Pianificazione, scienza e libertà [Nature, no. 3759 (November 15, 1941), p. 581–84]

Gli ultimi dieci anni hanno visto in Gran Bretagna la grande rinascita di un movimento che da almeno tre generazioni contribuisce in modo decisivo alla formazione dell’opinione pubblica e all’andamento degli affari pubblici in Europa: il movimento per la “pianificazione economica”. Come in altri Paesi – prima in Francia e poi in particolare in Germania – questo movimento è stato fortemente sostenuto ed anche guidato da uomini di scienza e ingegneri.

Questa visione è riuscita ormai a conquistare l’opinione pubblica a tal punto che il fronte degli oppositori è rappresentato quasi solo da un piccolo gruppo di economisti. Ad essi tale movimento pare non solo proporre mezzi inadeguati per i fini a cui mira, ma appare anche come la causa principale di quella distruzione della libertà individuale e della libertà spirituale che è la più grande minaccia della nostra epoca. Se questi economisti hanno ragione, vi è un gran numero di uomini di scienza che si sforza inconsapevolmente di creare condizioni politiche di cui dovrebbero essere i primi ad avere paura. Lo scopo di queste righe è quello di delineare le argomentazioni su cui si basa questa visione.

Anche una breve dissertazione sulla “pianificazione economica” è incompleta senza una precisa definizione della parola “pianificazione”. Se il termine fosse preso nel suo senso più generale ed inteso come disegno razionale delle istituzioni umane, non ci sarebbe ragione per discutere sulla sua auspicabilità. Ma sebbene la popolarità della “pianificazione” sia almeno in parte dovuta a questa connotazione più ampia della parola, essa viene ora generalmente usata in un senso più ristretto e specifico. Descrive solo uno dei diversi principi che potrebbero essere deliberatamente scelti per l’organizzazione della vita economica: quello della direzione centrale di ogni attività economica, come opposta alla sua direzione da parte della forza della competizione.

Pianificare, in altre parole, significa oggi che non solo il tipo di sistema economico da adottare deve essere scelto razionalmente, ma che è oltremodo auspicabile orientarsi verso un sistema basato sul controllo “consapevole”, o centralizzato, di tutte le attività economiche. Ciò si evince, ad esempio, anche dalle parole che il professor P.M.S. Blackett usa quando spiega che “lo scopo della pianificazione è in gran parte quello di superare i risultati della concorrenza”. Questo uso ristretto del termine intende ovviamente suggerire che solo questo tipo di organizzazione economica è razionale, e solo essa può dunque essere definita pianificazione. È questa una tesi che gli economisti rifiutano.

La spiegazione completa che dimostra l’inefficienza del sistema della pianificazione intesa come direzione centralizzata dell’economia non può essere riassunta in poche frasi. Ma il succo è abbastanza semplice: il sistema della concorrenza e quello dei prezzi rendono possibile l’impiego di una quantità di conoscenza effettiva che non potrebbe mai essere raggiunta o avvicinata senza di essi. È certamente vero che il dirigente di un sistema pianificato centralmente può avere più conoscenze di qualsiasi altro singolo imprenditore sotto il sistema della concorrenza. Ma egli non potrebbe mai concentrare nel suo piano tutte le conoscenze combinate di tutti i singoli imprenditori, che vengono invece utilizzate in un contesto concorrenziale. La conoscenza più significativa non è infatti la comprensione delle leggi generali, ma la conoscenza degli eventi particolari e delle circostanze mutevoli del momento – una conoscenza che solo l’uomo fisicamente inserito in un determinato contesto può possedere.

Solamente un sistema di decentralizzazione delle decisioni favorisce il pieno sfruttamento della conoscenza. Non è possibile scindere lo schema generale del piano e il dettaglio dell’esecuzione – o almeno non è stato ancora mostrato alcun modo per una efficace divisione delle due parti. Questo in virtù del fatto che le caratteristiche generali non sono altro che il risultato di un’infinità di particolari, e non esistono principi che, senza arrecare conseguenze negative, possano essere stabiliti indipendentemente dal particolare. Tuttavia, affinché in un sistema decentralizzato le singole decisioni si adattino reciprocamente l’una all’altra, è naturalmente essenziale che il singolo imprenditore venga a conoscenza il più rapidamente possibile di qualsiasi cambiamento rilevante delle condizioni che influiscono sui fattori di produzione e sulle merci di cui si occupa.

Questo è esattamente ciò che fornisce il sistema di prezzi, se il sistema della competizione funziona correttamente. Si tratta infatti di un sistema in cui ogni cambiamento di condizioni e di opportunità viene registrato in modo tempestivo e automatico, in modo che il singolo imprenditore possa desumere, per così dire, da pochi indicatori e in cifre semplici, gli effetti più importanti di tutto ciò che accade nel sistema per quanto riguarda i fattori e le merci di cui si occupa.

Questo metodo di risoluzione per mezzo di decentramento automatico di problemi che altrimenti sarebbero al di là delle possibilità della mente umana, dovrebbe essere accolto come una straordinaria invenzione – se fosse stato ideato deliberatamente. Paragonato ad esso, il metodo più ovvio di risolvere i problemi per mezzo di una pianificazione centrale risulta incredibilmente goffo, primitivo e di portata limitata.

È davvero curioso il fatto che quegli economisti socialisti che hanno studiato attentamente i problemi pratici di un’economia socialista abbiano più di una volta rivalutato la concorrenza e il sistema dei prezzi come la soluzione più efficiente – solo che sfortunatamente questo sistema non può funzionare senza la proprietà privata. Per quanto riguarda l’atteggiamento generale nei confronti del sistema dei prezzi, è un peccato che non sia stato deliberatamente inventato, ma che si sia sviluppato spontaneamente molto prima della scoperta del suo funzionamento. Ciò che è avvenuto appare in contrasto con il profondo istinto dell’uomo di scienza, e in particolare dell’ingegnere, nel credere che tutto ciò che non è stato deliberatamente costruito, ma che è invece il risultato di una naturale evoluzione più o meno accidentale, non possa essere il metodo migliore per un fine umano. In verità la tesi non è che questo sistema così adatto alla civiltà moderna si sia sviluppato spontaneamente, come per miracolo, ma piuttosto che la divisione del lavoro, che è alla base della civiltà moderna, si è sviluppata su larga scala solo perché l’uomo si è imbattuto nel metodo che l’ha resa possibile.

A volte si sostiene – spesso sono le stesse persone che con la loro propaganda contro la competizione hanno contribuito in larga parte alla sua progressiva soppressione – che, sebbene tutto ciò sia sostanzialmente vero, e sebbene sarebbe auspicabile mantenere la competizione se solo ve ne fosse la possibilità, fattori tecnologici lo impediscono, e che quindi la pianificazione centrale è diventata inevitabile. Questo, però, è solo uno dei tanti miti che, come quello della “potenziale abbondanza”, vengono ripetuti da un’opera di propaganda a un’altra fino ad essere considerati come fatti accertati, anche se hanno poca attinenza con la realtà.

Non c’è spazio qui per dilungarsi a riguardo, ci basti citare la conclusione a cui è giunta la più completa indagine recente in merito alla questione. Questo è ciò che il rapporto finale dell’indagine sulla “Concentrazione del potere economico” dell’American Temporary National Economic Committee ha da dire sul punto:

“A volte si afferma, o si presume, che la produzione su larga scala, nelle condizioni della moderna tecnologia, sia talmente più efficiente della produzione su piccola scala che la concorrenza deve inevitabilmente cedere il passo al monopolio, dato che le grandi imprese escludono i loro rivali più piccoli dal campo. Ma tale generalizzazione trova scarso sostegno in qualsiasi prova che sia a nostra disposizione in questo momento”

In effetti, pochi tra coloro che hanno osservato lo sviluppo economico negli ultimi vent’anni circa possono dubitare del fatto che la progressiva tendenza al monopolio non è il risultato di una forza spontanea o inevitabile, ma l’effetto di una politica volutamente promossa dai governi, ispirata all’ideologia della “pianificazione”. Ciò che sorprende è la vitalità della concorrenza, che nonostante i persistenti tentativi di soppressione, rialza sempre la testa – anche se puntualmente deve scontrarsi con nuove misure volte a soffocarla.

È preoccupante che in questa situazione si trovino così spesso uomini di scienza e ingegneri alla guida di un movimento volto solamente a sostenere la scellerata alleanza tra le organizzazioni monopolistiche del capitale e del lavoro, e che per ogni cento uomini di scienza che attaccano la concorrenza e il “capitalismo” se ne trovi a malapena uno che critica le politiche restrittive e protezionistiche che si mascherano da “pianificazione” e che sono la vera causa della “frustrazione della scienza”. Questo atteggiamento comune ad alcuni scienziati non può essere semplicemente ricondotto ad una particolare propensione per tutto ciò che è stato concepito coscientemente e contro tutto ciò che si è sviluppato in maniera naturale, a cui ho già accennato. Ciò è dovuto in parte all’antagonismo di tanti scienziati naturali nei confronti dell’insegnamento dell’economia, i cui metodi appaiono loro insoliti ed estranei, e di cui ignorano spesso risultati o, come il professor L. Hogben, che attaccano con violenza come “spazzatura medievale insegnata come economia nelle nostre università”.

Questa controversia sui metodi adatti allo studio della società è ormai datato e solleva problemi estremamente complessi e difficili. Ma poiché il prestigio di cui godono gli scienziati naturali presso il pubblico è così spesso sfruttato per screditare i risultati dell’unico sforzo sistematico e continuo per accrescere la nostra comprensione dei fenomeni sociali, questa disputa è una questione di sufficiente importanza da rendere necessarie alcune riflessioni in questo contesto.

Nel caso in cui vi fosse motivo di sospettare che gli economisti persistono nelle loro indagini solo per inerzia e nell’ignoranza dei metodi e delle tecniche che in altri campi si sono dimostrate efficaci, potrebbero sollevarsi seri dubbi sulla validità delle loro argomentazioni. Ma i tentativi di far progredire le scienze sociali con una più o meno stretta imitazione dei metodi delle scienze naturali, lungi dall’essere nuovi, sono stati una caratteristica costante per più di un secolo.

Le stesse obiezioni contro l’economia “deduttiva”, le stesse proposte per renderla finalmente “scientifica”, e, bisogna aggiungere, gli stessi errori caratteristici e primitivi a cui gli scienziati naturali che si avvicinano a questo campo sembrano essere inclini, sono stati ripetuti e discussi più e più volte da generazioni successive di economisti e sociologi e non hanno portato proprio da nessuna parte. Tutti i progressi compiuti nella comprensione dei fenomeni economici sono stati ottenuti grazie a quegli economisti che hanno pazientemente sviluppato tecniche a partire dalle singole problematiche. Ma nei loro sforzi sono stati costantemente messi in discussione da illustri fisici o biologi che si sono pronunciati in nome della scienza a favore di schemi o proposte che non meritano una seria considerazione. Un sociologo americano ha recentemente lamentato che “uno dei peggiori esempi di mentalità non scientifica è spesso un eminente scienziato naturale, cioè un fisico o biologo che parla di questioni sociali” esprimendo un’opinione comune a tutti gli studenti di questioni e problematiche sociali.

Dal momento che la disputa sulla pianificazione centrale è così strettamente legata alla disputa sulla validità scientifica dell’economia, era necessario fare brevemente riferimento a queste questioni. Ma questo non deve distoglierci dal nostro tema principale. L’inferiorità o la superiorità tecnica della pianificazione centrale rispetto alla concorrenza non è l’unico problema, e nemmeno quello principale. Se il grado di efficienza economica fosse l’unico argomento in ballo in questa controversia, i pericoli di un errore risulterebbero modesti rispetto a ciò che sono realmente. Ma così come la presunta maggiore efficienza della pianificazione centrale non è l’unico argomento utilizzato in sua difesa, così le obiezioni vanno ben oltre la sua reale inefficienza.

Bisogna infatti ammettere che se volessimo rendere la distribuzione dei redditi tra individui e gruppi conforme a un qualunque standard assoluto prestabilito, la pianificazione centrale sarebbe l’unico modo per raggiungere questo obiettivo. Si potrebbe sostenere – ed è stato sostenuto – che varrebbe la pena sopportare una minore efficienza se si potesse ottenere così una maggiore giustizia distributiva. Tuttavia gli stessi fattori che rendono possibile in un tale sistema il controllo della distribuzione del reddito necessitano l’imposizione di un ordine gerarchico arbitrario che governi lo status di ogni individuo e il ruolo di quasi tutti i valori umani.

Insomma, come è ormai sempre più generalmente riconosciuto, la pianificazione economica è la diretta causa della soppressione, conosciuta come “totalitarismo”, della libertà individuale e della libertà intellettuale. Come è stato detto recentemente su Nature da due eminenti ingegneri americani, “lo Stato fondato sull’autorità dittatoriale… e l’economia pianificata sono essenzialmente una cosa sola”.

Le ragioni per cui l’adozione di un sistema di pianificazione centrale produce necessariamente un sistema totalitario sono abbastanza semplici. Chi controlla i mezzi deve decidere quali sono i fini da conseguire. Al giorno d’oggi il controllo dell’attività economica significa controllo dei mezzi materiali per quasi tutti i nostri fini, dunque anche controllo su quasi tutte le nostre attività.

La natura della precisa scala di valori che deve guidare la pianificazione rende impossibile l’impiego di metodi democratici. Il dirigente di un sistema pianificato deve imporre la sua scala di valori, la sua priorità di obiettivi, che, per riuscire a portare a compimento il piano, deve includere una gerarchia dove lo status di ogni persona è ben definito.

Per permettere al piano di avere successo, o di sembrare di averlo, è necessario convincere il popolo che gli obiettivi scelti sono quelli giusti. Ogni critica al piano o all’ideologia che lo sottende deve essere trattata come un sabotaggio. Non può esservi alcuna libertà né di pensiero né di stampa, dove è necessario che ogni cosa sia dominata da un unico sistema di pensiero.

Il socialismo può volere, in teoria, accrescere la libertà, ma in pratica ogni forma di collettivismo non fa altro che applicare quei tratti caratteristici che fascismo, nazismo e comunismo hanno in comune. Il totalitarismo non è altro che un collettivismo sistematico, caratterizzato dall’esecuzione spietata del principio che “il bene comune viene prima dell’individuo” e dall’assoggettamento di tutti i membri della società ad una singola volontà che si suppone rappresenti il “bene comune”.

Richiederebbe troppo spazio mostrare nel dettaglio in che modo un tale sistema provoca un controllo dispotico in ogni sfera della vita, e come in particolare in Germania due generazioni di pianificatori hanno preparato il terreno per il nazismo. Ciò è già stato dimostrato altrove. Né è possibile dimostrare qui perché la pianificazione tende a produrre un forte nazionalismo e conflittualità internazionale o perché, come i redattori di uno dei più ambiziosi lavori cooperativi sulla pianificazione ebbero modo di scoprire con profondo rammarico, “la maggior parte dei ‘pianificatori’ sono accesi nazionalisti”.

A questo punto è bene trattare un più immediato pericolo che l’attuale andamento provoca in Gran Bretagna; quello della crescente divergenza fra i sistemi economici britannico e statunitense, che minaccia di rendere impossibile ogni reale collaborazione economica tra i due Paesi, una volta finita la guerra [l’articolo è del 1941, NdT]. Negli Stati Uniti l’attuale evoluzione è ben descritta dal programma per il ripristino della concorrenza presentato dal presidente Roosevelt nel discorso al Congresso dell’aprile 1938, che, nelle parole del presidente, si basa sull’idea “non che il sistema della libera impresa privata a scopo di lucro abbia fallito in questa generazione, ma che non sia stato ancora provato”.

D’altro canto, per quanto riguarda la Gran Bretagna nello stesso periodo si potrebbe giustamente dire che “ci sono molti segnali che i leader britannici si stanno abituando a pensare in termini di sviluppo nazionale per mezzo di monopoli regolamentati”. Ciò significa che stiamo percorrendo la stessa traiettoria avviata dalla Germania e che gli Stati Uniti stanno abbandonando perché, come afferma il rapporto sulla “Concentrazione del potere economico” a cui il discorso del presidente ha dato adito, “l’ascesa del centralismo politico è in gran parte il risultato del centralismo economico”.

L’alternativa non è, ovviamente, il laissez-faire, per come questo termine fuorviante e vago viene solitamente interpretato. Molto deve essere fatto per assicurare l’efficacia della competizione; e molto può essere fatto al di fuori del mercato per completare l’opera. Ma tentando di soppiantarla ci priviamo non solo di uno strumento che non può essere rimpiazzato, ma anche di un organismo senza il quale non ci può essere libertà per l’individuo.

In questo caso nulla può essere più degno di studio e considerazione della storia intellettuale della Germania nelle ultime due generazioni. È bene rendersi conto che le caratteristiche che l’hanno resa ciò che oggi è sono in gran parte le stesse che l’hanno resa così ammirata e che ancora oggi esercitano il loro fascino; e che la corruzione della mentalità tedesco è avvenuta in gran parte dall’alto, dai più influenti intellettuali e scienziati.

Alcuni uomini, indubbiamente notevoli a modo loro, resero la Germania uno Stato costruito in maniera artificiale – “organizzato pezzo per pezzo”, come ripetevano con orgoglio i tedeschi. Questo ha permesso al nazismo di proliferare e di trovare fra i suoi principali sostenitori i rappresentanti della scienza organizzata. Fu proprio l’organizzazione “scientifica” dell’industria che portò alla creazione deliberata di giganteschi monopoli e ne promosse l’inevitabile crescita 50 anni prima che ciò accadesse in Gran Bretagna.

La stessa dottrina sociale che al giorno d’oggi è così popolare tra alcuni uomini di scienza britannici cominciò a essere diffusa dalle loro controparti tedesche negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. La sudditanza degli uomini di scienza nei confronti di tutto ciò che fosse dottrina ufficiale cominciò con il notevole sviluppo della scienza finanziata a livello statale, che è l’oggetto di tanta glorificazione oggi in Gran Bretagna. La causa di cotanto disprezzo nei confronti della libertà e la sua soppressione a cui oggi assistiamo è il risultato di quello Stato in cui tutti aspirano al posto da dipendente statale e in cui tutte le attività a scopo di lucro vengono disdegnate.

Concludo con un’illustrazione di quanto ho detto circa il ruolo di alcuni dei grandi uomini di scienza della Germania imperiale. Il famoso fisiologo Emil du Bois-Reymond fu uno dei leader di un movimento volto a estendere i metodi delle scienze naturali ai fenomeni sociali, oltre che uno dei primi e più grandi sostenitori dell’opinione, ormai estremamente popolare, che “la storia delle scienze naturali è la vera storia dell’umanità”. È Inoltre colui che pronunciò quella che è forse la più vergognosa affermazione mai fatta da un uomo di scienza a nome dei suoi colleghi: “Noi, l’Università di Berlino”, proclamò nel 1870 in un discorso pubblico in qualità di rettore dell’Università, “acquartierati davanti al palazzo del Re, siamo, in dall’atto della nostra fondazione, la guardia del corpo intellettuale della casa degli Hohenzollern”.

La fedeltà degli scienziati-politici tedeschi si è da allora spostata altrove, ma il loro rispetto nei confronti della libertà non è aumentato. Eppure il fenomeno non è confinato solo alla Germania. Il signor J.G. Crowther non ha forse, in un libro dalla visione così simile a quella di du Bois-Reymond, cercato recentemente di difendere l’inquisizione perché, a suo avviso, “è utile alla scienza quando tutela una classe in ascesa”? Da questo punto di vista, chiaramente, tutte le persecuzioni degli uomini di scienza da parte dei nazisti dopo la loro ascesa al potere potrebbero essere giustificate – non erano essi in fondo una “classe in ascesa”?

Fonte: https://mises.org/library/planning-science-and-freedom

Traduzione a cura di Laura Pizzorusso

Il flagello dell’Africa: breve storia del socialismo africano

Negli anni Sessanta, milioni di africani guardavano con ottimismo al loro futuro: erano gli anni della decolonizzazione, dell’indipendenza, della libertà. Dopo aver conquistato il diritto all’autogoverno, una nuova generazione di leader africani guardava fiduciosa verso l’avvenire, certa di poter costruire un’Africa migliore, in grado di relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo.

Così non è stato. Mezzo secolo dopo, molte nazioni africane si presentano persino più povere di quanto non lo fossero sotto il dominio europeo. Violenza, corruzione, instabilità, miseria, morte: per milioni di africani, è questa la realtà della loro vita. La domanda quindi sorge spontanea: cosa è andato storto?

 

Damnatio memoriae

Naturalmente, non esiste una risposta semplice: questo fallimento è il risultato della combinazione di diversi fattori (i danni a lungo termine del colonialismo, tensioni etniche e religiose, ingerenze delle potenze straniere), ma uno spicca su tutti gli altri: l’abbandono, da parte delle élite al potere nei diversi Paesi africani, dei principi del libero mercato e della democrazia liberale.

Una volta conquistata l’indipendenza, molti dei nuovi leader africani decisero di voltare le spalle a qualsiasi testimonianza del passato coloniale. Ad essere rimossi, modificati o distrutti, però, non furono solo edifici ed emblemi: anche le idee furono sottoposte alla damnatio memoriae.

Per questi leader africani capitalismo, libero mercato e democrazia liberale erano idee degli odiati ex-padroni, quindi intrinsecamente malvagie[1]. Pertanto, era inevitabile che questi politici, nello scegliere secondo quali principi guidare lo sviluppo delle loro nazioni, venissero attratti dall’ideologia della potenza che, negli anni Sessanta, si presentava come l’antitesi dell’Occidente imperialista: l’URSS, e quindi il socialismo sovietico.

 

Un’Africa socialista

Sarebbe riduttivo affermare che il socialismo sovietico abbia attecchito bene nelle nuove nazioni africane: piuttosto, sarebbe più corretto dire che è divampato come benzina sul fuoco dell’indipendenza.

In Tanzania, Julius Nyerere fondò lo sviluppo del Paese sulla dottrina della “Ujamaa”(famiglia estesa), un misto di socialismo sovietico e valori tradizionali africani[2]. In linea con questi principi, la prima Costituzione della Tanzania affermava che “lo Stato ha il compito d’impedire l’accumulo della ricchezza, incompatibile con una società senza classi”.

In Ghana, il Presidente Nkrumah fissò come obiettivo ultimo del suo governo il controllo totale dell’economia da parte dello Stato[3]. Per raggiungere tale scopo, le imprese private vennero nazionalizzate, perfino prezzi e salari vennero stabiliti a tavolino dal governo centrale.

In Guinea, per realizzare il “marxismo in panni africani”, il governo di Sékou Touré varò misure estremamente severe, tra cui: divieto di qualsiasi attività commerciale non approvata dal governo, monopolio statale del commercio con l’estero, pena di morte per il contrabbando[4].

Questi sono solo alcuni esempi. Infatti, vicende simili riguardarono anche lo Zimbabwe di Mugabe, il Mali di Keita, l’Etiopia di Mengistu e tante altre nazioni africane. Perfino in quelle dichiaratamente “capitaliste”, come la Nigeria, uno Stato forte, che quindi interviene pesantemente in economia, venne considerato come uno strumento utile all’indipendenza nazionale[5].

 

Il socialismo africano fra teoria e pratica

Il socialismo africano, sebbene si proponesse come una “Terza via” alternativa non solo al capitalismo, ma anche al socialismo di stampo sovietico[6], nei fatti riprendeva gli aspetti fondamentali di quest’ultimo, in particolare il sistema politico monopartitico e l’economia pianificata.

In tutte le nuove repubbliche socialiste, pertanto, non esistevano né partiti di opposizione né vincoli al potere del governo: tanto nel Ghana di Nkrumah quanto nello Zimbabwe di Mugabe, l’unico partito legale era quello del Presidente, che governava con pieni poteri.

Come in ogni Stato socialista che si rispetti, poi, l’economia era pianificata: com’è stato già detto in precedenza, i leader socialisti africani fecero grandi sforzi per eliminare qualsiasi impresa privata, e quindi autonoma rispetto al governo centrale.

Tutto questo ebbe due gravi conseguenze: in primo luogo, stroncò nei cittadini di questi Paesi qualsiasi aspirazione imprenditoriale, sostituendola con una mentalità che vede lo Stato come l’unica istituzione in grado di creare ricchezza (mentre in realtà può solo ridistribuirla, di solito male).

In secondo luogo, l’accentramento del potere: in ognuno di questi Stati, il regime socialista al potere favorì lo sviluppo di una burocrazia pesante ma influente, la cui prosperità crebbe in modo inversamente proporzionale a quella della nazione. Ancora oggi, in gran parte del continente, sono solo pochi funzionari politici e militari a beneficiare delle ricchezze dell’Africa, mentre ai loro concittadini restano le briciole.

 

Quali risultati?

Bisogna precisarlo: Nkrumah, Nyerere, Touré e gli altri leader della loro generazione, con tutta probabilità, erano (almeno all’inizio) in buona fede. Probabilmente, prima che subentrasse l’attaccamento agli agi ed ai vantaggi del potere, erano sinceramente spinti dal desiderio di aiutare i loro concittadini e migliorare i loro Paesi d’origine. Ma, come diceva Karl Marx stesso, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La Tanzania, quando Julius Nyerere salì al potere, aveva un PIL paragonabile a quello della Corea del Sud di allora. Negli anni seguenti, la fallimentare collettivizzazione dell’agricoltura, imposta secondo i principi della Ujamaa, ha condannato il Paese a decenni di stagnazione economica[7]. Oggi, la Tanzania è uno dei Paesi africani più poveri.

In Ghana, quasi tutte le imprese nazionalizzate dal governo di Nkrumah fallirono sotto il peso della corruzione e della gestione inefficiente[8], il che portò l’economia del Paese al collasso. Alla fine, Nkrumah stesso venne deposto.

Lo Zimbabwe, un tempo noto come “il granaio dell’Africa”, sprofondò in una grave crisi alimentare quando Robert Mugabe espropriò le terre dei contadini bianchi (che vennero espulsi dal Paese) per ridistribuirle fra i suoi sostenitori (che di agricoltura ne sapevano poco o niente)[9].

Quando i leader che hanno fatto la storia del socialismo africano salirono al potere, ai loro concittadini promisero indipendenza, prosperità e progresso. Invece, quando se ne sono andati, hanno lasciato loro in eredità Paesi dipendenti dagli aiuti internazionali, caduti in miseria e con poche prospettive per il futuro.

 

Quale futuro per l’Africa?

Quando (o meglio, se) i Paesi devastati dal socialismo africano riusciranno a recuperare decenni di sviluppo perduti, è impossibile dire con certezza. Tuttavia, ci sono segnali incoraggianti.

Innanzitutto, fra il 1996 ed il 2016, il numero di Paesi africani dichiaratamente socialisti è calato drasticamente, mentre il grado di libertà economica è aumentato in tutto il continente (da 5.1 su 10 a 6.15 su 10, secondo il Fraser Institute)[10]. Tutto questo soprattutto perché, dopo il crollo dell’URSS, i regimi socialisti in Africa hanno perso gli aiuti economici sovietici, crollando a loro volta.

Gli effetti benefici della liberalizzazione dell’economia non hanno tardato a manifestarsi: negli ultimi vent’anni, nell’Africa subsahariana, il PIL è triplicato (quello per capita è raddoppiato), la mortalità infantile si è dimezzata e la vita media si è allungata di dieci anni[11].

Una nuova era per l’Africa, di vera prosperità e di vera pace, potrebbe essere aperta dalla nascita dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA). Si tratta di un’area di libero scambio creata nel 2018 che, ad oggi, comprende 29 dei 55 membri dell’Unione Africana.

Secondo le stime dell’ONU, l’AfCFTA potrebbe potenzialmente incrementare di oltre il 50% il commercio fra i diversi Paesi africani in soli pochi anni, generando ricchezza che andrebbe a sollevare dalla povertà estrema milioni di africani[12].

Naturalmente, niente è scolpito nella pietra. Il 21esimo secolo potrebbe essere il secolo della riscossa dell’Africa, in cui i danni inflitti dal colonialismo e dal socialismo verranno superati ed il continente potrà finalmente relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo, come si sperava già nel 1960.

Oppure, al contrario, i progressi degli ultimi vent’anni potrebbero essere solo temporanei, e questo sarà il secolo in cui si compirà la tragedia finale dell’Africa, un continente reso sterile dalla sua stessa mentalità collettivista.

Una sola cosa è certa: qualsiasi sarà il futuro dell’Africa, esso è nelle mani degli africani. Nelle mani dei suoi politici, che dovranno essere lungimiranti. Nelle mani dei suoi imprenditori, che dovranno affrontare mille ostacoli per riportare la prosperità. Nelle mani dei suoi elettori, che non dovranno ripetere gli stessi errori già ripetuti ormai fin troppe volte.

[1]https://www.africanliberty.org/2019/03/14/how-socialism-destroyed-africa/

[2][3][4][5]https://youtu.be/ZUBXW6SjuQA

[6]https://www.britannica.com/topic/African-socialism

[7][8]https://mises.org/wire/africas-socialism-keeping-it-poor

[9]https://youtu.be/XB9vMcMXs6s

[10][11][12]https://fee.org/articles/what-can-we-expect-from-africa-in-the-2020s/

 

Intervista a Giancristiano Desiderio

Per il blog dell’Istituto Liberale ho avuto il piacevole compito di intervistare Giancristiano Desiderio, scrittore e giornalista campano, che ha da poco pubblicato un interessante saggio dal titolo “Croce ed Einaudi. Teoria e pratica del liberalismo”, edito da Rubbettino.

Partendo da quest’opera cercheremo poi di allargare il nostro sguardo su tematiche che il Prof. Desiderio ha dimostrato di avere a cuore e che toccano da vicino la sensibilità dei liberali. Infine, ci soffermeremo su alcuni aspetti filosofici del liberalismo di Benedetto Croce, punto di riferimento del nostro autore, confrontati con quelli di un altro grande pensatore liberale del Novecento.

Prof. Desiderio, il suo libro dà una lettura nuova e per così dire “conciliante” di quello che lei chiama discussione e non polemica tra Croce ed Einaudi. Ci spiega cosa l’ha spinta a soffermarsi su un tema già così ampiamente dibattuto in passato?

Sì, è vero: quando si parla di Croce ed Einaudi si nomina sempre la loro polemica e si sottolinea il momento del disaccordo piuttosto che la loro intesa. E’ probabile che ciò dipenda dalla storia politica del liberalismo italiano.

Infatti, se si leggono direttamente le fonti, ossia gli scritti dei due grandi uomini di pensiero e di azione, si potrà constatare che il filosofo e l’economista discussero con l’evidente intenzione di intendersi a partire da un problema comune: la difesa della libertà dalla mentalità autoritaria e totalitaria dei tempi che vivevano e contro la quale lottavano.

In realtà, io non do una lettura accademica del rapporto tra Croce ed Einaudi e privilegio il problema della loro discussione. Si può notare, inoltre, che mentre l’amicizia tra Croce e Gentile porterà a incomprensioni e inimicizia, la collaborazione tra Croce ed Einaudi ci consegna una vera cultura della libertà di cui il nostro Paese oggi ha un disperato bisogno.

Il sito che pubblicherà questa intervista ha un’impostazione liberista, per la quale le libertà economiche rappresentano un presupposto fondamentale per la libertà “tout court”. Ci può chiarire il ruolo del liberismo nella concezione di Benedetto Croce? Perché ritiene scorretto riscontrare in questa visione un’apertura allo statalismo?

Il problema di Croce era questo: pensare la libertà con la libertà stessa per non farla dipendere né da un’economia, né da uno Stato, né da una chiesa, né da un partito. La sua “religione della libertà” è proprio questo: la libertà come fondamento della storia umana.

La critica che muove al liberismo è la critica che muove a chi pensa lo stesso liberismo non come scienza economica o azione utile ma come sistema morale. Ciò che Croce vuole evitare, e Einaudi esprime il suo accordo, è una sorta di marxismo capovolto.

Croce, del resto, è il pensatore dell’Utile e non potrebbe mai pensare ad una soppressione del pensiero economico che, invece, si limita a concepire nella sua distinzione. La “religione della libertà” è l’inverso dello statalismo e funziona come una messa in fuorigioco o di decostruzione della mentalità totalitaria.

Lei ricostruisce nel suo libro il rapporto di reciproca stima e fratellanza tra Croce ed Einaudi, quasi a sottolineare i notevoli punti di convergenza rispetto a quelli di divisione. Entrambi inoltre si impegnarono attivamente per la ricostituzione del Partito Liberale. Guardando alla realtà di oggi, non pensa che l’Italia abbia dimenticato la lezione e l’esempio di questi due grandi uomini?

Einaudi e Croce collaborarono tanto sul piano della conoscenza e dello schiarimento dei concetti di liberismo e liberalismo quanto sul piano dell’azione e della rifondazione politica del partito liberale. Che la cultura italiana abbia dimenticato la loro lezione è indubbio: in Italia prevale una mentalità statalista sia nella vita economica che in quella culturale e morale.

Sia per Croce che per Einaudi la cultura era indipendente ed autonoma rispetto alla sfera dello Stato. Einaudi arrivò a non votare l’articolo 33 della Costituzione che prevede l’esame di Stato e Croce è il maggior rappresentante della cultura libera ossia non organizzata in istituzioni. In fondo, si tratta di due eretici a tutti gli effetti soprattutto perché furono non solo antifascisti ma anche anticomunisti.

Personalmente consiglio a tutti la lettura della sua opera, specialmente a giovani liberali (e non liberali naturalmente) che vogliono approfondire le motivazioni etiche del liberalismo, le quali prevalgono in entrambi i protagonisti del Suo libro.

Per chi volesse approfondire segnaliamo inoltre l’ultimissima fatica del nostro autore “Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce II.  Parega e Paralipomena”, edito da Aras, secondo volume della biografia di Benedetto Croce.

Ma veniamo ora a un’ altra opera che lei ha pubblicato qualche anno fa e che proprio in questi giorni di emergenza coronavirus appare di stringente attualità: “L’individualismo statalista. La vera religione degli italiani”. Ci può spiegare in breve la Sua tesi e se eventualmente crede che questo atteggiamento sia riscontrabile anche nella maniera in cui l’Italia ha affrontato il COVID-19?

La tesi è semplice: nella cultura italiana il cattolicesimo e il comunismo hanno toccato l’anima più profonda degli Italiani perché hanno offerto l’idea che lo Stato possa essere una sorta di istituzione salvifica che chiede l’anima per salvare il corpo. Ma si tratta di uno scambio illecito perché Parigi non vale e non può valere una messa.

Se si è disposti a fare questo scambio ci si priva degli anticorpi necessari – la cultura, il pensiero, il giudizio, la conoscenza, la storia, la scienza – per limitare il potere e si coltiva l’idea perversa di usarlo indebitamente per i propri fini.

Si tratta di miopia perché non solo non si ottengono vantaggi propri ma si corrompe anche lo stesso potere statale che così risulterà assente nel momento della necessità. Non è forse accaduto proprio questo nell’esperienza tragica dell’epidemia del Covid-19?

Un altro tema che da sempre La appassiona è quello della scuola e dell’istruzione. Ci spiega il suo punto di vista sul sistema educativo italiano?  Quale deve essere a Suo parere la principale preoccupazione di un liberale nell’affrontare il tema della scuola?

Se si vuole capire qualcosa della crisi irreversibile della scuola italiana è necessario rivolgersi alla cultura liberale. Luigi Einaudi sapeva molto bene che la riforma più importante da fare era l’abolizione del valore legale dei titoli di studio per ridare nuovamente valore proprio allo studio, alla scuola, all’università.

Il valore legale del diploma e della laurea sono un autentico veleno che è stato immesso nel sistema dell’istruzione. Quando nel 1969 si uscì dal sistema della scuola di Gentile rimase in piedi proprio il valore legale del diploma che indirizzò, come una sorta di bussola nascosta, la scuola di massa.

Oggi è necessario ripensare la storia della scuola italiana. Se lo si facesse si vedrebbe che non c’è altro da fare che passare dal modello della “scuola di Stato” al modello della “scuola libera”. La differenza è chiara: mentre il primo modello, con il valore legale dei titoli di studio ossia con il monopolio, vieta il secondo modello, il secondo modello ossia la scuola libera non elimina il primo ossia la scuola di Stato.

La riforma da fare, dunque, è nei fatti stessi, è un’esigenza della stessa storia della scuola italiana. Inoltre è anche, come si dice, a costo zero! Basterebbe sostituire gli esami di licenza con gli esami di ammissione e lasciare gli esami di Stato solo come esami extra-scolastici per le abilitazioni. Perché non lo si fa? Per due motivi: per ideologia e per ignoranza.

Per concludere vorrei affrontare un tema più specificatamente filosofico: diversi studiosi hanno riscontrato nell’idea crociana di “accadimento” una sostanziale affinità con l’idea hayekiana di “ordine spontaneo”. Lei concorda? E sempre restando su Hayek, l’austriaco individua nell’abuso della conoscenza, ovvero nella “presunzione fatale” di possedere un sapere superiore e totale sulla realtà, la causa delle maggiori tendenze illiberali e totalitarie. Lei ritiene che anche in questo si riscontra un’importante affinità con i presupposti gnoseologici del pensiero di Benedetto Croce?

Le affinità tra Croce ed Hayek sono molte e sono giustificate soprattutto dalla cultura storica. L’accadimento non è il frutto di un progetto o di una conoscenza elaborata da una mente o da un professore o da un computer ma è il risultato delle libere azioni degli uomini che nessuna conoscenza può predeterminare.

Le forme di totalitarismo sono sempre il frutto di un abuso della conoscenza con cui si tenta di giustificare il potere. La filosofia di Croce è per sua intima natura anti-totalitaria perché la sola forma di conoscenza umana è semplicemente il giudizio storico.

Perché alla fine dei conti il potere va limitato? Perché nessuna conoscenza può giustificare un potere senza limiti. Ma è proprio quanto cercano di fare le ideologie che ritengono di possedere una conoscenza straordinaria con la quale, come diceva Marx, risolvere l’enigma della storia. Con questa presunzione fatale negano la libertà per garantire sicurezza. Ma è un inganno perché se si nega la libertà non si avrà mai sicurezza. La classica trappola per topi.

Intervista a Carlo Lottieri

Per il blog dell’Istituto Liberale abbiamo il piacere d’intervistare Carlo Lottieri, professore universitario, autore di diversi saggi legati alle tematiche liberali, libertarie e federaliste, cofondatore dell’Istituto Bruno Leoni.

A partire dalla sua opera “Credere nello Stato?” lei ha sempre espresso una profonda sfiducia nei confronti dello Stato moderno. Più volte e da più parti è stata decretata la morte di questo istituto storico, che però sembra ostinatamente voler sopravvivere ai tempi e addirittura tenta di riaffermarsi tramite i sovranismi. Che evoluzione prevede da questo punto di vista?

Penso che ci potremmo trovare presto al termine di tale vicenda tragica, che ha segnato in profondità la vita di tante popolazioni. Dopo avere generato guerre e povertà per secoli, lo Stato potrebbe collassare da un momento all’altro, come avvenne ai regimi comunisti dell’Europa centro-orientale, lasciando il posto a istituzioni di altra natura, più compatibili con un ordine sociale basato sulla libertà.

Nel corso degli ultimi secoli la sovranità di matrice monarchica (e post-medievale) ha trionfato soprattutto grazie all’ incontro tra il potere e le masse, tra il dominio nelle mani di pochi e la vasta opera di coinvolgimento “partecipativo” destinata a mobilitare il popolo.

Il recente ritorno in scena del nazionalismo – si pensi alla costante esibizione delle bandiere nazionali e alla ripetuta esaltazione della mitologia collettiva – punta proprio a rafforzare il dominio di alcuni uomini (i governanti) su tutti gli altri (i governati).

La difficoltà cruciale con cui ora gli Stati devono fare i conti, però, sta nel fatto che sono sull’orlo del fallimento. In qualche caso, come in quello italiano, essi sarebbero già stati spazzati via senza il sostegno di quanti temono le possibili conseguenza di questo collasso: basti pensare alle politiche monetarie della BCE.

Al di là della nostra specifica situazione, insomma, gli Stati si sorreggono vicendevolmente e questo conferisce una qualche stabilità all’ordine internazionale, che dopo Westfalia si basa appunto su di loro.

Se quindi è sicuramente ingenuo pensare che lo Stato sia già finito e sconfitto, soprattutto in considerazione del fatto che gli apparati pubblici dispongono ancora di larga parte delle nostre risorse e libertà, è pur vero che i fallimenti a catena causati da spesa pubblica, assistenzialismo, grandi opere, fiscalità da rapina e controllo sociale possono da un momento all’altro preludere al crollo delle istituzioni presenti.

Che giudizio dà lei al processo di unificazione europea ed alle prospettive future dell’Unione? Non crede che l’UE rischi di diventare sempre più simile ad uno Stato sovranazionale retto da una burocrazia tecnocratica autoreferenziale, ancor più distante dalle realtà locali?

L’Unione è stata fatta dagli Stati a loro immagine e somiglianza. Con il processo di unificazione europea, la logica intimamente autoritaria dei poteri sovrani si ritrova quindi proiettata a livello continentale, anche perché molti comprendono come gli Stati siano inadeguati a far fronte alle sfide del presente e immaginano che si possa risolvere tale problema con una sorta di super-Stato continentale.

In realtà, dovremmo capire che – fatta salva l’importanza della libertà degli scambi economici (mai del tutto acquisita) e dei movimenti delle persone – un accresciuto ruolo dei poteri comunitari può solo moltiplicare le tensioni interne alla UE.

Per evidenti ragioni, una scelta politica gradita a un’area può essere in contrasto con le aspirazioni, gli interessi e le preferenze di un’altra. Il risultato è che se l’Europa delle libertà e dei commerci può favorire l’integrazione delle diverse società, l’Europa di Bruxelles e della politica tende a moltiplicare gli odi, i risentimenti, le tensioni.

L’ultima crisi del Covid-19 ha visto una risposta da parte delle pubbliche autorità a colpi di decreti ministeriali e ordinanze locali che hanno fortemente limitato le libertà dei cittadini, spesso scavalcando addirittura i limiti costituzionali. Ci siamo resi conto di come sia semplice aggredire le nostre libertà, di come siamo in balìa del decisore pubblico. Cosa può fare da argine ad una deriva legislativa di questo tipo?

Da varie settimane ripeto che durante l’emergenza del Covid-19 abbiamo perso le nostre libertà solo perché, nei fatti, ci erano già state sottratte prima. In sostanza, Giuseppe Conte ha potuto assumere la decisione di confinarci in casa e bloccare le nostre relazioni personali e lavorative perché, nei fatti, da molto tempo il diritto era già stato trasformato nella semplice decisione di quanti dispongono della facoltà di decidere.

Si può discutere in merito alla mancanza di stile di un politico che non ha nemmeno inteso predisporre un decreto legge (che avrebbe dovuto discutere con i membri del governo, sottoporre all’esame del Presidente e poi portare in aula), ma il cuore della questione è altrove. Se un tempo il diritto era qualcosa di esistente nella realtà e da scoprire, poi è diventato qualcosa da fare e che qualcuno, di tutta evidenza, può costruire a sua discrezione.

Se fossimo entro un ordine giuridico, infatti, ci sarebbe stato detto quello che non dovevamo fare perché lesivo dei diritti altrui. Aveva senso, ad esempio, impedirci di avvicinarsi agli altri (specie in spazi chiusi). Invece ci è stato detto quello che dovevamo fare: ci è stato imposto di restare nella nostra abitazione e spesso ci è stato imposto di non lavorare, sulla base di un’arbitraria distinzione tra attività essenziali e non essenziali che rinvia alla pretesa dei politici di conoscere – perché di questo si tratta – quale sia l’essenza dell’uomo.

Grazie all’emergenza del virus abbiamo visto meglio quello che già era avvenuto: il fatto che abbiamo soltanto le libertà che, dall’alto, ci vengono concesse dai governanti.

Di recente, insieme ad altre personalità, lei ha lanciato il progetto denominato Nuova Costituente. Ci può spiegare di cosa si tratta e quali sono i vostri obiettivi?

L’obiettivo è quello di realizzare il più ampio consenso possibile intorno all’idea di lasciarsi alle spalle la Costituzione attuale e dare vita un’assemblea dei territori, che elabori una nuova carta. Questo testo dovrebbe essere poi approvato non solo dagli italiani nel loro insieme (ciò che non avvenne nel 1948…), ma da ognuna delle comunità regionali e diventerebbe la costituzione solo dei territori che maggioritariamente l’approvano.

L’intento primo consiste nel minare la logica della sovranità. Si tratta di passare dall’imposizione autoritaria al libero contratto, dalla costrizione all’adesione. Le parole chiave del manifesto sono tre: libertà, democrazia e federalismo.

Se l’obiettivo è quello di allargare gli spazi di libertà, la strategia è quella della massima concorrenza tra territori e perché questo sia possibile si è deciso di usare la democrazia – che storicamente ha spesso agito contro le libertà dei singoli – per pretendere che tutto sia messo ai voti. Votare sui confini, nella nostra prospettiva, significa aprire la strada a un futuro di libertà crescenti.

Il federalismo e l’indipendentismo sono sempre stati temi a lei cari.  Crede che il liberalismo sia necessariamente legato a un decentramento politico e alla promozione delle autonomie locali?

La teoria liberale punta a tutelare le libertà dei singoli e sul piano degli strumenti confida molto sulla libertà di scelta e sulla concorrenza. Nel libero mercato, quando ho bisogno di acquistare un’autovettura sono assai più tutelato se non esistono ostacoli dinanzi a chi vuole produrre e commerciare questi beni.

È chiaro, di conseguenza, che soltanto entro un ordine di entità politiche indipendenti e di limitate dimensioni le imprese, gli individui e i capitali possono poter optare tra una realtà e l’altra. In un universo con tantissime giurisdizioni in competizione tra loro, ogni realtà deve dare il meglio di sé, per farsi attrattiva.

Se è sufficiente spostarsi di pochi chilometri per trovare una tassazione più modesta e servizi di qualità migliore, ne discende che i governanti sono costretti a tenere in alta considerazione le esigenze dei cittadini. Non fosse altro che per non perdere la “base imponibile”.

In fondo, mentre il costituzionalismo storico ha mostrato tutti i suoi limiti (oggi le costituzioni per lo più non proteggono i diritti, ma li conculcano), la moltiplicazione delle giurisdizioni crea un quadro istituzionale che fa emergere buone regole e comportamenti rispettosi.

Lei stesso ha definito la sua una “concezione elvetica di libertà”, riferendosi naturalmente alla Svizzera e al suo ordinamento interno. Che lezioni potrebbe trarre l’Italia da questa esperienza storica ancora oggi così viva?

Nonostante la Svizzera moderna sia nata all’indomani della costituzione del 1848, che fu fatta dopo la repressione militare di un tentativo di secessione, essa mantiene al proprio interno molti tratti dello spirito originariamente federale e pattizio. In particolare, in Svizzera vi è una forte localizzazione dei poteri e delle competenze, con il risultato che entro quel contesto il parassitismo è molto più difficile e la qualità dei servizi pubblici è molto alta.

In fondo, le comunità elvetiche hanno mantenuto una serie di tratti che erano comuni a larga parte d’Europa, dato che in passato l’organizzazione sociale era molto più localizzata e soltanto a partire dal trionfo degli Stati nazionali si è proceduto a cancellare questo vivo sentimento dell’autogoverno.

Per giunta, la realtà svizzera ci mostra come la comunità sia stata spesso originata dalla condivisione: da proprietà collettive attorno alle quali nascevano assemblee chiamate a gestire tali commons. Se si votava, insomma, non era per decidere dei diritti e dei beni altrui, ma per amministrare ciò che era comune. Questo ci aiuta pure a comprendere come tutta una serie di competenze che oggi attribuiamo allo Stato potrebbe essere assai meglio affidate a realtà private, ad associazioni, a forme di solidarietà mutualistica.

In questo senso, la Svizzera ci aiuta a capire che l’alternativa tra libertà e Stato non ha nulla a che fare con l’opposizione tra egoismo e socialità, e che anzi solo la difesa della proprietà e dell’autonomia dei soggetti sociali può permettere una vita sociale di ampio respiro.

La riforma pensionistica cilena: un modello a cui puntare

Per la stesura di questo articolo ringraziamo Domenico Campeglia, che ha fornito il suo utilissimo pamphlet, presto pubblicato dall’Istituto Liberale, sulla storia ed i risultati della riforma del sistema pensionistico cileno.

La campagna dell’Istituto Liberale sul tema delle pensioni ha portato alla luce i molti problemi del sistema pensionistico del nostro Paese.
Abbiamo visto come esso sia il meno sostenibile al mondo, in che modo le riforme attuate nel corso della storia abbiano portato più danni che benefici e soprattutto di come stiamo ancora pagando i tanti errori commessi nel passato (come ad esempio le Baby Pensioni che pesano ancora sui conti dello Stato per oltre 7,5 Mld di € ogni anno).

LA RIFORMA PENSIONISTICA PIÑERA

Ma quale potrebbe essere una soluzione per il futuro?
Per rispondere a questa domanda, possiamo prendere in considerazione un caso molto interessante: quello del Cile e della riforma di José Piñera.
Nel maggio del 1981 la riforma Piñera sostituì il modello a ripartizione esistente allora in Cile (lo stesso presente in Italia) con quello a capitalizzazione, operando al tempo stesso una forte privatizzazione e liberalizzazione del sistema dei fondi pensione, per consentire ai lavoratori di trovare un piano “ad hoc” per le loro esigenze.

Secondo le parole dello stesso Piñera, “quella riforma ha dato un contributo decisivo allo sviluppo impetuoso di quel Paese latinoamericano. Da quando la previdenza è stata liberalizzata, i tassi di rendimento reali dei conti di risparmio pensionistico sono stati mediamente oltre il 10 per cento, ben al di sopra del tasso d’inflazione”.

LE INEFFICIENZE DEL SISTEMA ITALIANO

Ben diverso è il nostro attuale sistema, dove sappiamo che i contributi INPS versati ogni mese non vengono messi da parte per poi restituirceli in futuro dopo essere stati messi a rendimento, ma sono utilizzati immediatamente per pagare le pensioni attuali; di fatto, rendendo il nostro sistema pensionistico una sorta di schema Ponzi sostenuto dallo Stato e i contributi una sorta di “tassa” aggiuntiva sui lavoratori. 

Il modello italiano venne immaginato nell’aspettativa che nel corso del tempo l’aumento demografico e la crescita economica avrebbero garantito la possibilità di pagare le pensioni di ognuno, giunto il momento di ritirarsi dal mondo del lavoro. Peccato che con una popolazione in decrescita demografica e un’economia che arranca in ogni settore da decenni, questo sistema sia una vera e propria bomba ad orologeria. 

I RISULTATI DEL SISTEMA CILENO

Tornando al caso cileno, lo stesso Piñera affermò che: “Sul piano etico, un sistema collettivistico toglie agli individui la libertà di organizzare la propria vita: e va quindi rigettato. Per giunta, il tasso di rendimento di un sistema a capitalizzazione è destinato a essere ben superiore di un sistema previdenziale redistributivo e statalizzato”. 

La bontà di questo sistema è dimostrata empiricamente: stando infatti ai dati pubblicati da Mercer, il Cile attualmente è il paese con il sistema pensionistico migliore d’America, alla pari con il Canada, ed eccelle in termini di adeguatezza e sostenibilità. 

Non è, in ogni caso, un sistema totalmente privatizzato: per le fasce più povere della popolazione esiste una pensione minima garantita dallo Stato e finanziata con la fiscalità generale, che copre tutti i lavoratori che abbiano contribuito almeno per 20 anni ad un fondo individuale; per coloro che non lo hanno fatto è possibile richiedere una pensione di assistenza minima (più bassa della precedente). In altre parole, nessuno viene lasciato solo.

Un sistema del genere può certamente spaventare, perché se un fondo fallisce perde tutti i soldi dei lavoratori, lasciandoli senza risorse. Ma anche in casi del genere esistono un paio di rimedi a coprire i casi peggiori. Il primo è la stipulazione di un’assicurazione da parte del lavoratore, che gli consenta di venire rimborsato qualora il fondo a cui ha affidato i propri risparmi dovesse fallire; il secondo rimedio consiste più semplicemente nel scegliere la vecchia regola di diversificare l’investimento, decidendo di suddividere i contributi pensionistici versati su più di un fondo.

Il modello a capitalizzazione cileno permette inoltre ai lavoratori il cosiddetto “Opt out”, ovvero la possibilità di abbandonare in qualsiasi momento il fondo scelto inizialmente, senza alcuna coercizione (ovvero il contrario di quanto avviene in italia, dove i lavoratori sono tutti obbligati a versare i loro contributi nelle casse dell’INPS, senza possibilità di tirarsi indietro o di affidarsi a un fondo pensionistico diverso).

Cambiare l’attuale sistema pensionistico è possibile, ed esiste già un’alternativa più giusta, sostenibile e libera: si tratta solo di convincere più persone possibili a richiederla.

 

Articolo a cura di:

Andrea Melcarne

Gianmaria Dinaro

Francesco Chevallard

Intervista a Drew Pavlou

Ciao Drew, per iniziare vorrei che raccontassi la tua storia ai nostri lettori, perché non penso che tutti la conoscano.

Studio Filosofia, Storia e Letteratura inglese all’Università del Queensland (UQ) a Brisbane, Australia. La mia storia è iniziata l’anno scorso quando ho organizzato una manifestazione on-campus in supporto di Hong Kong. In quell’occasione io e gli altri manifestanti siamo stati circondati e attaccati da sostenitori del PCC.

Siamo stati sbattuti a terra e picchiati: io sono stato colpito alla testa e alla schiena più volte da uomini con il volto coperto. Queste persone venute ad attaccarci non erano studenti e per celare le loro identità indossavano maschere e occhiali da sole. Avevano con loro zaini con cambi di abiti e comunicavano tra di loro attraverso ricetrasmittenti da orecchio.

Per questo sospettiamo che sia stato tutto stato organizzato dal consolato cinese a Brisbane, il quale il giorno dopo ha fatto uscire un comunicato in cui lodava il “comportamento patriottico” dei nostri assalitori, di fatto sponsorizzando gli attacchi violenti di cui siamo stati fatti oggetto.

Chi erano questi aggressori?

La UQ ha effettuato un’investigazione di 6 mesi e non sono mai stati in grado di identificare queste persone come studenti. Tutto sembra indicare che non lo fossero. Il giorno della protesta, quando gli studenti cinesi ci hanno circondati e stavano minacciando di attaccarci, la polizia è intervenuta e ha convocato me ed un rappresentante degli studenti cinesi a negoziare per uscire da quella situazione in modo pacifico.

Il leader degli studenti cinesi disse “Ci sono persone dalla mia parte che non sono studenti e a meno che non ti scusi con la nazione cinese per aver offeso noi e la Cina non posso proteggerti da loro”. Implicitamente ha ammesso che nella folla ci fossero estranei, non studenti, cinesi che ci avrebbero violentemente assaliti se non mi fossi scusato pubblicamente. La UQ in 6 mesi non è stata in grado di identificarli.

Clive Hamilton, un esperto di influenza del PCC in Australia, crede che questi fossero operativi del Ministero della Sicurezza di Stato, sostanzialmente servizi segreti cinesi, distaccati al consolato cinese. Non erano studenti, si sono coperti per evitare di essere riconosciuti, erano violenti e ben organizzati.

Qual è stata la reazione dell’università a questa vicenda?

La UQ invece che sostenerci ha preso le parti degli studenti cinesi e ha cercato di fermare le nostre proteste. Hanno cominciato a minacciare la mia immatricolazione a luglio 2019 dopo quella prima protesta. Dapprima hanno provato ad intimidirmi attraverso i canali ufficiali, portandomi davanti alla commissione disciplinare diverse volte. La UQ, invece che proteggere noi e la nostra libertà di parola, si è schierata con il consolato cinese.

Questo perché il consolato ha un’enorme influenza sull’università. La UQ, infatti, fa affidamento sulla Cina per il 20% delle sue entrate. Un governo totalitario come quello cinese potrebbe in qualsiasi momento decidere di non permettere più ai suoi studenti di frequentare un campus dove ci sono manifestazioni pro Hong Kong, mandando così in bancarotta la UQ da un giorno all’altro.

Pertanto se il console generale della Cina Xu Jie, che tra l’altro è un professore onorario dell’UQ, dice al vice-cancelliere di fare qualcosa, lui lo fa, perché sa che devono proteggere gli interessi del governo cinese, se vogliono evitare la bancarotta. Questo è il motivo per cui ci hanno repressi dopo che siamo stati violentemente attaccati.

Mi sono quindi candidato al senato accademico dell’UQ: volevo ottenere un posto al tavolo delle decisioni e far sentire la nostra voce sul problema. Noi non vogliamo che la nostra università abbia simili legami con un governo tirannico che perseguita i cittadini di Hong Kong, cinesi, tibetani e Uiguri violandone i diritti umani.

Negli anni ’70 e ’80 gli studenti dell’UQ hanno lottato contro l’apartheid e il governo sudafricano: volevano che l’UQ non mantenesse relazioni economiche con quel governo. Credo che lo stesso principio valga oggi. Il regime cinese esercita politiche di apartheid in Xinjiang, che in mandarino vuol dire “nuovi territori”: è un termine colonialista. Questi territori non sono “nuovi” per gli Uiguri musulmani, questa è la loro terra.

Ma per la Cina sono “nuovi territori” da colonizzare, e vi hanno impiantato un regime di apartheid dove gli Uiguri musulmani sono cittadini di seconda classe nella loro stessa terra. Hanno creato campi di concentramento dove hanno rinchiuso 1,5 milioni di Uiguri.

Quindi mi sono candidato al senato accademico e sono stato eletto nonostante l’università abbia cercato di fermarmi. Hanno “reclutato” un candidato che portasse avanti una campagna filo-cinese e pro-PCC su WeChat redatta in mandarino in cui diceva “Votate me per fermare le proteste pro Hong Kong di Drew Pavlou”.

Ancora non si chi abbia scritto quel messaggio, perché il candidato non parlava nemmeno mandarino. Quando ho comunque vinto hanno cercato di negarmi il seggio a cui ero stato democraticamente eletto dagli studenti per far sentire la loro voce, ma non ce l’hanno fatta.

Pensavo che sarebbe finita con me eletto al senato ed il loro fallimento nel tentativo di negarmi il seggio, ma l’UQ ha deciso di peggiorare la situazione. Mi hanno inviato un dossier di 186 pagine scritto dai loro avvocati. Hanno esaminato i miei profili social privati per mesi per trovare post da interpretare nel più malizioso dei modi possibili, hanno montato accuse contro di me dicendo che alcuni studenti mi avevano segnalato per bullismo.

Alla fine si è scoperto che gli studenti nominati dall’università non si erano mai lamentati di me nemmeno una volta, o non volevano far parte di quella segnalazione, o non sapevano nemmeno come il loro nome fosse finito in quelle segnalazioni che a loro (degli studenti) detta erano state create dall’università.

Hanno speso centinaia di milioni di dollari per questo caso, hanno assunto due studi legali internazionali, Clayton Utx e Minter Allison, che hanno gestito l’accusa contro di me per conto dell’università al consiglio disciplinare. Hanno sostanzialmente obbligato il consiglio disciplinare ad espellermi sostenendo che stavo danneggiando la reputazione dell’università con le proteste in favore di Hong Kong.

Il consiglio è formato da membri a tempo pieno stipendiati dall’UQ, quindi se gli avvocati dell’università dicono “dovete espellere questo studente” loro lo faranno. Hanno probabilmente speso mezzo milione di dollari per questo caso cercando di distruggermi. Sono addirittura andati in televisione a dipingermi come un bullo.

Se il sistema giudiziario del tuo Paese trattasse così ogni criminale, sareste ormai la nazione più sicura della Terra. È incredibile.

Lo so! Questo è il punto! La posizione dell’UQ era: “dobbiamo espellere Drew per rendere il campus un posto sicuro”. Questa non è solo diffamazione, è proprio una bugia: hanno speso 500.000 dollari per assumere due studi legali che montassero un caso contro di me. Tutto questo per espellermi così che non potessi più minacciare i legami economici dell’università con la Cina che valgono centinaia di milioni di dollari.

Loro sanno che il governo cinese mi vuole fuori, perché ha rilasciato dei comunicati ufficiali nei media in cui mi accusano di razzismo e di essere anti-cinese, i media di Stato mi hanno attaccato perché non sopportano che difenda Hong Kong. È probabile che abbiano detto “vogliamo questo studente fuori, occupatevene” e l’UQ ha eseguito.

Se l’UQ volesse spendere 500.000 dollari per investigare ogni caso di bullismo basandosi sulla Carta degli Studenti con cui giudicano gli studenti, beh, è scritta in termini così poveri che con tutte quelle risorse troverebbero qualcosa per espellerlo. Hanno speso mezzo milione di dollari e non hanno potuto trovare nulla perché non c’è nulla da trovare. È una caccia alle streghe.

Ci sono 55,000 studenti all’UQ, è un’università enorme. Se siamo razionali, la Carta degli Studenti viene violata migliaia di volte ogni giorno. Se hai 55,000 studenti nel campus la gente si insulta, litiga, copia agli esami. La Carta viene violata ogni minuto probabilmente, ma non spendono 500,000 dollari per indagare uno studente qualsiasi, bersagliano quello studente che è critico della loro relazione miliardaria con il governo cinese.

Il vice-cancelliere è molto vicino al governo cinese. Per molti anni è stato nel board di Hanban, l’organizzazione che gestisce gli Istituti Confucio in tutto il mondo. Di recente è anche stato invitato a Shanghai per ricevere il premio “individuo più incredibile dell’anno” dal vicepremier cinese che gli ha messo una medaglia al collo per i suoi sforzi nel promuovere gli Istituti Confucio in tutto il mondo, cioè nel promuovere l’influenza del governo cinese in tutto il mondo.

L’anno scorso gli è stato riconosciuto un bonus di 200,000 dollari in parte per avere “rafforzato le relazioni tra l’UQ e la Cina”, il che vuol dire creare relazioni con ufficiali del governo cinese. Hanno interessi diretti, personali ed economici, con la Cina per cui espellermi.

Tutto questo solo per… soldi?

Sì! Perché il Cancelliere Peter Varghese e il Vicecancelliere Peter Høj non sono comunisti né sostenitori del governo cinese, non credo che aderiscano al socialismo cinese o al pensiero di Xi Jinping, non gli interessa l’ideologia di stato cinese né sostengono il governo cinese. Per loro è solo una questione di soldi. Semplicemente soldi. Triste ma vero, sono pronti a svendere ogni valore democratico per questo. Se almeno fossero segretamente comunisti li rispetterei di più.

Come si è conclusa l’intera vicenda?

Il giorno dell’udienza, dopo un’ora io e il mio consulente legale abbiamo lasciato l’udienza perché era sostanzialmente scorretta e costruita contro di me. Hanno continuato l’udienza in mia assenza e mi hanno sospeso per due anni.

Con quale motivazione?

Ah, per tutte le accuse che l’università aveva montato contro di me: bullismo e vilipendio alla reputazione dell’università. Il loro obiettivo era espellermi e hanno montato un caso per farlo. Una sospensione per due anni equivale ad un’espulsione perché non posso laurearmi, quindi ho subito presentato un appello al Senato accademico, che è il più alto organo di appello dell’Università, sto ancora aspettando la data dell’udienza.

Oggi ho denunciato per 3.5 milioni di dollari l’Università, il cancelliere e il vice-cancelliere presso la Corte Suprema per cospirazione, frode, violazione di contratto, diffamazione e molestie per tutto che mi hanno provocato con questa campagna di bullismo nei miei confronti eseguita per compiacere i loro padroni a Pechino.

Ho sporto denuncia per difendere il mio diritto e quello di tutti gli studenti australiani alla libertà di parola nei campus. Non mi importa dei soldi, quel che importa è mandare un messaggio: a queste persone importa solo dei soldi, bisogna mandargli un messaggio che dovranno ascoltare.

Com’è l’ambiente nel campus?

Abbiamo ottime relazioni con i gruppi di studenti di Hong Kong e del Tibet visto che stiamo lottando per i loro diritti. Loro ricevono molto minacce e le loro famiglie a casa (in Cina) sono minacciate. Sono tutti molto preoccupati di essere identificati e fotografati, è una situazione molto tesa nel campus e gli studenti di HK sono spesso bersagliati da sostenitori del governo cinese, il quale controlla direttamente l’associazione degli studenti cinesi dell’Università e la usa per tenere dei registri/file sugli studenti cinesi per controllarli politicamente.

Molte volte mi è capitato, camminando per il campus, che degli studenti cinesi si avvicinassero e mi dicessero “Drew apprezzo molto quello che stai facendo, so cos’è successo a piazza Tienanmen, odio anch’io il governo cinese, apprezzo la tua lotta per i diritti umani, grazie per alzare la voce, vorrei potermi unire al movimento ma non posso permettermi nemmeno di essere visto mentre ti parlo o mi faccio una foto con te”.

Il governo ha operativi che controllano la condotta degli studenti cinesi nel campus. È una situazione tremenda in cui nemmeno gli studenti cinesi nel campus hanno libertà di parola, quindi cerchiamo con tutte le nostre forze di difendere anche loro. Tutti (studenti di HK, cinesi, tibetani, uiguri) sono minacciati da agenti del governo cinese e non sono liberi di parlare nemmeno nel campus.

Noi australiani lottiamo e siamo attaccati, ma è ancora peggio per loro perché hanno famiglie a casa che il governo cinese può minacciare. Infatti il governo cinese agisce come la mafia, sa che il modo migliore per controllare le persone è attraverso le loro famiglie, è fondamentalmente una gang criminale.

L’orgoglio di essere borghesi secondo Sergio Ricossa

La crisi economico-finanziaria che si è abbattuta prima sugli Stati Uniti e poi sul Vecchio Continente ha avuto diverse ripercussioni globali, ma c’è però un aspetto che colpisce in maniera particolare. Da allora, gran parte della borghesia è scomparsa.

Scomparsa o quasi: il ceto medio è stato il più colpito dalla crisi e, a grandi numeri, si è andato a riposizionare in una fascia sociale inferiore. Dal 1990 al 2013, le persone sotto la soglia di povertà nel mondo sono passate da due miliardi a 767 milioni, cioè dal trentacinque per cento a poco più del dieci: a uscire “vincitori” dalla globalizzazione sembrerebbero dunque i più ricchi e i più poveri. E la borghesia? I perdenti sono le fasce intermedie che hanno perso il lavoro, il reddito, ma soprattutto lo status sociale. Ceto medio vuol dire anche borghesia e borghesia vuol dire anche ceto medio. In Straborghese, libricino di quarant’anni fa, Sergio Ricossa individuò – tra filosofia e goliardia, tra paradosso e polemica – le caratteristiche essenziali del borghese, un dinosauro semi-estinto al giorno d’oggi.

La borghesia, ovvero lo strato sociale entro cui il borghese interagisce, secondo Ricossa è un carattere; innato o da coltivare. Un atteggiamento e un’attitudine. «Non contano i soldi e la posizione sociale», spiega il professore torinese; «si può nascere mezzo borghesi in una famiglia contadina od operaia»: borghesi lo si è nell’anima/o, in sostanza.

L’essere borghesi è uno stile di vita: è l’individuo che, con personale etica e rigore, sceglie questa “modalità” per portare avanti i propri interessi. Nella sua vita il borghese sperimenta, crea, innova: cerca di migliorare l’ambiente attorno a sé e di migliorarsi interiormente; due elementi che renderanno le sue azioni più proficue. Insomma: fa di testa sua, tocca con mano, sperimenta, rischia.

Ricossa mette in guardia chiunque voglia diventare borghese, perché «la borghesia trasforma la vita in una continua competizione». È dunque chiaro che il borghese sia un essere irrequieto: non è calmo, non conosce riposo.

«Il borghese è essenzialmente chi vuole farsi da sé.» Colui che crede nel libero mercato e nella libera competizione tra gli individui, animati dalla voglia di fare, produrre ed inventare.

Il borghese lo si riconosce per l’individualismo, «lo spirito di indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita.» “Gusto della vita” che non vuol dire sprecare o scialacquare le risorse a propria disposizione (il borghese ha rispetto del denaro); «la borghesia odia […] che si sprechi anche solo una briciola.» Specialmente perché sa quanto ci vuole per guadagnarsi ogni singolo centesimo. Il borghese è l’homo ludens, «cioè chi ama vincere, in gara con gli altri o con se stesso.»

Continua Ricossa: «il borghese ha fede in se stesso e poco altro», non si fida molto degli altri, tuttavia non è sospettoso di principio e soprattutto non è in malafede.

Egli «si studia intensamente, si conosce senza ipocrisie, vede le sue debolezze.» Non mente di fronte allo specchio. Il borghese non “si” racconta bugie: cerca di non essere ipocrita – aborrisce l’ipocrisia imperante nella società dei teatrini e dei costumi delle (finte) “buone maniere” –; ha dunque ha un “suo” orgoglio.

Il borghese «morirebbe di fame pur di non chiedere l’elemosina. Perciò il mendicante non lo impietosisce oltremisura» così come «il fallimento altrui non lo disturba» più di tanto. Ben lontano dall’immagine dell’egoismo che gli viene affibbiata dagli invidiosi di turno, il borghese basa la propria etica e convinzione eco-social-politica «sulla responsabilità individuale, sulla colpa individuale e sulla punizione individuale». Il borghese si autoregola ed ha un forte senso del dovere: sa che ad ogni azione o parola corrisponde inevitabilmente una conseguenza; e non fa finta di credere che non sia così.

Il borghese riconosce ed ama il rischio: di far successo e di fallire dopo tanto lavoro, «ma disprezza chi è avanti senza merito, per privilegio, o chi dà via l’indipendenza per avere protezione». In soldoni: adora la meritocrazia e cerca di promuoverla; forte è il suo disprezzo per ciò che è immeritato.

Il borghese «giustifica la sua avidità col merito individuale, [mentre] il collettivista deve inventare il merito collettivo, di razza, di nazionalità, di classe, di corporazione». Il borghese non è razzista, perché non crea classi: crede solo nell’uomo e nel suo potenziale individuale a discapito dello stato sociale, della religione, dell’etnia, del credo politico. Contrariamente a quanto è stato predicato per anni, specialmente a sinistra, il borghese non ha buoni rapporti con l’aristocrazia. Il borghese non è un aristocratico. De facto, non sopporta la nobiltà; l’aristocrazia, dal canto suo, disprezza il borghese perché ha paura di essere spodestata dall’operosità di chi fa la gavetta.

Il borghese è tirchio ed avido? Nient’affatto! A parte che crede nel merito individuale, egli «sente poco la solidarietà in generale, perché pensa che se egli si fa da sé, senza aiuti, tutti debbano farsi da sé. Lottatore, nega tuttavia la “lotta di classe”». Il borghese è un solitario, individualista; «si trova aggredito da ogni parte. Non ha alleati fuori della famiglia, fuori da una piccola cerchia di amici.» Per questo è totalmente un individuo a sé: fondamentalmente è solo.

Il borghese crede nel miglioramento individuale; non è bellicoso e pertanto non è marxisticamente invidioso di chi ha più di lui. «Il borghese è scarsamente missionario: la gente faccia quel che vuole, purché non dia fastidio.» Secondo lui, la tanto celebrata “gente” deve essere quanto più diversificata; gli individui sono tutti diversi ed eterogenei.

Il borghese spende liberamente il danaro che si è conquistato con fatica e sudore, senza dover rendere conto a nessuno; «non agli invidiosi, non ai conformisti, non ai filistei, non agli innumerevoli che pretenderebbero di vivere alle sue spalle.» Inoltre, il borghese pensa che il mercato debba essere fondato sul laissez-faire; un sistema molto democratico per la conquista individuale dei beni: molto più “equo” ed efficiente di uno Stato-imprenditore assistenzialista che concede il razionamento al suddito.

Il borghese, ovviamente, disprezza la burocrazia improduttiva: in questo senso, per lui lo Stato non esiste più di tanto e deve fare poco; tra cui regolare la sicurezza e amministrare la giustizia. Infine, «non è vero che tutti i lavoratori abbiano i medesimi interessi e che il sindacato tuteli gl’interessi di tutti i lavoratori. Un contratto collettivo di lavoro, che trattando tutti allo stesso modo indiscriminato favorisce di fatto i meno produttivi, danneggia i più produttivi.» Il borghese, lo stra-borghese di Sergio Ricossa, conosce e predilige la libertà all’uguaglianza.

Amedeo Gasparini

www.amedeogasparini.com

Modello a capitalizzazione o a ripartizione? Come funziona un sistema pensionistico equo

La truffa del sistema pensionistico italiano

In Italia pensiamo che alla fine della nostra vita lavorativa lo Stato benevolo ci restituirà parte delle tasse che abbiamo versato (i contributi) sotto forma di pensioni… grave errore! In realtà lo Stato, che è tutto fuorché benevolo, rischia di non restituire agli italiani un bel niente, a causa del crollo demografico e della natura stessa del nostro sistema pensionistico, contributivo a ripartizione.

Siamo quindi spacciati? A noi giovani toccherà lavorare fino alla tomba? Beh una via di salvezza c’è – ma ovviamente la soluzione verrà dal mercato, non dallo Stato. Si tratta di cambiare il sistema pensionistico verso un modello a capitalizzazione: ossia un sistema dove i contributi che noi lavoratori versiamo finiscono in fondi pensione privati, che li investono e generano dei rendimenti. Questi rendimenti si sommeranno ai contributi versati, permettendo all’individuo di accrescere la propria ricchezza nel corso degli anni. 

Un’obiezione classica ai sistemi pensionistici privati è che investire in un fondo rende il futuro pensionato soggetto al rischio di non percepire la pensione, o di percepirla in una percentuale minore, qualora il fondo fallisca o effettui investimenti errati. 

Quello che quasi tutti dimenticano di spiegare è che anche la pensione erogata dallo Stato sottintende un rischio. Prendiamo il caso dell’Italia. Il nostro Paese ha conti pubblici distrutti da anni di mala gestione finanziaria ed è in profonda crisi demografica (sempre più anziani e sempre meno giovani): quante volte sono stati cambiati i requisiti per andare in pensione negli ultimi decenni? E quante volte perfino gli importi sono stati modificati? Come possiamo fidarci che un giorno restituirà ai lavoratori, soprattutto ai più giovani, quanto versato?

Il sistema a capitalizzazione permette di scegliere…

La differenza tra i due rischi corsi dal contribuente è che il singolo individuo ha molto più controllo sul successo di un investimento privato rispetto a quello che ha sugli andamenti demografici e finanziari di uno Stato. Inoltre, diversificare il proprio portafoglio, scegliendo più fondi pensione o più investimenti, è una strategia che può permettere una diminuzione sostanziale del rischio. Introdurre un sistema del genere genererebbe una responsabilizzazione dei cittadini, che dovrebbero scegliere oculatamente come investire i propri soldi e, per farlo, si impegnerebbero a migliorare la propria alfabetizzazione economica.

Stiamo parlando di dare alle persone la libertà di scegliere. Scegliere quanto, dove e come investire. Scegliere quando uscire dal mondo del lavoro. Si tratta di essere liberi di fare ciò che si ritiene più opportuno per la propria vita. Non credo che, potendo scegliere, gli italiani investirebbero in Alitalia; eppure questo è ciò che fa puntualmente il governo con le tasse dei cittadini. Perché non dovremmo essere noi a scegliere per noi stessi?

Lo statalista di turno potrebbe obiettare che in questo sistema verrebbero penalizzate le categorie a basso e bassissimo reddito. Ma è un’obiezione facilmente smontabile: per queste categorie potrebbe rimanere una pensione minima erogata dallo Stato, similmente a quanto accade ora, finanziata con le tasse dei cittadini. 

…mentre il sistema a ripartizione finisce per creare inequità e distorsioni

José Pinera, economista cileno responsabile di una riforma pensionistica fondamentale per il suo Paese (e che approfondiremo in uno dei nostri prossimi articoli), definiva il sistema “pay as you go”, come quello italiano odierno, “un sistema innegabilmente regressivo, che blocca i lavoratori più poveri nella fascia inferiore dello schema piramidale, aumentando i privilegi per i lavoratori più politicamente potenti e più ricchi che si trovano più in alto”. Questo perché i lavoratori più poveri, nonostante entrino nel mondo del lavoro in età più giovane, ricevono comunque un semplice assegno minimo e non possono ambire a riceverne uno più sostanzioso. E per quanto riguarda i privilegi per i lavoratori politicamente potenti, in Italia abbiamo l’esempio perfetto: le baby pensioni, costruite per favorire i dipendenti pubblici a scapito di tutti gli altri (vedi immagine sottostante). 

Come si può considerare equo un sistema del genere?

Affermare che in un sistema pensionistico a capitalizzazione non possa esistere una rete di protezione dei più poveri è una menzogna buona solo per mantenere il consenso delle fasce di popolazione meno abbienti.

La nostra vita, il nostro lavoro e, in ultima istanza, la nostra pensione devono dipendere in massima parte dalla responsabilità individuale; dobbiamo rifiutare il paternalismo di chi crede di sapere cosa è meglio per noi, salvo poi buttare puntualmente i nostri soldi (vedi Alitalia e simili). Impegnarsi per far rendere al meglio il frutto del nostro sudore è una battaglia di civiltà, ancor prima che di libertà.

a cura di:

Leonardo Accardi;

Gianmaria Dinaro;

Tommaso Caruti;

Francesco Chevallard.

Perché non sarai mai ricco se hai una mentalità socialista

Tra Filosofia e Comportamento

Prima di leggere è bene spiegare che nell’articolo non si andrà ad indagare su quelle che sono le ideologie, le dottrine o i pensieri degli esponenti delle diverse correnti, ma si andrà a valutare il comportamento delle persone, le loro scelte di vita e quindi la loro mentalità.

Mentalità Socialista ed Ideologia Socialista

Bisogna mettere in chiaro che avere una mentalità socialista è ben diverso da essere socialista. L’ideologia politica, purtroppo o per fortuna, non sempre combacia con la mentalità che si ha. Questo per via dell’ignoranza della popolazione sulle grandi dottrine economiche oppure perché si crede romanticamente a un’idea, salvo poi avere una mentalità totalmente diversa nella pratica.

Pertanto, esistono comunisti e socialisti con una mentalità individualista e liberali con una mentalità socialista, sebbene questi ultimi siano un po’ più difficili da trovare.

Cos’è la Mentalità Socialista?

La mentalità socialista si distingue dalla mentalità individualista per la responsabilità. Una persona dalla mentalità socialista tende a spostare verso l’esterno le cause dei mali che egli vive, delle condizioni in cui versa. Chi ha una mentalità socialista dà la colpa allo Stato, chiede più Stato o chiede che sia lo Stato ad occuparsi di lui.

Una persona con una tale mentalità la riconoscete perché tende con facilità a scaricare la responsabilità verso terzi, ad autoassolversi da ogni responsabilità. Egli è vittima delle circostanze, spesso perché dimenticato dalle istituzioni, come ama ripetersi.

Chi condivide la mentalità socialista ha sempre bisogno di qualcosa o qualcuno che si debba occupare di lui, il perenne bisogno di un padre che risolva i suoi problemi e lo salvi dalle sue disgrazie.

Con questa definizione riusciamo subito a capire che molti imprenditori hanno una mentalità socialista, ossia aprono un negozio/impresa o una partita Iva per crearsi un lavoro libero da “padrone”, si assumono responsabilità da imprenditore, ma poi sono pronti a scaricare ogni responsabilità se le cose vanno male (la crisi, lo stato, i cinesi, l’Europa, le tasse etc..) con una perenne aria di vittimismo.

La mentalità socialista è parte integrante della società italiana. La potete trovare anche in coloro che si professano anticomunisti, specie in quelli più aggressivi che attaccano direttamente i comunisti non risparmiando insulti, salvo poi essere, molte volte, più comunisti dei comunisti stessi. Ma anche tra sedicenti liberali c’è una forte mentalità socialista ed ora sapete come individuarla con facilità.

I politici sono i primi a diffondere questa mentalità scaricando le proprie colpe sull’Europa, l’Euro e gli altri Paesi, piuttosto che assumersi la responsabilità delle scelte fatte fino a quel momento. Scaricare la propria responsabilità su terzi è da una parte comodo e dall’altra parte un po’ da codardi.

I partiti socialisti (o comunisti) sono soliti prendersela con gli imprenditori, senza capire che la gran parte del tessuto imprenditoriale italiano ha una mentalità socialista. Non è il lavoro che si svolge o il partito a cui si è iscritti a determinate il tipo di mentalità che si ha.

La Mentalità Individualista

Dalla parte opposta dello spettro c’è la mentalità individualista. Essa, innanzitutto, si distingue dall’egoismo, pertanto è bene fare una prima distinzione. Chi è egoista pensa solo alla soddisfazione del sé. La soddisfazione del sé non è un atto di responsabilità, ma piuttosto la ricerca di un vantaggio che sia solo a proprio beneficio o della cerchia più ristretta.

Pertanto l’egoista potrebbe anche avere una mentalità socialista, basti pensare a quegli imprenditori che chiedono aiuti allo Stato, per poi evadere o sfruttare il lavoro in nero per pagare il meno possibile i propri operai, oppure a quegli imprenditori che si battono per evitare di far aprire concorrenti nella loro zona d’influenza chiedendo allo Stato maggiori regolamentazioni a danno dei consumatori, ma a loro preciso beneficio.

Dall’altro lato sono molti gli esempi, invece, di individualisti (o capitalisti come vengono definiti dai più) che hanno donato milioni a fondazioni benefiche o hanno costruito ospedali e scuole in luoghi disastrati[1].

La mentalità individualista si contrappone alla mentalità socialista per il suo approccio alla responsabilità. Mentre la mentalità socialista scarica verso l’esterno la responsabilità, la mentalità individualista si assume la responsabilità delle sue scelte e delle conseguenti condizioni.

Non importa quanto sia svantaggiata la sua condizione di partenza o gli effetti che le sue scelte abbiano provocato, chi ha una mentalità individualista cerca un modo per migliorare la propria vita assumendosi la responsabilità della sua futura condizione o dei problemi che egli stesso ha creato, anche se ciò comporta immani sacrifici.

Condizione di Partenza e Paese d’origine

Se parliamo di solo successo economico, è chiaro che il Paese di origine possa influenzare molto le possibilità di ottenerlo, non a caso nei paesi più liberali e liberisti diventare/essere ricchi è più facile, rispetto ai paesi più socialisti e meno aperti al libero mercato.

Un’eccezione è costituita dalla Cina, che sebbene non sia liberale è comunque liberista. Un secondo fattore che può influenzare il successo è la condizione di partenza, è chiaro che chi ha una famiglia più agiata abbia meno difficoltà, ma è davvero così? Uno studio rivela che il 78% dei nuovi milionari è partito da una condizione di povertà o di classe media[2].

Mentalità Individualista Vs Mentalità Socialista

Essere consci che si è artefici del proprio destino è il primo passo per poter migliorare la propria vita. Riflettete, perché una persona, il cui pensiero è che le cose non possano cambiare perché dipendono dall’esterno, dovrebbe mai impegnarsi in qualcosa?

Sarebbe uno sforzo inutile, al pari di voler abbattere una sequoia secolare a mani nude. Perché una persona in sovrappeso, che pensa che siano le sue “ossa grosse” a farlo essere in sovrappeso, dovrebbe mai impegnarsi per andare in palestra o a correre?

Perché una persona povera, il cui pensiero è quello che lo Stato debba prendersi cura di lui, e che se è povero è solo colpa dello Stato, dovrebbe mai impegnarsi per migliorare la sua condizione economica?

Una persona con una mentalità individualista, invece, sa che la sua vita dipende maggiormente dalle sue scelte, tutto dipende dalle sue azioni, ecco che quindi si opera per migliorare la propria condizione. Alla fine, se siamo principalmente noi artefici del nostro destino, è meglio muoversi fin da subito.

Ovviamente è molto difficile trovare una persona con una mentalità totalmente socialista o totalmente individualista, il più delle volte si tende da una parte o dall’altra.

In conclusione, voi che tipo di mentalità avete? Tendete ad assumervi la responsabilità individuale delle vostre scelte oppure a scaricarla sugli altri?

 

 

[1] – https://www.businessinsider.com/most-generous-people-in-the-world-2015-10?IR=T
[2] – https://millionairefoundry.com/millionaire-statistics/

Il curioso caso del capitalismo (nord)coreano

Se mai arriverà il giorno in cui i cittadini della Corea del Nord conosceranno libertà, prosperità e modernità, probabilmente non sarà grazie ad un dittatore illuminato, ad una rivoluzione violenta o ai missili americani. La loro salvezza, infatti, potrebbe provenire dalla più improbabile delle direzioni: questo è il curioso caso del capitalismo nordcoreano.

Con tutta probabilità, quando si pensa alla Corea del Nord la prima cosa che viene in mente è il suo programma nucleare, non le sue fiorenti attività imprenditoriali. Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, le cose stanno cambiando.

Soprattutto negli ultimi anni, il regime dei Kim sembra aver cambiato idea sulla desiderabilità dello shopping e della libera iniziativa: oggi, infatti, il Paese conta ben 436 imprese private, che fruttano circa 60 milioni di dollari in tasse al governo nordcoreano[1].

Carestia e mercato nero

Naturalmente, questo nuovo atteggiamento del regime verso il capitalismo non nasce dal nulla, e di certo non dalla bontà personale di Kim Jong-un.

In passato, era lo Stato a provvedere ai bisogni della popolazione, ridistribuendo i prodotti della sua economia ai cittadini tramite un “Public Distribution System”, o PDS[2]. Per un certo periodo, grazie soprattutto agli aiuti economici dell’URSS, il sistema funzionò. Questo, fino agli anni Novanta.

Il disastro umanitario che colpì il Paese dal 1994 al 1998 non ha bisogno di molte descrizioni. La perdita degli aiuti sovietici, unita ad una serie d’inondazioni e ad una grave siccità, condannò dai due ai tre milioni di nordcoreani alla morte per carestia[3]. Il PDS crollò, ed il regime dei Kim non poté, o non volle, venire in aiuto dei suoi cittadini.

Il bilancio sarebbe stato ancora più devastante, se non fosse stato per il mercato nero: lasciati da soli, i cittadini nordcoreani riuscirono a sopravvivere, tramite lo scambio di beni e servizi in mercati clandestini (su cui comunque il governo chiuse un occhio, comprendendo quanto fossero necessari)[4].

Alla lunga, però, il volume delle transazioni all’interno di questi mercati raggiunse dimensioni tali che il regime comunista non poté più far finta d’ignorarle; bisogna poi considerare che, dopo i disastrosi anni Novanta, la produzione agricola non si è mai veramente ripresa.

Il regime, quindi, si trovò davanti ad una scelta: restare fedele ai principi della Juche (comunismo di stampo nordcoreano), e di conseguenza eliminare con la forza questi mercati illegali, oppure venire a patti con la situazione.

Dato che la prima opzione avrebbe privato di qualsiasi mezzo di sopravvivenza gran parte della popolazione, portando potenzialmente il Paese (e quindi il regime) al collasso, Kim Jong-il (il dittatore di allora) scelse la seconda opzione: a partire dal 2002-2003, il governo ha regolarizzato alcuni di questi mercati originariamente clandestini[5].

Shopping a Pyongyang

Oggi, a quasi trent’anni dalla tragedia umanitaria che ha fatto da grimaldello per l’ingresso del capitalismo nel Paese, la Corea del Nord è un’economia ricca di sfumature, ben più complicata di quanto si ritiene nell’immaginario popolare.

Certo, in linea di massima il Paese è quello che il grande pubblico conosce attraverso i media: una nazione governata da un regime totalitario, un’economia pianificata dove tutto, dai salari ai prezzi, è deciso dallo Stato. Ma c’è anche di più.

Infatti, sebbene ufficialmente tanto la proprietà privata quanto il commercio siano illegali in Corea del Nord, in realtà il capitalismo permea l’intera società, dai più poveri dei contadini fino agli alti esponenti del regime. I primi cercano solo di sopravvivere, i secondi desiderano standard di vita più alti, ma entrambi per raggiungere il loro obiettivo ricorrono al capitalismo.

Fra i ceti medio-bassi, per esempio, è prassi comune che gli uomini abbiano un impiego statale, mentre le donne sposate hanno la possibilità di registrarsi come “casalinghe a tempo pieno”. Sembra controintuitivo, ma proprio per questo spesso le donne sposate guadagnano molto di più dei loro mariti. Com’è possibile?

Proprio in quanto esentate dall’impiego statale, queste donne sono libere di avviare un’attività in proprio. Per la maggior parte si tratta d’imprese molto piccole, coinvolte nella vendita di street-food o di beni importati come sigarette russe o birra cinese[6].

Sebbene si tratti di attività commerciali piuttosto modeste, sono sufficienti per garantire alle donne sposate guadagni diverse volte superiori a quelli dei loro mariti. Proprio per questo loro peso economico, le donne in Corea del Nord godono di diritti che non ci si aspetterebbe di ritrovare in un Paese simile[7].

Persino fra i ranghi dell’amministrazione statale, molti dirigenti pubblici, per necessità o per guadagno personale, si sono improvvisati imprenditori. In Corea del Nord, infatti, anche il settore pubblico si ritrova spesso senza finanziamenti adeguati da parte del governo, e di conseguenza è costretto a trovare fondi in un altro modo.

Per questo, non di rado chiunque goda di una posizione di potere all’interno dell’apparato statale usa la propria influenza per avviare un’attività, talvolta persino utilizzando le Forze Armate come manodopera a basso costo[8].

In questo modo è possibile diventare molto ricchi, anche per gli standard occidentali. Oggi, in Corea del Nord, si è formata così una nuova élite, che comprende questi funzionari/imprenditori e le loro famiglie.

Mentre la maggior parte della popolazione vive ad un passo dalla povertà estrema, questi pochi privilegiati guidano auto di lusso, possiedono smartphone ed affollano le strade ed i negozi della “Pyongyang bene”, che alcuni definiscono ironicamente “la Dubai della Corea del Nord”[9].

Un altro esempio molto interessante di come il regime dei Kim sia venuto a patti con la nuova situazione è la “August 3rd Rule”. In base a questa legge, esiste la possibilità per un cittadino nordcoreano di essere esonerato dal proprio impiego statale, a patto di versare una quota mensile di 50000 Won (circa 7 dollari) al governo[10].

In questo modo, il cittadino è libero di dedicarsi ad una propria attività, i cui guadagni (grazie alla August 3rd Rule, che quindi costituisce una vera e propria tassa) andranno a beneficiare anche il regime.

Un futuro migliore?

Quello della Corea del Nord non è certo il primo caso di un Paese comunista che, prima o poi, ha dovuto concedere maggiore libertà economica ai suoi cittadini per sopravvivere. Questo è già successo nell’Unione Sovietica, in Cina, in Vietnam, con diversi livelli di successo.

In alcuni casi, come in Cina, il regime comunista è riuscito a prosperare grazie alla ricchezza generata da un’economia più competitiva, ed allo stesso tempo a salvaguardare la propria stabilità (ancora oggi, sebbene moltissimo sia cambiato dai tempi di Mao, il PCC resta saldamente al potere).

In altri casi, come nell’Unione Sovietica, la maggiore libertà economica ha agito da grimaldello per le rivendicazioni politiche della popolazione: una volta in grado di comparare il loro stile di vita con quello dei Paesi dall’altro lato della Cortina di Ferro, i cittadini sovietici hanno iniziato a protestare contro il loro governo, ed il resto è storia.

Al momento è difficile, se non impossibile, determinare quale strada seguirà la Corea del Nord. Alla fine, il regime dei Kim potrebbe riuscire ad incanalare queste nuove forze a suo vantaggio, stabilendo un capitalismo di Stato simile a quello cinese.

In alternativa, come prospettato all’inizio dell’articolo, alle liberalizzazioni economiche potrebbero seguire quelle politiche, fino alla caduta più o meno pacifica del regime comunista. Ad oggi, tutto è possibile.

Tuttavia, già adesso è possibile trarre una lezione dal curioso caso del capitalismo nordcoreano, vale a dire la resilienza del capitalismo stesso.

Nell’Unione Sovietica, con tutte le risorse umane e materiali a sua disposizione, il comunismo è sopravvissuto meno di settant’anni. In Corea del Nord, neanche uno degli ultimi regimi totalitari esistenti è riuscito ad impedire il naturale sviluppo del sistema capitalistico.

[1]https://www.google.com/amp/s/qz.com/1370347/capitalism-in-north-korea-private-markets-bring-in-57-million-a-year/amp/

[2][4][5]https://beyondparallel.csis.org/markets-private-economy-capitalism-north-korea/

[3]https://www.nytimes.com/1999/08/20/world/korean-famine-toll-more-than-2-million.html

[6][7][8][9]https://youtu.be/YDvXOHjV4UM

[10]https://books.google.it/books?id=l-1pBgAAQBAJ&pg=PA27&lpg=PA27&dq=august+3rd+rule+north+korea&source=bl&ots=16iNGhlmYu&sig=ACfU3U0hqqbY08qYuxtUTztpXjvaZ1BWXQ&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwj1tKeHnpDqAhX68KYKHfQWB9UQ6AEwC3oECAEQAQ#v=onepage&q=august%203rd%20rule%20north%20korea&f=false