Ispirato dalla conferenza di Coleman Hughes tenuta a Chicago durante il LevelUp-2026
George Soros è dietro BLM, o alla crisi dei profughi? Qual è il rapporto tra Bill Gates e il COVID-19? Il Mossad ha ucciso Charlie Kirk? E il complotto sull’11 settembre? Chi sono i massoni?
Da qualunque punto si parta si finisce sempre nello stesso posto: il mondo selvaggio, e a suo modo affascinante, delle teorie del complotto. La domanda utile, però, non è tanto se una singola teoria sia vera, quanto come siano costruite tutte quante. La loro struttura si ripete con una regolarità sorprendente, ed è proprio questa regolarità a tradirle.
I cinque tratti ricorrenti
I. Cattive intenzioni. Chi ha ordito il complotto agisce, per definizione, in malafede: non sarebbe una teoria del complotto se le intenzioni dei mandanti fossero buone. E la malafede, una volta ammessa come chiave di lettura, tende a estendersi anche a chi il complotto non lo vede.
II. L’esistenza di un piccolo gruppo occulto. I miliardari, un’agenzia governativa segreta, il Deep State, «la finanza mondiale»: poche persone, invisibili allo sguardo pubblico.
III. La varietà del potere esercitato. Non si parla semplicemente del potere di influenzare gli eventi, ma del potere di determinarli, spesso su scala globale. Il mondo viene immaginato come altamente organizzato, altamente controllabile e straordinariamente reattivo alle direzioni di una manciata di attori.
IV. La non falsificabilità. Le teorie del complotto sono attraenti per la spiegazione semplice che forniscono a eventi complessi; ma quando si prova a interrogare un complottista sui dettagli (come, esattamente, il complotto è stato organizzato ed eseguito?) l’incapacità di rispondere non conta come un problema per la teoria. Al contrario, diventa una prova a suo favore: «Ovvio che non riusciamo a spiegarlo: ce l’hanno nascosto».
V. La rivelazione. C’è quasi sempre la promessa che l’intera immagine della realtà cambierà di colpo, una volta comprese le forze in gioco. Per questo è comune che chi sostiene teorie del complotto sostenga anche movimenti politici a carattere populistico, che promettono un cambio totale di regime una volta ottenuto il potere.
Nessuno di questi tratti è così assurdo preso singolarmente. È il modo in cui si tengono assieme a non reggere, e conviene smontarli uno alla volta.
Presumere l’errore prima della malafede
Cominciamo dal primo tratto, e in particolare dalla sua estensione più insidiosa: la certezza che chi nega il complotto sia complice.
Attribuire ai propri avversari un errore intellettuale e non la malafede sarebbe anzitutto più utile. È l’unico modo per capire una posizione avversa abbastanza bene da poterla confutare. La persona media non sostiene una politica perché malvagia, ed è dunque improbabile che agisca per malvagità chi non è d’accordo sull’esistenza di un certo complotto. Trattare tale posizione come malvagia anziché come errore garantisce il fraintendimento: se c’è malafede non esiste alcun punto di partenza condiviso da cui sviluppare un discorso. Lo vediamo ovunque sui social media: il complottista commenta con una frase a effetto sotto la notizia di un evento, e chi gli risponde viene immediatamente categorizzato come asservito alla classe che avrebbe ordito il complotto.
C’è però un vantaggio più importante, ma non è una questione di buone maniere. La modestia epistemologica è probabilisticamente più vicina alla verità. Essere modesti sui nostri metodi di conoscenza, e sulla nostra conoscenza in generale, ci protegge dal presupposto infondato per cui se osserviamo una situazione ingiusta nel mondo, allora qualcuno debba esserci dietro.
Tra le intenzioni e le conseguenze corre quasi sempre un abisso. Le istituzioni che nascono da azioni umane intenzionali sono, di regola, il sottoprodotto indiretto, non voluto (e spesso indesiderato) di quelle azioni. È una delle osservazioni centrali della tradizione liberale hayekiana, e vale tanto per il mercato quanto per la politica. Le teorie del complotto sono, in fondo, il rifiuto implicito di ammettere che un tale abisso esista.
E prima ancora dell’abisso c’è un concorrente molto più banale all’ipotesi del complotto: l’errore umano. Nella maggior parte delle organizzazioni, nella maggior parte dei casi, un errore umano è di gran lunga più probabile di una congiura. Ci sarà semmai un insabbiamento dopo il pasticcio, ma è una cosa radicalmente diversa da un disegno dall’alto deciso in anticipo. Richard Hofstadter lo notava già negli anni Sessanta: la storia militare è in buona parte una collezione di errori e di incompetenze, ma se per ogni errore si può assumere un atto di tradimento, allora c’è materiale infinito per la paranoia. Nella mente del complottista, semplicemente, le coincidenze non esistono (o esistono solo dove questi decide).
Gli uomini raramente riescono a realizzare i propri disegni, e la maggior parte delle conseguenze reali delle azioni umane non sono il disegno di nessuno ed emergono dall’interazione di moltissime persone che non si coordinano, non si conoscono e non stanno mirando al risultato che pure producono.
Quasi mai esiste un «loro»
Un piccolo gruppo occulto e potente non è un concetto assurdo di per sé: gruppi ristretti e potenti sono esistiti in ogni epoca. Ma quando si guarda un gruppo, si guardano gli individui che lo compongono. E qui la questione si complica, per una ragione elementare: gli individui non condividono le stesse preferenze. Possiamo pure ammettere che il gruppo sia piccolo, occulto e potente. Non ne segue che i suoi membri concordino sugli obiettivi, e ancor meno che concordino sui mezzi. Il «loro» monolitico delle teorie del complotto, appena lo si osserva da vicino, si dissolve in persone che di fatto non concordano.
Questo vale in ogni direzione politica, ed è bene dirlo subito. Spiegare l’aumento della disuguaglianza con l’agire dello «one percent» dei miliardari ha esattamente la stessa struttura: l’uno per cento non si riunisce, non delibera, non vota una linea. O si sta parlando per metafora (legittimo, purché sia dichiarato) oppure si sta avanzando una tesi sull’azione collettiva di un soggetto, e allora bisogna spiegare il meccanismo: chi, quando, come.
Prendiamo allora l’esempio più comune di questi tempi: gli ebrei. «Gli ebrei controllano le banche», «gli ebrei controllano la politica», e questi ebrei dirigerebbero gli eventi mondiali in una comune direzione, i cui temi sono l’asservimento del non ebreo al pensiero unico proiettato dai media, il consumismo, l’abbandono dell’orgoglio e dell’identità nazionali, la dissoluzione della famiglia e via dicendo.
Ora, la popolazione ebraica mondiale è di circa sedici milioni di individui: meno degli abitanti dei Paesi Bassi, poco più dello 0,2% della popolazione mondiale. Tra quei sedici milioni c’è l’ultraortodosso di Mea Shearim, che non riconosce lo Stato d’Israele perché la redenzione non può essere opera di uomini, e c’è il colono religioso della Cisgiordania, che in quello stesso Stato vede l’inizio della redenzione. C’è il laico di Tel Aviv che non mette piede in sinagoga da vent’anni e c’è chi la propria vita la scandisce sui trattati talmudici. C’è chi ha riempito le piazze contro la riforma della giustizia e c’è chi quella riforma la pretendeva. C’è l’ebreo americano che vota in maggioranza democratico e c’è l’ebreo americano che scrive sui giornali conservatori contro di lui. Questi individui non concordano sulla natura di Dio, non concordano sui confini del proprio Stato, non concordano nemmeno su chi sia ebreo. E dovremmo credere che concordino su un piano plurisecolare di ingegneria sociale?
La versione «classica» del complotto ebraico è ancora più divertente: gli ebrei sarebbero contemporaneamente i grandi banchieri e i grandi rivoluzionari. Rothschild e Trockij, il capitale apolide e il comunismo internazionale, i padroni del sistema e insieme coloro che lo vogliono abbattere. Una teoria che imputa allo stesso soggetto una cosa e il suo contrario non è una teoria sbagliata: è una teoria che non dice nulla, e che si limita a raccogliere sotto un unico nome qualunque cosa di negativo il mondo produca.
Anche le accuse più recenti (il consumismo, l’abbandono dell’identità nazionale, la dissoluzione della famiglia) sono prive di fondamento, e per giunta si rovesciano contro chi le formula. Le comunità ebraiche osservanti hanno tra i più alti tassi di natalità dell’Occidente, sono organizzate intorno alla famiglia in modo quasi ostinato, e hanno conservato lingua, rito, calendario, norme alimentari ed endogamia attraverso duemila anni di dispersione.
A questo punto arriva sempre la ritirata: «non tutti gli ebrei, ovviamente, solo le élite». L’ebreo povero, l’ebreo antisionista, e chiunque non somigli allo stereotipo verrà immancabilmente derubricato a eccezioni, a depistaggi o opposizione controllata.
Benissimo. Allora si spieghi esattamente chi si è riunito, quando, che cosa ha deciso, e con quale meccanismo la decisione è diventata realtà. Chi risponde a queste domande sta facendo giornalismo o storiografia è il benvenuto: le congiure documentate esistono, e le conosciamo proprio perché qualcuno ha fatto quel lavoro. Chi non risponde, però, ha usato la parola «ebrei» senza motivo.
Il problema della conoscenza
Il terzo tratto, la mano al vertice che muove i fili, è il punto più debole di tutti, perché ripropone una struttura che l’economia politica liberale conosce fin troppo bene: quella della pianificazione centrale.
È il problema della conoscenza.
Controllare un processo complesso dall’alto sarebbe possibile se si possedessero tutte le informazioni pertinenti al suo funzionamento, se si potesse partire da un sistema di preferenze dato e stabile, e se si disponesse di una conoscenza completa dei mezzi disponibili. Solo a quel punto ciò che resta sarebbe un puro problema di logica.
Sono dei se enormi, e ce ne sarebbe da aggiungere un quarto: se tutti si comportassero come ci si aspetta. Anche ammettendo di conoscere perfettamente le preferenze di ciascuno, non possiamo dare per scontato che le persone agiscano sempre in conformità a esse, perché non siamo del tutto razionali, perché le circostanze intervengono, e perché accade sempre l’imprevisto.
Il punto decisivo è che quelle informazioni non sono soltanto difficili da raccogliere: non esistono in forma raccoglibile. I dati da cui il calcolo dovrebbe partire sono prodotti dalle innumerevoli valutazioni, decisioni e scelte di milioni di persone, e non sono mai dati per intero a una sola mente. Nessuno li possiede, e non perché siano nascosti, ma perché nascono dispersi. È la ragione per cui nessun ufficio di pianificazione è mai riuscito a sostituire il sistema dei prezzi pur disponendo di tutte le risorse di uno Stato. Se non ci riesce un ministero alla luce del sole, con centinaia di migliaia di funzionari, perché dovrebbe riuscirci un comitato clandestino di dodici persone, e per giunta sulla storia mondiale?
C’è poi un vincolo strutturale di cui si parla troppo poco. Ogni complotto richiede due cose insieme: coordinamento e segretezza. Ma le strutture che rendono possibile il coordinamento (riunioni, documenti, catene di comando, molte persone informate) sono esattamente quelle che rendono difficile mantenere il segreto. Le strutture che invece proteggono il segreto (pochi informati, compartimentazione, nessuna traccia scritta) sono esattamente quelle che rendono difficile coordinare l’azione. Le due esigenze si mangiano a vicenda, e tanto più quanto più il piano è ampio e lungo nel tempo. Una teoria del complotto chiede di credere che questa tensione sia stata risolta: da poche persone, per decenni, su scala planetaria, senza un pentito, senza un errore, senza una fuga di notizie.
Un gruppo occulto potrebbe benissimo volere una guerra, o volere riversare un’ondata di rifugiati sull’Europa. Riuscirci in modo affidabile, attraverso anni, continenti e migliaia di attori non coordinati, è tutt’altra faccenda. Le intenzioni non si allineano ordinatamente alle conseguenze, tanto meno nei processi complessi. E i processi complessi sono esattamente ciò che le teorie del complotto si tacciano di spiegare.
Ciò che spiega tutto non spiega niente!
Il segno distintivo di una teoria seria è che si prefigge anticipo che cosa la smentirebbe. Nelle teorie del complotto questa domanda non ha risposta: l’assenza di prove è prova dell’occultamento, la smentita è prova del controllo dei media, il dissenziente è prova dell’opposizione controllata. Ogni fatto possibile viene assorbito nel complotto. Una costruzione che non può essere contraddetta da nulla non è una spiegazione utile in quanto è una spiegazione che non dice niente, perché non esclude niente.
È la stessa struttura, del resto, del Rothschild-e-Trockij menzionato sopra: se il soggetto può essere insieme una cosa e il suo contrario, la teoria non sta descrivendo il mondo, sta solo distribuendo etichette.
Karl Popper ha dato un nome a questo schema: la teoria cospirativa della società, ovvero l’idea che spiegare un fenomeno sociale consista nell’individuare gli uomini o i gruppi interessati al suo verificarsi, i quali lo avrebbero pianificato e realizzato. Popper la leggeva come una secolarizzazione della superstizione religiosa, nata dall’abbandono di Dio: il trono lasciato vuoto non resta vuoto a lungo, e viene occupato da uomini potenti e da sinistri gruppi di pressione, ai quali si imputano la Grande Depressione e ogni male di cui soffriamo.
La struttura della spiegazione sopravvive alla perdita del suo oggetto. A cambiare è soltanto chi siede sul trono.
La seduzione della critica
Le teorie del complotto, però, hanno un fascino reale, e sarebbe ingiusto dire che parte di quel fascino non affondi le radici in qualcosa di vero. Sono parzialmente plausibili: gruppi di persone si sono davvero coalizzati, nel corso della storia, per fare cose terribili. Su questo non c’è molto da obiettare.
C’è di più, ed è bene ammetterlo. Per gran parte della storia umana la spiegazione cospirativa non è stata una patologia, ma il modo normale, necessario e razionale di leggere gli eventi. In un mondo di corti, gabinetti e ristrette cerchie di potere, molte cose venivano effettivamente decise da poche persone in una stanza, e risalire dalle conseguenze alle loro intenzioni era un’euristica eccellente. A cambiare non è stata la natura umana ma il mondo: società di massa, mercati, burocrazie, processi globali, detto in generale ordini spontanei in cui il risultato sistematicamente non somiglia all’intenzione di nessuno e di nessun gruppo. Il complottismo, in questo senso, non è follia ma è un’abitudine mentale che ha smesso di funzionare.
C’è poi un’ansia specificamente moderna dietro tutto questo. Nelle società complesse è difficile dire chi sia responsabile di che cosa: le cause delle nostre condizioni sono lontane, diffuse, mediate da istituzioni che non vediamo e non capiamo. La teoria del complotto restituisce precisamente ciò che questa condizione toglie: un soggetto a cui attribuire la causalità e, soprattutto, la responsabilità morale. È una risposta sbagliata a una domanda legittima.
E infine sono attraenti per la ragione più sottile di tutte: sono radicate nella critica, che è ciò che fanno le persone illuminate, e tutti ci crediamo tali! Ci hanno sempre insegnato a pensare criticamente, ad andare sotto la superficie, a non credere a tutto ciò che ci viene detto, o che leggiamo, o che troviamo in rete. La teoria del complotto, offrendo una visione iper-critica su una serie di eventi, dà soddisfazione intellettuale alla «persona illuminata». Ciò, chiaramente, ha un velo di ironia, perché le teorie del complotto ci dicono di non fermarci al livello superficiale, di scendere a quello profondo, e nello stesso identico momento semplificano radicalmente i processi complessi che dicono di aver spiegato.
È anche il punto in cui il quinto tratto si smonta da solo. La promessa della rivelazione è esattamente la promessa che i processi complessi non possono mantenere e non hanno mai mantenuto nella letteratura scientifica. La migliore ricerca di scienza sociale che abbiamo riesce a dirci quale tipo di ordine tende a emergere date certe regole; non riesce, e probabilmente non potrà mai, consegnarci il quadro completo.
Quando invece il sospetto è ragionevole
Nulla di tutto ciò significa che le congiure non esistano, o che il potere organizzato sia un’invenzione. Sarebbe l’ingenuità simmetrica a quella del complottista, e non è meno grave dell’altra.
Il punto è che la plausibilità del sospetto non è costante: dipende dall’ambiente istituzionale. Dove le decisioni sono prese secondo regole generali, pubbliche, prevedibili e uguali per tutti, gli esiti tendono a non somigliare alla volontà di nessuno in particolare, e cercare una mano nascosta dietro di essi è un errore. Dove invece le decisioni sono discrezionali, opache e personali allora prevedere il futuro e coordinarsi con gli altri richiede davvero di indovinare le intenzioni di poche persone. In quel contesto cercare un disegno nascosto non è paranoia.
Ne segue una conclusione che vale la pena tenere a mente: la quantità di complottismo ragionevole in una società può essere un indicatore del suo stato di diritto. E il rimedio sono istituzioni trasparenti e vincolate a regole generali, che rendano il sospetto inutile perché non c’è più nulla da indovinare.
I casi difficili
Nulla di tutto ciò rende facile tracciare il confine tra complotto e realtà nella pratica.
Nel 2016, durante le elezioni americane, circolava la teoria, oggi ampiamente smentita, del cosiddetto Pizzagate: l’idea che alcuni esponenti del Partito Democratico gestissero un giro di traffico sessuale di minori a partire da una pizzeria di Washington. Qualcuno ci credette, la storia divenne virale, fu confutata, e continuò a circolare lo stesso, come accade in questi casi. Tre anni dopo, è arrivato Jeffrey Epstein.
Ma i due casi non si equivalgono, e la differenza è istruttiva.
Epstein non è la prova che qualcuno diriga la storia mondiale, si trattò di una rete relativamente piccola, con obiettivi meschini e circoscritti, che ha operato per anni in un ambiente di discrezionalità e di privilegio. E soprattutto: lo sappiamo. Lo sappiamo per via di processi, atti, testimonianze, conti bancari, registri di volo e anni di lavoro giornalistico. La differenza tra Pizzagate ed Epstein non è che l’uno sia più sospettoso dell’altro: è che uno ha nomi, date e documenti, e l’altro no.
Dunque: esiste un piccolo gruppo occulto che muove i fili? Talvolta. E i fili sono legati a burattini di un teatro limitato, in un contesto circoscritto. Dunque la “disciplina mentale” che vale la pena conservare è sempre la stessa: presumere l’errore prima della malafede, gli individui prima dei gruppi, e la complessità e la fallibilità umana prima del controllo. E quando il sospetto è giustificato, sostituirlo il prima possibile con le prove fattuali.


