicurazioni israeliane trattano i malati cronici: Con la telemedicina, riducendo dunque il numero di visite inutili e permettendo di controllare l’assunzione dei farmaci.

Ancora, non c’è un sistema migliore. Ma con l’attuale sistema non potete scegliere: Un burocrate sceglie al posto vostro. Se vivete a Caorso e preferite il sistema lombardo dovete cambiare casa, in un sistema Bismarck se la vostra assicurazione non vi soddisfa potete cambiarla.

Lombardia: Un esempio da cui partire?

La sanità lombarda è ritenuta una delle eccellenze italiane, assieme alla sanità emiliano-romagnola. Solo che, a differenza di quest’ultima, non prova a svantaggiare il privato ma a collaborarci. I risultati si vedono: I lombardi possono andare a fare visite con il SSR presso strutture private quasi senza accorgersene e, spesso, fare visite “private agevolate” che costano poco più del ticket ordinario con tempi decisamente minori.

Ironia della sorte, il pubblico qui tende a creare disparità, perché il lombardo disoccupato che ha l’esenzione per reddito – quindi pagherebbe zero – se vuole la visita agevolata deve pagare, putacaso, 45€, mentre il lombardo che ha i soldi paga 45€ invece di 35€. In sostanza la salute del disoccupato vale 45€ interi mentre quella del lombardo che lavora vale solo 10€. Per la cronaca, esisterebbe una scappatoia, se non vi trovano l’esame entro 60 giorni.

Pensiamo se la Lombardia decidesse, improvvisamente, di bismarckizzare una parte dei propri servizi sanitari. La Regione, in competizione con i privati, continuerebbe a gestire ospedali e cliniche, ma rinuncerebbe ad esempio al monopolio della medicina generale.

I medici generali diventerebbero dei liberi professionisti – liberi dunque di associarsi tra di loro e di convenzionarsi con delle assicurazioni, che li pagherebbero le pazienti, oppure dipendenti del sistema assicurativo nel complesso, a seconda del modello scelto.

La Regione fornirebbe una parte di ciò che oggi spende in sanità – o meglio nella sanità che sarebbe bismarckizzata – direttamente ai cittadini, con un voucher per acquistare l’assicurazione. Nel mentre, possono scegliere opzioni ulteriori a pagamento (ad esempio assicurazioni di viaggio, no ticket, per sport pericolosi, per liberi professionisti in caso di malattia).

La Regione, dunque, gestirebbe i servizi d’emergenza come il pronto soccorso o la guardia medica (che potrebbe essere affiancata da un servizio di consulto digitale dell’assicurazione) mentre le assicurazioni gestirebbero la medicina generale. Ci sarebbe una competizione sana, invece, in altri settori quali le visite specialistiche, le degenze o gli interventi: Il pagamento sarebbe effettuato dalle assicurazioni (che sono comunque finanziate e garantite dal servizio pubblico) e, secondo la scelta del paziente, andrà verso una struttura pubblica, privata caritatevole o privata per profitto.

I tempi delle visite calerebbero: non ci sarebbe più una lista a cui iscriversi ma una moltitudine di medici, cliniche ed ambulatori che concorrono per avere i soldi della vostra visita: in sostanza la celerità del privato unita al pagamento nullo o ridotto del pubblico. Idem in campi come la fornitura di farmaci o gli interventi d’emergenza, che sarebbero cofinanziati dall’ente pubblico e dall’assicurazione dell’individuo.

Sarebbe, in sostanza, un Bismarck coperto dal pubblico, uno dei vari sistemi ibridi, dove l’assicurazione d’emergenza è pubblica mentre l’assicurazione generale è privata ma viene garantita nella forma base.

Intervista a un rider Deliveroo

Il governo vuole un decreto con “le tutele” per i rider: da anni leggiamo di persone sfruttate, pagate 3€ l’ora, sotto costante minaccia di licenziamento, che devono lavorare sotto pioggia, neve e grandine e dove il minimo ritardo è punito col licenziamento.

Al contempo, i sindacati – interni o esterni – chiedono che tutto ciò finisca e che i rider abbiano di più: ferie pagate, contributi per la pensione, rimborso dei costi di connessione a Internet e della manutenzione del mezzo e simili.

Ma è davvero così? Ho realizzato una piccola intervista a un rider di Deliveroo che lavora in una città del Nord Italia, per sentire la sua.

Secondo molti, i rider sono sfruttati, tu ti senti sfruttato?

I media analizzano il lavoro dei rider con una scarsa conoscenza delle modalità di lavoro applicate dalle varie società. Nella situazione attuale, considero poco vantaggioso solo il contratto dei collaboratori di Glovo, ai quali non viene riconosciuto un minimo orario per la presenza. Deliveroo invece offre un minimo orario di 7.50€ lordi ed un’assicurazione sugli infortuni che copre ogni rider o sostituto per qualsiasi tipo di infortunio, fino ad un’ora dopo la fine delle sessioni prenotate.

Mentre su Deliveroo ci occupiamo solo della consegna in altre piattaforme i rider possono o devono accettare pagamenti in contanti e quindi tenere un fondo cassa, però senza indennità di maneggio denaro o assicurazione su furti. Poche settimane, ad esempio, fa un Glover – un collaboratore di Glovo – è stato derubato del suo incasso e l’azienda gli ha inizialmente detratto la somma sottratta, salvo tornare indietro dopo la sollevazione mediatica.

Personalmente non mi ritengo uno sfruttato, le tariffe proposte da Deliveroo, ovvero un minimo di 4€ ad ordine al quale va aggiunto un importo variabile in base a km da percorrere e rider disponibili, sono il giusto per un lavoro che non richiede particolari competenze, ma ovviamente nessuno si lamenterebbe di un aumento.

Probabilmente i media si sono dimenticati dei fattorini che lavorano in nero per le pizzerie e che guadagnano in una giornata quello che io guadagno in un’ora.

Come hai fatto a diventare rider? Hai sostenuto qualche spesa?

Per diventare rider ho inviato una candidatura sul sito di Deliveroo.
Basta semplicemente fornire i propri dati anagrafici e scegliere il mezzo con il quale si vuole lavorare, ed in seguito inviare una scansione della propria carta di identità e della propria tessera sanitaria (permesso di soggiorno nel caso di lavoratori stranieri, assicurazione e patente nel caso si scelga di lavorare con veicoli a motore).

Se si viene scelti – è molto facile per alcune città, ma molto difficile per altre – arriva via mail un contratto da firmare elettronicamente e una volta firmato il contratto (del quale non si può rivelare il contenuto), si diventa collaboratori dell’azienda e viene inviato un link per ordinare gratuitamente il kit legato al veicolo con il quale ci si è iscritti.

Nel caso ci si iscrivesse in bicicletta, il kit include uno zaino termico, una borsa termica, un casco con luce posteriore, una giacca impermeabile ed un supporto per telefono da installare sulla bicicletta.
Una volta ordinato il kit, viene fornito l’accesso all’app per rider, praticamente lo strumento di lavoro. Con questa si possono prenotare turni, ricevere o rifiutare ordini e tenere sotto controllo i propri guadagni.

Non ho sostenuto nessuna spesa se non quella di connessione ad internet, però sono a conoscenza del fatto che altre aziende facciano pagare il kit per lavorare.

Come funziona il tuo lavoro? Hai un tot obbligatorio o sei libero?

È un lavoro molto particolare, ma se si fa con serietà e gentilezza è un lavoro abbastanza tranquillo.
Quando ho un turno prenotato, mi reco nella zona e mi rendo disponibile a ricevere ordini.
Al contrario di quanto sempre dichiarato dai media, si può rifiutare qualsiasi ordine e non c’è nemmeno un limite ai rifiuti.

Un algoritmo chiamato Frank mi geolocalizza e decide se inviarmi una proposta di ordine in base alla mia posizione ed al mio veicolo e posso decidere se accettare o meno una consegna.

Una volta accettata mi reco al ristorante e comunico al personale il numero d’ordine visualizzato sull’app, metto il cibo nello zaino, vado verso il cliente e consegno. Una volta conclusa una consegna viene chiesto un feedback ed in seguito si torna disponibili per la prossima consegna. Non è vero che si viene “bannati” se si è lenti.

La scelta delle ore in realtà è un concetto un po’ complesso da spiegare perché varia da città a città, ma comunque si possono prenotare al massimo circa 50 ore a settimana.

Nel mio caso è importante lavorare nell’orario serale/notturno del weekend in quanto posso ottenere accesso prioritario alla prenotazione delle ore solamente lavorando in quelle giornate.

Se non volessi lavorare durante un turno prenotato? Bastano semplicemente 2 click, o magari se non me la sento (già successo in una giornata troppo calda), basta mettersi offline, ovvero rendersi non più disponibili a ricevere proposte di ordini. Ma anche fare questo, non influisce in alcun modo sulle possibilità lavorative o sui guadagni.

In ogni caso, da poco è possibile non lavorare anche per lunghi periodi di tempo senza che le proprie statistiche vengano modificate.
Con altre piattaforme non è nemmeno possibile cancellarsi da alcuni turni se al loro inizio mancano meno di 24 ore.

Devo dire che però, in merito ai turni, la più flessibile è Uber Eats, che consente di lavorare in qualsiasi momento e senza necessità di prenotarsi prima.

Il governo ritiene prioritario tutelare la tua professione, sei d’accordo?

Il governo, che per definizione è composto da burocrati, rischia di creare solamente disastri. Dovrebbe al massimo inserire alcune norme a tutela dei rider di quelle piattaforme più rigide che fanno maneggiare loro denaro senza alcuna indennità, ma non ingessare tutto il settore.

Purtroppo il governo non riconosce che questo è un lavoro atipico, un misto tra lavoro dipendente e lavoro da libero professionista.

Personalmente creerei un nuovo contratto specifico per questo tipo di lavoro, magari con parti derivate dal CCNL Logistica, con i principi esposti precedentemente.

Il governo non sa nemmeno di che cosa sta parlando: come si possono calcolare ferie e malattie se la gestione dell’orario di lavoro è totalmente a discrezione del singolo rider? O ancora, nel caso di Uber Eats come andrebbero calcolate, visto che un rider può decidere di lavorare in qualsiasi momento?

Prima di diventare rider credevi anche tu fosse una categoria sfruttata?

Se devo essere sincero sì, in passato pensavo veramente che i rider venissero pagati poco più di 2€ l’ora, ma mi è venuto il dubbio sulla veridicità del tutto vedendo sempre dei rider per strada.

Dopo un po’ di tempo mi iscrissi ad un gruppo del settore su Facebook, ed infatti notai, “parlando” con altri, che la paga oraria media era molto diversa da quella mostrata dai media.

Posso dire che, a livello personale, con un minimo sforzo si riesce tranquillamente ad arrivare a 12€ lordi l’ora. Se capitano consegne doppie o particolarmente lunghe, si riesce anche ad arrivare ai 15-17€ lordi l’ora, senza contare le mance via app o in contanti. Questo per Deliveroo, con altre piattaforme non saprei ma leggendo i loro gruppi su Facebook pare che le paghe siano minori.

C’è qualcosa del settore che cambieresti?

Non è detto che quel che va bene a me vada bene a tutti. Io proporrei la rimozione del limite di 5000€ per le prestazioni occasionali (contratto della maggior parte delle piattaforme, superato il limite serve aprire la Partita IVA) ed anche la rimozione della tassazione al 20% delle mance. Il cliente viene ingannato, pensa di star facendo un favore al rider, ma in realtà sta dando parte della sua mancia ad un’entità che non conosce nemmeno i lavori sui quali pretende di legiferare.