Prima riordina la tua camera e poi cambia il mondo

Che tipo di programma politico puoi aspettarti da qualcuno che non sa nemmeno pianificare da solo il contenuto del proprio armadio?

In una ormai famosa puntata del podcast di Joe Rogan, lo psicologo Jordan B. Peterson ha sottolineato quanto sia strano che molti giovani impegnati politicamente siano preoccupati di riorganizzare la società e il sistema economico quando non riescono nemmeno a tenere in ordine le proprie camerette. Ha detto:

I giovani di 18 anni non possono trovare soluzioni all’economia, non sanno nulla dell’economia. È una macchina complessa che va oltre la comprensione di chiunque. Sanno almeno riordinare la propria stanza? No. Beh, ci pensino. Dovrebbero pensarci, perché se non riescono nemmeno a pulire la loro stanza, chi diavolo sono loro per dare consigli al mondo?

In realtà, come dimostrarono i filosofi dell’economia Ludwig Von Mises, Friedrich Von Hayek e Leonard Read, l’economia di mercato è così spaventosamente complessa che neanche un pianificatore centrale onnisciente, perfetto e virtuoso (presumibilmente con una squadra tecnica immacolata) saprebbe pianificarla centralmente. Dunque, cosa possiamo aspettarci da qualcuno che neanche sa mettere in ordine il proprio armadio?

Eppure, molti giovani sono appassionati dall’idea di “cambiare il mondo” e sono profondamente negligenti con il loro piccolo angolo di mondo, la loro stanza. Questo approccio alla vita è una ricetta per l’angoscia e la depressione. Voler cambiare cose che non puoi cambiare porta a sentimenti di frustrazione e impotenza. Trascurare le cose che puoi cambiare, invece, porta alla stagnazione e alla crisi.

La prescrizione del Dr. Peterson per questo disturbo è la seguente:

La mia sensazione è che se vuoi cambiare il mondo, devi iniziare da te stesso e poi lavorare verso l’esterno, in questa maniera potrai sviluppare le tue competenze

Peterson continua:

Il mondo è presentato come una serie di enigmi, alcuni dei quali sei in grado di risolvere e altri che non puoi risolvere. Hai molti enigmi davanti a te che puoi risolvere, ma decidi di non farlo. Queste sono le cose che pesano sulla tua coscienza (…)

Perché la domanda è: quanto stiamo contribuendo al fatto che la nostra vita è una catastrofe esistenziale e una tragedia? Quanto contribuisce questa nostra corruzione a tutto ciò? Questa è una domanda che vale davvero la pena di porsi.

Le cose che tu decidi di non fare. Perché sei arrabbiato, sei risentito o sei pigro. Bene, consulta la tua coscienza e dille: “Beh, sai, in quel posto potrebbe esserci bisogno di un po’ di lavoro“. È come lavorare su te stesso. E così inizi pulendo la tua stanza, perché puoi. E poi le cose iniziano ad essere un po’ più chiare intorno a te. E tu stai un po’ meglio, perché ti sei esercitato. E sei anche un po’ più forte. E poi qualcos’altro si manifesta e dice: “Beh, forse puoi anche provare a riparare questo o quello“. Quindi decidi di farlo e anche questo diventa un altro piccolo risultato raggiunto…

… e poi magari imparerai abbastanza in questa maniera, che potrai risolvere i problemi della tua famiglia, e dopo averlo fatto, avrai abbastanza carattere, cosicché quando cercherai di operare nel mondo, nel tuo lavoro, o forse nelle sfere sociali più ampie, sarai una forza positiva anziché un danno.

Il messaggio di Peterson, “pulire la propria stanza”, ha colpito molti giovani ed è diventato virale. Innumerevoli ascoltatori di Peterson hanno riferito di come le loro vite siano cambiate e di come tutto sia iniziato con la pulizia delle loro stanze.

Questo è ottimo anche per “l’economia” e “il mondo”, perché il miglioramento di questi concetti astratti consiste nel miglioramento delle vite individuali che li compongono. E un tale miglioramento individuale può realmente avvenire solo attraverso la responsabilità e l’azione dell’individuo.

Il consiglio di Peterson è di iniziare con poco: basta iniziare con la tua vita e il tuo dominio di competenza. Inoltre, Peterson consiglia di iniziare poco a poco nel senso di iniziare con compiti relativamente facili. La pulizia di un angolo della tua stanza può essere uno degli elementi più facili nella tua lista di cose da fare. Ma il fatto che sia facile lo rende un ottimo punto di partenza, dato che puoi davvero farlo anche se la tua forza di volontà non è particolarmente alta.

Una volta che lo fai, il piccolo senso di realizzazione si nutre della tua efficacia e ti dà abbastanza forza di volontà per fare qualcosa di un po’ più difficile: ad esempio, pagare una fattura. Raggiungere questo step rafforza ulteriormente la tua auto-efficacia, permettendoti di compiere un’impresa ancora più grande, e così via. Se ci stai, alla fine puoi aumentare il livello di difficoltà, migliorarti e ottenere cose davvero impressionanti nella tua vita e nella tua carriera. 

Traduzione di Alessio Cotroneo

“Tear down this wall!”, il discorso del Presidente Reagan che ha fatto la storia

Sono passati 32 anni da quel 12 giugno del 1987, quando il Presidente statunitense Ronald Reagan pronunciò a Berlino, davanti alla Porta di Brandeburgo, un discorso che fece la storia.

Dopo 24 anni il celebre “Ich bin ein Berliner” di John F. Kennedy, rivolgendosi al Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, Reagan pronunciò la famosa frase:
“Mr. Gorbaciov, tear down this wall!“, tradotta in italiano: “Gorbaciov, butti giù questo muro!”.

Era la seconda visita di Reagan in cinque anni a Berlino, quel giorno si festeggiava il 750esimo anno dalla nascita della città in un momento in cui era molto alta la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
C’era un intenso dibattito internazionale sul posizionamento di missili statunitensi a corto raggio in Europa, e la corsa agli armamenti da parte degli Stati Uniti in quegli anni aveva raggiunto livelli da record. Davanti alla Porta di Brandeburgo c’erano circa 45mila persona ad attendere il Presidente Reagan.

Il Presidente Reagan, che arrivò la mattina di quel 12 giugno a Berlino su un aereo partito da Venezia, dove si era tenuto un vertice del G7, prese la parola subito dopo il discorso del cancelliere della Germania Ovest, Helmut Kohl.

La Porta di Brandeburgo venne scelta come luogo simbolico perché si trovava a poca distanza dal muro che divideva la città di Berlino in due. Dietro al palco vennero installate, per la sicurezza di Reagan, delle alte vetrate antiproiettile per evitare gli spari di eventuali cecchini dalla zona est della città.

Quello del 12 giugno 1987 fu un discorso molto importante, in cui il Presidente Reagan inserì espressioni come “C’è una sola Berlino”, ricordando che anche lui come molti suoi predecessori aveva “ancora una valigia a Berlino”, parole di una canzone nota di quell’epoca in Germania cantata da Marlene Dietrich.

In quegli anni Gorbaciov stava tentando di aprire il Partito comunista e l’Unione Sovietica ed era impegnato in un complicato e ambizioso programma di riforme e rinnovamento, la cosiddetta perestrojka. A un certo punto, durante il suo discorso, Reagan lo incalzò così:
“Accogliamo con favore il cambiamento e l’apertura, perché crediamo che la libertà e la sicurezza vadano di pari passo, che il progresso della libertà umana non può che rafforzare l’obiettivo della pace nel mondo. C’è solo un’ineccepibile azione che i sovietici possono fare, che farebbe progredire notevolmente la libertà e la pace. Segretario generale Gorbaciov, se davvero vuole la pace, se vuole la prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa orientale, venga qui a questa porta. Gorbaciov, apra questa porta. Gorbaciov, Gorbaciov, butti giù questo muro!”


Lo staff di Reagan che il Consiglio di Sicurezza Nazionale e la CIA avevano avuto dei dubbi sulla frase “tear down this wall”, perché secondo loro avrebbe potuto generare controversie e aggravare ulteriormente i rapporti con l’Unione Sovietica. Qualcuno aveva provato a far cambiare idea a Reagan dall’autore del discorso il vice speechwriter della Casa Bianca, Peter Robinson, e il suo capo Anthony Dolan ma nessuno convinse il Presidente Reagan e la mantenne nel suo discorso.


Il discorso di Reagan, venne giudicato “provocatore” dalle autorità sovietiche, non ebbe inizialmente grande risonanza sulla stampa, soprattutto in quella americana.


Infatti il New York Times e il Washington Post, il giorno dopo il discorso di Reagan a Berlino, non misero la notizia in prima pagina. Il settimanale Time scrisse che la performance di Reagan era stata buona, anche “se non sufficiente a cancellare l’impressione che stia perdendo l’iniziativa a vantaggio del rivale sovietico.

Henry Kissinger commentò che Mosca non avrebbe mai abbattuto il Muro, nessuno pensava che questo potesse crollare. Lo stesso Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Reagan, Frank Carlucci, disse che la frase era buona, ma che non si sarebbe mai realizzata.
L’unico che parlava del crollo del Muro di Berlino era Reagan, dotato di una lungimiranza tipica di uno statista oltre il prodotto di una strategia politica.


Infatti, nel gennaio del 1989 l’allora leader tedesco orientale Erich Honecker sosteneva che il Muro sarebbe esistito anche 100 anni dopo “fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”. Invece il 9 novembre di quello stesso anno, ovvero circa due anni e mezzo dopo il famoso discorso di Reagan, il portavoce del governo della Germania Orientale, Gunter Schabowski, comunicò: “Le persone che desiderano partire definitivamente si possono presentare a tutti i posti di frontiera tra Ddr e Germania federale o a Berlino ovest. A quanto mi risulta la nuova legge vale da subito, da ora”.

Il 9 Novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino, ma esso cominciò sicuramente a sgretolarsi due anni prima, nel giorno di quel discorso tenuto dal Presidente Ronald Reagan, uno statista a cui la cultura liberale e anche il popolo europeo, devono tanto.