Viaggio nella storia pensionistica italiana

In questo nuovo articolo della nostra campagna sulle pensioni faremo un viaggio nello statalismo assistenziale più spinto; ossia racconteremo la storia del sistema pensionistico italiano. È una storia che deve essere raccontata: per sconfiggere il tuo nemico, devi conoscerlo.

Nel nostro primo articolo avevamo invece rapportato la spesa pubblica italiana con quella di alcuni Paesi europei, lo potete ritrovare qui.

Il primo antenato dell’odierno INPS (Istituto Nazionale di Previdenza Sociale) fu istituito addirittura nel 1898 e subì numerose modifiche fino al 1943 quando, durante il regime fascista, prese le denominazione attuale. 

Inizialmente il sistema italiano era a capitalizzazione: i lavoratori versavano in fondi pensionistici quote del loro stipendio, che venivano accantonate e investite in modo da garantire a ciascuno una pensione in linea con quanto versato nell’arco di tutta la vita lavorativa.

Nel 1969 l’ordinamento a capitalizzazione fu definitivamente abbandonato a favore di uno a ripartizione: un sistema in cui i contribuenti pagano le pensioni erogate a chi ha già smesso di lavorare – con la speranza che un giorno i futuri lavoratori pagheranno la loro. 

La riforma del 1969 (legge Brodolini) istituì la pensione sociale per i cittadini con più di 65 anni di età con reddito considerato minimo, e quella di anzianità per i cittadini con 35 anni di contribuzione che non avevano raggiunto l’età pensionabile. Inoltre, era previsto che il calcolo della pensione fosse realizzato in base alla retribuzione degli ultimi 5 anni di lavoro, di conseguenza l’assegno percepito era mediamente più cospicuo rispetto ai contributi realmente versati. Infine, venne prevista la perequazione automatica delle pensioni, cioè la rivalutazione delle pensioni sulla base dell’indice dei prezzi al consumo.

Il sistema pensionistico concepito nel 1969 era molto più soggetto a generare squilibri di bilancio, coperti sistematicamente dallo Stato, rispetto a quello a capitalizzazione e segnalava la nuova ratio con cui la classe politica italiana intendeva gestire le pensioni: statalismo assistenziale spinto e feticismo per il debito pubblico.

Il passo successivo arrivò nel 1973, che verrà ricordato come un anno maledetto per la storia del bilancio pubblico italiano. Fu l’anno in cui il governo Rumor IV inaugurò la sciagurata stagione delle baby pensioni e i politici italiani scoprirono un altro modo per essere generosi con i soldi prelevati dalle tasche altrui. Venne quindi deciso che le donne sposate con figli potessero andare in pensione con 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi, gli statali con 20 e i dipendenti locali con 25. Curiosamente la riforma arrivò giusto due giorni prima di Natale, come un bel pacchetto da scartare per tutti gli italiani; peccato fosse un pacco bomba, scoppiato in faccia a chi si impegnava per lavorare onestamente e alle nuove generazioni. Basti pensare che nel 2018 la spesa per questa voce era ancora di 7,5 miliardi € l’anno, divisa tra 400mila privilegiati.

 

Dagli anni ‘90 ai giorni nostri

 

All’inizio degli anni ‘90 era ormai chiaro che il nostro sistema pensionistico non era più sostenibile. La riforma Amato del ‘92 fu il primo tentativo per risolvere il problema, innalzando l’età pensionabile così come la contribuzione minima per la pensione di anzianità. La riforma Dini del 1995 segnò invece il passaggio (parziale) [1] a un sistema a ripartizione di tipo contributivo, dove le pensioni sono calcolate sulla base delle somme versate nel corso della vita lavorativa (ma i contributi dei lavoratori continuano a pagare le pensioni attuali e non vanno ad alimentare un fondo).

Le due riforme non furono sufficienti a raddrizzare la situazione e si dovette intervenire ancora. Nel 1997 la prima riforma Prodi innalzò ancora i requisiti di contributi maturati per avere accesso alla pensione, eliminò le baby pensioni e ridusse le differenze di trattamento tra dipendenti pubblici e privati. Nel 2004 la riforma Maroni aprì il sistema pensionistico alla previdenza complementare e integrativa (dunque a fondi privati che potevano fornire una ulteriore pensione ai lavoratori che vi accedevano), nell’ottica di tutelare le generazioni più giovani, e introdusse lo “scalone” (un aumento dell’età anagrafica per uscire dal mondo del lavoro). 

La riforma Maroni sarebbe dovuta entrare in vigore a partire dal 1 Gennaio 2008, ma non ci riuscì mai. Nel 2007 il governo di centrosinistra fece una controriforma, sotto la pressione dei sindacati, e diluì le restrizioni ai pensionamenti che sarebbero dovute derivare dalla riforma Maroni. Essa viene ricordata ironicamente come quella degli “scalini”.

 

Le riforme degli anni ‘90 e primi Duemila non furono sufficienti a risolvere l’impatto del sistema pensionistico sulle casse pubbliche, già disastrate di per sé. Quando l’Italia fu investita da una delle più gravi crisi economiche della sua storia nel 2011, il governo tecnico Monti intervenne con misure radicali.

Il decreto Salva Italia venne immaginato per mettere in sicurezza la finanza pubblica e, ovviamente, non poteva mancare la parte dedicata alle pensioni, la famigerata riforma Fornero. Le idee di fondo erano l’equità intergenerazionale ed intragenerazionale, la maggiore flessibilità nell’accesso ai trattamenti pensionistici e l’adeguamento dei requisiti di accesso alla speranza di vita. Venne definitivamente abbandonato il sistema retributivo, rimasto in vigore per alcune categorie nonostante la riforma Dini, ed applicato il sistema contributivo per tutti i lavoratori. Data la bassa età reale di pensionamento (circa 61 anni per gli uomini, contro i 65 teorici), sono stati innalzati ulteriormente i requisiti d’accesso, 66 anni per gli uomini (dipendenti ed autonomi) e per le lavoratrici del pubblico impiego; a 62 anni per le lavoratrici dipendenti del settore privato; a 63 anni e 6 mesi per le autonome e la parasubordinate. 

Infine, la legge di bilancio del 2019, l’unica varata dall’allora governo Lega-M5S, conteneva anche una misura che impattava il sistema pensionistico: Quota 100. Essa prevede la possibilità di uscita anticipata dal mondo del lavoro per tutti coloro che vantano almeno 38 anni di contributi con un’età anagrafica minima di 62 anni. Quota 100 non è però una riforma strutturale; è stata infatti concepita come una deroga per gli anni 2019, 2020 e 2021, da confermare ogni anno.

Quello che manca nella deprimente storia delle pensioni italiane, è evidente, sono libertà e sicurezza. Ancora adesso i lavoratori italiani non versano i propri contributi in un fondo a loro scelta che li farà crescere e fruttare (e gli permetterà di godersi una serena vecchiaia); quei soldi finiscono a pagare le pensioni attuali. Certo, lo Stato promette che un giorno fornirà anche a noi una pensione (pagata da qualcun altro) ma che certezza ne abbiamo? Tutte le riforme degli ultimi 30 anni provano che quando un governo ha bisogno di soldi non si fa scrupoli a rinnegare le promesse fatte in precedenza.

In un mondo liberale nessun cittadino potrebbe essere obbligato a mantenere con le proprie tasse intere categorie favorite dallo Stato (come i dipendenti pubblici), ma dovrebbe invece avere il diritto di scegliere a quale fondo (pubblico o privato) versare i propri soldi, in modo da programmare a suo piacimento l’uscita dal mondo del lavoro. Questo è il mondo che immaginiamo, un mondo di libertà e opportunità.

 

 

Articolo ideato, scritto e curato da:

Francesco Chevallard

Leonardo Accardi

Alessandro Pala

Mattia Maccarone

 

 

Note

[1] In particolare, si passò a un criterio misto in cui l’assegno percepito era in parte legato alla retribuzione ed in parte legato ai contributi versati durante la vita lavorativa, e ad un criterio puramente contributivo per chi doveva ancora iniziare a lavorare.

Fonti

https://tesi.luiss.it/7708/1/paolillo-francesca-tesi-2014.pdf

http://www.fondapol.org/wp-content/uploads/2019/07/135-RETRAITES-ITALIE_VO_2019-07-11_w.pdf

https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=52198

https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/previdenza/focus-on/Previdenza-obbligatoria/Pagine/Evoluzione-del-sistema-previdenziale.aspx

http://www.covip.it/wp-content/uploads/evoluzionedelsistemapensionistico.pdf

http://www.covip.it/wp-content/uploads/EvoluzioneSistema.pdf

http://www.treccani.it/enciclopedia/sistema-pensionistico-a-capitalizzazione_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/previdenza/focus-on/Previdenza-obbligatoria/Pagine/Il-passaggio-dal-sistema-retributivo-a-quello-contributivo.aspx

https://tuttoprevidenza.it/wp-content/uploads/2016/10/CriptCompleto-Una-piccola-storia-della-previdenza-italiana.pdf

https://www.ilsole24ore.com/art/il-macigno-baby-pensioni-75-miliardi-costano-piu-quota-100-AEJcFAUG

https://st.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2013-12-26/pensioni-compie-40-anni-decreto-che-fece-nascere-babypensioni-e-che-ci-costa-ancora-oggi-04percento-pil-184329.shtml?uuid=AB9cLEm

https://www.borsaitaliana.it/notizie/speciali/pensioni/la-riforma-amato.htm

https://www.borsaitaliana.it/notizie/speciali/pensioni/la-riforma-dini.htm

https://www.borsaitaliana.it/notizie/speciali/pensioni/la-riforma-maroni.htm

https://pagellapolitica.it/dichiarazioni/7973/fu-maroni-ad-agganciare-eta-pensionabile-e-aspettativa-di-vita

https://www.repubblica.it/economia/2016/04/13/news/pensioni_scheda-136973152/

https://www.borsaitaliana.it/notizie/speciali/pensioni/la-riforma-fornero.htm

OCSE (Pensions at a Glance 2011, https://www.oecd-ilibrary.org/docserver/pension_glance-2011-en.pdf?expires=1589191905&id=id&accname=guest&checksum=BD5629BC8909B455207AF6A32DA776A4)

https://www.pmi.it/tag/quota-100

Come il libero mercato favorisce l’integrazione dei transgender nel lavoro

Alcuni giorni fa discutevo con un’amica. Lei, donna transgender, lamentava la discriminazione che riceverebbero le trans nel mondo del lavoro. Sosteneva che a causa di un problema culturale, certamente esistente, queste fossero emarginate rispetto alle donne biologiche in relazione alla carriere lavorativa. Ho deciso così di assumere che questa rappresentazione fotografasse esattamente la realtà delle condizioni di integrazione delle trans nel lavoro.

Se fosse vero che le persone trans sono discriminate sul lavoro a parità di rendimento con le donne biologiche, allora per logico effetto economico le loro prestazioni lavorative avrebbero un valore inferiore. Presupponendo che le aziende siano degli agenti economici razionali che hanno l’obiettivo di massimizzare il profitto, sarebbero portate presto o più tardi ad assumere le donne trans con una retribuzione inferiore al posto di donne biologiche con una retribuzione maggiore. In tal modo massimizzeranno il profitto economico dell’impresa.

Sempre se è vero che le donne trans hanno un rendimento lavorativo uguale a quello delle donne biologiche, in un’economia basata sulla concorrenza e il libero mercato, le aziende si accorgerebbero che alcune a loro concorrenti stanno realizzando extra profitti licenziando le donne biologiche e assumendo le trans a un salario inferiore. Questo porterebbe anche le altre aziende a fare la stessa cosa, fino a quando la richiesta di lavoratrici trans, che nel breve periodo ha subito un’impennata, non torni ad essere costante.

Nel lungo periodo i salari delle donne trans tenderanno quindi a crescere e a equipararsi a quelli delle donne biologiche. Questo non rappresenta altro che il raggiungimento di uno stato stazionario al quale l’economia tende naturalmente.

Perché essendo la nostra una società capitalista questo non avviene? Le considerazione possono essere molteplici.

La prima è che l’economia italiana non è in condizioni di libera concorrenza svincolata da un intervento pubblico che ne deforma la genuinità. La presenza di leggi che in teoria dovrebbero disincentivare il licenziamento, la presenza di vincoli alla facilità di assunzione e licenziamento, la presenza di assurde regolamentazioni che rendono più praticabili i licenziamenti collettivi a quelli individuali, determinano un’alterazione dell’ordine spontaneo del libero mercato che lede l’integrazione delle persone transgender nel mondo del lavoro.

Bisogna considerare inoltre il fatto che l’Italia è il paese col più alto numero di piccole medie imprese in rapporto alla grandezza del mercato interno rispetto agli altri paesi europei. La presenza dei sopracitati vincoli imposti dal governo ostacola lo spiazzamento dell’ipotetico pregiudizio dei piccoli medi imprenditori verso le lavoratrici transgender, a causa di leggi che impongono restrizioni alla libera assunzione e licenziamento.

L’imprenditore, conoscendo bene le difficoltà al licenziamento di un dipendente imposte dalla mano pubblica, non sarà mai portato a rischiare di assumere una persona sulla quale nutre pregiudizi anche se la situazione gli permettesse di assumerla a un salario ridotto per la stessa mansione.

Conoscendo bene gli impedimenti al licenziamento, rinuncerà ad assumerla.

Adesso ipotizziamo una situazione diversa. Le donne trans hanno rendimenti lavorativi inferiori a quelli delle donne biologiche, per via della maggiore esposizione a problemi di salute, a causa delle medicine e gli interventi chirurgici ai quali potrebbero sentirsi costrette a sottoporsi. Il processo precedentemente descritto quindi non si realizzerebbe.

A questo punto il mercato si adeguerebbe attribuendo un valore inferiore al lavoro delle persone trans, e queste verrebbero assunte a un salario inferiore di quello attribuito alle donne biologiche. Ma questo non avviene a causa della presenza di leggi sulla discriminazione, dunque le aziende non potendo assumere trans a un salario inferiore per minor rendimento, preferiranno assumere donne biologiche a un salario superiore per maggior rendimento.

In entrambe le situazioni l’introduzione di nuove norme a tutela delle persone trans sarebbe controproducente e danneggerebbe proprio quelle stesse persone che dovrebbe tutelare, favorendone l’emarginazione. E’ certamente preferibile avere un lavoro a un salario inferiore che non averlo affatto. A questo punto, lamentarsi della discriminazione sul lavoro può avere senso? Si, se come causa non si identificano gli imprenditori ma la mano pubblica.

Essere (felicemente) schiavi di se stessi

In questi giorni, si parla tanto di schiavi del lavoro, di dignità, di chiudere la domenica, di chi ha un salario troppo basso. Tutto ciò trascurando il fatto che esistono tantissime persone che decidono di essere padrone del proprio destino. Si tratta di una decisione responsabile, quella di puntare tutto su te stesso e di prendere in mano la tua vita, incurante di ciò che accade intorno a te.

Chi compie questa decisione spesso non rispetta un vero e proprio orario di lavoro, potrebbe lavorare sia in ufficio che a casa, anche solo per la programmazione del lavoro futuro. Ma prima di continuare vorrei riportare queste tre citazioni:

Sono convinto che circa la metà di quello che separa gli imprenditori di successo da quelli che non hanno successo sia la pura perseveranza. Steve Jobs

L’ingrediente critico è alzare le chiappe e metterti a fare qualcosa. È così semplice. Un sacco di gente ha delle idee, ma sono pochi quelli che decidono di fare qualcosa a riguardo subito. Non domani. Non la prossima settimana. Ma oggi. Il vero imprenditore è un uomo d’azione. Nolal Bushnell

Dietro ogni impresa di successo c’è qualcuno che ha preso una decisione coraggiosa. Peter Ferdinand Drucker

 

A coloro che parlano tanto di dignità e schiavi, siete consapevoli che tante di queste persone che hanno deciso di mettersi in proprio, sono obbligate a lavorare di giorno e pensare di notte?
Forse non sapete che tante di queste persone, che sono ancora agli inizi, si ritrovano costrette a dover far tanti sacrifici?
Questo perché l’imprenditore, il commerciante ed il libero professionista sono spesso (felicemente) schiavi di se stessi, alla ricerca di continue soddisfazioni personali, economiche e professionali.

Non hai datori di lavoro, non hai un giorno prefissato per la bustapaga, devi riuscire a coniugare il tuo guadagno con le tasse da pagare e, se si è imprenditori con dipendenti, pagare gli stipendi. Come detto in precedenza, fare impresa in Italia è roba da eroi e coraggiosi, perché chi ha il capitale da investire viene spesso scoraggiato dall’altissima pressione fiscale, e dalle spese per l’iter burocratico.

Rispetto ai nostri genitori, riscontro nei giovani un’ammirevole volontà di mettersi in gioco, di voler rischiare, di voler tentare una strada alternativa rispetto al declino italiano. Questo è di buon auspicio per tutta la nazione, in chiave futura, in quanto credo che per essere imprenditori non si debba necessariamente aprire un’azienda. Anche un operaio (o un dipendente) potrebbe essere imprenditore di se stesso.

Infatti esserlo non è soltanto una scelta, ma soprattutto un atteggiamento. In Italia ci hanno abituati a “vegetare” nella stessa azienda per 30-40 anni. In futuro sarà sempre più una rarità vedere un dipendente lavorare nella stessa azienda per tutta la vita lavorativa, proprio perché il lavoro diventerà sempre più flessibile e dinamico.

Ciò che stiamo vivendo in Italia è una fase del lavoro flessibile-statica, in quanto si cambia spesso lavoro, ma le retribuzioni sono le stesse, o persino più basse. Oggi riusciamo a raccogliere tante esperienze professionali, ma a questa esperienza non corrispondono stipendi più alti o impieghi più delicati ed importanti. Questo perché i contratti di lavoro tradizionali sono troppo carichi di tasse, sia per l’imprenditore che per il lavoratore, e sono troppo carichi di burocrazia, compresa la presenza (inutile?) dei sindacati.

Pertanto, occorre lavorare affinché il mondo del lavoro diventi flessibile e dinamico, in modo tale che anche chi ha un contratto a tempo indeterminato sia spinto a non accontentarsi del posto fisso, bensì a tentare qualcosa di nuovo, ed investirci sopra.

Adam Smith diceva che la forza lavoro è la prima proprietà privata dell’uomo, ma di questo parleremo un’altra volta.

Quante bugie sullo sfruttamento dei lavoratori

Si è detto e ridetto di tutto sul tema dello sfruttamento. Ieri come oggi si tende a parlare di numerose tematiche in riferimento al lavoratore sfruttato sul posto di lavoro. In particolare, viene associato il tema sullo sfruttamento alle politiche neoliberiste che sarebbero state attuate dai governanti, in Italia e in Europa. Ne parlò Marx rispetto alle condizioni in cui vivevano i lavoratori durante il boom della rivoluzione industriale, ne parlano oggi i socialisti e i collettivisti quando pensano a certe realtà, come Amazon.

Per il socialista, sfruttamento del lavoratore vuol dire che siamo in un’economia capitalista e liberista. Una sentenza del genere, ritengo sia una sentenza molto illusoria e molto ingenua. Ma andiamo per ordine.

Innanzitutto, in un’economia liberista e capitalista si presuppone che chiunque sia un lavoratore, a prescindere dal suo ruolo all’interno dell’azienda. Il capitalista o l’imprenditore di turno, non solo gestisce l’azienda, non solo è il proprietario dell’azienda, ma è anche un lavoratore. Non solo, ma in un’economia liberista e capitalista, si presuppone che chiunque sia un capitalista. Basti pensare a quante persone, nonostante non abbiano mai gestito un’azienda, si ritrovano in situazioni in cui si comportano come dei capitalisti, vedi Subito.It.

[…] lo sfruttamento quale “essenza” dell’economia borghese è un vuoto assoluto circondato di chiacchere
Sergio Ricossa

Diceva molto bene Sergio Ricossa. Alla sua citazione, aggiungerei, anche di ipocrisia. Nonostante l’Italia sia stata dominata, nel corso della sua storia repubblicana, dal pensiero socialcomunista e cattolico, chi si lamenta dello sfruttamento dei lavoratori in Italia, sono proprio i socialcomunisti e i cattolici.

Lo sfruttamento dei lavoratori è un fenomeno che esiste, ma che esisterebbe in qualsiasi sistema politico. Se non vi convince abbastanza saper che l’Italia non è un paese liberista e capitalista (lo dimostrano gli indici di libertà economica), vi consiglierei di leggere alcuni pensieri politici, prevalenti anche negli ambienti del governo. Mi riferisco al pensiero socialnazionalista, nel quale l’individuo si deve “sottomettere” per il bene della nazione. Più sfruttato di così. Allo stesso tempo, ritengo che sia fisiologico e normale che esistano dei capitalisti sfruttatori.

Quindi, se è un dato di fatto che lo sfruttamento del lavoratore è possibile in qualsiasi sistema politico, è opportuno capire come mai i socialcomunisti non abbiamo mai smesso di denunciare le fantomatiche politiche neo-liberiste. Non si dovrebbe mai fare di tutta l’erba un fascio, ma direi che i politici socialcomunisti siano delle persone pessimiste e diffidenti nei confronti del prossimo. Amano il collettivismo, ma diffidano del comportamento di uno dei membri del collettivo.

Lo sfruttamento dei lavoratori viene considerato un fenomeno figlio dell’iniziativa privata, della voglia di profitto, della voglia di fare imprenditoria, proponendo come soluzione finale, la fine della proprietà privata e l’intervento sempre più decisivo dello Stato sulle dinamiche di mercato. Non possiamo pensare di bloccare un processo naturale di progresso economico per un fenomeno che è sempre esistito e che sempre esisterà. Le politiche di flessibilità del lavoro non sono un apriporte allo sfruttamento del lavoratore. Non possiamo pensare di tutelare un lavoratore, indebolendo il processo decisionale del datore di lavoro.

Individuare il capitalismo e il libero mercato come responsabili dello sfruttamento presente in Italia oppure nel Terzo Mondo è davvero una perdita di tempo, oltreché pura ingenuità. Una volta, un socialista di nome Tinbergen, premio Nobel per l’economia, affermò:

” Una filosofia (quella socialista) fondata sull’invidia non è l’atteggiamento più saggio né più comprensivo da avere nella vita”

Inutile dire che questa frase calzi davvero “a pennello“.

Se il pensiero socialista si fonda soprattutto sull’invidia, il pensiero liberista si fonda sulla competizione, sulla meritocrazia, sul riconoscimento. Essere sfruttati non è obbligatoriamente un fenomeno negativo. Se io vengo sfruttato perché ho dei valori da esprimere, ritengo sia una cosa positiva. Se io lavoratore vengo sfruttato a dovere dal datore di lavoro perché quest’ultimo è convinto che io un potenziale da esprimere, perché dovrei provare invidia, odio per chi crede in me?

Ma chi propugna politiche socialiste non lo capirà mai. Forse, perché non ha mai lavorato in vita sua e non sopporterebbe di essere alle dipendenze di qualcuno, specie per lavorare.

Quali sono i danni dei sindacati italiani?

 

In principio ci furono le battaglie sindacali degli anni sessanta. Si raggiungessero risultati importanti come lo Statuto dei Lavoratori (1970).
Per i sindacati e gli ambienti del comunismo si trattava di un passaggio storico per l’Italia con l’emancipazione del lavoratore. In realtà, si trattava dell’inizio di una serie di diritti riconosciuti che – con il passare del tempo – iniziavano ad apparire sempre più come dei privilegi.

Molte delle aziende coinvolte erano strategiche per lo Stato (vedasi FIAT) e di medie e grandi dimensioni, perché erano quelle più in grado di mettere in crisi un Paese (con scioperi e manifestazioni) e in difficoltà i governi.
Le lotte sindacali hanno permesso di raggiungere dei risultati, sia dal punto di vista contrattuale, con il contratto a tempo indeterminato sempre più forte e con i contratti collettivi, sia dal punto di vista economico.
Grazie alle lotte sindacali i lavoratori godevano di protezioni statali di ogni genere (malattia, maternità, disoccupazione parziale o temporanea) e di pensioni molto generose. Con le lotte sindacali nasce il famoso “posto fisso” della Prima Repubblica.

Questo modello si manteneva funzionale fino a quando c’era solo il padre di famiglia che lavorava (tranne alcune aziende che assumevano anche donne). Ma con il passare del tempo, con la globalizzazione, le dislocazioni e le diverse esigenze dei cittadini (e non solo dei datori di lavoro), le aziende che rientravano nella categoria dei protetti da Stato e Sindacati iniziarono a vacillare. In parallelo, con l’aumento delle tasse e del costo della vita, non bastava più il lavoro del padre di famiglia, ma serviva anche il lavoro della madre, con tutte le conseguenze che ne determinava, come pagare l’asilo nido.
Ma i sindacati, nonostante si autoproclamavano “difensori dei lavoratori”, si sono concentrarti solo su una parte sempre più minoritaria di lavoratori, ostacolando qualsiasi tentativo di riforma e garantendo proficue pensioni ai lavoratori di queste categorie.

  • Morale della favola è che oggi sono cambiate tante cose, ma dal punto di vista del lavoro:
  • I contratti collettivi a tempo indeterminato e le varie protezioni, nate con le battaglie sindacali, risultano troppo costosi e poco funzionali;
  •  chi è stato assunto fino a metà duemila, oggi risulta un grande costo sia per il datore di lavoro e sia per tutti i cittadini (visto il grande costo tra indennità, pensione e disoccupazione);
  • i datori di lavoro tendono ad assumere con altri contratti che godono di poche protezioni, ma sono meno costosi;
  • Chi viene assunto con contratti non-protetti, è costretto a pagare tante tasse per coloro che hanno avuto o hanno attualmente un contratto protetto.

In sostanza, i sindacati per proteggere una categoria di lavoratori, ha indebolito gravemente il resto dei lavoratori e contribuendo allo sviluppo di lavori irregolari e temporanei. Bisogna, dunque, riformare i contratti di lavoro anche di coloro che sono stati assunti in passato, perché siamo stanchi di vedere delle persone sacrificate per colpa di coloro che sono stati assunti con le condizioni stabilite durante le lotte sindacali. Per quanto riguarda i sindacati, sono per l’abolizione e la sostituzione con mediatori civili che sappiano essere imparziali e propositivi nel far raggiungere un punto d’incontro e per il reciproco rispetto tra datore di lavoro e lavoratori.