Serena Williams e l’eguaglianza nel tennis

La finale femminile degli US Open di tennis vedeva contrapposte Serena Williams, americana di 36 anni, contro una ventenne giapponese (ma cresciuta negli States), Naomi Osaka. Per chi non seguisse il tennis, Serena Williams è unanimemente considerata fra le più grandi giocatrici della storia, se non la più grande. Era la ovvia favorita, nonostante fosse tornata a giocare solo da pochi mesi dopo aver portato a termine la sua prima gravidanza.

La partita ed il suo risultato sarebbero rimasti normalmente confinati nel mondo degli appassionati, se non fosse stato per il feroce litigio fra Williams e Carlos Ramos, arbitro della finale.

La campionessa americana ha ricevuto 3 warning durante il match, finendo penalizzata con un intero game[1], l’ultimo dei quali per aver accusato l’arbitro di essere un ladro. Da appassionato, l’episodio mi era sembrato sul momento poco rilevante: è successo molte volte che giocatori abbiano ricevuto warning e conseguenti sanzioni, e spesso i giocatori le ritengono ingiuste e protestano platealmente a riguardo.

La novità è stata l’accusa di sessismo rivolta all’arbitro, dopo il match, da Serena Williams; l’americana ha sostenuto che Ramos non avrebbe mai punito così severamente un uomo e che il trattamento ricevuto è stato ingiusto. L’accusa sembra francamente incredibile a chi segue lo sport: non solo i maschi vengono abitualmente sanzionati di più (solo in questo US Open, 23 warning a 9), ma lo stesso Ramos, noto per la sua rigidità, si era scontrato in passato anche con grandi campioni maschi come Nadal e Djokovic. In maniera interessante, però, Serena ha ricevuto  l’appoggio sia della USTA (federazione tennistica americana) che della WTA (associazione giocatrici) [2]; la sua querelle in campo è ora diventata una battaglia di equità fra i sessi.

Il tennis è sempre stato all’avanguardia nelle battaglie femministe, ma questo non vuol dire che alcune lotte non siano eccessive e fuori bersaglio. Intendiamoci, il sessismo nel tennis esiste: ad esempio, la giocatrice francese Alizé Cornet è stata sanzionata proprio durante gli US Open per essersi cambiata la maglietta in campo, nonostante i suoi colleghi maschi lo facciano tranquillamente (la sanzione è stata poi cancellata, con le scuse dell’organizzazione); ed anni fa il torneo di Montréal utilizzò manifesti parecchio infelici per promuovere il tennis femminile.

Il problema è che la lotta sotto la bandiera dell’eguaglianza copre ormai ogni cosa: dalle polemiche poco credibili di Serena Williams contro l’arbitro a una questione ben più importante come i montepremi dei principali tornei; su quest’ultimo tema vorrei in particolare concentrarmi.

Il tennis è l’unico grande sport al mondo che prevede un montepremi uguale fra uomini e donne nei grandi tornei, che sono quasi tutti “combined”, cioè ospitano sia una competizione maschile che una femminile. La battaglia per la divisione paritaria dei montepremi cominciò negli anni ’70 grazie alla lotta della celebre tennista Billie Jean King; nei decenni seguenti si è sostanzialmente conclusa con l’adeguamento generalizzato dei montepremi femminili a quelli maschili. La lotta di King è diventata nel tempo un simbolo del femminismo, e tuttavia dobbiamo chiederci: è giusta questa battaglia?

Partiamo con una premessa: i compensi che noi percepiamo non dipendono solo dal tipo di lavoro svolto o dall’impegno che vi profondiamo, ma anche e soprattutto da quanto il mercato è disposto a pagare per il nostro lavoro.

Non è facile avere dati precisi sulla popolarità del tennis maschile rispetto a quello femminile (anche per via dei tornei combined), ma quelli di cui disponiamo forniscono risposte chiare: nel 2014, i ricavi del tour[3] maschile erano più alti di quello femminile di quasi il 50%[4], e nel 2016 l’ATP Tour fu seguito da quasi un miliardo (968 milioni) di spettatori in TV[5], mentre un anno dopo, pur con un trend in crescita, la WTA era seguita da circa 500 milioni[6] (non ho trovato dati per il 2016, ma nel 2015 erano 395 milioni[7]). Gli uomini attirano più spettatori e generano dunque maggiori ricavi, e ci si aspetterebbe che i montepremi vengano divisi su questa base; e invece ciò non avviene.

La divisione equa dei montepremi va a svantaggio degli uomini ed è in effetti un unicum nei grandi sport professionistici: nel calcio, nel basket o nel golf non vi è parità, né vi sono lotte per ottenerla. La situazione oltretutto va a danneggiare principalmente i tennisti di medio-bassa classifica; per un grande giocatore intascare 1 milione di dollari per la vittoria di uno Slam invece che 1,5 o 2 non fa molta differenza, tanto più che i veri guadagni arrivano dagli sponsor.

Molto diversa è invece la situazione per i giocatori di livello minore, per i quali un aumento del 50% dei propri guadagni può fare la differenza fra poter continuare a competere o doversi ritirare: il tennis è uno sport molto costoso e si calcola che solo i primi 150 giocatori al mondo riescano a stare in positivo fra entrate e uscite; per tutti gli altri giocare significa perdere soldi, nella speranza di arrivare un giorno a un livello sufficiente da ripagare l’investimento.

Alcuni giocatori di seconda fascia hanno provato a lamentarsene (Gilles Simon e Sergiy Stakhovsky, per citarne due); il risultato è stato aspri rimproveri aspramente da colleghi/colleghe e opinionisti vari, e nessun seguito è stato dato alle loro proteste.

Al momento, non sembra probabile che vi sarà alcun cambiamento nel breve periodo. Perché le regole di suddivisione vengano cambiate, servirebbe una protesta complessiva di tutto il movimento tennistico maschile, che coinvolga anche e soprattutto i grandi nomi; tuttavia, giocatori come Djokovic, Federer o Nadal sono comprensibilmente restii a capitanare un movimento del genere, visti i potenziali danni d’immagine[8].

Eppure il problema resta e aiuta a comprendere meglio un concetto fondamentale: imporre l’uguaglianza sostanziale significa negare la giustizia.

 

Note:

[1] Per chi non conoscesse bene le regole, nel tennis l’arbitro può comminare dei “warning” ai giocatori che infrangono una norma del regolamento; i warning non portano a sanzioni di per sé, ma per effetto cumulativo: al primo warning non succede nulla, al secondo si perde un punto, al terzo un game, al quarto l’intera partita

[2] L’ITF, federazione internazionale di tennis, e gli stessi US Open hanno invece appoggiato l’arbitro

[3] Il tennis, sia maschile che femminile, è organizzato in tour di durata annuale, con una serie di tornei, in diverse città mondiali, da Gennaio a Ottobre-Novembre

[4] https://www.sportsbusinessdaily.com/Journal/Issues/2015/11/23/Leagues-and-Governing-Bodies/ATP-revenue.aspx

[5] https://www.atpworldtour.com/en/news/atp-world-tour-250-media-rights-2017

[6] http://www.wtatennis.com/ABOUT-WTA

[7] http://www.wtatennis.com/content/wta-global-interest-all-time-high-0

[8] Un paio di anni fa il serbo Novak Djokovic, all’epoca n°1 del mondo, aveva provato ad affrontare timidamente l’argomento, ma aveva fatto quasi subito marcia indietro, dopo le forti polemiche suscitate (https://www.gazzetta.it/Tennis/ATP/23-03-2016/tennis-djokovic-si-scusa-facebook-le-polemiche-sessiste-premi-1401125743847.shtml)

Obiezione ai “genderfluid”, ossia chi non si considera né uomo né donna

Non mi si creda cattivo o insensibile, ma non capisco davvero per nulla il grande problema che i “liberals” hanno sollevato in America sul “Gender assuming”. Per chi non lo sapesse, alcune persone rifiutano di definirsi “uomo” o “donna” perché, a loro avviso, si tratta di categorie create dalla società, che ci classifica in generi per, secondo le teorie più radicali di alcuni, controllarci meglio. E dunque rifiutano di dichiarare il loro genere perché non vi si sentono rappresentati a pieno.

Ed io mi scervello e mi concentro ma continuo a non cogliere un passaggio logico che credo tuttavia fondamentale: per non riconoscersi in delle categorie bisogna per prima cosa riconoscere quelle categorie. Saperle definire e poi, eventualmente, rifiutarle. E i motivi per cui questa massa di apolidi sessuali rifiutano di definirsi altro che “persone” è che, a quanto dicono, i caratteri che definiscono i due generi non hanno nulla a che vedere con chi sono.

In breve, nella società un uomo si definisce socialmente perché è di atteggiamento più patriarcale, o fisicamente più forte. Magari è più appassionato di sport che di moda. E una donna è considerata più femminile se si mostra vicina alla sua funzione di procreatrice. Questo infastidisce molto i cosiddetti “genderfluid” che si trovano spesso ad essere “gender-assumed”. Ossia chi li incontra presume una loro appartenenza ad un genere perché riconosce in loro i caratteri sessuali secondari come capelli lunghi, trucco o atteggiamento. La critica ha senso, in chiave liberale, perché se un ragazza vuole avere i capelli corti o vestirsi con vestiti generalmente indossati da uomini, è libera di farlo.

Però la chiusura a riccio nei confronti del genere mi lascia un po’ confuso. Siccome la società mi definisce uomo perché ho atteggiamenti considerati maschili (e magari sbaglia), io rifiuto la definizione di uomo, come di donna, e me ne astraggo. Qual è però il problema? Il problema è che i generi servono. Hanno una funzione identificatrice e anche medica. Sarebbe assurdo se io andassi dal ginecologo ed a una sua obiezione lo accusassi di “gender-assuming”. Perché sono differenze biologiche che non si possono eliminare. Se anche ci si considererà un giorno tutti null’altro che persone, le donne continueranno a partorire bambini e noi a soffrire di un calcio tra le gambe più di quanto non ne soffrirebbe una donna.

Per cui, a mio modesto avviso, il rifiuto delle categorie sociali può anche andare bene, ma non deve eliminare i generi. Semmai eliminare i pregiudizi legati ad essi. Per cui non riesco a capire perchè un uomo “genderfluid” non può considerarsi uomo poiché biologicamente appartenente a questa inconfutabile categoria, e rifiutare dall’altra parte chi ha da obiettare sulla sua maschilità perché il suo modo di comportarsi non corrisponde con la generale idea di uomo.

La mia opinione è che se si vuole operare una vera e propria rivoluzione di genere per portare ad un’uguaglianza tra soggetti, si deve essere consapevoli, orgogliosi e magari anche contenti del genere in cui si è nati. E poi rifiutare i tratti che ci consegnano ad una categoria o ad un’altra. Ma senza abbandonarle o rifiutarle, quasi fossero un insulto o una mancanza di rispetto.

Altrimenti si incorre in due effetti collaterali: il primo, perdere credibilità proponendo una cosa assurda come una società senza distinzioni di genere. Consuetudine che in America ha portato quelli che, in teoria, si sarebbero dovuti convincere di una battaglia, anche giusta, a ridicolizzare un movimento per alcune posizioni inconcepibili, come quest’ultima. E in secondo luogo il fare il gioco di chi riconosce solo ad un genere alcune prerogative, astraendosi e non considerandosi nulla, perché qualcuno sbaglia i termini. Lasciando chi si considera uomo ad essere circondato da una massa di stereotipi dell’essere ”mascolino”. Viceversa con le donne.

In America si ha, in genere, un grande talento ad individuare problemi anche seri ma a trovare modi per ribellarvisi completamente anti-producenti e dannosi. Così da rendere la battaglia ridicola agli occhi di chi si dovrebbe convincere. Basti guardare come il problema delle violenze sugli afroamericani sia sfociato nel “Black lives matter” e come il problema del razzismo abbia assunto inspiegabilmente come baluardo la battaglia della “cultural appropriation”. In poche parole: se non sei nero e ti fai i dreadlocks ti stai appropriando indebitamente di aspetti di una cultura che non ti appartiene. Una battaglia ridicola che non è servita ad altro che a renderne poco dignitosa una invece importante, come quella dell’antirazzismo.

Ecco, il caso dei “genderfluid” credo possa fungere da esempio per spiegare come i liberals americani distruggono le buone battaglie che dovrebbero condurre, spinti dalla massa di seguaci sui social, pronti a fare scoppiare un caso (o un casino) ogni qual volta qualcuno dice qualche cosa anche lontanamente interpretabile come “politically uncorrect”.

Chi rifiuta di definirsi uomo o donna riconosce che i capelli lunghi sono aspetti femminili e che gli addominali sono maschili. E crede che per mantenerli, sebbene in contrasto con l’idea che si ha del suo genere, non possa rimanere uomo o donna. Per cui arriva a sostenere di non essere ciò che, suo malgrado, geneticamente è. E sostiene implicitamente che se ti consideri uomo allora non puoi avere capelli lunghi, unghie smaltate o gambe depilate.

La sostanza è questa: chi combatte contro le discriminazioni di genere e chi le fa dicono la stessa, terribile cosa. I primi per esasperazione di una protesta, i secondi per ignoranza. Ma contribuiscono entrambi allo stesso pregiudizio.

 

Alessandro Luna