Il flagello dell’Africa: breve storia del socialismo africano

Negli anni Sessanta, milioni di africani guardavano con ottimismo al loro futuro: erano gli anni della decolonizzazione, dell’indipendenza, della libertà. Dopo aver conquistato il diritto all’autogoverno, una nuova generazione di leader africani guardava fiduciosa verso l’avvenire, certa di poter costruire un’Africa migliore, in grado di relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo.

Così non è stato. Mezzo secolo dopo, molte nazioni africane si presentano persino più povere di quanto non lo fossero sotto il dominio europeo. Violenza, corruzione, instabilità, miseria, morte: per milioni di africani, è questa la realtà della loro vita. La domanda quindi sorge spontanea: cosa è andato storto?

 

Damnatio memoriae

Naturalmente, non esiste una risposta semplice: questo fallimento è il risultato della combinazione di diversi fattori (i danni a lungo termine del colonialismo, tensioni etniche e religiose, ingerenze delle potenze straniere), ma uno spicca su tutti gli altri: l’abbandono, da parte delle élite al potere nei diversi Paesi africani, dei principi del libero mercato e della democrazia liberale.

Una volta conquistata l’indipendenza, molti dei nuovi leader africani decisero di voltare le spalle a qualsiasi testimonianza del passato coloniale. Ad essere rimossi, modificati o distrutti, però, non furono solo edifici ed emblemi: anche le idee furono sottoposte alla damnatio memoriae.

Per questi leader africani capitalismo, libero mercato e democrazia liberale erano idee degli odiati ex-padroni, quindi intrinsecamente malvagie[1]. Pertanto, era inevitabile che questi politici, nello scegliere secondo quali principi guidare lo sviluppo delle loro nazioni, venissero attratti dall’ideologia della potenza che, negli anni Sessanta, si presentava come l’antitesi dell’Occidente imperialista: l’URSS, e quindi il socialismo sovietico.

 

Un’Africa socialista

Sarebbe riduttivo affermare che il socialismo sovietico abbia attecchito bene nelle nuove nazioni africane: piuttosto, sarebbe più corretto dire che è divampato come benzina sul fuoco dell’indipendenza.

In Tanzania, Julius Nyerere fondò lo sviluppo del Paese sulla dottrina della “Ujamaa”(famiglia estesa), un misto di socialismo sovietico e valori tradizionali africani[2]. In linea con questi principi, la prima Costituzione della Tanzania affermava che “lo Stato ha il compito d’impedire l’accumulo della ricchezza, incompatibile con una società senza classi”.

In Ghana, il Presidente Nkrumah fissò come obiettivo ultimo del suo governo il controllo totale dell’economia da parte dello Stato[3]. Per raggiungere tale scopo, le imprese private vennero nazionalizzate, perfino prezzi e salari vennero stabiliti a tavolino dal governo centrale.

In Guinea, per realizzare il “marxismo in panni africani”, il governo di Sékou Touré varò misure estremamente severe, tra cui: divieto di qualsiasi attività commerciale non approvata dal governo, monopolio statale del commercio con l’estero, pena di morte per il contrabbando[4].

Questi sono solo alcuni esempi. Infatti, vicende simili riguardarono anche lo Zimbabwe di Mugabe, il Mali di Keita, l’Etiopia di Mengistu e tante altre nazioni africane. Perfino in quelle dichiaratamente “capitaliste”, come la Nigeria, uno Stato forte, che quindi interviene pesantemente in economia, venne considerato come uno strumento utile all’indipendenza nazionale[5].

 

Il socialismo africano fra teoria e pratica

Il socialismo africano, sebbene si proponesse come una “Terza via” alternativa non solo al capitalismo, ma anche al socialismo di stampo sovietico[6], nei fatti riprendeva gli aspetti fondamentali di quest’ultimo, in particolare il sistema politico monopartitico e l’economia pianificata.

In tutte le nuove repubbliche socialiste, pertanto, non esistevano né partiti di opposizione né vincoli al potere del governo: tanto nel Ghana di Nkrumah quanto nello Zimbabwe di Mugabe, l’unico partito legale era quello del Presidente, che governava con pieni poteri.

Come in ogni Stato socialista che si rispetti, poi, l’economia era pianificata: com’è stato già detto in precedenza, i leader socialisti africani fecero grandi sforzi per eliminare qualsiasi impresa privata, e quindi autonoma rispetto al governo centrale.

Tutto questo ebbe due gravi conseguenze: in primo luogo, stroncò nei cittadini di questi Paesi qualsiasi aspirazione imprenditoriale, sostituendola con una mentalità che vede lo Stato come l’unica istituzione in grado di creare ricchezza (mentre in realtà può solo ridistribuirla, di solito male).

In secondo luogo, l’accentramento del potere: in ognuno di questi Stati, il regime socialista al potere favorì lo sviluppo di una burocrazia pesante ma influente, la cui prosperità crebbe in modo inversamente proporzionale a quella della nazione. Ancora oggi, in gran parte del continente, sono solo pochi funzionari politici e militari a beneficiare delle ricchezze dell’Africa, mentre ai loro concittadini restano le briciole.

 

Quali risultati?

Bisogna precisarlo: Nkrumah, Nyerere, Touré e gli altri leader della loro generazione, con tutta probabilità, erano (almeno all’inizio) in buona fede. Probabilmente, prima che subentrasse l’attaccamento agli agi ed ai vantaggi del potere, erano sinceramente spinti dal desiderio di aiutare i loro concittadini e migliorare i loro Paesi d’origine. Ma, come diceva Karl Marx stesso, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La Tanzania, quando Julius Nyerere salì al potere, aveva un PIL paragonabile a quello della Corea del Sud di allora. Negli anni seguenti, la fallimentare collettivizzazione dell’agricoltura, imposta secondo i principi della Ujamaa, ha condannato il Paese a decenni di stagnazione economica[7]. Oggi, la Tanzania è uno dei Paesi africani più poveri.

In Ghana, quasi tutte le imprese nazionalizzate dal governo di Nkrumah fallirono sotto il peso della corruzione e della gestione inefficiente[8], il che portò l’economia del Paese al collasso. Alla fine, Nkrumah stesso venne deposto.

Lo Zimbabwe, un tempo noto come “il granaio dell’Africa”, sprofondò in una grave crisi alimentare quando Robert Mugabe espropriò le terre dei contadini bianchi (che vennero espulsi dal Paese) per ridistribuirle fra i suoi sostenitori (che di agricoltura ne sapevano poco o niente)[9].

Quando i leader che hanno fatto la storia del socialismo africano salirono al potere, ai loro concittadini promisero indipendenza, prosperità e progresso. Invece, quando se ne sono andati, hanno lasciato loro in eredità Paesi dipendenti dagli aiuti internazionali, caduti in miseria e con poche prospettive per il futuro.

 

Quale futuro per l’Africa?

Quando (o meglio, se) i Paesi devastati dal socialismo africano riusciranno a recuperare decenni di sviluppo perduti, è impossibile dire con certezza. Tuttavia, ci sono segnali incoraggianti.

Innanzitutto, fra il 1996 ed il 2016, il numero di Paesi africani dichiaratamente socialisti è calato drasticamente, mentre il grado di libertà economica è aumentato in tutto il continente (da 5.1 su 10 a 6.15 su 10, secondo il Fraser Institute)[10]. Tutto questo soprattutto perché, dopo il crollo dell’URSS, i regimi socialisti in Africa hanno perso gli aiuti economici sovietici, crollando a loro volta.

Gli effetti benefici della liberalizzazione dell’economia non hanno tardato a manifestarsi: negli ultimi vent’anni, nell’Africa subsahariana, il PIL è triplicato (quello per capita è raddoppiato), la mortalità infantile si è dimezzata e la vita media si è allungata di dieci anni[11].

Una nuova era per l’Africa, di vera prosperità e di vera pace, potrebbe essere aperta dalla nascita dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA). Si tratta di un’area di libero scambio creata nel 2018 che, ad oggi, comprende 29 dei 55 membri dell’Unione Africana.

Secondo le stime dell’ONU, l’AfCFTA potrebbe potenzialmente incrementare di oltre il 50% il commercio fra i diversi Paesi africani in soli pochi anni, generando ricchezza che andrebbe a sollevare dalla povertà estrema milioni di africani[12].

Naturalmente, niente è scolpito nella pietra. Il 21esimo secolo potrebbe essere il secolo della riscossa dell’Africa, in cui i danni inflitti dal colonialismo e dal socialismo verranno superati ed il continente potrà finalmente relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo, come si sperava già nel 1960.

Oppure, al contrario, i progressi degli ultimi vent’anni potrebbero essere solo temporanei, e questo sarà il secolo in cui si compirà la tragedia finale dell’Africa, un continente reso sterile dalla sua stessa mentalità collettivista.

Una sola cosa è certa: qualsiasi sarà il futuro dell’Africa, esso è nelle mani degli africani. Nelle mani dei suoi politici, che dovranno essere lungimiranti. Nelle mani dei suoi imprenditori, che dovranno affrontare mille ostacoli per riportare la prosperità. Nelle mani dei suoi elettori, che non dovranno ripetere gli stessi errori già ripetuti ormai fin troppe volte.

[1]https://www.africanliberty.org/2019/03/14/how-socialism-destroyed-africa/

[2][3][4][5]https://youtu.be/ZUBXW6SjuQA

[6]https://www.britannica.com/topic/African-socialism

[7][8]https://mises.org/wire/africas-socialism-keeping-it-poor

[9]https://youtu.be/XB9vMcMXs6s

[10][11][12]https://fee.org/articles/what-can-we-expect-from-africa-in-the-2020s/

 

Paradossi del socialismo sovietico: falsa prosperità e vera povertà

L’Unione Sovietica, nel corso della sua storia, ha affrontato diversi nemici, dal Terzo Reich agli Stati Uniti. Tuttavia, alla fine il socialismo sovietico è stato abbattuto dall’unico nemico che nessuna ideologia potrà mai sconfiggere: la realtà. Nella sua guerra contro la realtà, il socialismo sovietico ha dato origine a diversi paradossi. Questo articolo si concentrerà su 3 dei più grandi fra questi paradossi.

Portafogli pieni, scaffali vuoti

Bisogna ammetterlo: se si considera come ricchezza la quantità di denaro a disposizione di un individuo, allora il cittadino sovietico medio era innegabilmente ricco. Grazie al regime socialista, che manteneva bassi i prezzi dei beni di consumo, e a continui aumenti di stipendio, i cittadini sovietici avevano molto denaro fra le mani[1].

C’è solo un problema: la ricchezza non è data da quanto denaro un individuo possiede, bensì da cosa l’individuo può comprare con quel denaro. Quindi, se i portafogli sono pieni ma gli scaffali sono vuoti, si arriva al paradosso di milionari che vivono in povertà, circondati da denaro contante che non potranno mai spendere.

Questa situazione paradossale era dovuta alla combinazione fra prezzi artificialmente bassi e salari artificialmente elevati (artificialmente perché stabiliti a tavolino dai pianificatori centrali del PCUS, quindi non derivanti dal naturale incontro fra domanda ed offerta, come avviene in un’economia di libero mercato).

In poche parole i cittadini sovietici, grazie alla loro disponibilità di denaro ed al basso prezzo dei beni di consumo, erano portati a consumare più di quanto producessero, e questo portava alla scarsità di beni[2].

Come spiega Ludwig von Mises ne “Il calcolo economico negli Stati socialisti”, poiché in un regime socialista è lo Stato a possedere tutti i mezzi di produzione ed a ridistribuire le risorse, non è possibile stabilire il prezzo reale di beni e servizi, dato che i prezzi derivano da milioni d’interazioni economiche fra milioni d’individui, le quali però sono assenti in un’economia pianificata, dove solo lo Stato compra e vende beni e servizi.

Quindi, tornando al discorso di prima, il prezzo artificialmente basso, stabilito dai burocrati del PCUS, di un bene o di un servizio non rispecchiava la sua reale disponibilità. Il consumo eccessivo di beni e servizi, poi, generava scarsità.

Da qui la famosa immagine delle file per i negozi: i primi della fila erano fortunati, perché potevano comprare tutto quello che volevano, di conseguenza però non restava niente per gli altri. I cittadini sovietici, che non erano stupidi, sapevano bene quale fosse il vero valore del loro denaro, che con un’ironia un po’ cinica definivano come “soldi del Monopoly”[3].

L’Holodomor: un successo del Piano Quinquennale

Fatta eccezione per i tankies, fortunatamente oggi nessuno nega più l’Holodomor, la “morte per fame” di milioni di Ucraini fra il 1932 ed il 1933. Tuttavia, forse non tutti sanno quanto le politiche economiche sovietiche siano state responsabili per questa tragedia.

Innanzitutto bisogna fare alcune premesse. Come già accennato, all’interno dell’Unione Sovietica il denaro aveva ben poco valore, soprattutto a causa dell’eccessiva quantità di rubli in circolazione (l’iperinflazione è stata un fenomeno ricorrente nella storia dell’URSS). Di conseguenza, anche i Paesi stranieri si rifiutavano di accettare rubli nei loro commerci con l’Unione Sovietica, esattamente come oggi nessuno accetta la valuta nordcoreana per commerciare.

Pertanto, così come oggi Kim Jong-un ha bisogno di accumulare valuta estera per comprare materie prime e macchinari a fini bellici, allo stesso modo Josef Stalin negli anni Trenta aveva bisogno di valuta estera per acquistare i mezzi necessari ad espandere il suo potere in Europa ed in Asia. Per accumulare valuta estera, quindi, Stalin fece delle esportazioni una priorità[4].

Dato che all’epoca il Paese era ancora poco industrializzato, le esportazioni sovietiche consistevano principalmente in materie prime, soprattutto prodotti agricoli, ed è qui che ci si ricollega all’Holodomor.

All’inizio degli anni Trenta, a causa delle perdite dovute alla collettivizzazione forzata dei terreni agricoli, all’eliminazione dei kulaki e ad una siccità che colpì l’URSS nel 1931, la produzione agricola, soprattutto quella del grano, calò drasticamente[5]. A questo punto, sarebbe stato ancora possibile scongiurare la carestia, se non fosse stato per una quarta sciagura: il PCUS.

Il regime comunista, infatti, adottò due provvedimenti che condannarono definitivamente alla morte per fame milioni di persone. In primo luogo, per mantenere ad ogni costo le quote stabilite dal Piano Quinquennale, il PCUS decise di aumentare la pressione sulle aree meno colpite dalla siccità, e d’inasprire le già severissime pene per i contadini che osavano trattenere parte del loro lavoro per sfamare le proprie famiglie[6].

In secondo luogo, Stalin decise che, a dispetto della situazione interna critica, le esportazioni di prodotti agricoli andavano incrementate: fra il 1929 ed il 1931, le esportazioni di grano sovietico passarono da 170000 tonnellate a 5200000 tonnellate, in soli due anni quindi aumentarono di 30 volte[7]. Due anni dopo, milioni di cittadini sovietici erano morti nella carestia che il regime comunista aveva reso inevitabile.

L’inefficienza è forza

Nell’Unione Sovietica, l’inefficienza non era l’eccezione nel processo produttivo, qualcosa da individuare e correggere, bensì era la norma, sancita come tale dal principio comunista del “da ognuno secondo le proprie capacità, ad ognuno secondo i propri bisogni”.

Applicando questo principio alla realtà del processo produttivo, si ottenevano due possibili risultati. Nel primo caso, durante una dato Piano Quinquennale, una certa fabbrica arrivava a raggiungere solo metà della quota produttiva prevista dal Piano. Secondo il principio precedentemente citato, pertanto, nel Piano Quinquennale successivo alla fabbrica sarebbe stato destinato il doppio delle risorse e degli operai, per raggiungere la quota[8].

Nel secondo caso invece, durante lo stesso Piano Quinquennale, un’altra fabbrica riusciva a soddisfare la quota richiesta utilizzando le risorse e la manodopera nel modo più efficiente possibile. Di conseguenza, sempre per lo stesso principio, nel Piano Quinquennale successivo alla fabbrica sarebbe stata imposta una quota più elevata, da soddisfare senza ricevere più risorse e operai[9].

Naturalmente, in queste condizioni la fabbrica efficiente avrebbe fallito nel raggiungere la prestazione richiesta, e solo allora avrebbe ottenuto aiuti per soddisfare la quota. In un simile contesto, quindi, quale dirigente sarebbe stato così sconsiderato da promuovere l’efficienza all’interno della propria fabbrica?

Apparentemente, avrebbero vinto tutti: sulla carta, il Piano Quinquennale sarebbe stato un successo, il PCUS avrebbe avuto una nuova vittoria del socialismo sovietico di cui vantarsi, ed i dirigenti delle fabbriche inefficienti si sarebbero ritrovati a gestire fabbriche più grandi.

A lungo andare, però, la realtà si sarebbe presa la propria rivincita sull’ideologia. Alla fine, le immense risorse dell’URSS sarebbero state insufficienti per compensare i danni dovuti a decenni di cattiva gestione della attività produttive da parte dei burocrati del PCUS, e così è stato.

Conclusioni

Si dice che la follia consista nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. In questo senso, perciò, non è esagerato definire folli i pianificatori centrali del regime sovietico, che nel corso della storia dell’URSS hanno più volte scelto di ripetere gli stessi errori, piuttosto che ammettere l’impossibilità di plasmare il mondo ad immagine e somiglianza della loro ideologia.

Ma se loro sono stati dei folli, ancora più folli sono quelli che, a trent’anni dal fallimento dell’esperimento sovietico, non solo si rifiutano di riconoscere come responsabile di tale fallimento il socialismo sovietico stesso (dando quindi la colpa agli Stati Uniti, alla CIA, a Gorbačëv etc…), ma che propongono persino di ripeterlo come se, per l’appunto, si aspettassero risultati diversi.

[1][2][3] https://youtu.be/kPVo9w79D6w

[4][5][6][7] https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://www.youtube.com/watch%3Fv%3DmZoUioqlZEs%26vl%3Den&ved=2ahUKEwifucHoxdvoAhXOUJoKHX2CCwgQFjAAegQIAxAB&usg=AOvVaw2mEIG3Na4vkRNdUV5NfPtF

[8][9] https://youtu.be/S3Jkqqlpibo

 

Ambientalismo e socialismo: una storia d’amore

“Gli ambientalisti sono come i cocomeri: verdi all’esterno, rossi all’interno”, dice il vecchio adagio. Questa piccola metafora contiene in sé un’importante verità. Quando, dopo il crollo del blocco sovietico, l’ideologia marxista perse gran parte della sua credibilità, i suoi seguaci si ritrovarono privi di un ideale da seguire. Molti di essi, quindi, abbandonarono la bandiera rossa in favore della bandiera verde.

Non è un caso, infatti, che i partiti Verdi come li conosciamo oggi siano nati tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Allo stesso modo, non è un caso che i Socialisti Democratici negli Stati Uniti abbiano fatto del “Green New Deal” un loro cavallo di battaglia.

Mentre si avvicinano le elezioni del 2020, sono sempre più numerosi i progressisti pronti a dare il loro endorsement a questo programma ambizioso, che già nel nome riprende lo spirito del fallimentare “New Deal” implementato da FDR negli anni Trenta.

Salvaguardare l’ambiente è un nobile obiettivo, condivisibile da tutti al di là del credo politico. Tuttavia, esistono alcuni punti di contatto fra ambientalismo e socialismo che possono essere sfruttati a scopo politico. In questo senso si può parlare di “ecosocialismo”.

Il primo ed il più evidente è la profonda sfiducia verso il capitalismo. Nello specifico, gli ambientalisti (o meglio, gli ecosocialisti) mettono in discussione la capacità di adattamento del sistema. Non solo, molti di loro sono genuinamente convinti che l’abolizione della civiltà capitalista sia necessaria per scongiurare un’apocalisse sempre più vicina.

Fortunatamente, tali profezie apocalittiche sono state più volte smentite dai fatti, i quali dimostrano la resilienza del capitalismo. Un esempio su tutti: la rivoluzione verde.

Nel 1968 Paul R. Ehrlich, ambientalista e biologo statunitense, pubblicò il suo bestseller “The Population Bomb”. In quest’opera egli dipingeva un futuro drammatico (gli anni Settanta), nel quale centinaia di milioni di persone sarebbero morte per via di carestie dovute alla sovrappopolazione.

La storia, come sappiamo, non è andata così. Tra il 1950 ed il 1970, lo sviluppo di nuove tecniche agricole, finanziato dalle industrie e da enti come la Rockefeller Foundation, ha reso possibile un incremento senza precedenti della produzione alimentare (rivoluzione verde).

Simili risultati, tuttavia, sono invisibili agli occhi degli ecosocialisti. La loro sfiducia verso il capitalismo resta granitica, e li spinge verso una strada già percorsa dai loro predecessori, l’intervento statale.

Gli ecosocialisti amano la burocrazia, le regolamentazioni, la visione top-down dell’economia e della società. Nel loro mondo ideale tutto, dal numero di figli che si possono avere alla quantità di acqua per lavarsi, è deciso a tavolino in un’economia pianificata, per ridurre al minimo l’impatto ambientale.

Si potrebbe pensare che la perdita di libertà sia un prezzo accettabile per salvare l’ambiente. Il problema è il seguente: l’unico risultato certo di questa linea d’azione sarebbe l’accentramento di potere nelle mani di pochi ecosocialisti. Una volta a capo dell’economia pianificata, il loro arbitrio sarebbe totale, mentre nulle sarebbero le garanzie di successo del sistema.

A dir la verità, i risultati a livello ambientale di questo sistema sono stati tutt’altro che incoraggianti in passato, come mostra il caso del lago di Aral. Il lago di Aral è, o meglio era, un grande lago salato situato fra Kazakistan ed Uzbekistan.

In epoca sovietica, i principali immissari del lago sono stati deviati per ordine delle autorità statali al fine di soddisfare i bisogni agricoli dell’Urss. In quarant’anni, i loro piani economici hanno ridotto gran parte del lago di Aral in un deserto tossico, uno dei peggiori disastri ambientali del secolo scorso.

Quindi un’economia pianificata, come proposta dai socialisti ieri e dagli ecosocialisti oggi, non solo non è più efficace nel salvaguardare l’ambiente rispetto ad un sistema capitalista basato sul libero mercato, bensì è potenzialmente molto più pericolosa.

Questo perché il secondo sistema ha una dinamicità invidiabile, che è il segreto del suo successo. Tutti sono protagonisti attivi nel libero mercato, tutti contribuiscono con le loro azioni e le loro idee alla direzione seguita dal sistema.

Certo, il contributo di un grande imprenditore, di un Elon Musk, non sarà lo stesso di una persona comune, ma la natura del sistema impedisce anche ai più ricchi industriali di ignorare le esigenze ed i desideri dei loro consumatori. In questo senso, un boicottaggio è uno strumento più potente di una rivoluzione.

Questo non accade in un’economia pianificata. In tal caso i pianificatori, una volta ottenuto il potere assoluto facendo grandi promesse, non hanno alcun incentivo reale a mantenerle, ed in caso di fallimento non corrono alcun rischio.

Esistono solo due tipi di ecosocialisti. I primi, che sanno tutte queste cose, sono spinti solo dall’avidità e dalla sete di potere, e sono parte del problema.

I secondi, che hanno realmente a cuore la causa e che sono ingannati dai primi, sono quelli che vorrei raggiungere con questo articolo.

Dimenticate la storia che vi raccontano da sempre, quella dell’imprenditore cattivo che cospira contro la Madre Terra e del politico buono che lo sconfiggerà (dopo essere stato eletto o rieletto, naturalmente).

Invece di delegare ad un politico il potere di costringere gli altri a vivere come voi vorreste che vivano, siate individualisti. Scegliete per voi stessi di vivere una vita a basso impatto ambientale, e lasciate agli altri questa stessa libertà.

Lasciate che il libero mercato sia vostro alleato, premiate con il vostro denaro le imprese che danno ascolto alle vostre richieste, e boicottate (a titolo personale) quelle che non lo fanno. Ormai è giunta l’ora di porre fine a questa storia d’amore tossica con il socialismo, ed andare avanti senza più credere nelle sue menzogne.