Come il libero mercato favorisce l’integrazione dei transgender nel lavoro

Alcuni giorni fa discutevo con un’amica. Lei, donna transgender, lamentava la discriminazione che riceverebbero le trans nel mondo del lavoro. Sosteneva che a causa di un problema culturale, certamente esistente, queste fossero emarginate rispetto alle donne biologiche in relazione alla carriere lavorativa. Ho deciso così di assumere che questa rappresentazione fotografasse esattamente la realtà delle condizioni di integrazione delle trans nel lavoro.

Se fosse vero che le persone trans sono discriminate sul lavoro a parità di rendimento con le donne biologiche, allora per logico effetto economico le loro prestazioni lavorative avrebbero un valore inferiore. Presupponendo che le aziende siano degli agenti economici razionali che hanno l’obiettivo di massimizzare il profitto, sarebbero portate presto o più tardi ad assumere le donne trans con una retribuzione inferiore al posto di donne biologiche con una retribuzione maggiore. In tal modo massimizzeranno il profitto economico dell’impresa.

Sempre se è vero che le donne trans hanno un rendimento lavorativo uguale a quello delle donne biologiche, in un’economia basata sulla concorrenza e il libero mercato, le aziende si accorgerebbero che alcune a loro concorrenti stanno realizzando extra profitti licenziando le donne biologiche e assumendo le trans a un salario inferiore. Questo porterebbe anche le altre aziende a fare la stessa cosa, fino a quando la richiesta di lavoratrici trans, che nel breve periodo ha subito un’impennata, non torni ad essere costante.

Nel lungo periodo i salari delle donne trans tenderanno quindi a crescere e a equipararsi a quelli delle donne biologiche. Questo non rappresenta altro che il raggiungimento di uno stato stazionario al quale l’economia tende naturalmente.

Perché essendo la nostra una società capitalista questo non avviene? Le considerazione possono essere molteplici.

La prima è che l’economia italiana non è in condizioni di libera concorrenza svincolata da un intervento pubblico che ne deforma la genuinità. La presenza di leggi che in teoria dovrebbero disincentivare il licenziamento, la presenza di vincoli alla facilità di assunzione e licenziamento, la presenza di assurde regolamentazioni che rendono più praticabili i licenziamenti collettivi a quelli individuali, determinano un’alterazione dell’ordine spontaneo del libero mercato che lede l’integrazione delle persone transgender nel mondo del lavoro.

Bisogna considerare inoltre il fatto che l’Italia è il paese col più alto numero di piccole medie imprese in rapporto alla grandezza del mercato interno rispetto agli altri paesi europei. La presenza dei sopracitati vincoli imposti dal governo ostacola lo spiazzamento dell’ipotetico pregiudizio dei piccoli medi imprenditori verso le lavoratrici transgender, a causa di leggi che impongono restrizioni alla libera assunzione e licenziamento.

L’imprenditore, conoscendo bene le difficoltà al licenziamento di un dipendente imposte dalla mano pubblica, non sarà mai portato a rischiare di assumere una persona sulla quale nutre pregiudizi anche se la situazione gli permettesse di assumerla a un salario ridotto per la stessa mansione.

Conoscendo bene gli impedimenti al licenziamento, rinuncerà ad assumerla.

Adesso ipotizziamo una situazione diversa. Le donne trans hanno rendimenti lavorativi inferiori a quelli delle donne biologiche, per via della maggiore esposizione a problemi di salute, a causa delle medicine e gli interventi chirurgici ai quali potrebbero sentirsi costrette a sottoporsi. Il processo precedentemente descritto quindi non si realizzerebbe.

A questo punto il mercato si adeguerebbe attribuendo un valore inferiore al lavoro delle persone trans, e queste verrebbero assunte a un salario inferiore di quello attribuito alle donne biologiche. Ma questo non avviene a causa della presenza di leggi sulla discriminazione, dunque le aziende non potendo assumere trans a un salario inferiore per minor rendimento, preferiranno assumere donne biologiche a un salario superiore per maggior rendimento.

In entrambe le situazioni l’introduzione di nuove norme a tutela delle persone trans sarebbe controproducente e danneggerebbe proprio quelle stesse persone che dovrebbe tutelare, favorendone l’emarginazione. E’ certamente preferibile avere un lavoro a un salario inferiore che non averlo affatto. A questo punto, lamentarsi della discriminazione sul lavoro può avere senso? Si, se come causa non si identificano gli imprenditori ma la mano pubblica.

Italia, vuoi crescere?

L’Italia è un paese che ha un grande problema da risolvere se non vuole diventare l’Argentina: la responsabilità.
Chiede tanto, ma vuole dare poco in cambio. Vuole essere rispettato, ma non rispetta mai gli altri.
Si lamenta, ronfa e dà la colpa al prossimo per i propri errori.
Un paese che sembra un vecchio che dopo una vita rampante e piena di alti e bassi, regredisce e torna bambino.
Un bambino viziato, arrogante e presuntuoso che non vuole crescere, ma al massimo decrescere.
Ma analizziamo un po’ questo bambino.

ZERO CRESCITA

Questo paese ha dimenticato come crescere e come un anziano, regredisce.
La crisi del 2008 ha lasciato un profondo segno, dal quale non ha mai recuperato pienamente.
Ma questa è una situazione diffusa? Neanche per sogno.

L’aggregato dell’area euro è cresciuto molto più del Bel Paese, per non parlare della cattiva Germania.
Perchè questo?
Sostanzialmente l’economia italiana è estremamente rigida, ed ha dei grandi problemi strutturali che potremo sintetizzare come:

1) Enorme imposizione fiscale, con un total tax rate verso le imprese al 64%. Il più alto in Europa.
2) Scarsa produttività del tessuto imprenditoriale, costituito al 95% da micro-imprese a bassa liquidità e poco innovative, che non riescono a stare al passo nel contesto globale.
3) Burocrazia asfissiante, con 238 ore all’anno necessari alle imprese per pagare le tasse.
4) Processi lunghi, con mancanza di certezza del diritto.
5) Settore pubblico inefficiente, costoso e sprecone.
6) Sistema pensionistico da furto intergenerazionale.

Tutto ciò crea un’economia stagnante, che non ha la forza di crescere come dovrebbe, nella quale la classe politica non riesce ad adottare una visione di lungo termine atta alla crescita e alla prosperità del paese.
Classe politica che piuttosto preferisce puntare sul consenso di breve termine attraverso mancette elettorali molto costose, che trasferiscono soldi dalla parte più produttiva del paese a quella meno produttiva.
Ma se da una parte non cresciamo, da un’altra parte cresciamo più di tutti.
Questa parte è il debito pubblico.

DEBITI ALLE STELLE

Il debito PIL italiano a gennaio 2020 è pari al 135,7 del PIL. Solo 15 anni prima, era pari al 105%. Colpa della crisi? In parte.
Negli anni ’80 l’Italia ha accumulato deficit di bilancio sistematicamente oltre il 10%, proseguiti con una moderazione e tentata stabilizzazione dei conti pubblici durante gli anni ’90 in previsione dell’entrata nella moneta unica.
Stabilizzazione che durante il governo Berlusconi II è stata accantonata con nuovi incrementi di spesa pubblica (alla faccia delle rivoluzione liberale), e che ha gettato le basi per l’esplosione del debito pubblico durante la crisi del 2008:

Ma non è finita qui.
L’Italia grazie alle politiche espansive della BCE, ha potuto godere di interessi bassissimi sul debito culminate nel 2019 con 1,2% sul decennale a Gennaio 2020.
Da ricordare che nel 1990 il rendimento del decennale era il 13%. Giusto una lieve differenza.
Tutto ciò con la promessa di guadagnare tempo prezioso per fare quelle giuste riforme per risolvere i problemi strutturali del paese.
Ma cosa ha fatto l’Italia?

Si è macchiata del più grande moral hazard della storia recente.
Approfittando dei rendimenti bassi, dal Governo Renzi in poi ha cominciato a spendere in assistenzialismo a scarsissimo moltiplicatore con gli unici effetti di trasferire soldi da settori produttivi a settori non produttivi tra cui:

1) Quota 100, con costo di 5 miliardi all’anno e in un paese con la più grande spesa pensionistica di Europa. Pari al 16% del PIL.
2) Bonus Renzi da 80 euro, con un costo di quasi 10 miliardi all’anno, che nel 2020 sono diventati 100 euro.
3) Reddito di cittadinanza, creato per reinserire in un mercato del lavoro senza lavoro disoccupati, che poi sono finiti per sedersi sul divano nella vana speranza di ricevere un’offerta di lavoro. Costo 9 miliardi.

Sono 24 miliardi totali, quasi la metà degli interessi che paghiamo per il debito pubblico.
Tutto ciò solo per una classe che insegue il consenso come un ragazzo insegue il like su Facebook.

CULTURA STATALISTA

Inutile prenderci in giro, questa classe politica non si è originata dal nulla.
Gli italiani l’hanno scelta, approvata e voluta, nonostante il PIL pro capite nel periodo 2008-2018 sia cascato di un ben 12%.
Viviamo in un paese in cui tutto è pubblico, tutto è controllato dalla politica, e l’iniziativa privata viene gambizzata.
Ma qual è il problema della politica?
La politica non ha la cosiddetta “skin in the game“.
Non investendo soldi propri ma quelli dei contribuenti, non ha la percezione del rischio. E quando non esiste una mentalità seria e lungimirante si getta in politiche strampalate di puro consenso, fiduciosa che anche nel caso le cose dovessero andare male non pagherà alcuna conseguenza.
Tanto la colpa sarà sempre dei Governi precedenti.
Fallimento dopo fallimento la situazione economica peggiora, più persone diventano povere e chiedono aiuto. Qui i politici intervengono propagandando il proprio ruolo di protettore dei più deboli, gettando la colpa al mercato inefficiente, alla globalizzazione, alla mancanza di sovranità monetaria. Perchè solo più Stato può risolvere questi problemi.
Le persone abboccano, e inizia il culto dello Stato. Chiedono più Stato!
Tanto la colpa è sempre degli altri, mentre i politici aumentano il proprio potere.

LA COLPA E’ DEGLI ALTRI!

L’Italia è la patria di un socialismo surreale intriso a costante de-responsabilizzazione delle proprie azioni. E’ sempre colpa dell’olio della Tunisia, del Parmesan americano, del riso cambogiano e non ci si chiede come sia possibile che un paese avanzato come questo possa entrare in concorrenza diretta con prodotti di così scarso appeal.
Una delle spiegazioni è molto semplice.
Gli stati avanzati che crescono di più -perfino la Cina, la patria del capitalismo di Stato- si sono concentrati su settori tecnologici ad alto valore aggiunto, che permette salari maggiori e introiti superiori, così da non entrare in competizione di prezzo con paesi non sviluppati su settori chiave della propria economia.
Ciò è saggio, perchè i paesi in via di sviluppo si occupano di settori a basso valore aggiunto e a bassi salari, mentre gli stati avanzati si concentrano sull’innovazione e il progresso a elevati salari.
Invece, l’Italia è ancora nostalgica delle svalutazioni competitive e dei salari bassi in modo da far concorrenza spietata al Botswana.

Alla faccia del Made In Italy.

UNO SGUARDO AL PRESENTE

Tutto ciò fatto fino ad ora ha portato alla situazione attuale, affrontando una delle più grandi crisi economiche e sanitarie dei tempi moderni con armi spuntate e totalmente impreparati.
La mancanza di lungimiranza, l’arroganza, è culminata con questo momento.
Ma non giriamoci intorno.
Quest’anno il debito italiano arriverà in automatico al 150% del PIL, ma più probabilmente supererà il 160%. Con un PIL che probabilmente perderà al 10%.
Avremo bisogno del MES? degli Eurobond? Questo lo lasciamo ad altre analisi, ma una cosa è certa.
Ci sarà un momento per ricostruire, un momento nella quale si avrà forse l’ultima occasione per adottare tutte quelle riforme che vadano verso un’unica soluzione:

Il libero mercato, e la riduzione del perimetro dello Stato.

Solo così questa splendida terra potrà tornare a crescere come è riuscita ormai troppi anni fa.
Ma ciò non basta.
Perchè certe idee divengano permanenti, questo paese deve smetterla di essere quell’anziano arrogante tornato un po’ bambino, che scarica tutte le proprie responsabilità alla Germania di turno(con la quale è stata alleata in una certa guerra, non dimentichiamolo mai), o al Parmesan di turno.
Questo paese deve ritrovare la responsabilità, perchè è terreno fertile per la crescita.

Altrimenti come un cane tornerà a mordersi la coda.

Fonti e approfondimenti:

Pensioni, Istat: nel 2018 la spesa sale a 293 mld (+2,2%). Uno su 3 ha meno di mille euro. – Sole 24 ore.
Fisco Italia, in tasse il 59% dei profitti delle imprese. – Sole 24 ore.
Coronavirus: fino al 10% delle aziende in default. – Cerved.
Bonus 80 euro – Sole 24 ore.
Pil pro capite Italia -12 punti da 2008 – ANSA.
Principali tassi interesse del 1990.
Andamenti e prospettive finanza pubblica 2001-2005.

Liberalismo e fiducia negli esseri umani

Il concetto di lotta di classe è ormai quasi scomparso dal discorso pubblico. Oggi i politici e gli intellettuali che si rifanno a ideologie stataliste non parlano più di abolire la proprietà privata o di sterminare la borghesia; parlano invece della miseria ed infelicità dei poveri e degli emarginati, sostengono di avere a cuore la comunità, di voler aiutare e proteggere le persone.

Non spiegano mai, però, per quale ragione pensano di dover intervenire.  Non rispondono mai a una semplice domanda: perché credete che gli esseri umani non siano in grado di cavarsela con le proprie forze (o aiutandosi volontariamente a vicenda)?

La realtà è che alla base di questi discorsi c’è una profonda sfiducia nei confronti della bontà e dell’intelligenza degli esseri umani.

La convinzione che gli individui siano incapaci di provvedere a sé stessi e che serva una mano benevola dall’alto a guidarli. La mano è ovviamente la loro, quella di una saggia élite in grado di comprendere le esigenze del popolo ignorante e meschino e di guidarlo verso destini migliori.

Questo atteggiamento di sfiducia verso il genere umano, è ciò che differenzia profondamente collettivisti e individualisti.

I liberali guardano il mondo odierno con gioia e stupore. Vedono un mondo dove il capitalismo e il libero mercato hanno condotto l’umanità a livelli di benessere mai sperimentati prima nella nostra storia.

Ciò è stato possibile grazie alla libera interazione di esseri umani, che hanno collaborato volontariamente portando ciascuno le proprie capacità e le proprie energie.

Questo risultato, se si guarda alla storia della nostra specie dalle origini fino all’età contemporanea, è tanto sorprendente da essere quasi miracoloso. Per quale ragione dovremmo affidarci a una guida dall’alto quando la cooperazione dal basso funziona così bene?  

Negli ultimi anni l’attacco al liberalismo è stato condotto sfruttando l’ascesa della Behavioral Economics[1] e la diffusione della psicologia cognitiva e delle neuroscienze[2].

Ricercatori premi Nobel come Kahneman o Thaler[3] hanno dimostrato quanto spesso gli esseri umani prendano decisioni sulla base di bias, cioè di rapidi e pre-determinati meccanismi mentali, senza effettuare veri ragionamenti logici.

Per fare qualche esempio: fornite un campione di controllo di un numero di riferimento: anche se casuale, le persone tenderanno a usarlo come base per le loro stime (“bias di ancoraggio”); ed è molto forte l’abitudine degli individui di accettare solo informazioni che confermano una loro teoria precedente, trascurando i dati contrari (“bias di conferma”)[4]. La nostra tanto vantata razionalità non è utilizzata poi così spesso!

Tutto ciò mette davvero in crisi l’impianto politico ed economico liberale? La risposta è no, per tre semplici ragioni: la prima è che decidere se un’azione sia razionale o meno dipende molto dal punto di vista e dal sistema di valori del singolo individuo; per fare un esempio, il suicidio è considerato abitualmente una decisione irrazionale, ma quando è compiuto per ragioni patriottiche (come dai kamikaze giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale) si può ancora considerare tale? E chi lo decide?

La seconda è che gli stessi bias affliggono coloro che dovrebbero correggere e guidare gli altri esseri umani; e gli errori di chi è al potere sono ben più pericolosi di quelli della gente comune. La terza è che gli esseri umani sono molto bravi ad imparare ad agire con razionalità.

Vorrei in particolare approfondire quest’ultima osservazione. Molti degli esempi di irrazionalità dimostrati dagli psicologi cognitivi riguardano casi in cui gli individui devono affrontare situazioni nuove e prendere rapide decisioni; in questi casi è facile commettere errori, anche grossolani.

Le cose cambiano, però, quando si osserva il mondo reale: gli esseri umani si dimostrano sorprendentemente adattabili e capaci di modificare opinioni e comportamenti, quando hanno sufficiente tempo per riflettere e tentativi per guadagnare esperienza.

Un esempio perfetto in questo senso fu condotto in laboratorio nel 2004, simulando il funzionamento di un mercato competitivo in asimmetria informativa[5]; dopo appena una decina di interazioni i partecipanti ricrearono in maniera quasi perfetta l’andamento del mercato previsto dalla teoria economica, smentendo chi si aspetterebbe decisioni completamente irrazionali e basate su calcoli irrealistici.

Basti pensare, in scala più breve, a come siamo in grado di risolvere piccoli problemi della nostra vita quotidiana, quando impieghiamo le nostre capacità di ragionamento (dove spendere meno per i nostri acquisti, che strada seguire per evitare il traffico, ecc. ecc.).

La realtà è che l’essere umano ha capacità di apprendimento e adattamento impressionanti; e dispone di grande fantasia e immaginazione.

Queste qualità vanno sfruttate e incoraggiate, perché ci hanno già portato a livelli di benessere elevati e possono portarci ancora più in alto. Accettare una direzione dall’alto significa rinunciare alla nostra intelligenza e alla nostra capacità di coordinarci e aiutarci a vicenda, come liberi individui.


[1] La Behavioral Economics o economia comportamentale è una branca dell’economia che studia gli effetti di fattori sociali, psicologici e culturali sulle decisioni economiche degli individui

[2] Le neuroscienze e la psicologia cognitiva studiano rispettivamente il funzionamento del sistema nervoso e il modo in cui gli esseri umani formulano pensieri e ragionamenti

[3] Daniel Kahneman è uno psicologo israelo-americano, vincitore del Premio Nobel all’Economia nel 2002; Richard Thaler è un’economista americano, vincitore del Premio Nobel all’Economia nel 2017

[4] Per approfondimenti: Kahneman D., Thinking, Fast and Slow, 2011;Thaler R. e Sunstein C., Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth and Happiness, 2008

[5] Esempio tratto da Levine D., Is Behavioral Economics Doomed?, 2012, capitolo 2

Perché volere prodotti stranieri sui nostri scaffali?

In Italia c’è un’ossessione per il Made in Italy agroalimentare, ovviamente sfruttata da vari politici. Se una persona vuole mangiare solo made in Italy, posto che ciò sia possibile, è una sua libertà fondamentale e inviolabile.

Tuttavia molti, dalla casalinga di Voghera al deputato, non si accontentano di scegliere legittimamente per la propria vita ma vorrebbero imporre la propria visione a tutti.

L’idea per cui il mercato cattivo uccide il Made in Italy contribuisce non poco all’atteggiamento anti-mercatista italiano: per la Lega, il libero mercato è un caos totale, una visione simile a quella di Fratelli d’Italia che contrappone l’apertura del mercato alla tutela del Made in Italy; il M5S vuole ogni tanto i dazi e, inoltre, condivide con Forza Italia un’idea fortemente dirigista dove si deve avere un sistema statale preposto all’esportazione del Made in Italy nel mondo. Il PD, spesso accusato di svendere il Made in Italy perché solitamente meno scettico della media sul libero commercio, purtroppo segue questo copione virandolo un po’ a sinistra e mettendoci di mezzo le multinazionali.

Ma per quali ragioni, fermo restando gli standard sanitari e l’onestà comunicativa, dovremmo importare prodotti stranieri? Ecco cinque ragioni.

Libertà individuale

Magari voi volete mangiare solo Made in Italy, è una scelta legittima. Ma magari c’è chi preferisce prodotti stranieri e questa preferenza non danneggia nessuno. Non è moralmente corretto, quindi, ostacolarla.

Dobbiamo abituarci ad una semplice idea: il mercato è democratico e ogni acquisto è un voto. Si può fare propaganda per la propria parte ma sopprimere un prodotto per favorirne un altro non è troppo diverso dal sopprimere un partito politico.

Di solito chi porta argomenti contro il libero commercio parla di “nostre tavole”. Niente di più sbagliato: la tavola è la mia, pago io, e vorrei decidere cosa metterci sopra.

Aiuta i più poveri

Magari per noi i trenta centesimi che ci possono essere di differenza tra un prodotto straniero e uno italiano sono poca cosa. Preferiamo un prodotto più buono spendendo di più, è la natura umana. Lo faccio anche io, quando prendo la pizza la prendo sempre con la bufala perché mi piace di più.

Ma per gli italiani più poveri quei trenta centesimi sono tanto. Sono soldi che potrebbero usare per comperare altro, per risparmiare, per realizzare un sogno o per investire e accrescere il proprio reddito.

Chiaramente di per sé trenta centesimi sono pochi ma sul totale il peso è considerevole. Un esempio abbastanza noto è quello del tanto odiato olio tunisino: costa significativamente meno rispetto all’equivalente italiano. Magari un signore anziano con la pensione minima preferirà condire la propria insalata con quest’olio, che a detta degli esperti non è affatto male, e avere più soldi per comperare altro, ossia abbiamo aumentato il suo potere d’acquisto.

Togliere la libertà di scelta danneggia soprattutto le fasce più deboli della società, ossia quelle che più beneficerebbero da prodotti a basso prezzo, nonché quelle a cui nominalmente i partiti si appellano di più.

Aiuta i Paesi lontani a svilupparsi

Si parla tanto di “aiutarli a casa loro”. E comperare i loro prodotti è il miglior modo di farlo. Gli aiuti continuati, come ben fa notare il buon Stossel in questo video, uccidono l’imprenditoria e quindi rendono, alla lunga, sempre più dipendenti dagli aiuti stessi.

Comperando, invece, si muove l’imprenditoria locale. Magari l’agricoltore che raccoglie a mano e fa un buon raccolto, riuscendolo a vendere in Occidente, potrà coi ricavi comperare nuovi strumenti e accrescere ulteriormente il proprio benessere economico e quello della propria comunità, in un ciclo virtuoso.

Mette in moto la concorrenza

C’è chi definisce l’Europa un ideale, chi un male necessario e chi come Satana. Io la definisco un’enorme organizzazione dedicata al limitare la concorrenza dell’agricoltura: infatti il 40% del bilancio europeo è destinato alla PAC, ossia la Politica Agricola Comunitaria. Il risultato? Meno del 2% del PIL europeo deriva dall’agricoltura.

In Nuova Zelanda l’agricoltura fu liberalizzata durante un governo laburista. Si temeva la distruzione della locale agricoltura ma, invece, oggi conta il 7% del PIL e della forza lavoro. In sostanza non esiste alcuna contrapposizione tra ruralismo e liberismo, anzi, le liberalizzazioni portano di solito ad un’agricoltura migliore.

La concorrenza non porterebbe alla fine della nostra agricoltura ma, invece, ad un miglioramento tecnologico: se esiste il caporalato, oggi, è soprattutto a causa della necessità di provvedere ad una richiesta agricola di basso livello, alla quale solo lavoratori di basso livello e pagati poco possono rispondere.

Quindi, se ci fosse più concorrenza, si arriverebbe a mutamenti tecnologici e dimensionali dell’impresa agricola in un settore con una dimensione ideale dettata dal mercato e non dalla Commissione europea. In questo modo, ed anche grazie alla tecnologia, è ben probabile che il benessere prodotto dall’agricoltura aumenti.

Dà importanza alle eccellenze

Ormai cito Giovanni Adamo II del Liechtenstein così spesso che, informalmente, chiamo il suo pensiero “la scuola di Vaduz“; d’altronde non è colpa mia se ha detto qualcosa di buono su qualunque cosa io scriva.

In un sistema protezionista ci sarà sempre una certa tendenza all’autarchia. Se l’industria agricola deve provvedere a produrre anche beni che si potrebbero produrre all’estero con una spesa minore, sta di fatto distogliendo persone e soldi dall’economia produttiva ma sta anche togliendo spazio alle eccellenze nazionali.

Ma, come fa notare il Principe, nel mondo odierno i commerci la fanno da padrona. Conviene puntare ad eccellenze da vendere a caro prezzo e delegare la produzione di beni semplici al mercato aprendo anche al mercato internazionale, invece di arroccarsi sulle proprie produzioni.

Questa, tra l’altro, è una delle ragioni per cui nel pensiero del Monarca gli Stati piccoli tendono ad essere più prosperi rispetto a quelli grandi: commerciano su tutto, avendo poche risorse naturali.

L’esempio del riso

Si parla tanto del riso italiano, minacciato dalla concorrenza sudasiatica. Eppure, parlando con un imprenditore del settore alimentare, ho scoperto una realtà che mai avrei immaginato: l’eccellente riso italiano sta scomparendo.

Più del 60% della produzione nazionale è Indica, un riso ad alta resa usato soprattutto per sushi, contorni, e insalate di riso. E, come dice il nome stesso, è un riso tradizionale asiatico.

Trovare riso d’eccellenza come il Carnaroli (dev’essere un vero Carnaroli poiché la legge permette di chiamare Carnaroli un riso che vi è simile visivamente ma non organoletticamente) è diventato quasi impossibile.

Il riso italiano è diventato un riso cinese prodotto in Valpadana. Perché? Perché all’industria è stato chiesto di soddisfare la domanda di questo riso nel nome del nazionalismo alimentare, del “bisogna tutelare il riso italiano”.

Cosa potrebbe succedere se iniziassimo a importare il riso asiatico ad alta resa dall’Asia? Sicuramente libereremmo risorse per tornare a produrre il riso italiano d’eccellenza, quello che si vende a caro prezzo in tutto il mondo e permette di fare deliziosi risotti, invece di fare un riso normalissimo che chiunque può produrre senza particolare talento.

I finanziatori di Hitler: una storia di “crony capitalism”

Molto è stato detto ed è stato scritto sui rapporti fra le alte gerarchie del Partito Nazista ed i grandi industriali tedeschi. Che tali legami siano effettivamente esistiti, e che siano stati essenziali per l’ascesa di Hitler, è un fatto storico innegabile.

I seguaci dell’ideologia marxista, quindi, sono soliti considerare questa verità storica come la prova schiacciante della compatibilità del capitalismo con il fascismo, o perfino dell’inevitabile tendenza di una società capitalista a degenerare nel fascismo.

In realtà, la collaborazione fra nazisti ed industriali non fu altro che un ennesimo esempio di quello stretto rapporto fra potere politico e potere economico che oggi viene definito come “crony capitalism”, o capitalismo clientelare.

Il “crony capitalism” è un sistema che in apparenza si basa sul libero mercato, ma che in realtà è dominato dalle leggi e dalle regolamentazioni statali, che vengono usate per promuovere gli interessi di un piccolo gruppo di magnati industriali e politici compiacenti.

Un sistema simile, in teoria capitalista, in pratica corporativista e statalista, era quello esistente in Germania durante il regime nazista. Grandi nomi dell’industria tedesca, come Gustav Krupp e Fritz Thyssen, finanziarono generosamente la causa di Hitler.

In cambio, una volta conquistato il potere assoluto, i nazisti non persero tempo per ripagare i favori dei grandi industriali. Le industrie Krupp, per esempio, specializzate nella produzione di acciaio, beneficiarono delle enormi commesse statali di armi e munizioni, facenti parte del programma di riarmo tedesco.

Ad ottenere ricchezza e successo, quindi, erano solo gli imprenditori con le dovute conoscenze nelle alte sfere del Partito. I piccoli e medi imprenditori, privi di legami privilegiati con il potere politico, non traevano vantaggi significativi dal sistema, spesso anzi il contrario.

Per esempio, nel 1933, venne creata la “Adolf Hitler Spende der deutschen Industrie”, una cassa intitolata ad Adolf Hitler alla quale gli imprenditori vennero obbligati a versare elargizioni “in segno di riconoscenza per il boom economico reso possibile dal Fuhrer”[1].

Gli ingenti fondi della Adolf Hitler Spende erano gestiti da Martin Bormann, segretario del Fuhrer, il quale poteva disporne a piacimento, per ricompensare i funzionari del Partito più servili e fanatici.

Quindi gli imprenditori tedeschi, per un boom economico fittizio, limitato a pochi grandi gruppi industriali, furono costretti ad autotassarsi per mantenere nel lusso Hitler e gli alti gerarchi dell’NSDAP.

A lungo termine, tuttavia, anche i magnati dell’industria, che avevano scelto di voltare le spalle al libero mercato per fare soldi facili con la protezione e la complicità delle autorità statali, arrivarono a pentirsi della loro scelta.

Dopo il 1942, con la situazione bellica che diventava sempre più critica, lo Stato (e quindi il Partito) iniziò ad esercitare un controllo più diretto sull’apparato produttivo tedesco. Aziende ed industrie private, progressivamente, passarono dalle mani dei loro proprietari in quelle dei funzionari nazisti.

Questo processo di centralizzazione delle attività produttive sotto il controllo del Partito, allo scopo di massimizzare l’efficienza dello sforzo bellico, fu dovuto tanto alle circostanze quanto ad una precisa volontà politica.

Da un lato, infatti, i bombardamenti sempre più devastanti costrinsero i proprietari delle fabbriche ad accettare l’aiuto dello Stato per trasferire la produzione sotto terra. In cambio, però, furono costretti a cederne il controllo alle autorità politiche locali.

Dall’altro, si fece progressivamente spazio nella mente di molti funzionari del Partito l’idea di una specie di “socialismo di Stato”[2]. In quest’ottica la nazionalizzazione dell’industria, che venne descritta agli imprenditori come una misura temporanea, sarebbe continuata anche in tempo di pace.

Naturalmente, la sconfitta della Germania rende impossibile sapere come si sarebbe evoluto il rapporto fra imprenditori e funzionari nazisti, o se il progetto di un “socialismo di Stato” di questi ultimi avrebbe avuto successo o meno. Tuttavia, dalla storia dei finanziatori di Hitler è possibile ricavare delle lezioni, per il passato e per il presente.

La prima è che, sul lungo termine, capitalismo e dittatura non possono coesistere: o il primo viene soffocato dalla seconda, o la seconda viene abbattuta dal primo.

Il primo caso è quello della Germania di Hitler, che progressivamente ha abbandonato il libero mercato ( adottando misure protezionistiche e politiche economiche quasi keynesiane per il riarmo bellico), per sostituirlo con il corporativismo e lo statalismo.

Il secondo caso, invece, è quello del Cile di Pinochet. Senza negare il carattere autoritario di tale regime, non si può non concordare con Milton Friedman nel riconoscere il ruolo centrale delle riforme economiche liberiste del regime nel porre fine alla dittatura stessa.

La seconda lezione, che riguarda da vicino il nostro presente, ma anche il nostro futuro, è che il “crony capitalism” inevitabilmente conduce, se non alla dittatura vera e propria, ad un accentramento del potere che è comunque inaccettabile per un liberale.

In un circolo vizioso, imprenditori corrotti finanziano politici compiacenti, che ripagano tali favori con i soldi dei contribuenti o con leggi a loro vantaggio, il tutto con il risultato di rendere sempre più ricchi e potenti sia i primi che i secondi, a discapito del resto della popolazione e della libertà. Ma è possibile contrastare il “crony capitalism”?

Forse, restando pragmatici, un modo c’è. Naturalmente, imprenditori corrotti e politici compiacenti sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Quindi, cercare di rimuoverli interamente dalla società e dalla storia è impossibile.

Tuttavia, è possibile impedire loro di fare gravi danni, privandoli delle loro armi più potenti, quelle dello Stato. Il “crony capitalism”, infatti, esiste grazie al Big Government. Se lo Stato ha funzioni limitate, se politici e funzionari non hanno a disposizione grandi poteri e grandi quantità di denaro pubblico, allora l’incentivo a corrompere viene meno.

In uno scenario simile, molti lobbisti si ritroverebbero disoccupati, molti monopoli svanirebbero dall’oggi al domani e molti imprenditori si vedrebbero costretti a tornare all’unico sistema in grado di garantire prosperità economica individuale e collettiva, il libero mercato.

 

[1]Albert Speer, “Memorie del Terzo Reich”, capitolo VII

[2]Albert Speer, “Memorie del Terzo Reich”, capitolo XXIV

 

 

 

 

Privatizzazioni e monopoli: a sbagliare è sempre lo Stato

Nazionalizziamo!1!!111!

Il tragico avvenimento del crollo del ponte Morandi a Genova si è purtroppo trasformato nel pretesto ideale per la boriosa massa degli statalisti feroci per chiedere a gran voce la nazionalizzazione delle autostrade italiane.

Il presunto fallimento del gestore privato è dunque la riprova definitiva del fallimento del liberismo, del regime di concorrenza perfetta, delle privatizzazioni. Il mercato ha fallito e lo Stato deve tornare ad essere proprietario e gestore delle infrastrutture nazionali (cosa che detta dai fautori del NO categorico ad ogni investimento per le grandi opere fa già abbastanza ridere).

Inoltre, è di questi giorni la notizia che il Regno Unito, dopo le privatizzazioni “selvagge” operate dal governo Thatcher, sta riconsiderando la nazionalizzazione del sistema ferroviario britannico. Non è forse questa la prova definitiva del fallimento del privato? Non è forse questo il segno definitivo della necessità dell’intervento dello Stato nella gestione delle infrastrutture (prima) e dell’economia (dopo)?

Beh, no.

Il principale errore dello statalista (o del socialista/comunista) medio è credere questo: gli infami Liberali sono per la privatizzazione indiscriminata a prescindere. Tutto questo nel nome del guadagno indiscriminato, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze che il povero cittadino dovrà subire (i.e. il crollo di un ponte). Se potessero infatti privatizzerebbero anche l’aria.

Niente di più sbagliato.

Cosa dice il Liberalismo classico

Ogni Liberale classico crede che lo Stato debba avere un ruolo minimo nell’economia. Deve infatti garantire che le infrastrutture fondamentali per lo sviluppo del tessuto economico nazionale siano costruite. Poi lo Stato deve delegarne la gestione a più privati (come non è stato fatto in Italia). Tutto questo all’interno di un regime di concorrenza perfetta (come non è successo in Italia) per garantire la possibilità di scelta e il miglior servizio possibile al cittadino (certamente non in Italia).

Basta guardare la concessione firmata nel 2007 dal governo Prodi, che ha dato ad Autostrade per l’Italia la gestione delle infrastrutture nazionali, per capire che di tutto si è trattato, tranne che di libero mercato. Il regime creato è stato un monopolio a gestore unico, senza concorrenza. La revisione del contratto è praticamente impossibile. Insomma, è stata l’ennesima porcata all’italiana che ha visto il trionfo di un capitalismo marcio di Stato, cosa che susciterebbe giustamente la più assoluta indignazione di ogni Liberale.

Per spostarci all’estero, andando a guardare all’iter di privatizzazione delle ferrovie britanniche negli anni ’80, si può riscontrare un fenomeno analogo. Si è privatizzato, ma non si è liberalizzato.

Ora, lo sciacallaggio di governo ha approfittato di questa tremenda tragedia per lanciare una proposta dal sapore di IRI 2.0 (tra l’altro proprio l’IRI costruì il ponte Morandi nel ’67). La risposta al fallimento del concordato Stato – industriali (che ripetiamo non ha niente a che vedere con un regime di libero mercato) non sta nel nazionalizzare. Riuscite ad immaginare l’intera rete autostradale nazionale gestita dall’ANAS come la Salerno-Reggio Calabria? Trent’anni di cantieri? Continui ritardi? Disagi inimmaginabili? Miliardi di euro dei contribuenti sacrificati sull’altare dell’inefficienza pubblica? Ma manco per sogno.

Liberalizzare per il bene del cittadino

La soluzione è unica ed evidente, ma questo paese la rifiuta categoricamente sin dall’era giolittiana. Deve finalmente cessare lo sporco connubio tra Stato e industria. Privatizzando un settore dell’economia senza liberalizzarlo si finisce semplicemente per passare dal monopolio statale a quello privato. Solo un regime di perfetta concorrenza, con lo Stato relegato alla giusta dimensione di arbitro, può garantire uno sviluppo efficiente delle infrastrutture nazionali. Vogliamo un sistema efficiente e che funzioni, al servizio del cittadino. Non vogliamo che il contribuente venga sfruttato come finanziatore né dello spreco statale né di accordi secretati e monopolistici.

 

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Dazi e cannoni

Attraversando le strade di Bordeaux nel 1808, il console americano W. Lee rilevò lo stato di totale abbandono della città, e scrisse nei suoi appunti di viaggio che «Grass is growing in the streets of this city. The beautiful port is totally deserted»1 . Il commissario di polizia, in un rapporto, parlava di miseria estrema e di mancanza quasi totale di lavoro. A Livorno il numero di famiglie iscritte nel registro dei poveri aumentò da 2.512 nel 1810 a oltre 20.000 nel 18132. Le due città, seppur lontanissime, erano state colpite dalla guerra di Napoleone. Non dai suoi formidabili cannoni, ma da qualcosa di più letale, subdolo e radicale: il blocco commerciale.

Verso la fine del 1808, Napoleone aveva imposto all’Impero francese e alle repubbliche sorelle il tristemente famoso blocco continentale, un sistema di dazi e divieti nei confronti della Gran Bretagna e delle sue colonie. L’idea, in verità, fu di tre economisti fisiocratici che osservarono come la Gran Bretagna avesse gradualmente abbandonato l’agricoltura in favore dell’industria. Con il blocco continentale, la Francia bloccò tutte le esportazioni agricole dal continente verso la perfida Albione, indebolendola; nel contempo, avrebbe impedito ai manufatti britannici di avere uno sbocco commerciale nel continente, causando una crisi economica all’odiato nemico e eliminando la concorrenza per le industrie francesi.

Le cose non andarono esattamente così. Il blocco indebolì certamente l’economia inglese, ma solo in minima parte: casi di contrabbando, filtrazioni, corruzione o addirittura elusione delle regole dettate dall’Imperatore (lo stesso zar russo tentò di aggirare il blocco) furono così diffusi da permettere ugualmente il commercio. Si pensi che ad Amburgo, nel 1810, il direttore della dogana ammetteva che dalle 15 alle 20 mila persone (circa un sesto della popolazione) vivevano unicamente grazie ai proventi delle filtrazioni3, cioè di piccoli contrabbandi con le regioni confinanti.  Inoltre, gli stessi cittadini francesi furono duramente colpiti dal blocco, poiché i manufatti francesi erano molto più costosi di quelli inglesi o coloniali.

Emblematico fu il caso svizzero. Il blocco continentale eliminò la concorrenza britannica nel settore tessile, che in Svizzera conobbe una notevole espansione (1808-14). Il numero di stabilimenti aumentò a «60 nel cant. Zurigo, a 17 nel cant. San Gallo e a sette nella regione appenzellese. Imprenditori che si rifacevano al modello britannico come Johann Caspar Zellweger a Trogen o Hans Caspar Escher a Zurigo trovarono, malgrado gli ostacoli posti dai franc., nuovi sbocchi commerciali in Germania e realizzarono durante la congiuntura bellica ricavi elevati»4. Caduto Napoleone e ripristinato il libero commercio, le industrie tessili svizzere furono travolte dalla concorrenza britannica e fallirono.

Nello studio di Napoleone ci si sofferma spesso sul suo genio strategico, sulle sue artiglierie e sulle conquiste. Ben poco si dice riguardo il blocco continentale, un’arma che sfuggì di mano a Napoleone, impoverendo la sua stessa gente ancor prima che gli inglesi. Nel ventunesimo secolo è essenziale ricordare la lezione del blocco continentale. Per Napoleone, il protezionismo economico e i dazi furono parte integrante della guerra. Sebbene confusamente e con i già rilevati errori, Napoleone intuì come il blocco dei commerci causasse povertà, non crescita economica. Fu cieco sugli effetti interni, ma va detto che nei suoi piani il blocco doveva essere una misura temporanea, accessoria all’invasione delle isole britanniche – mai avvenuta.

I dazi doganali, nonostante ciò che vuole vendere la propaganda, funzionano oggi allo stesso modo di duecento anni fa. Aiutano un settore a crescere eliminando la concorrenza più produttiva e conveniente, ma colpiscono tutti i consumatori, indiscriminatamente. Un produttore di maglie italiano che può vendere il suo prodotto a 20 euro vedrà sicuramente male l’arrivo di un produttore cinese che può vendere lo stesso prodotto a 5 euro. I dazi hanno il compito di compensare al divario dei prezzi, così che anche il venditore cinese, dovendo pagare una tassa in più, dovrà alzare il prezzo del suo prodotto. Chi perde è il consumatore. Comprare un prodotto di 5 euro significa risparmiarne 15, da poter impiegare in altri commerci presso altri venditori che hanno diritto di restare sul mercato tanto quanto il venditore di maglie. E’ vero che il settore tessile nazionale verrebbe danneggiato – nessuno lo nega – ma è anche vero che il consumatore (soprattutto il più povero) potrebbe permettersi di comprare più prodotti con quei 20 euro che un tempo avrebbe speso per un solo bene.

Purtroppo questo è un esempio. I dazi hanno effetti ancora peggiori, nella pratica. Spesso le nazioni estere verso cui vengono innalzate barriere doganali, rispondono con le medesime contromisure. In breve tempo, anche le esportazioni verso l’estero subiscono un duro colpo, poiché anche i venditori nazionali saranno costretti a vendere le merci a prezzo più caro sui mercati stranieri – vendendo quindi di meno.

L’intero gioco si conclude in un totale impoverimento, da una parte e dell’altra. Come duecento anni fa. Perché le leggi dell’economia sono immutabili, ma la memoria è troppo corta.

 

1 “I negozianti delle città portuali in età napoleonica: Amburgo, Bordeaux e Livorno di fronte al blocco continentale, 1806 – 1813”, S. Marzagalli, p. 358, Istituto Universitario Europeo, Dipartimento di Storia e Civiltà, 16 dicembre 1993.

2 “I negozianti delle città portuali in età napoleonica: Amburgo, Bordeaux e Livorno di fronte al blocco continentale, 1806 – 1813”, S. Marzagalli, p. 359, Istituto Universitario Europeo, Dipartimento di Storia e Civiltà, 16 dicembre 1993.

3 “I negozianti delle città portuali in età napoleonica: Amburgo, Bordeaux e Livorno di fronte al blocco continentale, 1806 – 1813”, S. Marzagalli, pp. 264 e seg., Istituto Universitario Europeo, Dipartimento di Storia e Civiltà, 16 dicembre 1993.

4 “Blocco continentale”, A. Fankhauser, Dizionario Storico della Svizzera, 19 maggio 2004.

 

5 motivi per cui dovresti supportare il Libero Mercato

Prima di dire “il neoliberismo dei poteri forti ci renderà tutti schiavi”, è il caso di leggere attentamente i motivi per cui bisogna essere favorevoli al libero mercato.

  1. Il commercio stimola la crescita economica e riduce la povertà

    A partire dalla seconda guerra mondiale, si è assistito all’espansione del commercio internazionale, rafforzatasi quasi trent’anni fa con il crollo del comunismo sovietico. Forse saranno di parte, ma gli economisti ritengono che sia i mercati sia il commercio contribuiscano considerevolmente alla crescita economica e, dunque, alla riduzione della povertà. Gli studi a riguardo sono innumerevoli, basta una veloce ricerca su google per vedere come la povertà sia diminuita negli ultimi decenni grazie al mercato internazionale.

    Oltre ad un’enorme quantità di prove empiriche che supportano queste presunzioni teoriche,  vi sono forti prove che l’economia di libero mercato è economicamente superiore alla pianificazione centrale socialista e che il commercio è importante per la crescita.

    Una meta-analisi del 2013, di 60 studi (Link al pdf con la relazione riguardante gli studi) che hanno esaminato la performance economica delle economie socialiste pianificate  dopo aver subito la liberalizzazione economica (riforme pro-mercato), ha rilevato che la letteratura empirica indica che la liberalizzazione ha ridotto la crescita economica nel breve periodo, ma ha avuto forti effetti positivi sulla crescita economica nel lungo periodo. In particolare, “gli effetti positivi delle riforme superano i costi dopo circa un anno e quindi continuano a contribuire alla crescita economica“.

    La liberalizzazione del commercio, ovvero un processo che comporta la riduzione o la rimozione delle barriere erette dallo Stato di fronte al commercio internazionale, si è rivelato particolarmente vantaggioso. Secondo la suddetta meta-analisi, i costi a breve termine della liberalizzazione degli scambi sono inferiori del 20% rispetto ad una media riforma economica  e i benefici a lungo termine sono circa il 40% maggiori.

  2.   Il commercio riduce la disoccupazione

    Uno degli argomenti più comuni contro il libero mercato è che se i consumatori acquistano merci straniere al posto di beni nazionali, la disoccupazione del proprio paese aumenterà.
    C’è da aspettarsi che la concorrenza delle importazioni in un dato settore porti a perdite interne di occupazione, tuttavia, i soldi risparmiati dai consumatori acquistando beni stranieri possono essere spesi o investiti altrove, creando occupazione in altri settori. Non bisogna dimenticare, cosa ancora più importante, che la concorrenza favorisce il progresso, per poter rimanere sul mercato è necessario essere sempre innovativi, puntando su ricerca e sviluppo. Allora il guadagno è duplice: le aziende saranno stimolate a migliorare per non chiudere e al contempo si abbasseranno i costi, verrà migliorata la qualità e si apriranno nuovi ambiti lavorativi.

    Il pre-requisito fondamentale è la concorrenza leale, ovvero il rispetto di alcuni standard sulla tutela dell’ambiente e dei lavoratori. Qualcosa che nei paesi in via di sviluppo, ancora nessuno ha messo in discussione.

  3. Il commercio migliora gli standard lavorativi

    Gli oppositori del libero commercio hanno spesso sostenuto che questi conduca a una “caduta libera” degli  standard lavorativi. Sostengono che le pressioni concorrenziali indotte dal commercio potrebbero incoraggiare i paesi a competere gli uni contro gli altri riducendo gli standard lavorativi e le condizioni di lavoro al fine di ridurre i costi.

    Ma un’altra ricerca li smonta del tutto ( link a: National Bureau of Economic Research ), rivelando che:

    Gli studi empirici esistenti trovano scarso supporto per gli argomenti della “caduta libera”. Se non altro, ci sono prove che una maggiore apertura commerciale aumenta il livello e la conformità con i salari minimi e riduce il lavoro minorile. Allo stesso modo, ci sono poche prove che le riforme del commercio siano associate ad un peggioramento delle condizioni di lavoro.

  4. Il commercio riduce la probabilità di un conflitto armato

    I fautori del libero mercato hanno spesso sostenuto che l’interdipendenza economica sotto forma di commercio limita l’incentivo alla belligeranza interstatale sotto forma di conflitto militare. Il celeberrimo Frederic Bastiat ha  affermato che “se i beni non attraversano i confini, saranno i soldati a farlo“. In effetti, questa ipotesi potrebbe effettivamente essere vera e non soltanto un bellissimo aforisma: pare che lo confermino gli studi della Asian Development Bank, disponibili cliccando su questo testo.
    In altre parole, è ragionevole credere che le intuizioni di Bastiat fossero effettivamente vere. Il commercio internazionale si è espanso nel tempo e di conseguenza sembra che il mondo sia diventato molto più pacifico.

  5. Il commercio aumenta la speranza di vita e riduce la mortalità infantile

    Abbiamo precedentemente visto come l’apertura al commercio aumenti la crescita economica e quindi riduca la povertà, non dovrebbe sorprenderci che i paesi più aperti agli scambi generalmente abbiano migliori risultati in termini di salute. In questo caso, siccome l’affermazione è piuttosto forte, citeremo’ più ricerche scientifiche:
    – Dierz Erzer ( link alla ricerca )
    – Owen e Wu ( link alla ricerca )
    – Stevens ( link alla ricerca )
    L’apertura commerciale ha un effetto positivo a lungo termine sulla salute, misurato dall’aspettativa di vita e dalla mortalità infantile;  l’aumento degli scambi è sia una conseguenza che una causa di miglioramento della salute. Mi spiego meglio: è venuto a crearsi un circolo virtuoso per cui una salute migliorata porta a più scambi, e un aumento del commercio favorisce ulteriormente la salute della popolazione.

    Conclusioni:

    Vi sono prove piuttosto convincenti del fatto che politiche commerciali più libere conducano a una crescita economica più rapida e a  minori povertà e disoccupazione, contrariamente alle affermazioni avanzate dai protezionisti. Inoltre, l’adozione di politiche di libero mercato nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale ha contribuito a ridurre i conflitti militari. I vantaggi del libero scambio sembrano innegabili, e vale la pena tenerli a mente quando i neo-mercantilisti affermano che il miglior modo con cui un paese può diventare ricco è impegnarsi nel protezionismo e nel nazionalismo economico.