La lezione dei fiorenti mercati neri a Cuba

Il mercato nero è sempre stato considerato una rete di scambio per beni e servizi considerati (generalmente) moralmente sbagliati. Cose come le droghe pesanti, la prostituzione illegale, le armi, sono le prime cose che vengono in mente quando si parla di mercato nero. Eppure, il mercato nero può funzionare per migliorare il benessere generale di una nazione.

Per dimostrarlo non vi è miglior esempio di Cuba.

Cuba è nota per la sua difesa dell’ideologia comunista e per aver attuato diverse politiche comuniste. Nel 2019, il governo cubano ha avviato una politica di controllo totale dei prezzi sui prodotti che i commercianti vendono sul mercato. E sebbene negli ultimi tempi il regime cubano sia stato più gentile nell’aprire settori specifici dell’economia (quelli che non incidono sul potere dei politici), la realtà è che nulla è cambiato in modo radicale.

Come molti sapranno, in un’economia in cui i prezzi sono controllati, c’è scarsità.

Come disse Henry Hazlitt:

La fissazione dei prezzi e dei salari è sempre dannosa. Non c’è un modo giusto di farlo. Non esiste un modo giusto di fare una cosa sbagliata. Non esisterà mai un modo giusto di fare qualcosa che non dovrebbe mai essere fatto. E’ impossibile definire un prezzo equo o un profitto equo o un salario equo al di fuori del mercato, al di fuori delle regole della domanda e dell’offerta.

E’ il caso di Cuba, dove di recente ci sono state proteste per la scarsità di cibo e medicinali; questo in un Paese il cui principale argomento di propaganda è la difesa dei lavoratori dai capitalisti e la tutela del benessere del popolo. Tuttavia, i politici che governano l’isola – in primis la famiglia Castro – non hanno le conoscenze economiche di base per sapere che se si pone un tetto ai prezzi di un prodotto, si può provocarne la scarsità.

Ma ciò che è ancora più dannoso è che, stabilendo dei prezzi fissi, l’economia che una volta funzionava e che poteva allocare le risorse in modo efficiente, smette di funzionare.

Ai cubani piace chiamare questo fenomeno “blocco interno” come risposta satirica a chi sostiene che la causa principale della distruzione economica di Cuba sia l’embargo. Sebbene l’embargo possa causare alcune difficoltà nelle operazioni di diverse microimprese sull’isola, non è la ragione principale per cui a Cuba c’è una diffusissima povertà. Il fatto che Cuba abbia chiuso l’anno scorso (2021, ndr) al 175° posto nell’indice di libertà economica dovrebbe essere sufficiente a fugare ogni dubbio.

Poiché le condizioni sull’isola sono peggiorate dopo il “trionfo” della rivoluzione cubana, i cubani hanno trovato una soluzione alla carenza di forniture e servizi: i mercati neri.

Questi mercati forniscono principalmente beni strumentali e di consumo venduti da burocrati corrotti – e qui si deduce che le carenze siano create di proposito – oppure importati sull’isola tramite voli commerciali. (Queste importazioni non sono considerate di contrabbando dalla legge, poiché sono il bagaglio dei clienti che arrivano all’aeroporto. Tuttavia, il loro scopo è quello di essere vendute in mercati non regolamentati).

Qualcuno potrebbe chiedersi quanto questi mercati siano accessibili ai consumatori o quanto siano visibili alle autorità. La verità è che ci sono guide che mostrano a stranieri e turisti dell’isola come accedere ai mercati neri.

Il commercio illegale è talmente diffuso a Cuba che l’unico modo che il governo ha avuto per contrastarlo è stato quello di iniziare a distribuire licenze ai commercianti. Ma anche se il governo ha regolamentato alcuni settori, la maggior parte del mercato nero a Cuba è ancora illegale.

I mercati neri sono cresciuti negli ultimi quattro anni grazie all’accesso a Internet su dispositivi mobili. L’introduzione di Internet nell’isola è stata ritardata da normative volte a monitorare e controllare rigorosamente ciò che i cubani caricano sui loro social media. Tuttavia, gli sforzi dello Stato per controllare l’uso di Internet sono pressoché inutili perché la maggior parte dei cubani utilizza applicazioni basate sulla crittografia del testo come Telegram, Signal o WhatsApp per acquistare online.

Prima della diffusione di Internet, gli scambi avvenivano localmente, a seconda della conoscenza dell’esistenza di acquirenti e venditori. Tuttavia, i mercati si sono evoluti notevolmente e alcune persone ora si recano in altre province per acquistare i prodotti. In circostanze normali, i venditori potrebbero spedire i prodotti, ma a Cuba è impossibile: il servizio postale è talmente corrotto che se qualcuno spedisce un articolo, questo viene rubato.

Nel portare oggetti da vendere sull’isola, i cubani non badano a limiti. La scarsità è così diffusa che manca persino l’ibuprofene. Dopo l’epidemia di Covid-19, la necessità di farmaci è aumentata al punto che i cubani che vivono fuori dall’isola trasportano farmaci e li vendono illegalmente. Nelle transazioni viene usato anche il Bitcoin a causa della svalutazione del peso. Steve Hanke ha dichiarato che lo scorso luglio l’inflazione cubana è stata dell’85% annuo.

Tuttavia, alcuni libertari come Martha Bueno hanno espresso preoccupazione per le piattaforme che i cubani utilizzano per queste transazioni. Queste piattaforme possono cambiare i Bitcoin dei cubani in una valuta digitale della banca centrale cubana (CBDC) chiamata MLC (“Moneda Libremente Convertible“). Questa moneta non ha alcun valore ed è stata creata dal governo cubano per raccogliere le valute straniere che le persone fuori dall’isola inviano ai loro parenti a Cuba. Per questo motivo, Bueno ha suggerito di utilizzare valute come Monero, meno tracciabili; in questo modo, nessuno può risalire a quando è stata effettuata la transazione o dove è avvenuta.

Cuba non sta passando a un’economia di mercato, ma i mercati neri sorti come risposta a normative dannose stanno avendo un’impatto positivo sulle vite dei cubani.

La crescita di questi mercati dimostra che l’interventismo statale nell’economia non è una soluzione, ma la causa della povertà.

Nel bene e nel male, anche gli stati totalitari hanno bisogno dei mercati per coordinare la produzione e l’allocazione delle risorse.

 

(Traduzione dell’articolo Cuba’s Bustling Black Markets Hold an Important Economic Lesson, Carlos Martinez, FEE.org)

 

Il curioso caso del capitalismo (nord)coreano

Se mai arriverà il giorno in cui i cittadini della Corea del Nord conosceranno libertà, prosperità e modernità, probabilmente non sarà grazie ad un dittatore illuminato, ad una rivoluzione violenta o ai missili americani. La loro salvezza, infatti, potrebbe provenire dalla più improbabile delle direzioni: questo è il curioso caso del capitalismo nordcoreano.

Con tutta probabilità, quando si pensa alla Corea del Nord la prima cosa che viene in mente è il suo programma nucleare, non le sue fiorenti attività imprenditoriali. Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, le cose stanno cambiando.

Soprattutto negli ultimi anni, il regime dei Kim sembra aver cambiato idea sulla desiderabilità dello shopping e della libera iniziativa: oggi, infatti, il Paese conta ben 436 imprese private, che fruttano circa 60 milioni di dollari in tasse al governo nordcoreano[1].

Carestia e mercato nero

Naturalmente, questo nuovo atteggiamento del regime verso il capitalismo non nasce dal nulla, e di certo non dalla bontà personale di Kim Jong-un.

In passato, era lo Stato a provvedere ai bisogni della popolazione, ridistribuendo i prodotti della sua economia ai cittadini tramite un “Public Distribution System”, o PDS[2]. Per un certo periodo, grazie soprattutto agli aiuti economici dell’URSS, il sistema funzionò. Questo, fino agli anni Novanta.

Il disastro umanitario che colpì il Paese dal 1994 al 1998 non ha bisogno di molte descrizioni. La perdita degli aiuti sovietici, unita ad una serie d’inondazioni e ad una grave siccità, condannò dai due ai tre milioni di nordcoreani alla morte per carestia[3]. Il PDS crollò, ed il regime dei Kim non poté, o non volle, venire in aiuto dei suoi cittadini.

Il bilancio sarebbe stato ancora più devastante, se non fosse stato per il mercato nero: lasciati da soli, i cittadini nordcoreani riuscirono a sopravvivere, tramite lo scambio di beni e servizi in mercati clandestini (su cui comunque il governo chiuse un occhio, comprendendo quanto fossero necessari)[4].

Alla lunga, però, il volume delle transazioni all’interno di questi mercati raggiunse dimensioni tali che il regime comunista non poté più far finta d’ignorarle; bisogna poi considerare che, dopo i disastrosi anni Novanta, la produzione agricola non si è mai veramente ripresa.

Il regime, quindi, si trovò davanti ad una scelta: restare fedele ai principi della Juche (comunismo di stampo nordcoreano), e di conseguenza eliminare con la forza questi mercati illegali, oppure venire a patti con la situazione.

Dato che la prima opzione avrebbe privato di qualsiasi mezzo di sopravvivenza gran parte della popolazione, portando potenzialmente il Paese (e quindi il regime) al collasso, Kim Jong-il (il dittatore di allora) scelse la seconda opzione: a partire dal 2002-2003, il governo ha regolarizzato alcuni di questi mercati originariamente clandestini[5].

Shopping a Pyongyang

Oggi, a quasi trent’anni dalla tragedia umanitaria che ha fatto da grimaldello per l’ingresso del capitalismo nel Paese, la Corea del Nord è un’economia ricca di sfumature, ben più complicata di quanto si ritiene nell’immaginario popolare.

Certo, in linea di massima il Paese è quello che il grande pubblico conosce attraverso i media: una nazione governata da un regime totalitario, un’economia pianificata dove tutto, dai salari ai prezzi, è deciso dallo Stato. Ma c’è anche di più.

Infatti, sebbene ufficialmente tanto la proprietà privata quanto il commercio siano illegali in Corea del Nord, in realtà il capitalismo permea l’intera società, dai più poveri dei contadini fino agli alti esponenti del regime. I primi cercano solo di sopravvivere, i secondi desiderano standard di vita più alti, ma entrambi per raggiungere il loro obiettivo ricorrono al capitalismo.

Fra i ceti medio-bassi, per esempio, è prassi comune che gli uomini abbiano un impiego statale, mentre le donne sposate hanno la possibilità di registrarsi come “casalinghe a tempo pieno”. Sembra controintuitivo, ma proprio per questo spesso le donne sposate guadagnano molto di più dei loro mariti. Com’è possibile?

Proprio in quanto esentate dall’impiego statale, queste donne sono libere di avviare un’attività in proprio. Per la maggior parte si tratta d’imprese molto piccole, coinvolte nella vendita di street-food o di beni importati come sigarette russe o birra cinese[6].

Sebbene si tratti di attività commerciali piuttosto modeste, sono sufficienti per garantire alle donne sposate guadagni diverse volte superiori a quelli dei loro mariti. Proprio per questo loro peso economico, le donne in Corea del Nord godono di diritti che non ci si aspetterebbe di ritrovare in un Paese simile[7].

Persino fra i ranghi dell’amministrazione statale, molti dirigenti pubblici, per necessità o per guadagno personale, si sono improvvisati imprenditori. In Corea del Nord, infatti, anche il settore pubblico si ritrova spesso senza finanziamenti adeguati da parte del governo, e di conseguenza è costretto a trovare fondi in un altro modo.

Per questo, non di rado chiunque goda di una posizione di potere all’interno dell’apparato statale usa la propria influenza per avviare un’attività, talvolta persino utilizzando le Forze Armate come manodopera a basso costo[8].

In questo modo è possibile diventare molto ricchi, anche per gli standard occidentali. Oggi, in Corea del Nord, si è formata così una nuova élite, che comprende questi funzionari/imprenditori e le loro famiglie.

Mentre la maggior parte della popolazione vive ad un passo dalla povertà estrema, questi pochi privilegiati guidano auto di lusso, possiedono smartphone ed affollano le strade ed i negozi della “Pyongyang bene”, che alcuni definiscono ironicamente “la Dubai della Corea del Nord”[9].

Un altro esempio molto interessante di come il regime dei Kim sia venuto a patti con la nuova situazione è la “August 3rd Rule”. In base a questa legge, esiste la possibilità per un cittadino nordcoreano di essere esonerato dal proprio impiego statale, a patto di versare una quota mensile di 50000 Won (circa 7 dollari) al governo[10].

In questo modo, il cittadino è libero di dedicarsi ad una propria attività, i cui guadagni (grazie alla August 3rd Rule, che quindi costituisce una vera e propria tassa) andranno a beneficiare anche il regime.

Un futuro migliore?

Quello della Corea del Nord non è certo il primo caso di un Paese comunista che, prima o poi, ha dovuto concedere maggiore libertà economica ai suoi cittadini per sopravvivere. Questo è già successo nell’Unione Sovietica, in Cina, in Vietnam, con diversi livelli di successo.

In alcuni casi, come in Cina, il regime comunista è riuscito a prosperare grazie alla ricchezza generata da un’economia più competitiva, ed allo stesso tempo a salvaguardare la propria stabilità (ancora oggi, sebbene moltissimo sia cambiato dai tempi di Mao, il PCC resta saldamente al potere).

In altri casi, come nell’Unione Sovietica, la maggiore libertà economica ha agito da grimaldello per le rivendicazioni politiche della popolazione: una volta in grado di comparare il loro stile di vita con quello dei Paesi dall’altro lato della Cortina di Ferro, i cittadini sovietici hanno iniziato a protestare contro il loro governo, ed il resto è storia.

Al momento è difficile, se non impossibile, determinare quale strada seguirà la Corea del Nord. Alla fine, il regime dei Kim potrebbe riuscire ad incanalare queste nuove forze a suo vantaggio, stabilendo un capitalismo di Stato simile a quello cinese.

In alternativa, come prospettato all’inizio dell’articolo, alle liberalizzazioni economiche potrebbero seguire quelle politiche, fino alla caduta più o meno pacifica del regime comunista. Ad oggi, tutto è possibile.

Tuttavia, già adesso è possibile trarre una lezione dal curioso caso del capitalismo nordcoreano, vale a dire la resilienza del capitalismo stesso.

Nell’Unione Sovietica, con tutte le risorse umane e materiali a sua disposizione, il comunismo è sopravvissuto meno di settant’anni. In Corea del Nord, neanche uno degli ultimi regimi totalitari esistenti è riuscito ad impedire il naturale sviluppo del sistema capitalistico.

[1]https://www.google.com/amp/s/qz.com/1370347/capitalism-in-north-korea-private-markets-bring-in-57-million-a-year/amp/

[2][4][5]https://beyondparallel.csis.org/markets-private-economy-capitalism-north-korea/

[3]https://www.nytimes.com/1999/08/20/world/korean-famine-toll-more-than-2-million.html

[6][7][8][9]https://youtu.be/YDvXOHjV4UM

[10]https://books.google.it/books?id=l-1pBgAAQBAJ&pg=PA27&lpg=PA27&dq=august+3rd+rule+north+korea&source=bl&ots=16iNGhlmYu&sig=ACfU3U0hqqbY08qYuxtUTztpXjvaZ1BWXQ&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwj1tKeHnpDqAhX68KYKHfQWB9UQ6AEwC3oECAEQAQ#v=onepage&q=august%203rd%20rule%20north%20korea&f=false