Seretse Khama: il più grande statista africano del XX secolo

Chi è stato il più grande statista africano del XX secolo? Per i progressisti potrebbe essere stato Nelson Mandela, per i comunisti Robert Mugabe, per altri (sperabilmente pochi) Muammar Gaddafi o Idi Amin. Per un liberale, invece, non ci sono dubbi: questo posto d’onore spetta a Seretse Khama, presidente del Botswana dal 1966 al 1980.

Il background personale di Khama è ben diverso da quello dei leader politici africani suoi contemporanei: nato in una delle più influenti famiglie reali dell’allora Protettorato britannico del Bechuanaland, Seretse Khama raggiunse la fama mondiale rinunciando al suo trono per sposare una cittadina inglese, Ruth Williams, suscitando così lo sdegno dei segregazionisti bianchi nel confinante Sudafrica e dei nazionalisti africani nel suo Paese natale.

Tuttavia, è stata la sua carriera politica, non la vita privata, a rendere Seretse Khama una figura memorabile. Infatti, dopo l’abdicazione ed il conseguente esilio, egli tornò nel suo Paese d’origine e fondò il Partito Democratico del Botswana. Nel 1966, quando il Botswana conquistò l’indipendenza, Khama venne eletto Presidente della neonata Repubblica.

Fin qui, niente di speciale: il Botswana nel 1966 era una nazione africana come tante altre, povera ma ricca di risorse, soprattutto diamanti, rame ed uranio. Altri Stati africani sono rimasti così ancora oggi, con una casta di burocrati e militari al governo che si arricchisce con gli aiuti internazionali e lo sfruttamento delle risorse naturali, mentre i cittadini muoiono di fame. Ma Seretse Khama non era un leader come tanti altri.

A differenza della quasi totalità dei suoi colleghi contemporanei, Khama non aveva alcuna simpatia per il socialismo e per il nazionalismo africano. Egli infatti, a differenza di un Nkrumah o di un Mugabe, era convinto che, per riparare i danni del colonialismo europeo e proiettare l’Africa verso il futuro, rigettare in toto ogni aspetto della cultura occidentale, compresi quelli positivi, fosse controproducente.

Pertanto, mentre i leader politici di quasi tutte le nuove nazioni africane indipendenti scelsero come modello da imitare quello del principale nemico dell’Occidente di allora, cioè l’Unione Sovietica (modello che prevedeva un sistema politico monopartitico ed un’economia pianificata), Seretse Khama decise di basare lo sviluppo del Botswana su due capisaldi della cultura occidentale, la democrazia liberale ed il capitalismo di libero mercato.

In Ghana, il presidente a vita (e vincitore del Premio Lenin per la pace) Nkrumah fissò come obiettivo ultimo del suo governo quello di porre ogni aspetto della vita economica del Paese sotto il controllo dello Stato. Quando nel 1966 Nkrumah venne deposto, solo 4 delle 64 imprese nazionalizzate dal suo governo non erano in passivo[1].

Al contrario, il governo di Khama promosse politiche business-friendly per favorire lo sviluppo dell’imprenditoria e gli investimenti, come per esempio basse imposte sulle imprese, basse imposte sul reddito e bassi dazi sulle importazioni. Quando Khama salì al potere, la stragrande maggioranza della popolazione viveva di pastorizia ed agricoltura di sussistenza. Oggi, con un PIL pro capite di oltre 18000 dollari, il Botswana è il quinto Paese più ricco del continente africano[2] (con l’Egitto all’ottavo posto, ed il Sudafrica al settimo).

Dal punto di vista delle relazioni etniche, il Botswana di Khama è un caso più unico che raro nella storia contemporanea dell’Africa. In Sudafrica, il regime segregazionista dell’apartheid è sopravvissuto fino agli anni Novanta. Nello Zimbabwe, il governo di Mugabe ha perseguitato apertamente la minoranza bianca. Seretse Khama, invece, ha costruito una nazione in cui il merito, non le origini, determina il successo di una persona.

Per questo, sebbene molti premessero su di lui per far espellere dal Paese tutti i funzionari, i professionisti e la manodopera specializzata di origine straniera, per sostituirli con autoctoni (non importa quanto incompetenti), Khama restò fermo sulle sue posizioni: i talenti di origine non africana avrebbero conservato i loro posti, finché gli autoctoni non fossero stati sufficientemente istruiti per competere per lo stesso lavoro.

Per assicurarsi i fondi per modernizzare il Botswana, Khama non espropriò le ricchezze dei bianchi, né chiese aiuti alla comunità internazionale, bensì stabili accordi commerciali con la De Beers per lo sfruttamento delle risorse minerarie del Paese. Dalla partnership fra il suo governo e la De Beers nacque una nuova azienda, la Debswana[3].

Grazie alla propria quota dei profitti della Debswana, il governo del Botswana si assicurò un ingente afflusso di fondi nel corso degli anni. Tuttavia, al contrario di altri Paesi come il Venezuela, il Botswana non fu colpito dalla “maledizione delle risorse”.

Infatti, tutto questo denaro non venne speso solamente in programmi di welfare, per ottenere prosperità a breve termine e consensi politici, bensì venne investito soprattutto nell’istruzione (per formare una forza lavoro altamente specializzata) e nello sviluppo delle infrastrutture, così da assicurare all’economia del Paese una crescita a lungo termine.

Anche sul piano della politica estera, Khama raggiunse importanti risultati. Durante il suo governo, il Botswana si mantenne strettamente neutrale nella Guerra Fredda, senza però rinunciare ad esercitare una certa influenza politica. In particolare, Khama ebbe un ruolo fondamentale nei negoziati che sancirono la fine del regime segregazionista della Rhodesia, e fu uno dei padri della “Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale”[4].

Seretse Khama, dopo essere stato rieletto tre volte come Presidente del Botswana, morì infine di cancro nel 1980. Nei suoi quasi 15 anni di governo, il Paese divenne l’economia più rapidamente in crescita al mondo[5].

Grazie ai principi della democrazia liberale e del capitalismo di libero mercato, il Botswana di Khama diventò un’isola di prosperità in un mare di povertà, un’oasi di governo snello ed efficiente in un deserto di corruzione, una terra di opportunità senza discriminazioni in un continente devastato dalle tensioni etniche e religiose.

Quella di Seretse Khama e del suo Paese, tuttavia, non dev’essere vista solo come una gloria del passato, bensì come una strada verso il futuro. Dopo la sua morte, altri hanno costruito sul suo lavoro, ed ancora oggi il Botswana si presenta come un Paese più unico che raro in Africa.

Ma, e questa è la cosa più importante, non dev’essere per forza così per sempre. Gli africani hanno il diritto ed il dovere di chiedere per sé stessi e per i loro figli quello che Seretse Khama è riuscito a dare ai suoi concittadini.

Tuttavia, non devono farsi illusioni. Per imitare e superare i risultati raggiunti dal Botswana su scala continentale, non sarà sufficiente un solo Khama, bensì milioni di Khama. Gli africani dovranno abbandonare le false promesse del socialismo e del nazionalismo, che sono costate loro mezzo secolo di sofferenze non minori di quelle dovute al colonialismo, per ricostruirsi un futuro. Sembra un’impresa difficile, e lo sarà, ma come mostra la storia del Botswana non è solo possibile, è già successo.

[1] https://youtu.be/ZUBXW6SjuQA

[2] https://www.worldatlas.com/articles/the-richest-countries-in-africa.html

[3] http://www.brandbotswana.co.bw/about/

[4] https://www.sahistory.org.za/people/president-seretse-khama

[5] http://www.thuto.org/ubh/bw/skhama.htm

La critica a Keynes della Scuola Austriaca

All’interno della fenomenologia teorica dell’economia odierna, nei meandri delle accademie e dei dipartimenti di studi economici, domina incontrastato un approccio unico e incontestabile: il paradigma keynesiano. Quest’ultimo, nato sotto l’effige dell’economista John Maynard Keynes, sviluppato nei suoi punti chiave nella sua mostruosa opera principale “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, pubblicato nel 1936, considera l’intervento dell’autorità statale nei periodi di crisi economica indispensabile per poter far ripartire i consumi e la produzione.

Secondo Keynes, l’autorità statale, attraverso lo stimolo della domanda aggregata e con iniezioni significative di liquidità, può emendare il problema dell’eccesso di disoccupazione oltre la soglia di normalità per il sistema capitalistico. Se guardiamo bene alla storia, tuttavia, ci accorgiamo che le teorie di Keynes sono state utilizzate in gran parte come meri strumenti ideologici e politici.

L’economista britannico che vide applicate le sue teorie con il piano del “New Deal” di Roosevelt, ha goduto di successo e onori per un semplice motivo: la classe politica, nelle sue opere, venne paragonata paragonata  all’ingegneria sociale, capace di estirpare i malesseri sociali. Laddove “falliva” il mercato, interveniva il politico, il settore pubblico, coadiuvato dall’interesse generale.

I discepoli di Keynes- animati dalla “General theory”- videro, tuttavia, smentite le loro teorie economiche con la stagflazione degli anni ‘70 in seguito allo stock petrolifero. La stagflazione comporta un aumento dei prezzi e, in contemporanea, la mancanza di crescita economica. Insomma, Keynes fallì completamente analisi e riflessioni. Lo notiamo nella dimensione stessa del cosiddetto (così lo definì Kahn) moltiplicatore keynesiano.

All’ammontare della spesa pubblica, degli investimenti, o dei consumi, per quale motivo dovrebbe aumentare in percentuale in funzione delle variabili macroeconomiche il reddito nazionale? Esiste un’altra Scuola, un altro importante approccio economico che merita di essere menzionato ed analizzato attentamente: è la Scuola Austriaca di economia.

Gli studiosi austriaci furono altamente innovativi grazie alle loro analisi economiche e delle scienze sociali. All’interno del pantheon economico austriaco ritroviamo il meglio degli economisti classici come Adam Smith, l’analisi della natura umana di David Hume, le più prestigiose e raffinate teorie psicologiche sull’individuo, la critica economia di Bastiat. Una teoria, quindi, che si adegua all’uomo e alle sue esigenze più profonde.

Il punto di partenza risiede nella presa di coscienza della razionalità umana: l’uomo è un individuo razionale (non nel senso economico inteso come consapevole di tutte le informazioni) capace di prefiggersi degli obiettivi e dei fini che può raggiungere con determinati mezzi. Nata nel 1871 con l’opera di Carl Menger “principles of Economics”, l’indirizzo economico austriaco, che prende spunto dalle minuziose riflessioni -come affermò Rothbard- della Scuola di Salamanca del XV secolo, ebbe dalla sua parte studiosi del calibro di von Mises, von Hayek (premio nobel dell’economia nel 1974), lo stesso Rothbard, Schumpeter e molti altri ancora. In opposizione all’analisi del “Das Kapital” di Marx e andando oltre gli stessi classici, l’economia austriaca si basa su degli “assiomi” incontestabili, a partire dalla prasseologia (filosofia della prassi) umana. 

Ciò comporta l’utilizzo del metodo deduttivo e una nuova e più completa teoria del valore: a differenza degli economisti classici, gli austriaci danno priorità non alla quantità del lavoro necessario a produrre una merce, ma al valore utilità, capace di soddisfare l’esigenza del consumatore. Inoltre gli austriaci, fedeli alla filosofia dell’individualismo metodologico che ha animato i movimenti libertari, credono nel libero mercato, che raggiunge spontaneamente la miglior situazione per produttori e consumatori senza intervento esterno dei policy maker. Gli Austriaci difendono con tenacia la proprietà privata che è la elemento traino del Diritto naturale.

La tutela del singolo individuo si sgancia, quindi, dalla pianificazione statale. Le teorie di questi studiosi possono permettere, nel mondo moderno, una presa di coscienza di ciò che può essere l’economia e una critica seria di quelle sovrastrutture economiche che limitano la libera iniziativa. Non sarà Keynes, questa volta, (e l’ ha ricordato il Fondo Monetario Internazionale indirettamente) a “salvarci” dalla crisi economica e dalle conseguenze nefaste nel settore industriale per una causa esogena: quella del Coronavirus.

Costruire le città del futuro

In che modo le nuove tecnologie e i nuovi modelli di gestione trasformeranno radicalmente la gestione cittadina da come noi la conosciamo.
Quando giunge il momento di aggiornare il modo in cui agiscono, i governi sono in ritardo rispetto alle organizzazioni private. Mentre le aziende rinnovano costantemente i loro modelli organizzativi, la maggior parte delle città è ferma a strutture governative secolari. Ma cosa potrebbe succedere se potessimo gestire le città come fossero delle compagnie?

Le nuove strutture legali potrebbero essere viste come social technologies. Pensiamo a Smart City e a piattaforme di E-Governance come al lato hardware. Per esempio, la distribuzione elettrica, l’illuminazione e i servizi di trasporto sono tutti diventati più efficienti grazie all’innovazione. Abbiamo potuto vedere molti progressi nei servizi cittadini, ma non nel modo in cui le città sono gestite e funzionano.

In altre parole, la legge e l’amministrazione sono i sistemi operativi delle città che, tuttavia, non vengono aggiornati da molto tempo. Quello su cui dovremmo focalizzarci, allora, è il lato software. Però, non servirà a molto se abbiamo piattaforme digitali del ventunesimo secolo ma sistemi legali del diciannovesimo. Siamo ancora in ritardo. Il problema è che le nostre strutture giuridiche sono troppo rigide per essere innovate. Se vogliamo che il governo sia più innovativo, dovremmo osservare come le startup innovano. “Sono piccole, sperimentali, e responsive”, dice Max Borders, autore di The Social Singularity. “Se falliscono, forniscono un precedente da cui imparare; se hanno successo, le startup creano ricchezza”.

Borders è parte del movimento Startup Societies, che richiede più sperimentazione nell’ambito della governance. La piccola nazione di Liberland, il modello abitativo galleggiante ideato dal Seastanding Institute, e le charter cities americane fanno tutte parte di questa categoria. Per quale motivo? Perché hanno una cosa in comune: stanno provando a portare competizione nella sfera pubblica trattando la gestione statale come un fenomeno di mercato.
A qualcuno ciò potrebbe sembrare una posizione abbastanza radicale, ma consideriamo che questo sta già accadendo in una certa misura.

Le Associazioni dei padroni di casa (HOAs) e i condomini sono in continua crescita negli Stati Uniti, sia per quanto riguarda i residenti che per l’offerta di servizi proposta. Città innovative come Sandy Springs in Georgia hanno provato che è possibile avere una gestione privata dei servizi cittadini. Inoltre, molte SEZ (Special Economic Zones) hanno anche implementato servizi di sicurezza privati.

Con il numero di SEZ in crescita, la possibilità di esperimenti territorialmente limitati per quanto riguarda la gestione governativa sta aumentando. In giro per il mondo, almeno l’80% percento di tutti i paesi ha una SEZ di qualche tipo. Alcuni paesi hanno addirittura più SEZ, in competizione l’una con l’altra. È solo una questione di tempo prima che una compagnia privata lanci il suo prototipo di città.

Alcuni già si stanno avventurando in questo campo…
Come, per esempio, Titus Gebel, CEO di Free Private Cities. Gebel sta tentando di realizzare l’idea di città gestite come se fossero business. Per farlo, ha cercato di stabilire una speciale zona autonoma gestita da una compagnia, che secondo lui porterà lo spirito imprenditoriale nella gestione pubblica.

“Questo è un modello completamente nuovo del vivere insieme. Queste città avranno un incentivo economico ad essere innovative. Invece di essere soffocate da regolazioni obsolete, gli innovatori potranno agire in un quadro legale adattato ai loro bisogni. In questo modo si crea ricchezza” dice Gebel.

Gebel ha avuto la possibilità di lavorare con alcune delle ultime tecnologie per l’e- governance, incluse quelle che stanno venendo sviluppate per i progetti di zone autonome in America centrale. Questi modelli usano blockchain come un metodo per provare transazioni immobiliari, andate molto oltre la tradizionale proprietà.

“I proprietari possono commerciare direttamente tra loro gli spazi aerei e le quote di emissione, senza il bisogno di un intermediario statale”, fa notare. “Nella sfera pubblica, stanno avvenendo dei cambiamenti strutturali” , aggiunge Gebel. “Tecnologie rivoluzionarie, come blockchain, stanno ingrandendo la sfera della decentralizzazione, della trasparenza e dell’auto-determinazione. Questo influisce sul modo in cui concepiamo le città.”

La decentralizzazione sicuramente sembra il nuovo imperativo. Gebel e altri stanno già seguendo progetti con questo approccio, come l’ Ulex Open Source Legal System, che è essenzialmente un cloud per la Common Law. Un altro esempio è Bitnation, che emette passaporti per i cittadini del mondo e permette giurisdizioni non territoriali. Anche la gestione sta venendo influenzata dalle nuove forme organizzative come Holacracy.

Gebel è ottimista per quanto riguarda l’uso di registri distribuiti per una maggior partecipazione privata alla governance:“La possibilità di stabilire contratti quando ci si occupa della gestione di una città semplifica la vita e la rende meno burocratica. Per esempio, le tecnologie dei registri distribuiti rendono inutili notai, pubblici addetti e fanno risparmiare tempo nei passaggi di proprietà; più si può decidere da soli, meno si ha bisogno di rappresentanti statali, che, come si sa, nel tempo tendono a fare i loro interessi

Ma Gebel è scettico nel vedere questi sistemi come unico fattore di sviluppo in questo settore. Pensa che ciò comporterà un cambiamento epocale nel passaggio da strutture legali imposte dall’Ancien Régime, a quelle audaci e adattive tipiche di un settore gestionale competitivo.
Tutto ciò funzionerà? Solo il tempo ce lo potrà dire. Ma il futuro del settore governance sta cambiando sotto i nostri occhi – e i sindaci potrebbero non gradirlo.

 

Traduzione a cura di Gabriele Pierguidi

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La guerra nucleare (segreta) dell’Unione Sovietica

Grazie alla miniserie “Chernobyl”, il grande pubblico ha scoperto quanto il governo sovietico fosse disposto a sacrificare vite umane, comprese quelle dei suoi stessi cittadini, per salvaguardare il prestigio e la potenza dell’URSS. Questo, gli abitanti di Semipalatinsk lo sapevano già, in quanto lo hanno vissuto, e lo stanno vivendo, sulla loro pelle.

Per quarant’anni, dal 1949 al 1989, la città di Semipalatinsk (oggi Semej) in Kazakistan è stata il campo di battaglia di una guerra nucleare segreta, condotta dal governo dell’Unione Sovietica contro i cittadini sovietici. Sebbene tale guerra sia finita quasi trent’anni fa, e l’URSS stessa non esista più, la sua eredità di dolore e morte sopravvive ancora oggi.

La storia del poligono nucleare di Semipalatinsk iniziò con un uomo oggi quasi del tutto dimenticato ma il cui nome, nell’URSS verso la fine degli anni Quaranta, era temuto quasi quanto quello di Stalin stesso: Lavrentij Pavlovič Berija, capo dell’NKVD, la polizia segreta. Sul conto di Berija, è sufficiente sapere che Stalin in persona lo descriveva come “il nostro Himmler”.

All’epoca, la priorità assoluta per il regime comunista era quella di recuperare il vantaggio degli americani nella corsa agli armamenti nucleari. Per fare questo, era necessario un sito adatto ad ospitare il programma nucleare sovietico. Berija quindi, incaricato a tal proposito da Stalin, scelse il remoto sito di Semipalatinsk, descrivendo la regione come “disabitata”. Non era vero: nella vasta regione interessata dai test nucleari, vivevano quasi due milioni di persone[1].

Come per molte tragedie che hanno contraddistinto l’esistenza dell’Unione Sovietica, dall’Holodomor a Chernobyl, anche nel caso di Semipalatinsk è quasi impossibile definire con certezza il confine fra la stupidità del regime e la sua brutalità criminale: i test nucleari vennero condotti in un’area popolata per pura stupidità, o perché il governo sovietico era interessato a studiare gli effetti delle radiazioni sulla popolazione?

Gli elementi sembrerebbero dimostrare la seconda ipotesi. Per esempio, dalle testimonianze degli abitanti risultano diversi casi in cui i militari hanno costretto le persone ad uscire di casa durante i test nucleari[2], in modo da massimizzare la loro esposizione alle radiazioni e quindi la loro utilità come soggetti di studio involontari.

In ogni caso, tre cose sono innegabili: la portata della devastazione che il governo sovietico ha scatenato su Semipalatinsk, l’ossessione del regime per la segretezza al posto della sicurezza, e le vittime.

Fra il 1949 ed il 1963, in questa zona del Kazakistan (regione abitata, bisogna tenerlo a mente, da circa due milioni di persone) sono stati effettuati più di 110 test nucleari in superficie, con ordigni anche 25 volte più potenti di quello usato ad Hiroshima[3]. Dal 1963 fino all’abbandono del sito, i test si sono svolti sottoterra.

Sin dall’inizio le autorità sovietiche, come poi a Chernobyl, non si fecero scrupoli nel mentire ai loro cittadini: infatti, la sezione locale del PCUS, in seguito alla prima di una lunga serie di detonazioni nucleari, classificò l’evento come un semplice terremoto, nulla di cui preoccuparsi. Successivamente, nel 1957, venne stabilita nella zona una “Clinica anti-Brucellosis”, ufficialmente per monitorare i casi di tubercolosi, in realtà per osservare gli effetti dei test nucleari sui civili inconsapevoli[4]. Tali effetti non tardarono a manifestarsi.

Questo perché il regime comunista, nella sua superiore saggezza, aveva scelto come sito per detonare i suoi ordigni più devastanti una regione caratterizzata tutto l’anno da forti venti, che trasportarono in lungo e in largo le radiazioni, tanto che si stima che almeno 1,5 milioni di persone siano state esposte ad esse[5]. Forse il governo sovietico non l’aveva previsto, forse l’aveva previsto e ha deciso di ignorare le conseguenze, entrambe le ipotesi sono ugualmente plausibili.

Del resto, il PCUS aveva del lavoro ben più importante da svolgere: per esempio, trovare delle scuse. Infatti, quando le autorità kazake iniziarono a riportare a Mosca l’aumento repentino di tumori e malformazioni, il governo sovietico rispose prontamente incolpando la povertà della dieta kazaka, oppure la loro abitudine di bere tè troppo caldo[6].

Un esempio della vita ai tempi del poligono nucleare di Semipalatinsk: nel 1956, a seguito di un test in superficie, oltre 600 residenti della città di Ust-Kamenogorsk, a quasi 400 kilometri dal sito della detonazione, vennero ricoverati con evidenti sintomi da avvelenamento da radiazioni. Per un’inquietante coincidenza, non esistono documenti su cosa sia successo loro dopo il ricovero in ospedale[7].

I 600 abitanti di Ust-Kamenogorsk costituiscono però solo la punta dell’iceberg: degli 1,5 milioni di persone esposte alle radiazioni, 67000 sono state contaminate in modo grave, mentre oltre 40000 sono decedute[8], senza neanche sapere il perché della loro morte. Ma il lascito nucleare dell’URSS si estende, oltre che nello spazio, anche nel tempo: ad oggi, sebbene i test siano terminati trent’anni fa, il tasso di tumori e quello di malformazioni nei neonati restano marcatamente superiori alla media.

La triste vicenda del poligono nucleare di Semipalatinsk risulta ancora più rilevante se paragonata a quella di un suo sito gemello, attivo nello stesso periodo: il Nevada Test Site, negli Stati Uniti.

Superficialmente, fra i test nucleari condotti in Nevada e quelli condotti a Semipalatinsk non vi è alcuna differenza: in entrambi i casi, fino al 1963, il governo di una superpotenza ha condotto test nucleari in superficie in un’area tutt’altro che disabitata, ed in entrambi i casi c’è stato un costo in vite umane. Ma fra le due vicende ci sono anche delle fondamentali differenze.

In primo luogo, la trasparenza. Mentre il governo sovietico ha fatto finta di niente per decenni, fingendo d’ignorare la vera natura del poligono nucleare di Semipalatinsk, i cittadini americani erano perfettamente consapevoli di cosa fosse il Nevada Test Site, e non solo: in città come Las Vegas si registrò un vero e proprio boom turistico, grazie alle persone attratte dalla vista delle detonazioni in lontananza[9].

In secondo luogo, la sicurezza al posto della segretezza: mentre il PCUS si è concentrato sulla seconda, per nascondere ai propri cittadini la verità su Semipalatinsk, senza curarsi della loro sicurezza, il governo americano si è rivolto ai maggiori esperti di meteorologia per tracciare il percorso dei venti radioattivi, e salvaguardare così la salute degli abitanti nelle zone limitrofe[10]. Naturalmente, visto che anche il Nevada Test Site ha causato delle vittime, questo non ha funzionato perfettamente, ma proprio qui vi è la più grande differenza fra le due vicende.

Infatti, mentre nell’Unione Sovietica le proteste dei cittadini sono state ignorate nel migliore dei casi e nel peggiore dei casi chi ha protestato è finito in un gulag, i cittadini americani avevano la fortuna di vivere in un Paese libero, in cui il governo non gode di un arbitrio illimitato.

Più volte, nel corso dell’articolo, è stato menzionato il 1963 come anno in cui i test nucleari in superficie sono stati banditi in tutto il mondo. Questo bando, che ha avuto ripercussioni positive anche sugli sfortunati abitanti di Semipalatinsk, è stato reso possibile proprio grazie alle proteste delle vittime del Nevada Test Site, i cosiddetti “Downwinders”.

Nonostante questo importante successo, la strada era ancora lunga. Infatti, per decenni il governo americano ha rifiutato di accettare la responsabilità per i danni causati ai Downwinders. Alla fine, nel 1990, gli sforzi delle vittime sono stati coronati da successo, ed il governo degli Stati Uniti fu costretto a stabilire un fondo per risarcire i Downwinders. Ad oggi, questo fondo ha rilasciato risarcimenti per un totale di oltre 2 miliardi di dollari. Per offrire un paragone, le vittime del poligono nucleare di Semipalatinsk ricevono come risarcimento una somma pari a 12 dollari ogni mese[11].

In ultima analisi, quindi, perché gli abitanti di Semipalatinsk hanno sofferto un destino ben peggiore di quello dei Downwinders? Di sicuro, non perché gli americani fossero geneticamente più intelligenti o predisposti al bene rispetto ai sovietici.

Forse i politici americani erano uomini migliori rispetto ai burocrati del PCUS? In parte sì, ma non abbastanza (com’è stato già detto, il governo americano non ha deciso, di propria spontanea volontà, di porre fine ai test in superficie, di accettare la responsabilità per le vittime e di risarcirle, bensì è stato costretto a farlo).

Alla fine, un’unica cosa ha fatto la differenza fra i Downwinders e gli abitanti di Semipalatinsk: la libertà. La libertà di parola, la libertà di associazione, la libertà di protesta, strumenti che hanno consentito a normalissimi abitanti del Nevada di piegare ai propri voleri il governo della nazione più potente al mondo.

[1] [6] [8] https://www.peacelink.it/ecologia/a/3420.html

[2] https://www.google.com/amp/s/www.rferl.org/amp/Sixty_Years_After_First_Soviet_Nuclear_Test_Legacy_Of_Misery_Lives_On/1809712.html

[3] [5] [7] https://www.nature.com/articles/d41586-019-01034-8

[4] https://www.google.com/amp/s/thebulletin.org/2009/09/the-lasting-toll-of-semipalatinsks-nuclear-testing/amp/

[9] [10] [11] https://youtu.be/bByJdUw8KtE

 

 

 

 

Quando il femminismo è illiberale e totalitario: una critica “thatcheriana”.

Visto il tema delicato una premessa è di dovere: il tema della parità di genere è forse uno dei più scottanti che possiamo affrontare. È importante però capire che la critica non è qui rivolta alle donne, ma al movimento femminista, e alle sue politiche che, per quanto possano apparire “nobili”, se guardate in modo razionale come cercheremo di fare in questa riflessione risultano deleterie per le donne stesse.

“Ma cara, lo sai che la pubblica amministrazione è un mondo per soli uomini”. Questa la dura e ingiusta verità che Dorothy Gillies, direttrice della Kesteven and Grantham Girl’s School non poté negare alla sua giovane alunna Margaret Roberts, che le aveva confidato la propria ambizione ad entrare nell’Indian Civil Service, efficiente ed esclusivo organo dell’amministrazione imperiale britannica in India. “Tanto meglio, se ci riuscirò il mio successo sarà ancora più meritorio!”, si sentì rispondere. (1)

Ovviamente la direttrice non poteva sapere di avere davanti la futura signora Thatcher, prima donna britannica ed europea a diventare capo del governo del proprio Paese, ma noi oggi possiamo dire che senza una simile mentalità, senza un metodo per farsi valere davvero con le proprie forze, probabilmente la giovane figlia del droghiere non sarebbe mai arrivata al Numero 10 di Downing Street.

L’esempio di Margaret Thatcher è uno tra i tanti che potremmo rievocare, ma serve a tutti noi per ricordarci quanto siano inutili e addirittura pericolose nel metodo le rivendicazioni del movimento femminista, e quanto soddisfare le loro richieste comporterebbe atti ingiusti e violenti nei confronti della libertà degli individui e della proprietà privata.

Andiamo quindi ad analizzare il perché un liberale non può che guardare con sospetto a questi movimenti e alle loro richieste assurde.

Innanzitutto: cosa chiede il movimento femminista? È una bella domanda, nel senso che in genere chiede uguaglianza, ma cosa è l’uguaglianza? Un liberale, quando si parla di uguaglianza, può al massimo concordare sull’ uguaglianza nella libertà, come affermata da Herbert Spencer con la sua Legge dell’Uguale Libertà secondo cui “ogni uomo ha la libertà di fare tutto ciò che vuole finché non violi luguale libertà di ogni altro uomo”. Le donne e gli uomini godono in modo uguale di questa legge che, lasciandoli liberi, non li condiziona nella loro complessità lasciando a ognuno la propria unicità.

Fatto salvo l’aspetto della libertà, qualsiasi tentativo di portare uguaglianza per un liberale altro non è un tentativo di togliere unicità, e tutti possiamo capire quanto poco sia umano tutto ciò.

Questa contraddizione delle uguaglianze e dei diritti ci richiama un po’ la differenza, pienamente espressa nel pensiero di un grande liberale padre del conservatorismo come Edmund Burke, tra i diritti naturali riconosciuti nelle leggi inglesi e quelli artificiali come les droits de l’homme affermati con la Rivoluzione Francese. I primi, incentrati sull’habeas corpus, sulla libertà individuale, il diritto di proprietà e la libertà di espressione si sono affermati in un primo momento per la loro validità e secondo natura grazie alla consuetudine, e casomai in un secondo momento molto più tardo sono stati affermati dal diritto positivo. I secondi invece, in quanto artificiali, protettori di certe classi contro altre, non erano forti nella consuetudine né presenti in natura: era un costrutto artificiale e metafisico presente nella mente di qualche intellettuale che per affermarlo ha dovuto prima usare carta e penna e poi la ghigliottina. (2)

La forza di questi due diritti, la loro resistenza al tempo, è evidente nel corso della storia: tutti conosciamo la prosecuzione e l’evoluzione delle istituzioni liberali e democratiche che ha visto la Gran Bretagna dai tempi di Burke, senza bisogno di nuove costituzioni fondamentali, mentre non si contano i morti, le rivolte, i cambi di costituzione e di regime che la Francia ha affrontato anche dopo la Rivoluzione. (3)

Se scendiamo però più nel concreto la contraddizione del movimento femminista non si ferma qui. Sia donne che uomini possono essere nella società lavoratori, produttori e consumatori, e il movimento femminista ha due suoi chiodi fissi che, attuando distorsioni nel mercato, andrebbero a colpire queste tre categorie senza guardare al sesso. Stiamo parlando ovviamente delle quote rosa e delle leggi per colmare il gender pay gap, il divario salariale tra uomini e donne.

Riguardo alle quote rosa, l’assenza di donne in determinati ruoli non può essere risolta se non con l’impegno delle donne stesse per avere successo, basti pensare appunto alla Thatcher diventata Primo Ministro in una società che allora era interamente in mano agli uomini. Imporre delle quote rosa vorrebbe dire dare a una categoria, in questo caso le donne appunto, il monopolio di una fetta di mercato, perché i posti di lavoro sono a tutti gli effetti soggetti a regole di mercato.

Gli effetti deleteri del monopolio e le distorsioni che esso crea a lungo andare danneggiano tutti. Qualsiasi atto che vada contro il merito e a favore della “nomina” e del “posto riservato”, qualsiasi atto che restringa il mercato del lavoro non solo danneggia e usa violenza su chi non ne beneficia (tutti gli altri individui) ma anche su chi parrebbe in un primo momento beneficiarne: senza lo stimolo della concorrenza, senza quella lotta per il merito di thatcheriana memoria saranno le donne stesse a perdere competitività. Il mercato e i prezzi nel settore produttivo ne subiranno le conseguenze e queste scelte a lungo andare danneggeranno tutti: lavoratori, produttori e consumatori. Tra i quali, lo ricordo ancora , ci sono anche le donne.

Lo stesso vale per il gender pay gap: purtroppo se da un lato è innegabile che i salari delle donne siano in media più bassi di quelli degli uomini, l’intervento statale anche in questo caso non è una soluzione auspicabile.

L’intervento dello Stato nella questione dei salari è classificato da Rothbard come intervento triangolare, cioè come quell’intervento in cui lo Stato coinvolge non il cittadino in quanto singolo ma almeno due attori, in questo caso il datore di lavoro e il dipendente. Con le leggi per contrastare la disparità salariale lo Stato sta semplicemente andando contro il mercato ed esercitando una proibizione nell’ambito della produzione. Bisogna ricordare però che, come dice lo stesso Rothbard, con una proibizione “entrambe le parti dello scambio (…) perdono invariabilmente”. (4)

L’uguaglianza dei salari affermata artificialmente comporta degli squilibri e delle distorsioni in campo economico, e il suo primo e più diretto risultato è quello di condurre portare disoccupazione, colpendo proprio la categoria che con lo stesso intervento si voleva tutelare. Rothbard analizzando le leggi sul salario minimo ci ricorda dei concetti importanti:“Sul libero mercato il salario di ognuno tende a essere fissato al valore scontato della sua produttività marginale (VSPM).” (5)

In parole povere e semplificando al massimo, i salari sono quanto un imprenditore è disposto a dare in base al profitto che un lavoratore gli porta. Dimenticandoci per un attimo la questione uomo/donna, per qualsiasi fattore discriminante (non in senso razzista, ma come contrario di accomunante), imporre all’imprenditore di turno di pagare colui che secondo lui meriterebbe di meno come quello che secondo lui meriterebbe di più non significa affatto fare l’interesse della vittima, significa impedirgli di avere l’assunzione.

Agire con delle leggi contro il divario salariale tra uomini e donne imposto dal mercato significherebbe quindi aumentare la disoccupazione femminile, poiché allontanerebbe il tasso salariale legale da quello di mercato generando in automatico la non convenienza ad assumere. E il discorso vale non solo per le donne, ma per qualsiasi tentativo di introdurre salari minimi, intendiamoci.

Abbiamo visto che l’uguaglianza per un liberale non è auspicabile se non come uguaglianza nella libertà, ma scendendo nello specifico perchè quote rosa e leggi contro il divario salariale, al di là della loro stupidità a livello economico, sono da ritenersi sbagliate in quanto violente e totalitarie? Perchè entrambe violano la proprietà privata, uno dei concetti sacri per un liberale.

Proprietà privata vuol dire distinzione tra mio e tuo, vuol dire che quello che è mio non può essere tuo contro la mia volontà, e concetti come carità e condivisione perdono il loro nobile significato se è lo Stato a imporli con la forza facendogli assumere il valore di furto e coercizione.

Hans Hermann Hoppe, nell’attaccare i “libertari” di sinistra, che molto spesso hanno battaglie comuni e si identificano nella lotta delle femministe, li bolla come falsi libertari, perché chiedono interventi e coercizione dello Stato per attuare un loro fine, una loro visione delle cose. “Il moderno Stato sociale ha in gran parte sottratto ai proprietari privati il “diritto ad escludere” insito nel concetto stesso di proprietà privata” (6) dice Hoppe, e quando la tutela della proprietà privata viene meno e si attua l’integrazione forzata non si fa altro che accentuare la spaccatura, aumentare il contrasto e rendere necessarie forme sempre peggiori di coercizione per condurre il mondo verso un progresso che in realtà è un ritorno alla barbarie.

Il movimento femminista è illiberale perché non si accontenta dell’eguaglianza nella libertà, ma vuole imporre un livellamento anche dove questo non esiste. La storia ci insegna che quando lo Stato inizia con il proteggere questa o quella categoria, con il mettersi dalla parte di qualcuno non fa altro che inasprire i toni, attuare violenza e coercizione, minacciare la proprietà privata. Tutti questi elementi sono un freno alla crescita economica e motivi di recessione, e la recessione colpisce anche chi inizialmente andava protetto.

Un’ultima citazione dal forte senso pratico di Margaret Thatcher potrà riassumere tutto il mio ragionamento, e ci tengo particolarmente a riportarla perché di solito viene tagliata a metà. Al bambino che le chiese se le sarebbe piaciuto vedere una donna al posto di Primo Ministro disse “Non credo che vedrò, nella mia vita, una donna diventare Primo Ministro della Gran Bretagna”. Al vero liberale però interessa la seconda parte, che riassume tutto il senso di questo articolo: Non importa che sia un uomo o una donna a svolgere quel lavoro, importa che sia la persona giusta in quel momento”.

NOTE

  • 1) Come tutti gli aneddoti su Margaret Thatcher in questo articolo, vedi “Margaret Thatcher, biografia della donna e della politica” di Elisabetta Rosaspina, Mondadori 2020.
  • 2) e 3) Vedi ” Riflessioni sulla Rivoluzione Francese” di Edmund Burke, di particolare interesse e rilievo l’introduzione di Marco Gervasoni all’edizione Giubilei Regnani 2020.
  • 4) e 5) “Potere e Mercato – lo Stato e l’economia” di Murray Rothbard, Istituto Bruno Leoni IBL libri – collana Mercato Diritto e Libertà.

Introduzione all’evoluzionismo spontaneista di Friedrich Hayek

Tanti potrebbero pensare che la produzione maggiore di Friedrich von Hayek consista nelle formulazioni della teoria economica della Scuola Austriaca di economia.

In ambito accademico si è certamente proclivi ad affermare che sia stato proprio così: per lo meno fino alla prima metà degli anni ’40.

Qualche anno prima della morte dell’amico e avversario intellettuale John M. Keynes, infatti, Hayek asserì che il loro celeberrimo dibattito aveva cambiato radicalmente le tematiche in oggetto: non si discuteva più di teoria economica, ma bensì di filosofia politica e storia del pensiero.

Ebbene, da quel periodo in poi (Hayek nacque nel 1899 e morì nel 1992) egli non si dedicò, in realtà, mai più alla pura teoria economica e mutò il corso della sua produzione intellettuale in 3 campi: filosofia politica, metodologia delle scienze sociali ed epistemologia in generale, e psicologia (ciò per generalizzare, poiché scrisse praticamente su tutto quanto riguarda la società umana).

Dunque egli spese la maggior parte della sua vita ad occuparsi non di economia politica in senso stretto ma più in generale di sociologia, e l’obiettivo di questo articolo è presentare un tema di estrema importanza, un caposaldo del suo pensiero: l’evoluzionismo.

L’evoluzionismo di Hayek appare presente in ogni tematica che affronta nell’analisi della società, che egli appunto concepisce come un ente evoluzionistico. Egli asseriva che tutte le strutture, i sistemi biologici al di sopra dei semplici atomi, quindi anche la società, potessero essere spiegati attraverso la teoria scientifica dell’evoluzione, ovvero che essi potessero essere spiegati come il prodotto di un’evoluzione selettiva.

 

L’ordine biologico e quello sociale

La selezione naturale, secondo Hayek, ha sviluppato due meccanismi che hanno portato ad un ordine “biologico” e ad un ordine “sociale”:

L’ordine biologico, quello che tutti noi abbiamo studiato, quello classico dell’evoluzionismo, si sviluppa con il famoso meccanismo che afferma che i geni lavorano come degli insiemi di informazioni necessarie per creare/coordinare la vita. Le mutazioni provocano la nascita di nuovi geni, dunque l’emergere di nuove informazioni che portan allo sviluppo di una nuova, diversa, caratteristica, quindi ad un nuovo modo di conformarsi all’ambiente: ecco come la vita cambia forma, ed ecco come affronterà ancora un processo di evoluzione selettiva quando essa troverà un nuovo ambiente in cui competere con le altre; il “vincitore”, colui che si adatterà meglio, si riprodurrà di più e, consequenzialmente, i suoi geni saranno, dopo un certo lasso di tempo, più diffusi rispetto a chi sarà meno efficace ad adattarsi, i cui geni lentamente scompariranno.

Questo meccanismo di evoluzione biologica/genetica è scientificamente provato, e la scienza ci suggerisce che è spontaneo, ovvero il fatto che un individuo è il risultato di trenta trilioni di cellule lavoranti in un modo non “centralizzato” provvisto di alcuna pianificazione o progetto premeditato coscientemente.

Sappiamo per certo quindi che, in altre parole, la selezione naturale è stata una sorta di “programmatrice non volontaria” dell’ordine biologico e dei numerosi “sistemi” (sottoposti dell’ordine biologico generale), come il sistema nervoso o digerente, che con gli altri sistemi dell’organismo umano coordinano l’intero sistema delle cellule.

L’ordine sociale è invece il sistema nel cui hanno luogo i fenomeni sociali quali la cultura, l’economia o il linguaggio (gli “organismi sociali” e il “super-organismo” che è la società, anticipava Herbert Spencer), ovvero nient’altro che la società, che Hayek descrive come un ordine spontaneo.

Tra questi due processi evolutivi ci sono due fondamentali similarità che giustificano il fatto che Hayek li chiami entrambi evoluzionismi: primo, in entrambe le evoluzioni si riscontra il fatto che esse portano gli individui o i gruppi a moltiplicarsi; migliori geni fisici permettono all’uomo di vivere più a lungo e in salute, quindi di avere più figli, e tradizioni culturali più economicamente efficienti permettono al gruppo di uomini che le abbraccia di ingrandirsi più velocemente degli altri, e, eventualmente, di inglobarli o reprimerli.

Secondo, entrambe le evoluzioni “non conoscono” alcune “leggi” dell’evoluzione. Hayek intende con “leggi” tutti quei processi necessari dell’evoluzione biologica da una parte e dell’evoluzione culturale dall’altra, e afferma che essi non possono essere conosciuti.

Questa idea di evoluzione, va da sé, comporta la confutazione di una grande categoria di correnti filosofiche, specialmente il pensiero hegeliano e quello marxista (la medesima idea è comune in storicismi simili), che intendevano scoprire questi processi, questi stadi necessari, attraverso cui l’evoluzione deve avere luogo, per poi basare su di essi il proprio sistema filosofico.

Questo pensiero non ha giustificazione se non nella stessa tautologia, ma non solo, è anche in diretta contraddizione con l’essenza stessa dell’evoluzione. Essa consiste infatti di un meccanismo di adattamento a eventi futuri sconosciuti, e affermare di voler conoscere gli “stadi necessari” dell’evoluzione significa negare la dinamicità dell’evoluzione, che, per definizione, è determinata da eventi che la mente umana non può prevedere o conoscere a-priori.

Vediamo ora quali sono le differenze più importanti tra evoluzionismo biologico ed evoluzionismo culturale. Primo, l’evoluzione culturale/sociale non funziona interamente in virtù dell’ereditarietà, ovvero di geni, ma sta anche (e soprattutto) nel processo di crescita degli uomini (adolescenza), in cui essi imparano ciò che gli è trasmesso; sostanzialmente ciò che avviene è un processo di imitazione delle usanze degli adulti.

Non si nega infatti l’influenza dei geni nel comportamento, in quanto si tratta di una variante la cui influenza è dimostrata dalla scienza, ma, nella formazione della persona, è più influente l’assimilazione delle norme in periodo di crescita di quanto lo siano le caratteristiche ereditarie.

Questo ha prodotto una struttura di idee e opinioni immateriali, ciò che Popper chiamava “mondo 3” (il mondo dei cosiddetti prodotti del pensiero, dunque che include teorie scientifiche, storie, miti, istituzioni sociali, culti ecc), che esiste in ogni momento perché nella mente di molteplici persone, ma che allo stesso tempo può essere trasmesso di generazione in generazione.

L’evoluzione biologica, invece, è esclusivamente basata sull’ereditarietà dei geni. Secondo, la trasmissione di informazioni e caratteristiche da generazione in generazione non passa direttamente dagli antenati (fisici) ai successori (fisici), ma tutti i nostri predecessori potrebbero essere degli antenati e tutta la generazione successiva potrebbe essere un successore, in termini culturali/sociali; non è un processo che prevede una connessione fisica diretta genitore – figlio, procede invece in modo totalmente diverso. Dunque, quando da una parte, nell’evoluzione biologica, un individuo è forzatamente un prodotto dell’evoluzione, in quanto esso non sceglie i geni che lo determinano, dall’altra, nell’evoluzione culturale, esso agisce non in virtù dei soli geni dei genitori, ma in generale delle usanze dell’ordine sociale in cui è ubicato.

Terzo, il processo di evoluzione culturale non si fonda sulla selezione di individui ma sulla selezione di gruppi, come già accennato. Quarto, l’evoluzione culturale avviene in modo molto più veloce dell’evoluzione biologica; l’osservazione ci suggerisce che quando l’evoluzione culturale può portare a una cultura diversa in poche centinaia di anni, l’evoluzione biologica porta ad un uomo diverso in un processo che dura invece milioni di anni.

 

I riferimenti di Hayek nello studio dell’ordine spontaneo

Hayek si dilunga in un excursus storico-filosofico degli autori che considera necessari da percorrere per trattare sull’ordine spontaneo e sull’evoluzione, partendo dai primi filosofi occidentali. Qui critica Aristotele e in generale i filosofi della politica greci poiché nessuno di questi aveva mai realmente formulato una spiegazione secondo cui il mercato e le norme di convivenza sociale fossero in realtà paradigmi evoluzionistici. Come è meglio spiegato da Hayek:

Gli antichi greci, naturalmente, non erano stati all’oscuro del problema posto dall’esistenza di questi fenomeni; ma essi avevano tentato di affrontarlo con una dicotomia che, per la sua ambiguità, produceva una confusione senza fine, dicotomia che divenne una tradizione così salda da agire come una prigione […].

La dicotomia greca che aveva dominato così a lungo il pensiero, e che non ha ancora perso tutto il suo potere, è quella tra ciò che è naturale (physei) e ciò che è artificiale o convenzionale (thesei o nomo) […].

Si percepiva spesso che, tra i fenomeni della società, esistevano questi ordinamenti spontanei; ma dato che gli uomini non erano consapevoli dell’ambiguità della terminologia in uso naturale/artificiale, essi cercavano di esprimere ciò che percepivano in questi termini, ed inevitabilmente creavano confusione: uno poteva definire “naturale” un’istituzione perché non era mai stata deliberatamente progettata, mentre un altro poteva definire “artificiale” la stessa istituzione perché risultava da azioni degli uomini.

F. Hayek, Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee, p. 275

Afferma poi che, in generale, nelle società sviluppate dell’antichità, c’era una sorta di sentimento “provvidenziale” che regolasse gli affari e i rapporti. Loda poi i giuristi Romani, i quali avevano per primi intuito che le norme sociali si sviluppano secondo un processo di lenta evoluzione e non sono creazioni “dall’alto”: questi avevano per primi introdotto un significato legittimo (sebbene ancora arcaico) del termine evoluzione (cita Catone, che critica coloro i quali avessero avuto la pretesa di “riordinare sotto un unico genio” tutto l’ordinamento societario). Non a caso il diritto romano è un diritto particolarmente individualista.

Questa tradizione, dice il filosofo, è stata perpetuata soprattutto dai filosofi della “legge naturale” seicenteschi, ovvero i giusnaturalisti, come il celeberrimo John Locke nei Trattati sul governo, i quali avevano davvero capito l’essenza della norma sociale come azione né immanente né progettata, ma erano ancora ostacolati dalla antica tradizione linguistica greca, che li portò a strutturare il proprio discorso filosofico sui termini erronei di “natura” e “legge naturale”.

Con la venuta dei razionalisti, sfortunatamente, questa tradizione fu a livello culturale spazzata via. Cartesio nei principi razionalisti e costruttivisti e Thomas Hobbes nel campo sociale-politico (si legga su “Il Leviatano”) del metodo razionalista e costruttivista abbracciarono totalmente l’idea di “artificiale”, ovvero l’idea secondo cui tutte le istituzioni della società sono un diretto prodotto della progettazione umana, dell’intelletto umano intenzionale. Come un grande cervello unico e pianificatore, la società costituirebbe un ordine razionale e intenzionale umano, da indagare proprio ricercando nella ragione umana intenzionale le sue membra.

Hayek osserva però che all’inizio del 18esimo secolo la questione prende un’altra direzione. Una intuizione degna di nota la ebbe un olandese che viveva in Inghilterra di nome Bernard Mandeville (probabilmente influenzato da alcuni tardo-scolastici, da alcuni teorici della common law e dai giusnaturalisti); gli uomini agiscono per autocompiacimento con considerazioni non del tutto razionali, ciò che rende invece le azioni umane razionali non è infatti l’intenzione umana in quanto tale, ma le tradizioni e le istituzioni che le veicolano. Mandeville inoltre iniziò a studiare la società intesa come insieme di ordini spontanei, inaugurando per primo quel concetto di evoluzione che Hayek abbraccia nella sua interezza (egli lo definisce per questo il primo vero scienziato sociale); formulò dei paradigmi aggiuntivi oltre a quelli già individuati dai giuristi romani; la moneta, il mercato, la morale e la crescita della conoscenza tecnologica. Il più grande merito di Mandeville, comunque, secondo Hayek, fu quello di fornire gli strumenti a Hume per elaborare il suo sistema filosofico.

[…] è infatti la mia stima per Hume, che io considero forse il più grande fra tutti gli studiosi moderni della mente e della società, a farmi sembrare così grande Mandeville.

[…] l’aver fornito a Hume qualcuno dei suoi concetti più importanti mi sembra un titolo sufficiente per considerare Mandeville una mente superiore.

F. Hayek, Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia della idee, p.284

Come si evince dalla citazione riportata sopra, David Hume rappresenta una figura di enorme importanza per Hayek; egli riordinò le idee di Mandeville e le sviluppò in un vero e proprio sistema filosofico, diventando l’esponente cardine della tradizione morale Scozzese.

Hume introdusse un concetto che Hayek considerava cruciale: le leggi morali umane non sono un prodotto della ragione umana che le progetta in quanto essa non ne è in grado e, consequenzialmente, essa non può ergersi al di sopra di esse.

Bisogna perciò accontentarsi di regole astratte che nessuna mente singola può formulare, quindi delle regole sorte spontaneamente, e smettere di provare a pianificare la morale secondo un sistema razionalistico, non perché sia sbagliato farlo, ma perché ciò è semplicemente impossibile. Allora Hume si chiese: a che cosa devono fare capo le leggi morali, se la ragione è inaffidabile? La sua risposta non fu che la ragione e la scienza non potessero esprimere giudizi in assoluto, ma piuttosto che esse dovessero farlo in modo molto limitato, e non dovessero avere appunto la presunzione di ergersi al di sopra di esse tentando di ri-progettarle.

Ciò che Hume sottolineava era soprattutto la superiorità di un ordine che si produce quando tutti i membri obbediscono alle stesse regole astratte, perfino senza capirne l’importanza, rispetto a una condizione in cui ogni azione individuale è decisa sulla base di vantaggi, ossia considerando esplicitamente tutte le conseguenze concrete di una particolare azione.

F. Hayek, Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee, p. 285

Hume dovette poi porsi delle altre domande, necessarie in riguardo alla sua indagine della natura umana: da dove vengono le leggi morali? Perché si sono sviluppate proprio certe leggi e non altre? E quale è stata la loro influenza su di noi? Indagare sulla morale prevede per forza farsi queste domande, e Hayek, da studioso dei fenomeni socio-economici, doveva necessariamente occuparsi di questi problemi, poiché l’economia è la scienza dell’azione umana.

Adam Smith proseguì la trattazione spontaneista, questa volta indagando sul mercato e sull’economia in generale, con l’opera “La ricchezza delle nazioni”, in cui formulò la celebre teoria della mano invisibile, la cui essenza può essere riassunta nella seguente frase: la persecuzione dell’utile individuale porta al benessere generale della società se gli individui sono liberi di interagire in un ordine sociale, ovvero se i vincoli arbitrari (statali) sono assenti o molto limitati.

Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale.

A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni

Anche Edmund Burke, apprezzato da Hayek anche e soprattutto nella sua filosofia politica, ha contribuito a sviluppare questa tradizione filosofica influenzando gli intellettuali dell’epoca nel considerare l’evoluzione come aspetto importante delle scienze sociali.

Un altro studioso citato da Hayek per quanto concerne l’ordine sociale è Adam Ferguson, al quale attribuisce il grande merito di avere individuato quale sia il reale campo di indagine di ogni scienziato sociale. E questo è nientemeno che l’evoluzione degli uomini; questo “luogo comune” di indagine della società, che ha avuto la sua maggiore popolarità nel 19esimo secolo, è stato individuato da Ferguson molto prima di Darwin (egli lo definisce uno dei “darwiniani prima di Darwin”), contribuendo alla diffusione del pensiero evoluzionistico applicato allo studio della società, quindi influenzando Darwin (indirettamente) a considerare quell’aspetto nello studio dell’uomo, che poi egli traspose nel campo biologico.

L’idea di un uomo che deliberatamente costruisce la sua civiltà deriva da un falso intellettualismo che considera la ragione umana come qualcosa al di fuori della natura e provvista di una capacità intellettiva e razionale indipendente dall’esperienza. Ma lo sviluppo della mente è parte dello sviluppo della civiltà; e lo stato della civiltà in qualsiasi momento determina la portata e le possibilità di fini e valori umani.

F. Hayek, La società libera, p. 55

Ora, che cosa trae il filosofo da questo percorso storico? Come possiamo “classificare” la storia dello studio della verità sociale e del metodo delle scienze sociali? Hayek propone una divisione in due grandi filoni: il razionalismo costruttivista (rintracciabile in Platone, sviluppato con Cartesio, Hobbes, Rousseau, Voltaire) e il razionalismo evoluzionista o razionalismo critico (Socrate, Locke, Mandeville, Hume, Ferguson, Popper, Hayek stesso)*. Da una parte troviamo una filosofia che, una volta affrontata la riflessione filosofica, si articola in una visione che si pretende e si presenta come onnicomprensiva del mondo; si presenta quindi come il sapere della verità essenziale delle cose, di ciò che, immune alle apparenze e delle opinioni comuni, costituisce necessariamente il vero.

Il costruttivista, data la sua fede irrefutabile per la ragione, non si accorge dunque che esistono eventi di fondamentale importanza la cui genesi non è affatto dovuta ai programmi intenzionali di singoli o di gruppi e che esistono sviluppi di progetti intenzionali che non costituiscono affatto la realizzazione degli scopi previsti.

D’altra parte troviamo, invece, un pensiero nel quale la riflessione critica razionale non costituisce soltanto un momento indispensabile, bensì costituisce l’aspetto essenziale e permanente del filosofare (contrariamente alla transitorietà del dubbio nel razionalismo costruttivista), nel quale prevalgono dubbi e perplessità circa la possibilità stessa dell’acquisizione, da parte della ragione, di una conoscenza vera e definitiva. Quando questo filone di pensiero si fa propositivo procede con grande prudenza e circospezione, formulando piuttosto ipotesi e congetture che non definizioni e teoremi, consapevole dei propri limiti e, dunque, della natura sempre fallibile del proprio indagare (“dotta ignoranza” socratica).

Questo excursus storico servirà ad Hayek per presentare la sua personale visione del liberalismo, che si leggerà tra poco. Ma prima intendo rendere chiaro come Hayek concepiva l’evoluzione lui stesso non in relazione a filosofi del passato.

 

Osservazioni generali sull’evoluzione culturale/sociale delle società

Hayek arrivò alla conclusione che le leggi che non sono prodotto della pianificazione umana e che sono spontanee non possono essere giudicate dalla ragione se non guardando unicamente all’effetto che hanno avuto nello sviluppo della società. Ecco quindi che egli individua come norma comune la proprietà privata (menziona anche la famiglia**); essa non è una legge “naturale” nel senso che è innata nella natura umana, né essa è una legge artificiale nel senso che sarebbe un prodotto della ragione e progettazione umana. Se guardiamo alla storia antica, difatti, apparirà evidente che questa legge, che non è stata concepita razionalmente, fu comune a una grande varietà di gruppi sociali, i quali ebbero delle tradizioni che li mantenevano insieme, facendo funzionare la loro società, senza che potessero appunto spiegare razionalmente il perché.

E queste tradizioni sono da sempre state soggette ad evoluzione soggettiva proprio come i geni nell’evoluzione biologica: le tradizioni più efficaci per il mantenimento della società saranno quelle che permeeranno maggiormente in esse, le tradizioni delle società che, al contrario, non riusciranno a sopravvivere, andranno lentamente a morire.

Hayek critica quindi gli scienziati sociali che si sono “dimenticati” di prendere in considerazione questo fatto e hanno concepito le leggi spontanee come leggi naturali o come prodotti artificiali della mente umana, commettendo poi errori catastrofici nella propria teoria.

Difatti, per Hayek, gli effetti inintenzionali dell’azione umana intenzionale costituiscono l’unico ed esclusivo compito delle scienze sociali (egli intende usare l’individualismo metodologico come strumento d’analisi, ma di questo argomento più propriamente epistemologico si potrà parlare in altra istanza). Qua si può scorgere immediatamente la critica di Hayek ai rivoluzionari degli ultimi due secoli, che provarono ad attaccare e demolire la proprietà privata, quando in realtà mai e poi mai è avvenuto che un sistema, fosse esso antico e inconsapevole (religioni di privazione della proprietà), fosse esso moderno e ideologico (comunismo, anarchia etc) ha perdurato per più di cento anni senza proprietà privata.

Allo stesso modo, Hayek dà importanza ai sistemi di credenze: i sistemi di credenze dei gruppi che sono risultati i vincitori dell’evoluzione culturale sono in realtà solo “verità simboliche” e non sono essi stessi verità scientifiche/fattuali. Essi furono però essenziali nello sviluppo della civiltà perché portavano in sé delle leggi morali, delle tradizioni, delle norme che i gruppi seguivano inconsapevolmente e di cui non avevano mai capito i vantaggi.

Proprio i sistemi di credenze, le religioni, hanno insegnato ai suddetti gruppi vincitori l’importanza della proprietà privata, sebbene con l’assenza di una spiegazione scientifica/fattuale; non sarebbe stato possibile, infatti, convincere la maggioranza della popolazione ad accettare un sistema di proprietà privata quando la stragrande maggioranza della quantità di essa era nelle mani di pochissimi (Hayek si sta riferendo ai primi sistemi agricoli risalenti a una dozzina di migliaia di anni fa) prima della nascita della scienza economica nel 1700. Davanti a queste affermazioni gli approcci razionalisti e costruttivisti alle scienze sociali si rivelano totalmente fallaci.

[…] la mente è il risultato di un adattamento all’ambiente naturale e sociale in cui l’uomo vive, e che si è sviluppata in costante interazione con le istituzioni che determinano la struttura della società. La mente è tanto un prodotto dell’ambiente sociale in cui è avvenuta la sua crescita, quanto qualcosa che a sua volta ha influenzato e modificato le istituzioni della società. Essa è il risultato del fatto che l’uomo si è sviluppato all’interno di forme sociali, e che ha acquisito quegli usi e quei modi di agire che hanno aumentato le possibilità di sopravvivenza del gruppo in cui viveva. La concezione di una mente già completamente sviluppata, che progetta istituzioni che rendono possibile la vita all’interno della società, è in contrasto con tutto ciò che sappiamo circa l’evoluzione dell’uomo.

F. Hayek, Legge, legislazione e libertà, p. 25

Altro punto da notare è la critica di Hayek a chi considerasse degli uomini come dei singoli homo oeconomicus utilitaristici, ovvero come uomini che avessero come unico scopo nella vita il perseguire il proprio singolo interesse, al costo di sacrificare quello altrui. Hayek è lungi dall’affermare che l’uomo sia “buono”, ma rifiuta questa concezione di uomo: egli non afferma infatti che esso non sia mai mosso da interessi di utile personale, ma rifiuta il presentarlo come una “macchina utilitaristica”.

Le società, egli dice, non esisterebbero proprio, se così fosse. Dall’impossibilità da parte dei membri di un ordine sociale di prevedere gli eventi e i fini futuri consegue che se gli uomini non avessero norme comuni di comportamento e opinioni comuni le società si estinguerebbero. Non esisterebbe armonia, ma solo conflitto di interessi, se fosse necessario giungere a un accordo concernente la prevalenza di determinati interessi su altri.

A sanare questa situazione non è altro che l’aderenza comune a norme o opinioni: l’ordine sociale è difatti solo un generale accordo sulle opinioni, ovvero su certe caratteristiche astratte della vita sociale, sostenute molto tempo prima che la gente sapesse il perché, e non un accordo su atti concreti e particolari.

Per quanto riguarda l’ordine che è l’economia, le cui parti sono il commercio, la moneta, la competizione, il sistema bancario, il sistema industriale, i tassi di interesse, lo Stato etc, Hayek afferma che la conoscenza è il motore di tutto: essa è presente nelle menti degli agenti economici (consumatori, imprenditori, aziende) e si diffonde attraverso la competizione.

Strumenti di uso quotidiano odierno non sono altro che il frutto della diffusione di idee nuove attraverso la competizione nell’ordine sociale: l’aria condizionata, le telecamere, le pen drive non sono altro che idee di un individuo o di pochi individui che sono state diffuse e integrate nell’ordine sociale e che si sono fatte concrete.

Questo solo grazie alla libertà di scelta che un’economia di mercato offre: è comune che i produttori copino l’idea originaria di un altro produttore, cercando di innovarla, cambiarla, usando le migliori tecniche di produzione per loro disponibili. Con la continua formulazione di idee innovatrici i prezzi si abbassano, ancora nuove idee si diffondono e ancora il processo di innovazione ha luogo, in un continuo processo di generazione – innovazione (l’evoluzione nell’economia sta in questo).

Un esempio calzante può essere rappresentato dai computer, i quali un tempo erano molto costosi, ma con l’avvento dell’innovazione tecnologica diffusa nel mercato i prezzi si abbassarono, fino ad oggi, dove con pochi soldi si può avere a disposizione un computer con migliaia di funzioni diverse.

E ancora, l’avvento dei computer ha portato alla nascita dell’Internet, con le conseguenze che noi tutti oggi conosciamo. Dunque la libertà economica e la decentralizzazione del potere, per Hayek, si conformano come condizioni necessarie e sufficienti per lo sviluppo di un ordine economico sano.

Più ricchezza creata equivale a più ricchezza offerta trasformata in lavoro quando le aziende competono tra loro per la forza lavoro di cui necessitano. Lo Stato, al contrario, non è soggetto a questo processo di mercato in quanto esso è un monopolio finanziato coercitivamente da tasse, esso non è soggetto al giudizio degli ordini del mercato, ne è immune, ed è proprio per questo che gli ordini creati da esso non sono dinamici e non creano ricchezza: essi non sono spontanei. Essi, in definitiva, a differenza dell’ordine di mercato, sono prodotti della progettazione pianificata umana, e non dell’interagire spontaneo.

 

La conclusione di carattere politico

Queste osservazioni sul funzionamento del mondo culminano necessariamente nella filosofia politica: egli basa infatti il fondamento della sua riflessione sul liberalismo proprio sui concetti espressi precedentemente in questo articolo.

Nella storiografia politica tradizionale sia il filone costruttivista sia quello evoluzionista vengono denominati con il sostantivo liberalismo in virtù di alcuni principi essenziali condivisi da entrambi i filoni, quali la libertà di pensiero, di parola e di stampa e della comune opposizione storico-politica ai conservatori e ai reazionari.

Queste due tradizioni, però, costituiscono differenze così radicali che parlare di liberalismo come movimento unitario per entrambe costituisce – secondo Hayek – un errore fatale. Benché entrambe patrocinassero “principi di libertà e uguaglianza”, la similarità era solo di carattere verbale; ciò che intendevano, infatti, era differente. Per gli anglosassoni libertà significava libertà negativa, ovvero libertà mediante la quale ci si potesse proteggere dalla coercizione arbitraria di un governo, per i continentali (costruttivisti) libertà significava libertà positiva e rivendicazione dei diritti di auto-governo per ogni gruppo sociale. Ciò condusse ad identificare erroneamente il movimento liberale con il movimento per la democrazia, quando invece i fini divergevano.

Stanti questi fatti, sarebbe comunque scorretto qualificare come liberale l’una e non liberale l’altra di queste tradizioni, piuttosto sarebbe giusto parlare di una tradizione liberale autentica e coerente ed un’altra no. Hayek è convinto che la tradizione convenzionalista anglosassone sia quella autentica in quanto è stata l’unica a elaborare un programma politico liberale ben definito, dunque sia necessario incentrarsi su di essa per trovare quali siano i principi del liberalismo.

Ora, il raggiungimento di una società capace di fronteggiare i problemi comuni di ogni gruppo di individui fa sì che questi due filoni si succedano in due ulteriori branche, direttamente collegati ai precedenti: quello contrattualista e quello convenzionalista.

Il primo esprime l’intenzionalismo tipico della filosofia costruttivista, che è fondato, come si è detto, nella propensione ad attribuire l’origine di tutte le istituzioni sociali all’invenzione e alla progettazione deliberata di un contratto tra i cittadini e lo Stato positivo. Il secondo esprime invece compiutamente l’approccio evoluzionista, secondo cui l’ordine sociale si raggiungerebbe non grazie a un contratto sociale (pactum), ma spontaneamente.

Ovvero, l’ordine sociale si verificherebbe in modo inconsapevole “dal basso”, da sé, attraverso l’adattamento di ogni singolo individuo a dei determinati segnali provenienti dall’ambiente sociale in cui è inserito (come ad esempio segnali economici come i prezzi, ma anche segnali di ordinamento morale che vieterebbero o incentiverebbero certi comportamenti in relazione agli altri individui).

Benché Hayek sostenga ferocemente e convintamente che il liberalismo autentico è rappresentato dal paradigma convenzionalista, egli non può non ammettere – giustamente – che uno dei tre più celebri contrattualismi della storia della filosofia occidentale sia parte della storia del liberalismo classico e che fosse davvero la prima formulazione completa del liberalismo, sebbene ancora non coerente (sottolinea poi come gli altri due fossero molto diversi dal primo e fondamentalmente illiberali; la teoria assolutistica dello Stato hobbesiana, per definizione, e la teoria della democrazia di volontà generale rousseauniana, che sarà la base fondante del socialismo ottocentesco).

Sta parlando di John Locke e della sua teorizzazione politica. Questa si basa sulla concezione di uno stato di natura in cui gli uomini vivono pacificamente ed esistono delle leggi che governano la loro interazione, senza che ancora lo Stato la regoli. Lo Stato diventa necessario quando questi uomini capiscono che, quando viene commesso un qualsiasi torto, ci si fa in genere giustizia da soli, mentre è necessario un giudice imparziale quale uno Stato avente potere giudiziario. Il contrattualismo sta in questo: gli uomini che necessitano dello Stato lo creano con un contratto bilaterale e revocabile, in cui lo Stato si impegna a tutelare i loro diritti e le loro norme sociali, in un ordinamento di governo liberale.

Come detto, però, il liberalismo autentico è quello convenzionalista scozzese: esso presuppone il riconoscimento che i rapporti sociali fra gli uomini non siano la conseguenza di un deliberato progetto umano, bensì derivino dall’integrazione eventuale di molte attività cooperative e/o antagonistiche.

La summa della filosofia politica di Hume, che esprime la più valida alternativa alla concezione contrattualistica liberale Lockeiana e che dà nascita alla riflessione politica convenzionalista si ritrova nel suo scritto Trattato sulla natura umana (1740). Hume asserisce che gli individui non hanno bisogno di un contratto sociale deliberato per trovare stabilità sociale, ma bastano le norme/convenzioni sociali.

La convenzione, infatti, pur essendo un prodotto umano come il contratto, nasce però non da una legge di natura, né dalla costituzione di un’entità astratta e superiore, bensì dal semplice accordo degli individui sui mezzi più adeguati ai loro scopi.

Secondo il filosofo scozzese, in definitiva, la società si è fondata (originariamente) non attraverso l’alienazione dei diritti o lo sfruttamento del lavoro di certi uomini su altri, ma più semplicemente attraverso i vantaggi di una collaborazione armoniosa e della separazione dei compiti (divisione del lavoro, come la chiamerà Smith) tra gli individui. È quest’ultima, precisamente, che porta a superare i principali ostacoli presenti nella società, come la scarsità delle risorse in rapporto alle società o l’avidità. L’uomo, in quanto mosso da passioni, istinti e inclinazioni, necessita di convivere in società con gli altri uomini per soddisfare la propria individualità interiore. Il momento sociale è costitutivo dell’identità dell’uomo non solo perché può soddisfare i singoli bisogni naturali, ma anche perché può sviluppare quei bisogni secondari che lo spingono alla creazione dei propri hobby grazie a raggiungere la felicità.

Allora come è definibile il liberalismo in rapporto a questa concezione evoluzionistica, convenzionalistica e spontaneistica? Il filosofo austro-britannico espone una meticolosa sintesi della definizione di liberalismo, cercando di circoscriverlo alla tradizione che egli considera autentica e ai propri principi cardine.

Hayek afferma che il liberalismo consiste in sostanza in un metodo, dunque una filosofia politica non statica ma dinamica e continua. Questa consiste nel riconoscere la società come ordine spontaneo e accettarne l’evoluzione necessaria, dopodiché riflettere ostinatamente e non costruttivisticamente sulla sua natura e sulle sue leggi spontanee. Il liberalismo consiste poi nell’offrire soluzioni – a livello politico – in base alla riflessione tratta.

Ciò significa che esso è anche una dottrina, ma una dottrina temporanea, la quale non può conformarsi come un’ideologia statica (marxismo ortodosso, creazionismo, e in generale teorie non falsificabili) da principi universali e irrefutabili, ma come una costante ricerca, le cui soluzioni offerte sono accettabili solo se riconosciute come effimere e, nel lungo termine, possibilmente confutabili. Come abbiamo visto prima, Hayek (ma anche tutti i liberali classici) riconosce la proprietà privata come una legge necessaria al sostentamento dell’ordine sociale, e vede che lo Stato positivo è anch’esso necessario per il medesimo motivo, a patto che esso sia limitato ai suoi compiti essenziali.

Questi “principi” sono fondanti del liberalismo classico, ma anche essi, se l’osservazione della società li smentisse (per assurdo, in quanto queste concezioni sono di validità evidente), sarebbero da rifiutare in virtù dell’atteggiamento critico del liberale autentico. Sta di fatto, infatti, che l’uomo non può prevedere lo sviluppo della propria mente né quello delle menti della società e della sua evoluzione, dunque il liberalismo è una filosofia a-posterioristica.

Questa conclusione rappresenta un pensiero grandioso: esso avverte l’umanità che la razionalità sempre e solo, e mai il dogma, dovrebbe guidarci. Solo lo spirito critico dona valore a un’idea, e solo attraverso esso, ovvero il razionalismo critico e il riconoscimento della propria fallibilità umana, si potrà arrivare a ciò che Hayek in La società libera chiamava la “Grande Società”, o ciò che Popper chiamava – nel suo capolavoro – la “Società Aperta”.

 

 

 

* La trattazione su questo dualismo è stata centrale nel lavoro del filosofo, essa è stata trattata in diverse sue opere ed è, in termini assoluti, lunga. Questa è solo una prospettiva sintetica da cui ho proposto l’analisi hayekiana di queste due correnti; c’è stata anche una trattazione perlopiù politica in Liberalismo, Individualismo: quello vero e quello falso e La società libera, una più metodologica in L’abuso della ragione e una più filosofica in Legge, legislazione e libertà.

** Questo punto deve essere analizzato con estrema attenzione: Hayek non fu e non deve essere confuso per un conservatore. Egli stesso scrisse sull’argomento (vi è dedicato l’intero ultimo capitolo de “La società libera”, 1960) e asserì che la famiglia come norma di convivenza sociale è un enigma enorme che potrebbe mutare altamente, e che quindi non deve essere considerato come norma al pari della proprietà: “Ci sono cambiamenti nella nostra conoscenza fattuale (scienza, ndr) che probabilmente porteranno a mutamenti fondamentali nella concezione tradizionale della famiglia, quindi mi limiterò a considerare solo la proprietà privata” affermava alla conferenza dei nobel a Lindau nel 1983. Per ulteriori delucidazioni si consulti il testo sopracitato.

Lo “Stato privato”: la monarchia in una società libera

Premessa: nella seguente riflessione si vuole dare una prospettiva diversa delle questioni istituzionali, rimanendo nell’ambito ampio e ricco di sfaccettature del liberalismo. Parlerò in particolare della monarchia e di come essa può essere compatibile con quella che chiamiamo “società libera”. Il sottoscritto è un conservatore libertario (paleolibertario), perché crede che lo Stato e la pianificazione dell’economia e della vita dei cittadini abbiano minato alla base i pilastri della società “tradizionale” , frutto spontaneo della volontaria collaborazione umana.

In quest’ottica qualsiasi intervento statale costituisce un’alternativa opposta alla libera prosecuzione della società naturale. Approfondirò questa particolare visione in altre occasioni, era però necessario precisare la mia posizione per correttezza verso chi legge e per avvertire che termini come liberale e libertario sono usati secondo questo insieme di valori. Naturalmente quello liberale è un mondo vasto all’interno del quale chi la pensa come me occupa, potremmo dire, l’ estrema destra, e non mi aspetto che tutti i liberali concordino con me

La mia però è UNA visione, e nella PLURALITÀ delle nostre voci la presento volentieri per arricchire un dibattito che ha un unico fine per tutti noi, quello della ricerca della libertà, della tutela della proprietà privata, della possibilità per ciascuno di disporre dei propri soldi senza che sia lo Stato a dirgli come deve usarli.

Un liberale che voglia avere una visione il più possibile completa e coerente della società non può, a un certo punto della sua formazione, non domandarsi quale sia la “forma di governo” più compatibile con i propri valori. Si tratta di una domanda non facile da affrontare perchè, comunque si affronti il discorso, a un certo punto dovremo pur arrivare a chiederci: “la libertà è compatibile con la democrazia?”

La democrazia, che già Hayek definiva un “mezzo”, non il “fine” di un liberale, non può essere oggetto di discussione senza rischiare accuse pesanti di tendenza al totalitarismo. Una visione pragmatica delle cose con una prospettiva nel breve termine naturalmente ci impone di riconoscere che un sistema democratico ha indiscutibili vantaggi, ma se ci fermiamo a questo il nostro ragionamento diventa sterile.

Abbiamo il diritto, al di là delle questioni urgenti che richiedono risposte immediate nel concreto e nel possibile, di tracciare situazioni ideali, di immaginare, di sognare. Di sicuro una cosa non ci interessa: pianificare. Quello lo lasciamo ai socialisti. Proviamo quindi ad affrontare il tema della forma di governo “migliore” o, come direbbero gli anarcocapitalisti, “meno incompatibile” per una società libera.

Cosa realmente interessa a un liberale? Naturalmente la tutela della libertà personale e della proprietà privata, nonché la tutela del diritto a fare di questa proprietà ciò che si vuole una volta rispettata la proprietà altrui. Per un liberale rigoroso qualsiasi forma di coercizione e prelievo fiscale costituisce un attacco alla proprietà privata.

Visto che ogni forma di governo prevede un grado di coercizione e un grado di tassazione per mantenere il proprio potere, dovremmo dire che la sola esistenza di qualsiasi tipo di governo è incompatibile con la piena libertà individuale. Finché ci sarà un’agenzia che con la forza potrà esercitare il monopolio fiscale non potremo mai fare ciò che vogliamo con i nostri soldi, e questa è una privazione di libertà a tutti gli effetti.

I grandi pensatori liberali si sono scontrati spesso con questa contraddizione e hanno tentato di aggirarla con diverse giustificazioni, almeno fino all’avvento degli anarcocapitalisti duri e puri, alla Rothbard per intenderci, che sono stati molto meno aperti a concedere possibilità allo “Stato”, per quanto “minimo”, che pochi liberali avevano osato rinnegare completamente.

Non volendo tracciare qui, poiché ci saranno altre occasioni per farlo, un modello di società anarco-capitalista pura, in cui l’ordine si mantiene senza Stato ma spontaneamente seguendo il libero mercato, mi limiterò a parlare di una delle possibili forme di governo “meno incompatibili” con la proprietà privata: la monarchia.

Il tema della monarchia viene coraggiosamente affrontato da Hans Hermann Hoppe, filosofo ed economista paleolibertario e an-cap, che nella sua opera “Democrazia: il dio che ha fallito” tenta di immaginare una società realmente libera. Per Hoppe questo tipo di società si realizza solo con l’anarcocapitalismo, e quindi in assenza dello Stato.

Nessuno però realmente pensa che non possano esistere gradi intermedi e che le alternative all’anarchia di mercato siano tutte uguali tra loro, ed ecco che Hoppe analizza le due forme di governo che hanno caratterizzato la storia occidentale, monarchia e democrazia, e si chiede quale delle due sia il meno peggio per la proprietà privata. La risposta secondo Hoppe sarà, lo anticipo subito, la monarchia. Ma non per un semplice “tradizionalismo”: le ragioni sono, una volta di più, economiche.

Innanzitutto bisogna capire che la monarchia di cui parliamo e di cui parla Hoppe non è una monarchia parlamentare: la stragrande maggioranza di queste monarchie odierne ha, per gli aspetti che ci interessano, sistemi molto simili alle repubbliche democratiche, come il sistema parlamentare, il welfare state etc… e nemmeno si parla di totalitarismi monarchici o cose del genere. Stiamo parlando di società liberali e libertarie e di come raggiungerle, e quindi andiamo a considerare quelle forme di governo in cui il potere può essere più agevolmente limitato.

Lo Stato monarchico più interessante da analizzare in rapporto allo sviluppo della proprietà privata è quello ereditario in cui, idea che oggi può suonare medievale, lo Stato stesso è proprietà del re. Si tratta a tutti gli effetti di uno “Stato privato”. Il re, come ogni detentore del potere statale, attua una coercizione su un determinato territorio, e i proventi della tassazione affluiscono direttamente nelle sue casse private.

Questo monarca può erogare qualche genere di servizio con le risorse raccolte, in genere si limiterà a difendere i propri territori dalle aggressioni di monarchi vicini in competizione con lui, ma non avrà mai, secondo la visione paleolibertaria, l’interesse a un’impostazione fiscale oppressiva e a un uso della coercizione troppo esteso.

Questo perché il re, nonostante da una prospettiva libertaria sia da considerarsi il monopolista della coercizione, agisce a tutti gli effetti come un privato. Se lo Stato è “suo”, avrà interesse alla prosperità della società, poiché da questa dipendono le sue fortune. Ma non solo, ci sono altri fattori da tenere in considerazione.

Se il Re agisce come privato, teniamo conto che ogni privato si muove nel mercato in base al proprio tasso di preferenza temporale, in parole povere in base alla preferenza che da al godere di maggiori ricchezze oggi a rispetto a un risparmio per il domani. Più questo tasso si abbassa, e questo nel mercato avviene per motivi diversi, e più si è portati a ragionare nell’ottica del futuro, della previdenza e del risparmio: quelli che possiamo chiamare ragionamenti a lungo termine.

Ci sono vari fattori che possono far variare il tasso di preferenza temporale, in genere però possiamo dire che, se un individuo sa che avrà solo un tot di tempo per sfruttare una determinata occasione, il tasso di preferenza si alzerà e lo porterà ad agire con un ottica incentrata sul breve termine. Il bambino che non conosce il mondo e non ha concetti ancora chiari di tempo ha un alto tasso di preferenza temporale che lo porta a ragionare nel brevissimo termine, così come il tasso di preferenza temporale si abbassa per il padre di famiglia di mezza età che ragiona per il futuro del proprio nucleo familiare e torna ad alzarsi quando un individuo giunge nella vecchiaia e può voler tendere a concludere i propri affari prima di morire.

Il re non è un amministratore, come è invece un presidente eletto di uno stato democratico, ma un proprietario, e quindi il suo tasso di preferenza temporale sarà più basso, poiché il bene che amministra è suo e a vita, e non per la semplice durata di un mandato che in genere dura pochi anni. Inoltre, anche tenendo conto di pratiche come l’abdicazione e del destino che accomuna il re a tutti gli uomini, la morte, il fatto di lasciare il “bene-Stato” in eredità a un suo familiare, in genere un figlio, non farà che abbassare ulteriormente il suo tasso di preferenza temporale e porterà il re a ragionare ancora di più sul lungo termine.

Un tasso di preferenza temporale più basso vuol dire risparmio e moderazione oggi in favore di un valore domani, quindi è chiaro che il Re in questo modo sarà meno portato ad atti come una coercizione eccessiva e una tassazione opprimente, perché questo potrebbe portarlo un domani a vedere la popolazione insorgere per la coercizione e gli introiti calare per aver distrutto l’economia imponendo troppe tasse. Sia chiaro, non stiamo tracciando un’utopia monarchica, semplicemente affermando che più sotto questo tipo di monarchia che in democrazia si verificano queste condizioni.

Con la monarchia cade quella grande “illusione” secondo cui il potere è “pubblico” ed esiste una cosa come l’interesse pubblico perseguito dallo Stato. Tutto questo non esiste, secondo Hoppe, nemmeno nella democrazia. Nella monarchia almeno le cose sono ben chiare, le responsabilità ricadono su un individuo che ha maggiori pressioni che potremmo chiamare “di mercato” perché l’amministrazione del suo bene sia condotta meglio e possa durare più a lungo.

Il vantaggio sta proprio nel fatto che una monarchia, non avendo la “legittimazione popolare” (che se va contro la proprietà privata non è positiva, basti pensare al socialismo) è meno portata, se vuole mantenersi, ad estendere i propri poteri oltre un certo limite. Certamente ricordate che parliamo di “Stato privato” e non di “monarchia parlamentare”, dove la legittimazione democratica può consentire al governo di instaurare il socialismo e ledere la proprietà privata senza possibilità di contestazioni efficaci.

Hoppe si avventura anche in innumerevoli esempi storici che non voglio riportare in un articolo generale, ma che potranno essere trattati in approfondimenti più curati con una più ampia visione storica. Cito soltanto come secondo questa particolare visione di idee il passaggio da monarchia a democrazia abbia avuto effetti nefasti anche nella caratterizzazione di un nuovo fenomeno che ha portato alla fine di milioni di vite umane: la guerra totale.

Quando la guerra ha cessato di essere una contesa tra principi per questioni territoriali risolvibile con politiche matrimoniali o muovendo eserciti di professionisti pagati dal sovrano, è divenuta sempre più una questione di popoli contro popoli, di ideologie contrapposte, di nazioni intere mobilitate con la leva militare. Gli obiettivi hanno iniziato a coinvolgere non solo questo o quel signorotto locale o questo o quell’esercito, ma gli stessi civili, che hanno perso quel valore di taxpayers per cui anche il più cinico invasore avrebbe potuto tenere alla loro incolumità sperando di tassarli una volta conquistati, e sono diventati parte, per quanto passiva, di scontri sanguinari.

Tutti questi elementi, che col tempo potranno essere analizzati meglio e in modo più specifico, vogliono stimolare il dibattito ultimamente un po’ stagnante sulle forme di governo in ambito liberale. La conclusione di Hoppe, come ho già detto, non è propriamente monarchica, ma rigorosamente anarcocapitalista. Se la monarchia può avere dei pregi per un liberale è giusto che questi pregi diventino temi di dibattito, così come porteremo nel dibattito vantaggi e svantaggi di una democrazia. L’idea di “stato privato” come tracciato qui può tornare estremamente utile a mio avviso: nonostante non trovi applicazione nell’immediato, il solo fatto di conoscerne le caratteristiche può essere per il libertario una bussola con cui orientarsi per tentare di cambiare gradualmente il mondo in cui vive.

 

Debito pubblico: cosa accadrebbe se lo cancellassimo?

Il debito pubblico è un qualcosa di cui sentiamo parlare ogni giorno nei telegiornali. Si tratta di un buco nero, ed è dipinto come la causa dei problemi dell’Italia, sebbene ne sia semplicemente la diretta conseguenza.
Nel web, si trovano tanti articoli che trattano del problema debito pubblico e di come sia un peso per gli italiani.
Alcuni lo dipingono come una vera e propria truffa nei confronti dei cittadini, che fa lentamente perdere sovranità nazionale con la conseguenza di diventare sempre più schiavi delle grandi e cattive banche.
Nelle chiacchiere da bar invece, i più arditi si spingono a dire “vabbè ma se tutti gli Stati sono indebitati tra loro, perchè non cancellarlo e ripartire da zero?”

Oggi risponderemo a questa grande domanda.
Cos’è il debito pubblico? Se lo cancellassimo, cosa accadrebbe?

First of all, faremo un discorso preliminare.
Non possiamo parlare di debito, senza sapere prima cos’è un mezzo fondamentale con cui ogni giorno abbiamo a che fare, qualcosa di prezioso, che ci può rendere poveri o ricchi.
Si tratta della moneta.

Cos’è la moneta?

La moneta è un mezzo che facilita gli scambi.
Essa ci consente di raggiungere i nostri fini, permettendo in cambio di essa di avere delle cose che vogliamo, ed ha tre funzioni:

1) E’ un mezzo di pagamento, quindi in cambio di essa acquistiamo beni o servizi.
2) E’ un’unità di conto, cioè ci serve per misurare il valore di un qualcosa.
3) E’ una riserva di valore, cioè conserva il suo valore nel tempo, o almeno dovrebbe.

La moneta non è una risorsa, non serve per produrre direttamente beni e servizi. Singolarmente non vale nulla.
Se domani convenisse utilizzare le mucche per facilitare gli scambi, utilizzeremmo quelle. Infatti il baratto è stato sostituito dalla moneta perchè rende gli scambi più efficienti, più veloci.
Nella storia ci sono stati tanti tipi di moneta, ma attualmente la moneta imposta dal nostro sistema è quella definita “legale” o a “corso forzoso”, la cosiddetta Fiat money (no, non sta per l’azienda di auto).
Questa moneta non è coperta da nessun materiale fisico e limitato che può darle valore, come l’oro in passato. Semplicemente coloro che hanno il potere politico per farlo, cioè le banche centrali, possono regolarne la quantità nel sistema in base alle preferenze (o meglio, convenienze) del momento.

Quindi chi o cosa dà valore a questa moneta?

Di base, il valore della moneta è dato dalla fiducia che il mercato (cioè l’insieme di tutti gli individui e le istituzioni, da zio Tonino a Unicredit) ripone nei confronti delle entità che la emettono, cioè le suddette le banche centrali.
Se questa fiducia dovesse crollare un giorno, quella 5 euro che abbiamo in tasca varrebbe esattamente per il pezzetto di carta che è, cioè niente.
Questa possibile perdita di valore della moneta entra in contrasto critico con una delle funzioni della moneta, cioè la riserva di valore, che viene sistematicamente messa in pericolo da una certa azione:

La svalutazione della moneta

Dipinta da diversi pseudo-economisti di certi partiti politici come la panacèa di ogni male, come la motivazione del benessere italiano negli anni ’80, nonostante di fatto ci si stesse mangiando il proprio capitale, questo è un processo nel quale c’è un aumento del livello dei prezzi perchè si aumenta la quantità di moneta in modo indiscriminato (per diventare più competitivi nei confronti delle altre valute ed esportare di più, per dare modo allo Stato di finanziarsi) portando alla riduzione dei salari reali.
Quindi prendi e prendevi 1000 euro al mese, ma se prima compravi due pagnotte, ora ne puoi comprare una.
Una riduzione molto violenta di questi salari reali porterebbe ad un rifiuto totale di quella moneta da parte degli abitanti (e quindi, del mercato) in cambio di altri mezzi di pagamento, sancendo la fine di quella precisa valuta.
Questo fenomeno però, meriterà una trattazione a parte.

Ora scaviamo un po’ più a fondo, e spieghiamo cos’è questo fenomenale mostro dal nome debito pubblico.

Cos’è il debito pubblico?

Il debito pubblico è l’insieme dei debiti che lo Stato deve nei confronti del mercato(ripetiamo, da zio Tonino a Unicredit), e che un giorno promette di ripagare.
Lo Stato fa debito per un motivo molto semplice: un tempo per acquistare soldati e armi, oggi per costruire infrastrutture, dare una sanità pubblica (che quindi non è gratis) o dare un posto di lavoro a zio Tonino, ma quando non ha soldi a sufficienza per permettersi queste spese, per evitare di tassare ulteriormente i cittadini, chiede questi soldi in prestito.


Mettendo in garanzia il PIL attuale, cioè tutto quello che si è prodotto fino a quel momento, promette di trovare i soldi necessari per ripagare quel debito promettendo un maggior PIL futuro, cioè quel valore in più che si creerà da quelle spese a debito.


Nel caso le cose dovessero andar male, si tasseranno maggiormente i cittadini.
Se le finanze pubbliche sono in ottime condizioni, in cambio verrà richiesto un interesse basso da pagare, perchè c’è un rischio basso d’insolvenza.
Se le finanze pubbliche sono in pessime condizioni, verrà chiesto un interesse molto alto da pagare, in quanto c’è un rischio alto d’insolvenza.

Quindi come vedete nessuna truffa, nessuna magia, è più semplice e meno affascinante di quello che si pensa.

Ma chi detiene il debito pubblico italiano?

Principali detentori del debito pubblico italiano (in miliardi di euro)

Questi sono i detentori del nostro debito pubblico, come mostra questo grafico formulato dal CEPS (Centre for European Policy Studies) costruito partendo da dati della Banca d’Italia.

Quindi abbiamo:
-100 miliardi detenuti direttamente dagli italiani. Il 4,5%.
-690 miliardi dal sistema bancario italiano. il 30%
-400 miliardi dalla Banca d’Italia. Il 18%.
-310 miliardi da compagnie di assicurazione italiane. Il 14%.
-300 miliardi da fondi d’investimento con ultimi beneficiari italiani. il 13,5%.
-450 miliardi da fondi d’investimenti esteri. il 20%.

Ora, notiamo due cose:
1) Semplicisticamente, è vero che la maggior parte del debito pubblico è detenuto da “italiani”.
2) il sistema bancario italiano, che è composto da banche estere e banche italiane presenti nel territorio nazionale, è la maggiore fonte di finanziamento del Belpaese.

Ora andiamo nel fulcro della vicenda, e sveliamo questo mistero.

Cosa accadrebbe se cancellassimo il debito pubblico?

Se domani non solo lo Stato italiano, ma tutti gli Stati del mondo si accordassero e decidessero di cancellare il debito pubblico e ripartire da zero, accadrebbe una cosa molto interessante.

Ogni agente economico, ha un bilancio. Nel bilancio abbiamo un attivo ed un passivo.
Se domani lo Stato non volesse più pagare i propri debiti, i propri cittadini, le proprie imprese, le proprie banche perderebbero i soldi che hanno investito in esso. Questo sarebbe configurabile come un passivo in bilancio, e i passivi vanno coperti.

Zio Tonino, seguendo il consiglio del consulente finanziario che gli diceva “i titoli di stato sono investimenti a zero rischio!“, perderebbe parte dei suoi risparmi, così come tutti gli altri suoi connazionali. 100 miliardi di euro in fumo.
Le società assicurative italiane, quelle alle quali vi affidate per le vostre polizze, per le vostre auto, per le vostre case e che detengono 300 miliardi di debito, coprirebbero questa passività con delle risorse improvvisate al momento.
In mancanze di esse fallirebbero. 300 miliardi di euro in fumo.

Anche le banche, con tutto il debito che detengono, rischierebbero di fallire all’istante provocando il collasso dell’intero sistema economico.
…E per questo interverrebbero le banche centrali, i prestatori di ultima istanza, che si ritroverebbero con un enorme passività in bilancio da coprire.
E qual è l’unico modo con il quale la banca centrale può coprire delle passività?

Stampando moneta.

Ma qui abbiamo un problema grande quanto una casa

La moneta richiesta per affrontare una emergenza del genere sarebbe di quantità così illimitata da portare ad una gigantesca iperinflazione dovuta al crollo totale della fiducia nei confronti della valuta. Questo porterebbe alla distruzione completa e totale del nostro sistema economico.

Uno scenario fantaeconomico, inquietante, ma che almeno porta alla luce una delle più grandi e terribili balle che si possano mai dire.
La prossima volta che trovate un sovranista o pseudo-tale che incita magari alla suddetta soluzione, tirategli uno scappellotto.

A giocar col fuoco, si rischia di farsi male.

 


Fonti e approfondimenti :

Who Holds Italian Government Debt? – CEPS, Daniel Gros (2019).
What Is The Money? – European Central Bank.
Mises On The Basics Of Money.
Lezione di tango: la svalutazione riduce i salari – Michele Boldrin, Gianluca Codagnone.

Annual Consolidated Balance Sheet Of The Eurosystem.
Piccola storia della moneta, tra miti e realtà – Alessandro Guerani, Sole 24 ore.
I malanni delle valute fiat – Alasdair Mcleod, traduzione Francesco Simonelli.
Hyperinflation, Its Causes and Effects with Examples – The Balance

Fascismo ed antifascismo sono la stessa cosa?

Spesso, parlando di politica, si dice che “fascisti ed antifascisti sono la stessa cosa”. Fra chi abbraccia questo pensiero come fosse verità rivelata e chi lo rifugge vi è un dibattito interessante, ma che alla prova dei fatti dimostra come entrambi gli schieramenti abbiano torto.

In teoria sembra un ossimoro…

Ovviamente, verrebbe da dire, se si chiama “antifascismo” è ovvio che sia opposto al fascismo. Ma questo ragionamento aveva valore durante il regime, quando il fascismo era il male al governo e bisognava, uniti, sconfiggerlo.

Oggi le cose sono più complesse. Il fascismo è diviso in varie correnti e vi sono anche numerosi movimenti borderline, non chiaramente attribuibili ad esso.

Da ciò deriva una certa difficoltà a definire obiettivamente cosa sia il fascismo: ci sono fascismi che hanno accettato di buon grado la democrazia, fascismi dichiaratamente antirazzisti e pro-Islam e addirittura fascismi autonomisti!

Ovviamente sussistono alcuni elementi comuni quali la tendenza a volere un’economia socializzata, una proprietà privata che rispetti la funzione sociale e un certo nazionalismo.

…ma alla prova pratica è diverso

Piccolo problema: l’economia socializzata e la proprietà privata dalla funzione sociale mica la vogliono solo i fascisti, ma anche gran parte della sinistra. Quello del rossobrunismo, ossia superare le differenze tra rossi e neri per lottare assieme contro capitalismo e simili, non è di certo un fenomeno nuovo: Togliatti nel 1936 lodò la Rivoluzione Fascista e parlò di Mussolini come un traditore di tali ideali, Bombacci, un gran comunista che creò la propria edizione della Pravda dedicata a Mussolini, venne fucilato addirittura assieme a lui.

In sostanza definire un fascismo a cui opporsi è spesso difficile. Il modo migliore di farlo è sostenere un’ideologia che si opponga ai fondamenti del fascismo. Se si ritiene il fascismo fondamentalmente antidemocratico – quindi un metodo – è sufficiente sostenere qualsiasi ideologia democratica, mentre se si ritiene possibile un fascismo esistente in democrazia la cosa diviene più complessa.

Confusione tra antifascismo e antifa

Fin qui abbiamo, al massimo, mostrato come sia difficile essere antifascisti oggi, ma qualcosa deve aver originato l’equivoco di cui parliamo nel titolo. Questo qualcosa, naturalmente, è il movimento Antifa.

Trattasi di un movimento spontaneo composto principalmente da estremisti di sinistra, e questo movimento spesso adotta metodi e idee fasciste. Violenza – spesso associata a quella dei black bloc -, antisemitismo, rifiuto del capitalismo e della globalizzazione, minacce, distruzione di proprietà e anche peggio.

Non è certo strano che una persona normale e non troppo informata, quando sente per la decima volta in TV che gli Antifa hanno fatto squadrismo per distruggere qualche negozio random per diffondere le loro idee, pensi “sì ma certo, fascisti e antifascisti sono la stessa cosa”.

Ma, come abbiamo mostrato nel capitolo precedente, l’antifascismo non è un’ideologia a sé bensì l’adesione ad un’ideologia incompatibile col fascismo.

Per concludere

Naturalmente l’opposizione al fascismo non è rappresentata solo da qualche esagitato che si sarebbe trovato molto bene con le squadracce sansepolcriste. Affermare come l’antifascismo sia equivalente al fascismo, senza specificazione alcuna, è quantomeno ingenuo, se non addirittura in malafede.

Viene tuttavia da chiedersi, a più di settant’anni dalla fine del ventennio, se sia così importante la semplice etichetta di antifascismo. Onestamente credo che ormai sia più importante fare opposizione con la proprie idee ai residuati del fascismo piuttosto che opporsi ad un regime ormai morto e sepolto.

Perché sono tutti buoni a dire di voler togliere qualche fascio littorio in giro, ma quanti sarebbero disposti a rimuovere – o quantomeno a modificare radicalmente – i decreti fascisti ancora in vigore? Giusto per citarne alcune:

  • Il TULPS, sviluppato per far funzionare l’apparato di polizia fascista e in larga parte ancora in vigore
  • I vari reati di vilipendio
  • La regolamentazione della professione giornalistica
  • Vari altri decreti, leggi, enti e simili che servono solo a limitare la libertà economica e personale.