Come il libero mercato favorisce l’integrazione dei transgender nel lavoro

Alcuni giorni fa discutevo con un’amica. Lei, donna transgender, lamentava la discriminazione che riceverebbero le trans nel mondo del lavoro. Sosteneva che a causa di un problema culturale, certamente esistente, queste fossero emarginate rispetto alle donne biologiche in relazione alla carriere lavorativa. Ho deciso così di assumere che questa rappresentazione fotografasse esattamente la realtà delle condizioni di integrazione delle trans nel lavoro.

Se fosse vero che le persone trans sono discriminate sul lavoro a parità di rendimento con le donne biologiche, allora per logico effetto economico le loro prestazioni lavorative avrebbero un valore inferiore. Presupponendo che le aziende siano degli agenti economici razionali che hanno l’obiettivo di massimizzare il profitto, sarebbero portate presto o più tardi ad assumere le donne trans con una retribuzione inferiore al posto di donne biologiche con una retribuzione maggiore. In tal modo massimizzeranno il profitto economico dell’impresa.

Sempre se è vero che le donne trans hanno un rendimento lavorativo uguale a quello delle donne biologiche, in un’economia basata sulla concorrenza e il libero mercato, le aziende si accorgerebbero che alcune a loro concorrenti stanno realizzando extra profitti licenziando le donne biologiche e assumendo le trans a un salario inferiore. Questo porterebbe anche le altre aziende a fare la stessa cosa, fino a quando la richiesta di lavoratrici trans, che nel breve periodo ha subito un’impennata, non torni ad essere costante.

Nel lungo periodo i salari delle donne trans tenderanno quindi a crescere e a equipararsi a quelli delle donne biologiche. Questo non rappresenta altro che il raggiungimento di uno stato stazionario al quale l’economia tende naturalmente.

Perché essendo la nostra una società capitalista questo non avviene? Le considerazione possono essere molteplici.

La prima è che l’economia italiana non è in condizioni di libera concorrenza svincolata da un intervento pubblico che ne deforma la genuinità. La presenza di leggi che in teoria dovrebbero disincentivare il licenziamento, la presenza di vincoli alla facilità di assunzione e licenziamento, la presenza di assurde regolamentazioni che rendono più praticabili i licenziamenti collettivi a quelli individuali, determinano un’alterazione dell’ordine spontaneo del libero mercato che lede l’integrazione delle persone transgender nel mondo del lavoro.

Bisogna considerare inoltre il fatto che l’Italia è il paese col più alto numero di piccole medie imprese in rapporto alla grandezza del mercato interno rispetto agli altri paesi europei. La presenza dei sopracitati vincoli imposti dal governo ostacola lo spiazzamento dell’ipotetico pregiudizio dei piccoli medi imprenditori verso le lavoratrici transgender, a causa di leggi che impongono restrizioni alla libera assunzione e licenziamento.

L’imprenditore, conoscendo bene le difficoltà al licenziamento di un dipendente imposte dalla mano pubblica, non sarà mai portato a rischiare di assumere una persona sulla quale nutre pregiudizi anche se la situazione gli permettesse di assumerla a un salario ridotto per la stessa mansione.

Conoscendo bene gli impedimenti al licenziamento, rinuncerà ad assumerla.

Adesso ipotizziamo una situazione diversa. Le donne trans hanno rendimenti lavorativi inferiori a quelli delle donne biologiche, per via della maggiore esposizione a problemi di salute, a causa delle medicine e gli interventi chirurgici ai quali potrebbero sentirsi costrette a sottoporsi. Il processo precedentemente descritto quindi non si realizzerebbe.

A questo punto il mercato si adeguerebbe attribuendo un valore inferiore al lavoro delle persone trans, e queste verrebbero assunte a un salario inferiore di quello attribuito alle donne biologiche. Ma questo non avviene a causa della presenza di leggi sulla discriminazione, dunque le aziende non potendo assumere trans a un salario inferiore per minor rendimento, preferiranno assumere donne biologiche a un salario superiore per maggior rendimento.

In entrambe le situazioni l’introduzione di nuove norme a tutela delle persone trans sarebbe controproducente e danneggerebbe proprio quelle stesse persone che dovrebbe tutelare, favorendone l’emarginazione. E’ certamente preferibile avere un lavoro a un salario inferiore che non averlo affatto. A questo punto, lamentarsi della discriminazione sul lavoro può avere senso? Si, se come causa non si identificano gli imprenditori ma la mano pubblica.

Perché fissare un prezzo per le mascherine ne favorirebbe la scarsità

Sta cominciando a circolare tra i ranghi del governo l’idea di voler fissare un prezzo per le mascherine. Il dito della mano pubblica questa volta è puntato contro i cosiddetti speculatori, che starebbero vendendo le mascherine a un prezzo troppo elevato. Ma il prezzo, in un’economia di mercato, non è definito in base a un aprioristico senso del valore, ma è il risultato di una precisa condizione di ordine spontaneo che ne porta a contrastare la scarsità. Si chiama legge della domanda e dell’offerta aggregata.

Senza inerpicarsi in concetti economici che possono risultare astrusi ai più, è possibile far notare a coloro che pensano che sia utile e giusto fissare un prezzo per le mascherine quanto invece questo possa essere dannoso, senza conoscere necessariamente il funzionamento dell’economia.

Basti pensare ai I promessi sposi di Alessandro Manzoni, che nel bene o male abbiamo tutti studiato. Durante la carestia causata da un’epidemia di peste, nel 1630 la scarsità del grano aveva portato il prezzo del pane alle stelle. Buona parte della popolazione, poco istruita, credeva che il prezzo alto fosse causato non dalla scarsità del prodotto, ma dall’avidità dei fornai e che questi volessero speculare sui bisogni del popolo.

Il popolo cercò di spingere le autorità a fissare un prezzo al pane, al di sopra del quale non poteva per legge essere venduto. Essendo il pane in quel momento un bene scarso, il prezzo che andava assumendo non rifletteva altro che le sue condizioni di scarsità. Fissare un prezzo basso non avrebbe affatto aumentato la quantità del pane prodotto, bensì ne avrebbe favorito la scarsità in quanto minore è il prezzo di un bene e maggiore è la quantità venduta. Esattamente il motivo per cui la curva di domanda ha un’inclinazione negativa.

Se ricordate I promessi sposi, sapete com’è andata a finire. Il popolo assalta i forni ma rimane a secco comunque, perché il pane non basta per tutti. Inoltre i forni sono stati saccheggiati e i fornai non potranno più produrre neanche quel poco pane che prima producevano.

Economicamente parlando, essendo il prezzo dato dall’intersezione tra la curva di domanda e quella di offerta, quanto sopra descritto è ciò che accade quando la curva di domanda di un bene rimane invariata, mentre quella dell’offerta si sposta verso sinistra. L’offerta diminuisce a parità di domanda. Quello che si crea è un eccesso di domanda rispetto all’offerta, e questo disequilibrio torna in equilibrio attraverso un aumento del prezzo del bene.

Tornando alle nostre amate mascherine, il concetto è analogo, ma con una differenza. Che non c’è un shock di offerta come con il pane ne I promessi sposi, ma uno shock di domanda. L’offerta di mascherine rimane la stessa ma improvvisamente diventano un bene molto richiesto. Cosa accade? Che, nel breve periodo il prezzo si alza per far fronte all’improvvisa richiesta a parità di offerta. Il punto di equilibrio tra domanda e offerta cambia facendo cambiare il prezzo del bene.

Ma questo vale solo nel breve periodo. Innanzitutto perché l’aumento del prezzo del bene è si il segnale della sua scarsità rispetto alla domanda, ma è anche, per le imprese, il segnale che devono aumentare la produzione in modo da realizzare profitti extra. L’aumento del prezzo di un bene non è altro che un incentivo per le imprese a produrne di più.

Se il prezzo rimane alto nel breve periodo, molte imprese fiutano i possibili profitti che potrebbero raggiungere producendo tale bene, e si adopereranno per produrlo. Nel lungo periodo quindi la quantità di mascherine in circolazione sarà aumentata e il prezzo si riequilibrerà in base all’incremento delle unità prodotte, diminuendo.

Cosa accadrebbe invece se il prezzo delle mascherine fosse fissato dalle autorità governative? Rimarrebbero un bene scarso. Solo in pochi riuscirebbero ad accaparrarsele. Quelli più svelti. Le imprese non avrebbero più l’incentivo a produrle a causa dei bassi profitti che otterrebbero. Se il prezzo fissato fosse troppo basso, inoltre potrebbe accadere che coloro che producono mascherine smettano di farlo in quanto sconveniente.

E’ così che fissare un prezzo per le mascherine risulterebbe inutile e controproducente. Il risultato dell’azione della mano pubblica, in quest’ambito, seppure mossa dalle migliori intenzioni, si tradurrebbe in un incentivo a decrementare la produzione delle mascherine rischiando di affossarne la produzione.

Liberalismo e Anarchia: analogie e differenze

Negli ultimi anni si è potuto vedere come i movimenti per la libertà e quelli per l’anarchia si siano avvicinati, dando luogo a gruppi sempre più gremiti di libertari e simpatici anarco-capitalisti. Cosa li unisce? Cosa li differenzia?

Facciamo un passo indietro, perché è già avvenuto che il Liberalismo e un altro movimento si accostassero: in seguito alla Rivoluzione Francese il liberalismo si è trovato in stretto rapporto con il movimento per la democrazia ¹; entrambi chiedevano l’abolizione dei privilegi e lottavano per le costituzioni.

In quelle lotte i liberali e i democratici hanno condiviso il mezzo, tuttavia mantenendo due differenti fini da raggiungere: il liberalismo pone l’attenzione sulle funzioni del governo e sulla limitazione del potere, mentre per i movimenti democratici la questione centrale è quella di chi debba detenere il potere.

In parole povere: i democratici chiedevano che al Re si sostituisse il Popolo, conferendo alla volontà popolare la scelta dei governanti e, dunque, dei provvedimenti da adottare. Adatto alla situazione è Tocqueville, il quale ha egregiamente illustrato quali siano i problemi della democrazia pura e di come possa diventare facilmente una dittatura della maggioranza.

Torniamo al presente. Ora inizia ad essere più semplice riconoscere i liberali dai democratici, oggi conosciuti -causando molta confusione- come “liberals“; e quasi per ironia c’è la compensazione dall’altro lato, dove si iniziano a confondere i confini fra liberalismo e anarchia, causando non pochi problemi a chi si approccia al mondo della Libertà.

Chi mi sta leggendo ed è libertario sino all’estremo probabilmente storcerà il naso a questa citazione di Hayek ²:

Il liberalismo si distingue nettamente dall’anarchismo e riconosce che, se tutti devono essere quanto più liberi, la coercizione non può essere eliminata, ma soltanto ridotta al minimo indispensabile, per impedire a chicchessia di esercitare una coercizione arbitraria a danno di altri.

I movimenti anarchici tendono all’annullamento di tutte le leggi statali, mentre i liberali chiedono la loro minimizzazione a quelle necessarie e fondamentali. Ora sorgerebbe un’affermazione in contrasto alla mia nel lettore anarchico o volontarista: se si inizia a fare leggi in maniera arbitraria, benché minime, non si finisce più! E invece non è così o, meglio, sono sbagliate le premesse: le norme volute dal liberalismo non sono decise in maniera arbitraria o costruttivista, bensì sono suscettibili di essere scoperte, così come ogni legge nella Natura.

Il NAP (Non-Aggression-Pact: Principio di Non Aggressione) non è abbastanza per mantenere in piedi il comune vivere degli individui, è dunque necessario cercare le leggi intrinseche nelle relazioni degli esseri umani intraprese con altri o con l’ambiente circostante.

Un suggerimento, geniale ma al contempo evidente in sé, arriva sempre da Hayek³:

La fede nell’esistenza di norme di mera condotta, suscettibili di essere scoperte (e quindi non frutto di una costruzione arbitraria) poggia sul fatto che la grande maggioranza di queste norme è sempre assolutamente accettata.

Ovviamente ci si riferisce a norme individuali, sulle quali siamo veramente tutti abbastanza d’accordo: chi potrebbe ritenere lecito uccidere, rubare il frutto del lavoro di un altro o infrangerne le libertà?

Invece, quando si passa dal particolare (l’Individuo) all’universale (l’umanità, la collettività) il discorso si complica per ciascuno, poiché quel che si chiede sarà sovente in contrasto con le norme di mera condotta individuali: come si potrebbe sostenere la redistribuzione della ricchezza, l’espropriazione, l’imposizione di una volontà sulle altre?

Ecco, dunque, che se il lettore anarchico o estremamente libertario mi stava leggendo storcendo il naso, ora è probabile che guardi con meno diffidenza la mia posizione. Indubbiamente per molti anni, forse per qualche secolo, liberali e anarchici lotteranno fianco a fianco per il raggiungimento di fini comuni: la diminuzione della burocrazia, l’abbassamento del carico fiscale, l’emancipazione dallo Stato.

Alcuni sostengono che il liberalismo possa essere un passo verso l’anarchia, non ne escludo la possibilità, ma reputo sia altamente improbabile: per evitare la coercizione altrui sarà sempre necessaria una minima coercizione che imponga il rispetto delle norme di mera condotta.

Pertanto, se le differenze si fondano sia sui principi sia sugli obiettivi, l’applicazione dei principi di ambe le parti conduce ad una strada che pare essere la stessa lungo una buona parte del tragitto: oggi la libertà del cittadino è talmente limitata, sia nell’ambito civile sia in quello economico, ma persino in quello privato, che non si possono ignorare il positivismo giuridico, il dirigismo, il capitalismo di Stato, le sovvenzioni per categorie, il protezionismo, la diversificazione del trattamento fiscale a seconda di chi si è o cosa si fa e… la lista potrebbe continuare per altre centinaia di righe.

Alla luce di ciò, è indiscutibile e insindacabile la tacita alleanza fra liberalismo e anarchia, purché rimanga chiaro il confine fra i due campi d’idee, per dar semina della cultura insieme e cogliere i frutti da scagliare contro il collettivismo prima che questi distrugga definitivamente le nostre libertà.

1: Liberalismo, p.54, Friedrich Von Hayek
2: ibidem
3: ibidem