L’ascesa del Nazismo ci fu per colpa dei socialisti [Riflessioni su Hayek]

Friedrich Von Hayek, nel suo celeberrimo saggio La via della schiavitù evidenzia l’importantissima connessione tra gli intellettuali socialisti e quelli nazisti, profilando una manciata di importanti sostenitori marxisti tedeschi le cui convinzioni filosofiche si sarebbero radicalizzate durante la prima guerra mondiale.

Mentre le loro carriere accademiche erano incentrate sulla diffusione della filosofia socialista, molti in seguito giunsero alla conclusione che niente a parte il nazismo avrebbe aiutato a realizzare il necessario cambiamento rivoluzionario che ciascuno di loro desiderava, ovvero l’unione di tutte le forze anti-liberali nel socialismo.

Contrariamente al pensiero comune, Hayek sottolinea che il nazismo non è semplicemente nato in un pub della Baviera senza alcuna correlazione con la cultura tedesca, oltre al fatto che non abbia infettato come una malattia le pie anime dei tedeschi sotto il Kaiser. Le radici a cui fa riferimento crescevano negli ambiti accademici, riformulandosi nella tipica filosofia sintetizzabile nei seguenti precetti: la superiorità del popolo germanico (si può ben notare come fosse radicata da più di due secoli leggendo persino gli illuministi tedeschi pre-unitari), la rinuncia dell’Individuo e la distruzione della sua figura in favore della collettività (Hegel docet), la guerra ultima.

Il dodicesimo capitolo del saggio, intitolato “Le radici socialiste del nazismo“, inizia così:

È un errore comune considerare il nazionalsocialismo come una semplice rivolta contro la ragione, un movimento irrazionale privo di background intellettuale. Se così fosse, il movimento sarebbe molto meno pericoloso di quello che è. Ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità o più fuorviante.

Poche righe più avanti, disquisendo sui leader intellettuali del socialismo che in seguito aiutarono a gettare le basi intellettuali per l’ascesa del Terzo Reich, Hayek afferma:

Non si può negare che gli uomini che hanno prodotto le nuove dottrine fossero potenti scrittori che hanno lasciato l’impronta delle loro idee sull’intero pensiero europeo. Il loro sistema è stato sviluppato con una spietata coerenza. Una volta accettate le premesse da cui inizia, non c’è via di fuga dalla sua logica.

Continua poi:

Dal 1914 in poi nacque dalle fila del socialismo marxista un insegnante dopo l’altro che guidò, non i conservatori e i reazionari, ma il lavoratore laborioso e la gioventù idealista nella piega nazionalsocialista. Fu solo in seguito che l’ondata di socialismo nazionalista raggiunse un’importanza maggiore e crebbe rapidamente nella dottrina hitleriana.

Ora, l’analisi passa ai leader del pensiero socialista. Il primo della lista è Werner Sombart (1863-1941),  marxista devotissimo che in seguito abbracciò  calorosamente il nazionalsocialismo e la dittatura:

Sombart aveva iniziato come socialista marxista e, nel 1909, poteva affermare con orgoglio di aver dedicato la maggior parte della sua vita alla lotta per le idee di Karl Marx. Aveva fatto tutto il possibile per diffondere idee socialiste e risentimento anti-capitalista di varie sfumature in tutta la Germania; e se il pensiero tedesco era così intriso di elementi marxiani in un modo da non essere comparabile a nessun altro paese fino alla rivoluzione russa, questo era in gran parte dovuto a Sombart.

Quest’uomo era anche un forte sostenitore della guerra e del ruolo del soldato alla prussiana per ogni tedesco maschio e adulto. Aveva la forsennata convinzione che una guerra tra la società capitalista inglese di “venditori ambulanti” e la società guerriera tedesca di “eroi” fosse inevitabile e vitale per il progresso del mondo.

Successivamente Hayek si dedica al professor Johann Plenge (1874-1963), citando qualche brano di quest’ultimo:

È giunto il momento di riconoscere il fatto che il socialismo deve essere una politica di potere, perché deve essere un’organizzazione. Il socialismo deve conquistare il potere: non deve mai distruggere ciecamente il potere. E la questione più importante e cruciale per il socialismo nel tempo della guerra dei popoli è necessariamente questa: quale popolo è preminentemente chiamato al potere, perché è il leader esemplare nell’organizzazione dei popoli?

Anche questo, un altro fanatico pazzo. Eppure, fuori da queste righe, rispecchiava alla perfezione il pensiero socialista.

Hayek cita anche Oswald Spengler (1880-1936), il quale incanala il socialismo direttamente nel nazismo, come possiamo vedere da questo suo paragrafo:

La questione decisiva non solo per la Germania, ma per il mondo, che deve essere risolta dalla Germania per il mondo è: nel futuro sarà il commercio a governare lo stato, o lo stato a governare il commercio? Di fronte a questa domanda il prussianesimo e il socialismo hanno la stessa risposta. Prussianesimo e socialismo combattono l’Inghilterra che sta nel mezzo.

Direttamente nel nucleo socialista, e come specificato da questi pensatori tedeschi, il liberalismo era (ed è ancora oggi) l’arcinemico della pianificazione e dell’organizzazione. E a meno che non venisse adottato il nazionalsocialismo a tutti gli effetti, il concetto di individuo non sarebbe stato sufficientemente distrutto nella mente di tutte le persone da permettere il dominio autoritario.

Questo odio e timore nei confronti dell’individuo è la visione del mondo abbracciata da questi pensatori e continua con coloro che affermano di essere socialisti oggi. A meno che il concetto di individualismo non venga completamente sradicato dalla mente di ogni persona, lo Stato come Spirito Assoluto non può venire alla luce.

Ecco perché l’individualismo è estremamente importante: per evitare un nuovo dittatorialismo autoritario, dal quale saremmo destinati a non uscire più. È l’individuo, più di ogni altra arma, insieme alla visione filosofica che difende i suoi diritti, che presenta il più grande ostacolo al totalitarismo.

Legge Severino: tra Incostituzionalità e Strumentalizzazione

La legge Severino stabilisce l’incandidabilità per i condannati in via definitiva per una serie di reati, ma anche la sospensione temporanea dall’incarico per governatori, sindaci, e amministratori locali che abbiano anche una sola condanna, in primo o secondo grado.

Le argomentazioni riguardo la Severino sono tornate in auge in questi giorni perché, come ricorderete, ha sancito la decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato e la sua incandidabilità, verdetto sul quale il patron di Mediaset ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e il 22 novembre scorso si è tenuta la prima udienza.

Le domande che ci si pone sono: questa legge è giusta? E’ in linea con la costituzione? E’ coerente con uno stato di diritto in regime di democrazia?

La Costituzione cita così: “art. 65 La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di deputato o di senatore“, “art. 66 Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”.

Ad un occhio non particolarmente attento potrebbe sembrare chiusa la questione, ma non è così. Le cause d’incandidabilità configurano uno status di inidoneità funzionale all’assunzione di cariche elettive, le cause di ineleggibilità, servono invece a garantire la libera ed eguale espressione del voto del corpo elettorale. Dunque se le cause di ineleggibilità e incandidabilità non coincidono, è tutto da dimostrare che il legislatore possa definire incandidabile un cittadino alle elezioni per il Parlamento. Questo per quanto concerne l’art. 65 cost..

Per il successivo invece che stabilisce che «spetta alla Camera di appartenenza giudicare sui titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità», ci si addentra nelle questioni di incandidabilità sopravvenuta, in sostanza si parla di retroattività. Cioè l’organo giudiziario (potere giudiziario appunto) con una sentenza, può modificare la composizione politica del parlamento (potere legislativo) potendo portare alla decadenza del parlamentare che è stato precedentemente votato democraticamente.

A mio avviso ci sono gli estremi per andare contro anche ad un altro articolo della Costituzione, il terzo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Vien da chiedersi in fine, come una sentenza di primo (o secondo) grado, possa esser tenuta così tanto in considerazione, quando potrebbe essere sconfessata nei gradi successivi.

In conclusione, il mio parare sulla questione è che se un candidato non merita di sedere in Parlamento, questo deve essere sancito dall’elettore che democraticamente sceglierà di non votarlo conoscendo il suo pregresso giudiziario (o magari sì). Mai e poi mai, un potere diverso da quello legislativo deve poter influire sulle scelte democratiche dell’elettorato.

La libertà concessa per legge non è libertà

Una donna cinese disse del blocco del governo su Google:  “Il governo dovrebbe dare alle persone il diritto di vedere ciò che vogliono online“. Un classico esempio di mentalità statalista, sia da una parte sia dall’altra: il governo deve dirti in cosa sei libero, quanto sei libero, in che modo devi esercitare la tua libertà?

La signorina considera i diritti delle gentili concessioni da parte del governo, che possono essere date e tolte e, quindi, controllate e regolate.

Consideriamo la situazione economica in Cina. Gli affari vanno a gonfie vele. La prosperità è alle stelle. Il tenore di vita è al massimo storico. Molte persone stanno arricchendosi esponenzialmente (anche se molti di loro sono funzionari del Partito). Qual è la ragione di tutta questa vivacità economica?

Semplice. Sei in un sito liberale, di cosa starò per parlare? Il governo ha ridotto la quantità di controlli precedentemente esercitati sull’attività economica. Meno regolamenti. Meno tasse. Meno burocrazia. Ridotte le restrizioni all’importazione e all’esportazione. Più proprietà privata. E, pensa un po’, con queste piccole accortezze hanno stravolto il mercato globale.

Stai forse insinuando che i cinesi ora sono liberi, nel senso economico del termine?”  No, no, non esageriamo. Ciò che il governo cinese dà, il governo cinese può togliere. La questione è: il governo cinese sta permettendo alle aziende ed ai privati di avere una maggiore “libertà” economica. La parola chiave in tutto ciò è “permettere”. Quando qualcuno sta permettendo a qualcun altro di avere “libertà”, allora la persona non è libera affatto.

Il concetto che manca alla signorina cinese – anzi, ai socialisti in generale – è che i diritti sono fondamentali e innati. Come tali, vengono prima del governo. Pertanto, l’idea che il governo possa legittimamente dare e togliere e controllare e regolamentare i diritti delle persone è ridicola.

Qui però si parla, ma di quali diritti stiamo parlando? Esiste un unico diritto fondamentale, valido per tutte le persone, indipendentemente dall’etnia, dal colore, dal credo, dalla nazionalità, o qualsiasi altra cosa: è il diritto di vivere la propria vita con qualsiasi scelta si voglia, purché la condotta non infici nella libertà altrui o in quella collettiva.

Ahimè, è qui che casca l’asino. Gli statalisti nostrani considerano la libertà economica come un “diritto” che il governo dà alle persone. Dunque, non vedono nulla di sbagliato se sono i funzionari governativi a decidere chi può accedere a professioni e occupazioni, a controllare e regolare l’attività economica, a decidere in quale misura le persone saranno autorizzate a mantenere il proprio reddito ed a determinare come verranno spesi i soldi dei contribuenti.

A volte ci sono politici più gentili che consentono, una volta giunti al potere, ai privati di impegnarsi in attività economiche con meno controllo e tasse più basse. Ma non chiamiamoli liberali. La vera libertà implica vivere la propria vita come si vuole (purché bla bla bla) mentre il governo esercita il potere di fare nient’altro che proteggere l’esercizio di tale libertà.

Perché un omosessuale non dovrebbe essere socialista ma liberale

Socialismo e Omosessualità

Al giorno d’oggi è molto diffusa l’idea che a portare avanti le battaglie riguardanti i diritti omosessuali siano stati, nell’epoca moderna, sempre i socialisti.
Facendo questa assunzione si commette un gravissimo errore, poiché -andando indietro di un paio di secoli-i primi accenni ai diritti omosessuali derivano dall’Illuminismo. Chiaramente il concetto moderno di socialismo non era ancora nato, ma quando nacque la situazione non migliorò: pare che Marx ed Engels non fossero tanto disposti a ben accettare l’omosessualità, siccome non rientrava -a parer loro- fra le necessità della società.

Analizzando dunque la genealogia del pensiero, quali sono i motivi per cui i primi ad accettare l’omosessualità furono gli individualisti mentre a dichiararla fuori gioco furono proprio socialisti?

E’ anche vero fossero altri tempi, per cui il contesto sociale non permetteva una vera e propria accettazione di un pensiero così vicino a quello moderno, tuttavia il Socialismo si propone di perseguire l’evoluzione della società tramite la lotta di classe ambendo all’uguaglianza sostanziale.

Per poter arrivare all’uguaglianza sostanziale bisogna anzitutto trovare un modello perfetto che rappresenti ciò a cui tutti membri della società dovrebbero tendere; ma il problema risiede esattamente in questo loro precetto: fissati i parametri di uguaglianza sostanziale chiunque ne sia fuori dovrà raggiungerli.

Non è un caso che la destra socialista, fissati i parametri di rispetto nei confronti dei dogmi fra cui i classici Dio Patria Famiglia, affermi l’esclusione degli omosessuali dal bacino della normalità.

Questa destra è recalcitrante nell’accettare i diritti individuali: gli stessi che idolatrano lo Stato Sociale vedono come nemico colui che chiede di potersi esprimere, anche solo nel privato, in maniera diversa. La genesi di questo odio, in realtà, si ritrova nel conservatorismo in forma di limitazione mentale che non permette di accettare qualcosa di diverso dalla maggioranza, seguendo come gli animali l’istinto della conservazione e dunque volti a perpetrare -senza metterlo in discussione- ciò che ha concesso alla specie di andare avanti fino a quel momento.

Per compensare l’aver parlato di questa destra socialista, ora citerò Engels in una delle sue lettere a Marx:

«I pederasti [ndr: vezzeggiativo per “omosessuali”] iniziano a contarsi e scoprono di formare una potenza all’interno dello Stato. Mancava solo un’organizzazione, ma secondo questo libro sembra che esista già in segreto. E poiché contano uomini tanto importanti nei vecchi partiti ed anche nei nuovi, da Rösing a Schweitzer, la loro vittoria è inevitabile. D’ora in poi sarà: “Guerre aux cons, paix aux trous de cul!”» (Guerra alla gnocca, pace ai buchi di culo!)

L’enfasi sull’individualità nell’Illuminismo, la natura individualista del libero scambio e della libera associazione e la domanda di diritti individuali hanno indotto naturalmente a pensare più attentamente alla natura dell’individuo e a riconoscere gradualmente che la dignità dei diritti individuali deve essere estesa a tutte le persone.

Attualmente, molti omosessuali commettono l’errore di identificarsi in un gruppo di appartenenza, anziché identificarsi nella loro lotta per la conquista dei diritti individuali. In questa maniera non fanno altro che utilizzare lo stesso metodo dei loro avversari: creare un pensiero comune e autocefalo per contrastare un pensiero comune e autocefalo. (Benché di cefalico non ci sia molto, nella negazione dei diritti omosessuali)

I diritti individuali sono gli stessi per qualsiasi altra persona, è molto più equo  lottare maggiormente per i diritti individuali di libertà di scelta che per specifici diritti per gruppi, poiché ciò crea distinzioni e/o privilegi per i gruppi stessi.

Sessualità e Stato Autoritario

L’espressione sessuale umana può articolarsi in molteplici forme basate sulla scelta volontaria. La cultura occidentale ha la tendenza a limitare, inscatolare ed enumerare le possibilità delle persone; tutto ciò talvolta avviene tramite leggi, le quali non hanno più funzione limitativa bensì di catalogazione: ci dicono tutto ciò che possiamo fare, anziché ciò che non possiamo fare.

Per cui, gli individui non vengono più lasciati agire nella libertà, ma nel campo ristretto creato dalle leggi, non possono più effettuare scelte singolari riguardanti le questioni più intime, come religione e sessualità, venendo obbligati dalla società a dichiararsi cattolici, islamici, atei, oppure eterosessuali o omosessuali. Ciò che dovrebbe essere intimo, spesso diventa una bandiera alla vista di tutti.

Fino al 1750 circa gli uomini, in tutto il mondo occidentale, catturati in atti omosessuali furono bruciati al palo. Perché fino al 1750? Da allora una filosofia si stava diffondendo nel mondo occidentale, le cui dottrine individualistiche e umane dovevano alterare gli atteggiamenti pubblici e i codici legali. Questo era il liberalismo classico o, come direbbero ora, il libertarianismo, che insisteva nel limitare il potere dello Stato ad un minimo assoluto.

Così Jeremy Bentham, filosofo classico liberale e teorico legale, ha concluso che gli atti omosessuali volontari non dovrebbero essere vietati dalla legge, in quanto “crimini fittizi”, al massimo che danneggiano nessuno ma i partecipanti liberi. E John Stuart Mill, nel 1859, nel suo classico libertario On Liberty, ha presentato il seguente principio che, più di ogni altra formulazione, ha contribuito a liberare le persone gay dall’oppressione legale nel mondo inglese:

L’oggetto di questo saggio è quello di affermare un principio molto semplice come il diritto di governare i rapporti della società con l’individuo tramite compulsione e controllo […] Il principio è che il solo fine per cui l’umanità è tenuta, individualmente o collettivamente, ad interferire con la libertà d’azione di qualunque numero di essi è l’autoprotezione […] Il suo bene, fisico o morale, non è un mandato sufficiente […] Su di sé, sopra il proprio corpo e la propria mente, l’individuo è sovrano.

A causa del clima di opinione del loro tempo, la maggior parte dei liberali classici erano troppo prudenti per trarre le implicazioni logiche della loro filosofia specificamente per l’omosessualità; con il tempo è diventato sempre più evidente che la sovranità dell’individuo su sé necessariamente includeva le scelte sessuali.

 

Il punto di vista Individualista

Gli individualisti, i liberali ed i libertari non hanno mai dovuto sollevare la propria coscienza sul tema della “liberazione omosessuale” né costringerla a concedere anche agli omosessuali di essere cittadini di serie A, siccome lo erano già in partenza: un individualista promuove la piena libertà di sviluppo individuale per ogni persona, dunque crede implicitamente ai diritti gay.

Sul lungo termine, le persone omosessuali non avranno bisogno dell’aiuto dello Stato, non appena il progresso dei loro diritti e la relativa accettazione da parte della società saranno bisogni completamente espletati. Inoltre, è lo Stato stesso che ha per secoli demonizzato la figura degli omosessuali, condannandoli a morte o a rinnegare la propria sessualità, dunque come nessun individuo dovrebbe usare lo Stato e l’Autorità per imporre le proprie idee, nessuno dovrebbe imporre l’accettazione dell’omosessualità, benché sia un giusto principio individuale: ciò che lo Stato può imporre è il rispetto delle altrui Libertà, ma non deve opprimere chi la pensa diversamente.

Un accenno alle unioni civili: la vera questione che dovrebbe essere affrontata è il motivo per cui qualsiasi relazione richiede che la sanzione del governo sia valida. Non esiste alcuna funzione intrinseca che il governo esegue in un rapporto omosessuale o eterosessuale. Le licenze di matrimonio sono un buon flusso di entrate per lo Stato, ma non sono necessarie per un rapporto funzionale e soddisfacente. La classica risposta liberale al problema del matrimonio gay è quella di sostenere l’abolizione di tutte le licenze di matrimonio. Rimarranno quelle previste dalla religione, poiché il matrimonio è effettivamente un rito religioso.  Se ci sono certi diritti di eredità e determinazioni mediche, questi dovrebbero essere eseguiti contrattualmente indipendentemente da qualsiasi relazione matrimoniale o romantica. Allo stesso modo, se voglio designare un amico con cui non condivido una relazione romantica per questi stessi diritti, tale accordo dovrebbe essere consentito e supportato. Le licenze matrimoniali correnti dovrebbero essere eliminate e sostituite da una “licenza di reciproca dipendenza” o equivalente che consente agli individui di stabilire i diritti tradizionalmente associati al matrimonio, indipendentemente dalla natura della loro relazione o dal sesso di ciascun partner.

Su tutti questi aspetti – e su tanti altri – gli individualisti ed i liberali hanno adottato posizioni destinate a spostarci verso una società sostanzialmente più libera di quella che abbiamo ora. E nel nostro impegno verso un mondo dove gli omosessuali avranno la stessa opportunità di significato e dignità nella vita di tutti gli altri esseri umani, nessun altro ideale politico e filosofico potrà attaccarci.

Cosa è e cosa NON è il Liberalismo

Da quando sono entrato ne “L’Individualista Feroce”, ho letto con estremo interesse i numerosi commenti scritti sotto i nostri post. Tralasciando i commenti caustici e odiosi di certi utenti, che avevano il solo scopo di denigrare non solo le nostre idee, ma anche noi stessi, non ho potuto fare a meno di notare una certa confusione, per non dire ignoranza, su cosa sia effettivamente il liberalismo. Sia chiaro, il termine ignoranza è inteso nel senso letterale del termine, il semplice non-sapere, dunque scevro da qualsiasi accezione dispregiativa.

Tale ignoranza non deve sorprendere, poiché sono anni che dal dibattito pubblico italiano sono scomparsi rappresentanti del liberalismo classico. Parlando per esperienza personale, quando ti definisci liberale la gente tende a fraintendere il tuo pensiero, semplicemente perché non sa cosa significhi effettivamente.

Ebbene questo articolo ha l’ambizione (forse la presunzione) di voler dare una definizione chiara di questa idea che è il liberalismo, ricordando sempre che esso non è un dogma, ma una serie di principi guida.

Prima di tutto ritengo opportuno fare una distinzione semantica di concetti fra loro correlati, ma differenti, che troppo spesso vengono usati come sinonimi.

  • Liberalismo: Atteggiamento etico-politico dell’età moderna e contemporanea, tendente a concretarsi in dottrine e prassi opposte all’assolutismo, fondate essenzialmente sul principio che il potere dello Stato debba essere limitato per favorire la libertà d’azione del singolo individuo. Dal rischio assolutistico e totalitaristico di uno Stato, deriva l’opposizione liberale allo Statalismo. Uno dei principali teorici del Liberalismo fu Ludwig Von Mises.
  • Liberismo: Il liberismo è una teoria economica che sostiene e promuove la libera iniziativa e il libero mercato come unica forza motrice del sistema economico, con l’intervento dello Stato limitato al più alla realizzazione di infrastrutture di base (ponti, strade, ferrovie, autostrade, gallerie, edifici pubblici etc.) a sostegno della società e del mercato stesso. La sottolineatura è stata inserita per evidenziare un concetto poco noto ai detrattori del liberismo. Noi consideriamo lo Stato un attore fondamentale per il coordinamento dell’attività economica di un Paese. Lo Stato fa da supporto all’economia, non ne è il motore.
    Per la verità, il termine Liberismo fu coniato da Benedetto Croce per indicare la teoria economica afferente al Liberalismo, ma per questo fu criticato da diversi esponenti del liberalismo classico fra cui Von Hayek, Einaudi e Antonio Martino, i quali sostenevano che i concetti sopra esposti fossero parte integrante e non scindibile del concetto di Liberalismo.
  • Libertarismo: Libertarismo, dal francese libertaire, è un termine che indica un ideale e una filosofia-politica che considera la libertà come valore fondamentale, anteponendo la difesa della stessa ad ogni autorità o legge. Il libertarismo mira, cioè, ad una forte limitazione o ad una eliminazione del potere dello Stato e di tutti quegli enti che limitano o avversano la giustizia sociale e la libertà individuale e politica.
  • Capitalismo: è un concetto molto vago sul quale nessuno è mai riuscito a dare una definizione che fosse in grado di mettere d’accordo tutti. Impropriamente usato come sinonimo di liberismo, il termine capitalismo nasce con un’accezione dispregiativa per indicare un’economia in cui è prevista la proprietà privata dei mezzi di produzione da parte di individui o società e che compra e vende beni capitali e fattori di produzione, senza alcun tipo di controllo statale.
  • Neoliberismo: si indica un orientamento di politica economica favorevole ad un mercato privo di regolamentazione e di autorità pubblica ovvero in balia delle sole forze di mercato. Si differenzia dal liberalismo classico per la quasi totale esclusione dello Stato, in qualità di attore economico.
  • Liberal: Termine anglo-sassone, adottato negli USA negli anni ’50-’60 da coloro che rivendicavano e promuovevano posizioni socialiste. Come ovvio, i Liberal americani e i Liberali Classici sono su posizioni completamente opposte, nonostante i nomi simili. I Socialisti americani adottarono il termine molto più morbido di liberal, a causa della repressione su chiunque si dichiarasse apertamente socialista o ancor peggio comunista in quel periodo, e in special modo durante la campagna “terroristica” del Senatore McCarthy.

Noi de “L’Individualista Feroce” ci definiamo Liberali classici (e dunque anche Liberisti, secondo l’accezione di Einaudi e Hayek). Crediamo nel libero mercato, nella concorrenza leale, nella difesa e protezione dei diritti dei consumatori e affidiamo all’autorità pubblica, e alla legge che da essa scaturisce, il compito di difendere le libertà individuali, anche quelle economiche. In termini più semplici, il pensiero liberale si può riassumere in: “La mia libertà finisce dove comincia quella degli altri. La libertà degli altri finisce dove comincia la mia”.

Ora vorrei spiegare cosa non è il liberalismo, passando per una serie di esempi o luoghi comuni che puntualmente vengono attribuiti a esso:

  • “Voi Liberali volete distruggere il Welfare e lasciare la gente ad arrancare nel Far West”: No, non siamo contrari al Welfare, nel modo più assoluto. Noi siamo critici verso un sistema di Welfare pubblico che, a parole, dice di essere per tutti, ma che in realtà, molto spesso, offre un servizio infimo e costoso, tanto che molte persone sono costrette a usufruire del welfare privato, per avere quel servizio per il quale già pagano il sistema pubblico. Noi liberali vorremmo semplicemente poter intavolare una discussione su un riassetto del sistema, anche considerando la possibilità di demandare al privato l’erogazione di alcuni servizi, smettendo di considerare l’argomento un tabù. L’obiettivo di questa discussione sarebbe trovare il sistema più efficace ed efficiente possibile per il consumatore finale. P.S. Onestamente non ho ancora capito questa storia del Far West, che più volte viene ripresa.
  • “La politica neoliberista ha mandato in rovina il paese”:  Non è vero, ciò che ha rovinato questo paese sono state le politiche dissennate del “tassa e spendi” degli anni ’70 e ’80, e continuate poi successivamente senza discontinuità, basate su un’errata interpretazione, o meglio portando come giustificazione, le teorie economiche keynasiane. È vero che Keynes sostenesse l’intervento dello Stato nei momenti più critici per l’economia (crisi del ’29, dopoguerra ecc.), ma è anche vero che persino lui invitava ad un progressivo abbandono dell’intervento statale, nel momento in cui si fosse innescata la ripresa economica. In Italia invece, nonostante il boom economico già in atto, si è continuato a spendere esponenzialmente senza alcun riguardo per la tenuta dei conti pubblici e senza alcuna parsimonia da “buon padre di famiglia”. Soprattutto non era spesa per investimenti pubblici che nel lungo periodo avrebbero portato grande utilità al paese, ma era solo spesa ingente di breve periodo, con poco o nullo impatto sullo sviluppo economico. L’aumento di debito pubblico in fase di espansione economica ha fatto sì che, quando si è arrivati alla recessione del 2009-2010, i margini di spesa che si potevano sfruttare fossero strettissimi, proprio nel momento in cui ne avremmo avuto più bisogno. La Germania nel 2003 aveva una situazione di conti pubblici molto peggiore a quella che noi abbiamo attualmente, ma con una politica economica rigorosa (effettivamente “lacrime e sangue”) è riuscita a sistemarla, diventando la potenza economica che è adesso. La medicina fu amara, ma il paziente ne aveva bisogno. Affrontando adesso il discorso Austerity, vorrei fare alcune precisazioni: le politiche cosiddette di austerità, hanno il solo scopo di ridurre il deficit e rendere il debito pubblico sostenibile nel tempo. Questo si può fare in due modi, distinguendo così fra quelle che io chiamo Austerity buona e Austerity cattiva: il primo modo prevede la riduzione, riformulazione ed efficientamento della spesa pubblica, che nel lungo periodo può e deve portare alla riduzione delle tasse. Il secondo modo, invece, prevede l’aumento delle tasse e il successivo aumento della spesa pubblica. Entrambi i metodi passano in primis per una politica fiscale restrittiva e poi per una politica fiscale espansiva, successivamente. La differenza è che nel secondo caso i margini di manovra sono molto più stretti, poiché non si possono aumentare troppo le tasse, a meno di non causare sconquassi a livello economico e sociale, e dunque non si può neanche aumentare troppo la spesa, specialmente quando è già molto alta come quella italiana. Inutile ricordare cosa scelse di fare il “mitico” Governo Monti, che non solo scelse il metodo meno efficace, ma riuscì a farlo anche male. Riassumendo, le politiche “tassa e spendi”, portate ancora avanti dal governo attuale, hanno sconquassato i conti pubblici senza avere una proporzionata crescita di PIL, e successivamente, poiché ridimensionare la spesa pubblica in questo paese è un tabù assoluto (basti vedere che fine hanno fatto i commissari alla Spending Review e le loro relazioni), si è optato per delle politiche fiscali folli, in continuità con il passato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
  • “La Riforma Fornero è una politica liberista che ha creato un sacco di danni”: Dato che so già che arriverà un commento di questo tenore, faccio che rispondere subito. Si stima che circa 2/3 della spesa pubblica italiana sia destinata al sistema pensionistico. Questo è di fatto un problema di non semplice soluzione. La Riforma Fornero fu un tentativo di rimodulare il sistema previdenziale che, come tutti sanno, è uno dei grandi problemi di questo paese. Sebbene tale riforma potesse essere lodevole nell’intento, gli effetti sul lungo periodo sono stati disastrosi e soprattutto fu incapace di scalfire minimamente il problema del sistema previdenziale. Fu una riforma raffazzonata, pasticciata e fatta di fretta. La riforma del sistema previdenziale è un passaggio obbligato per il risanamento dei conti pubblici e per il rilancio dell’economia, ma non riteniamo che questo sia il metodo. Mi permetto anche di aggiungere che, oltre che prendersela con la Fornero, bisognerebbe anche prendersela anche con coloro che hanno creato il problema in primis, e cioè coloro che per anni hanno sostenuto un sistema previdenziale retributivo.
  • “Voi liberali vi curate solo degli interessi delle multinazionali”:  Questo è uno dei punti preferiti dei detrattori del liberalismo. Questa frase è palesemente falsa. I liberali si curano degli interessi di TUTTE le imprese, piccole o grandi che siano, poiché riteniamo che siano il vero motore della prosperità economica e sociale di un paese, e allo stesso tempo difendiamo a spada tratta i diritti dei consumatori. Su quest’ultimo punto non transigiamo. Fra queste imprese, difendiamo anche gli interessi delle multinazionali o big corporation, nazionali e non, e riteniamo stupido scagliarsi contro queste aziende, e ora intendo spiegare perché. Qualche dato giusto per orientarsi (fonte ISTAT, periodo di riferimento 2014): In Italia sono attive circa 13569 imprese a controllo estero, contro le 22388 controllate italiane all’estero. Le multinazionali estere contribuiscono per il 27,4% dell’export italiano, un fatturato di circa 524 mld €, valore aggiunto per 97 mld e un contributo all’ R&D del 23,9% e danno lavoro a circa 1,2 mln di persone. A discapito della vulgata comune, in media, i dipendenti delle multinazionali sono trattati molto meglio e hanno stipendi e condizioni di lavoro migliori rispetto ai loro omologhi di imprese nazionali. Per quanto riguarda, invece, quelle multinazionali che si trasferiscono all’estero, in paesi dove la considerazione per i diritti dei lavoratori, civili e umani è scarsa, riteniamo che sfruttare queste condizioni da parte di queste imprese sia un errore, se non un atto criminale. Ogni qual dove si violino i diritti delle persone, tale violazione va perseguita giudiziariamente se possibile, o attraverso azioni di protesta. La violazione dei più elementari diritti umani e civili non può essere tollerata in alcun caso.
  • “Le multinazionali si trasferiscono all’estero per pagare meno tasse”. Verissimo, dato che in Italia abbiamo un Total Tax Rate di circa il 62%, non si capisce perché dovrebbero volontariamente restare in Italia, quando possono legalmente trasferirsi altrove e pagare di meno. Se invece di sbraitare ci rendessimo conto di questo e decidessimo di ridurre e semplificare le tasse sulle imprese, non solo avremmo un effetto benefico per le imprese nazionali e per l’economia tutta, ma diventeremmo anche un paese attrattivo per queste multinazionali che a quel punto si trasferirebbero molto volentieri in Italia.
  • “I liberisti sfruttano e schiavizzano i dipendenti”: Ho in parte già risposto poco sopra, ma intendo approfondire. A tal proposito mi viene in mente un pezzo di cronaca letto tempo fa: la vicenda girava intorno un grande negozio di elettronica di consumo e riguardava una dipendente che, durante il turno di lavoro, chiese al titolare di potersi assentare per poter andare in bagno. Il titolare rispose di no, nonostante le ripetute richieste della dipendente, la quale alla fine non riuscì più a trattenersi e finì per farsela addosso, con sua grande vergogna, davanti ai clienti. Sotto la notizia lessi parecchi commenti dello stesso tenore: “maledetti neo liberisti, capitalisti, sfruttatori dei lavoratori ecc.”. La vicenda è vergognosa e sfortunatamente ricalca numerose situazioni lavorative, ma dare la colpa ai liberali e alle nostre idee è sbagliato. Il titolare, e chiunque si comporti così verso i propri dipendenti, non è un liberale, è semplicemente un coglione. Andando più nello specifico, questo comportamento non attiene al liberalismo poiché il violare i diritti dell’individuo è assolutamente contrario alle nostre idee. Noi aborriamo comportamenti di questo tipo, che sia il titolare del piccolo negozio, l’imprenditore, l’amministratore delegato ecc. ad adottarli. Non solo, un comportamento del genere è classificabile come mobbing e DEVE essere denunciato. Noi siamo a favore delle imprese, degli imprenditori E dei dipendenti, i quali devono essere trattati in modo giusto, equo e rispettoso.
  • “Voi liberisti state dalla parte delle Banche” Altro punto che piace molto ai nostri detrattori. Non è vero, noi riteniamo importantissimo il ruolo delle banche e di tutti gli intermediari finanziari all’interno del quadro legislativo, ma lo interpretiamo come supporto all’economia. Bisogna fare finanza per l’economia e non finanza per la finanza. La finanza deve essere l’olio lubrificante e non il motore dell’economia. Noi liberali rifiutiamo il concetto di “Too Big to Fail”, anche se riconosciamo che a volte, per il bene del paese, costi meno salvare la banca, ma allo stesso tempo pretendiamo che i manager che hanno portato al dissesto della banca vengano processati penalmente, e che vengano tolti loro tutti i requisiti di onorabilità necessari per sedere nuovamente in consigli di amministrazione di banche o imprese. Le banche sono a tutti gli effetti imprese non dissimili dalle altre e, se gestite malamente/criminalmente, fatti salvi i depositi e i conti correnti, bisogna avere il coraggio di far chiudere loro i battenti.