Paradossi del socialismo sovietico: falsa prosperità e vera povertà

L’Unione Sovietica, nel corso della sua storia, ha affrontato diversi nemici, dal Terzo Reich agli Stati Uniti. Tuttavia, alla fine il socialismo sovietico è stato abbattuto dall’unico nemico che nessuna ideologia potrà mai sconfiggere: la realtà. Nella sua guerra contro la realtà, il socialismo sovietico ha dato origine a diversi paradossi. Questo articolo si concentrerà su 3 dei più grandi fra questi paradossi.

Portafogli pieni, scaffali vuoti

Bisogna ammetterlo: se si considera come ricchezza la quantità di denaro a disposizione di un individuo, allora il cittadino sovietico medio era innegabilmente ricco. Grazie al regime socialista, che manteneva bassi i prezzi dei beni di consumo, e a continui aumenti di stipendio, i cittadini sovietici avevano molto denaro fra le mani[1].

C’è solo un problema: la ricchezza non è data da quanto denaro un individuo possiede, bensì da cosa l’individuo può comprare con quel denaro. Quindi, se i portafogli sono pieni ma gli scaffali sono vuoti, si arriva al paradosso di milionari che vivono in povertà, circondati da denaro contante che non potranno mai spendere.

Questa situazione paradossale era dovuta alla combinazione fra prezzi artificialmente bassi e salari artificialmente elevati (artificialmente perché stabiliti a tavolino dai pianificatori centrali del PCUS, quindi non derivanti dal naturale incontro fra domanda ed offerta, come avviene in un’economia di libero mercato).

In poche parole i cittadini sovietici, grazie alla loro disponibilità di denaro ed al basso prezzo dei beni di consumo, erano portati a consumare più di quanto producessero, e questo portava alla scarsità di beni[2].

Come spiega Ludwig von Mises ne “Il calcolo economico negli Stati socialisti”, poiché in un regime socialista è lo Stato a possedere tutti i mezzi di produzione ed a ridistribuire le risorse, non è possibile stabilire il prezzo reale di beni e servizi, dato che i prezzi derivano da milioni d’interazioni economiche fra milioni d’individui, le quali però sono assenti in un’economia pianificata, dove solo lo Stato compra e vende beni e servizi.

Quindi, tornando al discorso di prima, il prezzo artificialmente basso, stabilito dai burocrati del PCUS, di un bene o di un servizio non rispecchiava la sua reale disponibilità. Il consumo eccessivo di beni e servizi, poi, generava scarsità.

Da qui la famosa immagine delle file per i negozi: i primi della fila erano fortunati, perché potevano comprare tutto quello che volevano, di conseguenza però non restava niente per gli altri. I cittadini sovietici, che non erano stupidi, sapevano bene quale fosse il vero valore del loro denaro, che con un’ironia un po’ cinica definivano come “soldi del Monopoly”[3].

L’Holodomor: un successo del Piano Quinquennale

Fatta eccezione per i tankies, fortunatamente oggi nessuno nega più l’Holodomor, la “morte per fame” di milioni di Ucraini fra il 1932 ed il 1933. Tuttavia, forse non tutti sanno quanto le politiche economiche sovietiche siano state responsabili per questa tragedia.

Innanzitutto bisogna fare alcune premesse. Come già accennato, all’interno dell’Unione Sovietica il denaro aveva ben poco valore, soprattutto a causa dell’eccessiva quantità di rubli in circolazione (l’iperinflazione è stata un fenomeno ricorrente nella storia dell’URSS). Di conseguenza, anche i Paesi stranieri si rifiutavano di accettare rubli nei loro commerci con l’Unione Sovietica, esattamente come oggi nessuno accetta la valuta nordcoreana per commerciare.

Pertanto, così come oggi Kim Jong-un ha bisogno di accumulare valuta estera per comprare materie prime e macchinari a fini bellici, allo stesso modo Josef Stalin negli anni Trenta aveva bisogno di valuta estera per acquistare i mezzi necessari ad espandere il suo potere in Europa ed in Asia. Per accumulare valuta estera, quindi, Stalin fece delle esportazioni una priorità[4].

Dato che all’epoca il Paese era ancora poco industrializzato, le esportazioni sovietiche consistevano principalmente in materie prime, soprattutto prodotti agricoli, ed è qui che ci si ricollega all’Holodomor.

All’inizio degli anni Trenta, a causa delle perdite dovute alla collettivizzazione forzata dei terreni agricoli, all’eliminazione dei kulaki e ad una siccità che colpì l’URSS nel 1931, la produzione agricola, soprattutto quella del grano, calò drasticamente[5]. A questo punto, sarebbe stato ancora possibile scongiurare la carestia, se non fosse stato per una quarta sciagura: il PCUS.

Il regime comunista, infatti, adottò due provvedimenti che condannarono definitivamente alla morte per fame milioni di persone. In primo luogo, per mantenere ad ogni costo le quote stabilite dal Piano Quinquennale, il PCUS decise di aumentare la pressione sulle aree meno colpite dalla siccità, e d’inasprire le già severissime pene per i contadini che osavano trattenere parte del loro lavoro per sfamare le proprie famiglie[6].

In secondo luogo, Stalin decise che, a dispetto della situazione interna critica, le esportazioni di prodotti agricoli andavano incrementate: fra il 1929 ed il 1931, le esportazioni di grano sovietico passarono da 170000 tonnellate a 5200000 tonnellate, in soli due anni quindi aumentarono di 30 volte[7]. Due anni dopo, milioni di cittadini sovietici erano morti nella carestia che il regime comunista aveva reso inevitabile.

L’inefficienza è forza

Nell’Unione Sovietica, l’inefficienza non era l’eccezione nel processo produttivo, qualcosa da individuare e correggere, bensì era la norma, sancita come tale dal principio comunista del “da ognuno secondo le proprie capacità, ad ognuno secondo i propri bisogni”.

Applicando questo principio alla realtà del processo produttivo, si ottenevano due possibili risultati. Nel primo caso, durante una dato Piano Quinquennale, una certa fabbrica arrivava a raggiungere solo metà della quota produttiva prevista dal Piano. Secondo il principio precedentemente citato, pertanto, nel Piano Quinquennale successivo alla fabbrica sarebbe stato destinato il doppio delle risorse e degli operai, per raggiungere la quota[8].

Nel secondo caso invece, durante lo stesso Piano Quinquennale, un’altra fabbrica riusciva a soddisfare la quota richiesta utilizzando le risorse e la manodopera nel modo più efficiente possibile. Di conseguenza, sempre per lo stesso principio, nel Piano Quinquennale successivo alla fabbrica sarebbe stata imposta una quota più elevata, da soddisfare senza ricevere più risorse e operai[9].

Naturalmente, in queste condizioni la fabbrica efficiente avrebbe fallito nel raggiungere la prestazione richiesta, e solo allora avrebbe ottenuto aiuti per soddisfare la quota. In un simile contesto, quindi, quale dirigente sarebbe stato così sconsiderato da promuovere l’efficienza all’interno della propria fabbrica?

Apparentemente, avrebbero vinto tutti: sulla carta, il Piano Quinquennale sarebbe stato un successo, il PCUS avrebbe avuto una nuova vittoria del socialismo sovietico di cui vantarsi, ed i dirigenti delle fabbriche inefficienti si sarebbero ritrovati a gestire fabbriche più grandi.

A lungo andare, però, la realtà si sarebbe presa la propria rivincita sull’ideologia. Alla fine, le immense risorse dell’URSS sarebbero state insufficienti per compensare i danni dovuti a decenni di cattiva gestione della attività produttive da parte dei burocrati del PCUS, e così è stato.

Conclusioni

Si dice che la follia consista nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. In questo senso, perciò, non è esagerato definire folli i pianificatori centrali del regime sovietico, che nel corso della storia dell’URSS hanno più volte scelto di ripetere gli stessi errori, piuttosto che ammettere l’impossibilità di plasmare il mondo ad immagine e somiglianza della loro ideologia.

Ma se loro sono stati dei folli, ancora più folli sono quelli che, a trent’anni dal fallimento dell’esperimento sovietico, non solo si rifiutano di riconoscere come responsabile di tale fallimento il socialismo sovietico stesso (dando quindi la colpa agli Stati Uniti, alla CIA, a Gorbačëv etc…), ma che propongono persino di ripeterlo come se, per l’appunto, si aspettassero risultati diversi.

[1][2][3] https://youtu.be/kPVo9w79D6w

[4][5][6][7] https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://www.youtube.com/watch%3Fv%3DmZoUioqlZEs%26vl%3Den&ved=2ahUKEwifucHoxdvoAhXOUJoKHX2CCwgQFjAAegQIAxAB&usg=AOvVaw2mEIG3Na4vkRNdUV5NfPtF

[8][9] https://youtu.be/S3Jkqqlpibo

 

La scienza ai tempi dell’URSS: Stalin e la genetica

Tra gli argomenti preferiti degli apologeti dell’URSS spiccano le conquiste della scienza sovietica. Naturalmente, molte di esse sono innegabili, basti pensare allo Sputnik ed all’impresa di Yuri Gagarin. Tuttavia, esiste un capitolo molto meno famoso della scienza sovietica, un capitolo di arroganza e follia: la storia di Trofim Lysenko e del Lysenkoismo.

Questa è la storia di come, dal 1937 al 1964, le autorità sovietiche hanno tentato di sostituire le leggi della natura della “decadente borghesia occidentale” con quelle dello Stato comunista.

In un mondo migliore, forse, il nome di Trofim Lysenko non sarebbe mai passato alla storia. Nato nel 1898 in una famiglia di contadini, Lysenko si laureò nel 1925 in agronomia. Nel corso dei suoi studi, egli sviluppò una propria teoria pseudoscientifica, il Lysenkoismo per l’appunto.

In poche parole, il Lysenkoismo, riprendendo le teorie di Lamarck e rifiutando le scoperte di Mendel e dei genetisti del primo Novecento, sosteneva l’ereditarietà dei caratteri acquisiti.

Secondo Lysenko, quindi, i tratti imposti agli organismi dai fattori ambientali possono essere ereditati: per esempio, tagliando le code dei topi per diverse generazioni sarebbe possibile produrre un ceppo di topi senza coda.

Lysenko pertanto sosteneva la possibilità di coltivare grano in Siberia, semplicemente esponendolo al freddo e “rieducandolo” così a resistere al gelo, e lasciò diffondere voci sulle potenzialità quasi miracolose della sua teoria (per esempio, quella secondo cui grazie ad essa sarebbe stato possibile far crescere piante tropicali al Circolo Polare Artico)[1].

Con tutta probabilità, il Lysenkoismo sarebbe stato bollato già allora come pseudoscienza, se non fosse stato per tre importanti fattori che giocarono a favore dell’agronomo sovietico.

Innanzitutto, l’Unione Sovietica negli anni Trenta era una nazione tormentata dalle carestie (dovute soprattutto ai pessimi risultati della collettivizzazione dei terreni agricoli imposta dal regime comunista), ed in un contesto simile le mirabolanti promesse di Lysenko suscitarono grande interesse.

In secondo luogo, Lysenko stesso, per il fervore della sua fede comunista e per il suo background (povero contadino diventato geniale scienziato, il sogno sovietico realizzato) era persona grata al PCUS. Infine, aveva un asso nella manica: uno dei suoi più grandi fan era il Compagno Stalin.

Non è molto noto, ma Stalin nutriva un certo interesse per la genetica. Come il suo collega Hitler, egli era convinto della possibilità scientifica di creare un uomo nuovo, una nuova umanità. Se Hitler voleva creare una razza di superuomini ariani, Stalin voleva creare il “nuovo uomo sovietico” (Homo Sovieticus, come verrà parodizzato in seguito).

Il Lysenkoismo, quindi, era perfettamente in linea con le idee di Stalin: così come il grano, esposto al gelo, avrebbe modificato la sua natura originaria per crescere in Siberia, allo stesso modo i popoli dell’URSS, se esposti ai valori del socialismo sovietico per abbastanza tempo, li avrebbero incorporati nel loro stesso essere, tramandandoli di generazione in generazione come l’altezza o il colore dei capelli.

L’appoggio di Stalin, quindi, garantì a Lysenko una carriera brillante[2]: presidente dell’Accademia Lenin delle scienze agrarie nel 1938, direttore dell’Istituto di Genetica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS nel 1940, vincitore di tre Premi Stalin da 100000 rubli, di sei Ordini di Lenin e di numerose altre onorificenze. Cosa fece Lysenko con tutto questo potere?

Prima di tutto, si preoccupò di consolidare il suo monopolio sulla scienza sovietica[3]: fra il 31 luglio ed il 7 agosto 1948, si tenne a Mosca un grande dibattito sulla genetica al quale parteciparono i più importanti biologi, genetisti ed agronomi dell’Unione Sovietica, molti dei quali denunciarono apertamente l’infondatezza delle teorie di Lysenko.

Al termine del dibattito, Lysenko rispose loro con una semplice affermazione:

Il Comitato Centrale del Partito ha esaminato la mia relazione e l’ha approvata.

Con questo, Lysenko aveva voluto nascondere fino all’ultimo di avere l’appoggio incondizionato di Stalin, per tendere una trappola ai suoi critici. Per molti di essi era ormai troppo tardi: le loro carriere vennero stroncate, ed i loro posti occupati da fedeli yesman di Lysenko.

Questa purga del mondo scientifico sovietico, con la conseguente perdita di conoscenze e talenti, ritardò in modo significativo lo sviluppo della biologia e di molte altre scienze nell’URSS.

Senza più rivali, Lysenko si adoperò con grande impegno affinché le sue teorie venissero applicate nel modo più rigoroso possibile.

Per esempio, secondo Lysenko[4] i semi di piante diverse dovevano essere piantati gli uni vicini agli altri, affinché potessero aiutarsi a vicenda secondo i principi della lotta di classe. Come risultato le piante, in competizione fra loro per le risorse, finirono per ostacolarsi a vicenda nella crescita.

Sempre secondo Lysenko[5], i semi andavano piantati a grande profondità, in quanto era lì che il terreno era più fertile. I contadini, quindi, furono costretti a lavorare faticosamente per piantare semi all’assurda profondità di due metri, compromettendo così gli strati più superficiali del suolo, i più importanti per l’agricoltura.

Se consideriamo che il Lysenkoismo venne applicato durante il “Grande Balzo in avanti”[6], il piano sviluppato da Mao che risultò nella morte per carestia di decine di milioni di persone in Cina dal 1959 al 1961, le reali dimensioni dei crimini di Lysenko risultano evidenti.

Il monopolio di Lysenko sulla scienza sovietica durò a lungo, ben oltre la morte del suo benefattore Stalin. Solo nel 1965, dopo la caduta di Kruscev, Lysenko venne sollevato dai suoi incarichi, per poi morire ormai dimenticato nel 1976.

Sono molte le lezioni che si potrebbero trarre da questo oscuro capitolo della scienza sovietica, ma probabilmente le più importanti sono due.

La prima, la più immediata, è che la scienza non deve mai, in alcuna circostanza ed in alcuna misura, essere mescolata con l’ideologia, qualsiasi essa sia. Questo perché mentre la scienza cerca di rappresentare nel modo più fedele possibile il mondo, cosi come esso funziona, le ideologie cercano di trasformare il mondo in una versione più fedele possibile di quello che, secondo loro, dovrebbe essere.

La seconda è che, come in ogni altro ambito della vita umana, uno Stato onnipotente non può non avere che ripercussioni negative. Se il parere di un singolo tiranno può azzittire le voci di mille scienziati, allora qualsiasi speranza di progresso è perduta. Solo in un regime di libertà, al riparo dallo Stalin di turno, un vero scienziato può mettere i Lysenko di questo mondo al loro posto, per la scienza e per l’umanità intera.

[1][2][3] https://www.nytimes.com/1976/11/24/archives/symbol-of-stalinist-science.html

[4][5][6] https://www.google.com/amp/s/www.wired.it/amp/41590/play/cultura/2014/08/29/mao-tse-tung/

Dovremmo rivalutare Marx e Marxismo? (Spoiler: no)

Dicevamo del paese dei due pesi e delle due misure. In quest’orizzonte rientra il nuovo libro di Marcello Musto,Karl Marx. Biografia intellettuale e politica.[1] Lui, come molti altri fanno ogni giorno, si è chiesto se “la dottrina marxista non fosse salvifica e geniale e se non siano stati certi uomini nella storia ad averla mal interpretata se non addirittura usata come scudo dietro cui nascondere i propri progetti perversi e violenti”.

Lenin e Stalin sono stati due attenti discepoli di Marx oppure si è trattato solamente di due criminali che avrebbero potuto utilizzare le idee partorite anche da Tizio o Caio? “È doveroso distinguere la concezione di Marx da quelle dei regimi che, nel XX secolo, dichiarando di agire in suo nome, perpetrarono, invece, crimini ed efferatezze”.

L’operazione, sebbene intrigante, è già vista e rivista, e vuole in ogni modo operare arbitrariamente una scissione tra il marxismo e i circa cento milioni di morti che vengono addebitati ai regimi comunisti più noti. Sebbene il comunismo continui a mietere vittime, prosegua nel generare miseria, perpetui nell’annientamento dell’individuo: sembra essere oggi ancora in voga; non mancando di protoumani che, con le terga a mollo nelle acque occidentali, si sgolino nel tesserne le lodi. 

Nonostante questo, il tentativo di edulcorarne i difetti, risulta del tutto velleitario: per ogni ideologia, l’unico giudizio possibile è quello riguardante la sua concreta applicazione nella realtà e sugli individui in un dato momento storico. Non esiste altra possibilità per giudicare le idee di qualcuno, altrimenti useremmo lo stesso criterio con cui si tende ad ignorare i risultati referendari: inaugurando nuovi referendum, sin quando non uscirà il risultato desiderato, come per la Brexit. Ecco, il marxismo ha generato i regimi comunisti, e questo è per adesso l’unico dato possibile cui dobbiamo attenerci. 

La dottrina marxista è accentratrice, fortemente statalista e interventista nell’economia e, dunque, nelle vite dei cittadini. I prncipi fondamentali del Marxismo, ossia l’accentramento dei mezzi produzione nelle mani dello Stato e l’abolizione della proprietà privata, prevedono il ruolo preponderante dello Stato che sarà chiamato a regolamentare ciò che -nella società capitalistica- sorge spontaneo.

Il marxismo è difatti anti-mercatista, nega la libertà di scambio degli individui, e sopperisce a questa mancanza con l’interventismo dello Stato centrale, che dovrà pianificare la creazione dei beni e il loro successivo movimento nelle mani dei cittadini.

Inoltre, l’assunto “Il lavoro crea valore”, ossia “il mero lavoro conferisce valore ai beni prodotti” è errato, ed è evidente, poiché sono i movimenti insiti nel mercato ad aumentare o diminuire il valore di un bene, ossia la maggiore o la minore domanda da parte dei consumatori, i quali, fuori dalla logica marxista, potranno liberamente chiederne e acquistarne nelle quantità desiderate conferendogli inevitabilmente maggior valore.

In Unione Sovietica difatti è stata creata una quantità enorme di lavoro, ma chissà come mai la miseria rimaneva preponderante e invincibile. Il marxismo, e la sua mania accentratrice, va di pari passo col giacobinismo noto nella Rivoluzione francese, e chiediamoci come mai noi oggi viviamo in un Paese fondato su decentramento dei poteri alle autonomie locali.

Lenin, in Stato e rivoluzione, scrisse che “il socialismo consiste nella distruzione dell’economia di mercato. Se rimane in vigore lo scambio, è persino ridicolo parlare di socialismo”.[2] E poi, da altri testi fondanti, ricordiamo che “la società va concepita come un grande ufficio e una grande fabbrica, dove vi sarà la sostituzione totale e definitiva del commercio con la distribuzione organizzata secondo un piano”, cosicché lo Stato sia in grado di “tutto correggere, designare e costruire in base a un criterio unico”, “giungendo in tal modo alla centralizzazione assoluta”. 

E oggi dovremmo perder tempo nel ritenere che Stalin e i suoi colleghi non facessero riferimento a questa dottrina durante la creazione dei loro piani quinquennali? Si basavano forse sulla dottrina della favola di Cappuccetto rosso? Senza alcun tipo di rispetto per la realtà, e per ciò che quella realtà tragica racconta, Musto afferma che “molti dei partiti e dei regimi politici sorti nel nome di Marx hanno utilizzato il concetto di dittatura del proletariato in modo strumentale, snaturando il suo pensiero e allontanandosi dalla direzione da lui indicata. Ciò non vuol dire che non sia possibile provarci ancora[3]“. Il suo auspicio, dunque, è questo: tocchiamo ferro, sperando che tutto ciò rimanga un mero vaneggiare.

L’aspetto divertente del tutto, riallacciandoci con la premessa iniziale dei due pesi e delle due misure, consiste in un esercizio mentale che tutti noi dovremmo fare: proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se un autore avesse scritto che il razzismo in sé è un valore da tenere in considerazione, e che la sua applicazione hitleriana fu un banale errore, se non una mistificazione della dottrina in sé. Beh, innanzitutto nessun editore lo avrebbe pubblicato. Se, poi, qualche coraggioso gli avesse concesso spazio avremmo assistito a uno stracciamento di vesti collettivo, con annessa discesa in campo di associazioni e politici in difesa della giustizia sociale.

Alcuni intellettuali, poi, ci avrebbero ammorbato, furoreggiando in diretta nelle tv nazionali, trovando inspiegabili nessi tra l’apologia del nazismo e la criminalità organizzata. Di Hitler sono innominabili anche i quadri (sì, disegnava e non era granché), altrimenti intervengono i guardiani sempre svegli del politicamente corretto, che sanzionano e puniscono; come alcuni insegnanti nelle scuole spesso già fanno, varcando i limiti della propria professione.

Perché, siamo chiari, anche Stalin era solo un incompreso.

Note: [1] Marcello Musto, Karl Marx, biografia intellettuale e politica, Einaudi.

[2] Lenin, Stato e Rivoluzione.

[3] Marcello Musto, Karl Marx, biografia intellettuale e politica, Einaudi.

 

L’oscurantismo comunista minaccia le università

Il fatto

La mattina del 27 Novembre, all’Università “La Sapienza” di Roma, una legittima opinione ha dovuto nuovamente combattere contro l’oscurantismo comunista e il rifiuto che gli appartenenti a questa setta, fra le più sanguinarie della storia, hanno verso qualunque opinione non riconosca nel Comunismo il bene assoluto, eterno ed universale. Nell’atrio della facoltà di Lettere sono stati esposti dei pannelli che raccontano la Rivoluzione d’Ottobre dal punto di vista di un movimento studentesco vicino a Comunione e Liberazione, associazione cattolica italiana.

Naturalmente la versione raccontata difende la Russia zarista e cristiana, portando dati a sostegno della tesi per cui la Russia, prima dell’Ottobre, vantasse un’economia in espansione e un principio di progresso che la Rivoluzione bloccò. I baldi giovani comunisti della FGC, allergici alle libere opinioni come io lo sono al polline, davanti ad un’idea diversa dalla loro hanno avuto un attacco di starnuti e lacrimazione. Hanno dunque deciso di salvare dagli sbalzi di salute gli altri che, certamente intolleranti come loro alla libertà di pensiero, ne avrebbero potuto soffrire.

Pertanto, la mattina hanno coperto i pannelli incriminati con la loro “controinformazione”, con la loro “verità”, in un blitz o falsh mob che è stato rivendicato il giorno stesso sulla loro pagina Facebook. Questo non è certamente il primo episodio di questo genere in un’Università, anzi è ormai una prassi consolidata che mina sempre più la libertà di parola e pensiero negli atenei. Chi volesse, in preda a non so quale follia, permettersi di esporre una propria opinione che non citi testualmente il Capitale di Karl Marx in un’Università sa a quale rischio va incontro.

 

Una prassi consolidata

Qualche mese fa il collettivo Link Sapienza ha cacciato dalla stessa facoltà degli studenti che facevano una campagna di sensibilizzazione pro-Vita, costringendoli a sgomberare il loro presidio, regolarmente concesso dal Rettore dell’università. Ma si sa, chi è un banale rettore davanti a dieci gloriosi imbecilli? Qualche anno fa, ennesimo esempio che mi viene in mente, ma che non è che una goccia di un oceano. Alla Federico II di Napoli gli studenti del centro sociale che poi formò Potere al Popolo occuparono una facoltà per impedire a Massimo D’Alema di parlare.

L’Università, per eccellenza luogo di incontro, analisi, dibattito e confronto è evidentemente sotto attacco. La libertà di pensiero e di manifestazione che l’hanno sempre contraddistinta sono in pericolo. Ma da un attacco, naturalmente, ci si deve sempre difendere. E se non se ne ha il potere, si fa appello a chi lo ha affinché lo eserciti.

Per cui chiedo, e se vorrete unirvi a me dirò “chiediamo”, perché mai se un tifoso ripetutamente crea disordini allo stadio, impedendo agli altri di godere di ciò per cui ha pagato, questi viene interdetto dal frequentare quella sede con un Daspo, mentre le associazioni comuniste che ripetutamente violano uno dei principi fondanti non solo dell’Università, ma anche del nostro Stato, rivendicando fra l’altro il tutto ogni volta su Facebook, possono fare il buono e cattivo tempo liberamente senza che vengano presi provvedimenti?

Non vanno neanche scovati o cercati, ogni volta che tappano la bocca a chi esprime un’opinione diversa dalla loro producono un ridondante comunicato in cui spiegano quanto sono stati vigliacchi. Perché alle liste che portano lo squadrismo dentro gli atenei è permesso di candidarsi alle elezioni del Consiglio? Perché nessuna ripercussione sugli studenti che ne fanno parte viene minacciata? Ma soprattutto mi chiedo questo, non sapendo darmene risposta: perché i giovani comunisti hanno una tale riluttanza verso le opinioni che non appartengono al Vangelo secondo Marx?

 

Comunismo e ignoranza dogmatica

Come è possibile che non si riescano a capacitare del fatto che le opinioni diverse sono una ricchezza? Perché, cari comunisti, non riuscite a rispettare chi la pensa diversamente, perché non riuscite a guardare gli altri esprimere le proprie convinzioni per poi, pacificamente ed educatamente, esporre le vostre in antitesi? La vostra ideologia deriva da Marx e quindi da Hegel, per cui il meccanismo della dialettica dovreste averlo presente, ammesso sempre che abbiate la minima idea di ciò di cui parlate. Lasciate le tesi dei giovani di Comunione e Liberazione affisse nella facoltà e chiedete al Rettore di esporre le vostre quando le loro verranno ritirate. In un Paese liberale si fa così. E dal momento che sembrate non volerne rispettare le leggi e i principi, non lamentatevi della repressione delle vostre idee, quando siete i primi a reprimere chi invoca la libertà di opinione.

 

 

Disclaimer

Il giornalista deve cercare di esprimere le proprie opinioni il meno possibile per conservare la propria obiettività, ma mai averne vergogna. E dato che già sento le accuse che mi saranno mosse contro, ossia di simpatizzare per Comunione e Liberazione, di essere contro l’aborto o di amare alla follia D’Alema, la violenza di opinioni che in questi tempi devasta questo Paese mi costringe a fare uno strappo alla regola per mettere le mani avanti e per dimostrare che qualcuno che commenterà non avrà letto fino in fondo, come ormai troppi fanno.

Perciò: non credo che la Russia zarista fosse un esempio di economia ruggente, ma anzi la considero un regime illiberale che andava certamente superato. Ho antipatia verso il movimento di Comunione e Liberazione e sono ateo, per giunta non battezzato. Infine sono per la libertà di scelta in materia di aborto e ho poca simpatia verso Massimo D’Alema. È solo che, cari compagni, ho un terribile ed inguaribile feticismo per la libertà di opinione.