Tasse e Welfare. Rubrica “Welfare secondo un Liberista”

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Nell’articolo precedente ho spiegato perché l’assistenzialismo è sbagliato. Ho cercato di evidenziare come l’assistenzialismo tende a dividere, tende a indebolire, tende ad escludere.

In questo articolo, pertanto, voglio provare a spiegare come si approccia un liberista al tema del Welfare.

Cosa vuol dire Welfare? Welfare può essere come qualcosa legato al benessere, al stare bene. Quando sentiamo Welfare State, vuol dire un governo che compie delle azioni allo scopo di “dare” un benessere a qualcuno.

Il Welfare State nasce da un’esigenza sociale. Soddisfare i più bisognosi. Ma da esigenza sociale, diventa pretesto per farla diventare giustizia sociale. Il presupposto è dunque togliere a chi ha troppo per dare a chi ha poco.

Nel welfare rientrano numerosi campi. Dal pensionato al lavoratore che perde il lavoro, dall’infortunato alla sanità per tutti. Quindi, secondo un welfare state tutti sono “protetti” e questa protezione dovrebbe coprire la persona, in teoria, dalla culla alla morte.

Sostanzialmente, il welfare, per come ci viene raccontato da decenni, è qualcosa legato al collettivismo e alla solidarietà. Tutto ciò però, all’insegna della coercizione statale. Una coercizione statale progressiva, direi. Infatti più sei ricco e più “devi essere” solidale con il prossimo, dando un contributo maggiore.

Ma cosa vuol dire per un liberista il welfare? Per un liberista, il benessere è un fattore individuale. Questo vuol dire che esiste un’azione umana che governa tutto. Non solo la tanto cara Mano Invisibile di Adam Smith, ma anche il fatto che il welfare può esistere senza lo Stato.

Provo a spiegarmi meglio. Quanti welfare esistono? Avendo studiato spesso queste tematiche, oltre al welfare state, mi vengono in mente una moltitudine di modelli di welfare. Abbiamo il welfare aziendale, il welfare associativo, welfare corporativo, welfare universale, ecc ecc.

Esiste un welfare liberista? Non può esistere un welfare liberista. Sarebbe una sorta di ossimoro. Un liberista può dare del benessere a qualcuno? Dipende.

Il Liberista non crede nella lotta alla disuguaglianza, ma crede nella lotta alla povertà. Pertanto, l’obiettivo del liberista non è quello di provare ad “equilibrare” i redditi, ma operare affinché tutti possano esprimere il proprio potenziale.

Fare in modo che tutti siano messi nella condizione di dare il meglio di sè, sempre e comunque.

Ma qualcuno potrebbe chiedermi, legittimamente, “ma il povero come si aiuta?”. Ebbene, un Liberista crede nella figura del Guardiano Notturno. Cosa vuol dire guardiano notturno? Vuol dire che lo Stato, in riferimento al tema welfare, si deve limitare a garantire un’uguaglianza di partenza per tutti.

Il Liberista vuole che il cittadino, in difficoltà economiche, detentore di un piccolo guadagno, non deve essere massacrato da tasse, dirette e indirette che siano. Quel piccolo reddito guadagnato deve essere protetto e valorizzato. Mi viene in mente la storica proposta di Milton Friedman sull’imposta negativa sul reddito, affinchè il cittadino con un reddito troppo inferiore alla soglia minima, riceva una detrazione delle tasse pagate, ottenendo un rimborso.

Questo perché welfare, per un liberista, vuol dire investimento. Investimento sulla persona. Un investimento che non deve ricadere sulle spalle di un’altra persona.

Mi viene in mente una straordinaria frase di Margaret Thatcher, presente in uno dei suoi testi autobiografici, “Come sono arrivata a downing street”

“Sono convinto che occorra giudicare una persona per i loro meriti e non per la loro provenienza. Credo che la persona che è pronta a lavorare più sodo è quella a cui spetta il compenso maggiore, un compenso che dovrebbe restargli anche dopo le tasse. Dobbiamo appoggiare i lavoratori e non gli imboscati: che non è solo lecito ma lodevole voler migliorare la propria famiglia con il proprio impegno“.

Ma come approcciare il pensiero liberista nella concretezza delle cose, come nella sanità, il carovita, la scuola?

Ci vediamo nel prossimo articolo.

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