Pietre trasformate in pane: il (falso) miracolo Keynesiano – di Ludwig von Mises

Pietre trasformate in pane: il miracolo keynesiano

di Ludwig von Mises

 

I

La tesi fondamentale di tutti gli autori socialisti è che esiste un’abbondanza potenziale di beni e che la sostituzione del socialismo con il capitalismo permetterebbe di dare a ciascuno “secondo i propri bisogni”. Altri autori intendono realizzare questo paradiso con una riforma del sistema monetario e creditizio. Per come la vedono loro, tutto ciò che manca nel sistema economico è più denaro e più credito. Essi ritengono che il tasso d’interesse sia un fenomeno creato artificialmente dalla scarsità, indotta dagli uomini, dei “mezzi di pagamento”.

In centinaia, se non migliaia, di libri e opuscoli rimproverano con veemenza gli economisti “ortodossi” per loro riluttanza a riconoscere che le dottrine inflazionistiche ed espansionistiche siano solide. Tutti i mali, ripetono in continuazione, sono causati dagli erronei insegnamenti della “triste scienza” dell’economia e dal “monopolio del credito” di banchieri e usurai. Liberare il denaro dalle catene del “restrizionismo”, creare denaro libero (Freigeld, nella terminologia di Silvio Gesell) e concedere credito a basso costo o addirittura gratuito, è l’asse portante della loro piattaforma politica.

Queste idee attraggono le masse disinformate. E sono molto popolari tra i governi impegnati in una politica di aumento della quantità di denaro in circolazione e di depositi soggetti a controllo. Tuttavia, i governi e i partiti inflazionisti non sono stati disposti ad ammettere apertamente la loro adesione ai principi degli inflazionisti. Mentre la maggior parte dei paesi imbarcava nell’inflazione e in una politica di moneta facile, i campioni letterari dell’inflazionismo erano ancora rigettati come “eccentrici monetaristi” (“monetary cranks”). Le loro dottrine non venivano insegnate nelle università.

John Maynard Keynes, defunto consigliere economico del governo britannico, è il nuovo profeta dell’inflazionismo. La “rivoluzione keynesiana” è consistita nell’abbracciare apertamente le dottrine di Silvio Gesell. In quanto principale esponente dei geselliani britannici, Lord Keynes adottò anche il peculiare gergo messianico della letteratura inflazionistica e lo introdusse in documenti ufficiali. L’espansione del credito, dice il Paper of the British Experts dell’8 aprile 1943, compie il “miracolo… di trasformare una pietra in pane”. L’autore di questo documento era, naturalmente, Keynes. La Gran Bretagna ha davvero percorso una lunga strada per arrivare a questa affermazione partendo dall’opinione di Hume e Mill sui miracoli.

 

II

Keynes entrò sulla scena politica nel 1920 con il suo libro Le Conseguenze Economiche della Pace. Egli cercò di dimostrare che le somme richieste per le riparazioni di guerra erano di gran lunga superiori a quanto la Germania poteva permettersi di pagare e di “trasferire”. Il successo del libro fu travolgente. La macchina propagandistica dei nazionalisti tedeschi, ben radicata in ogni Paese, si impegnò a rappresentare Keynes come il più eminente economista del mondo e il più saggio statista britannico.

Eppure sarebbe un errore incolpare Keynes per la politica estera suicida che la Gran Bretagna seguì nel periodo tra le due guerre. Altre forze, in particolare l’adozione della dottrina Marxiana dell’imperialismo e della “belligeranza capitalista”, hanno avuto un’importanza incomparabilmente maggiore nella politica di appeasement di quell’epoca. Ad eccezione di un piccolo numero di uomini lungimiranti, tutti i britannici sostenevano la politica che permise infine ai nazisti di dare inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

Un economista francese di grande talento, Etienne Mantoux, ha analizzato il famoso libro di Keynes punto per punto. Il risultato del suo attento e coscienzioso esame è devastante per l’economista e statista Keynes. I sostenitori di Keynes non sono riusciti a trovare una risposta efficace. L’unico argomento che il suo amico e biografo, il professor E. A. G. Robinson, poté avanzare è che questo potente atto d’accusa contro la posizione di Keynes venne “come ci si poteva aspettare, da un francese.” (Economic Journal, Vol. LVII, p. 23.). Come se gli effetti disastrosi della politica di appeasement e del disfattismo non avessero toccato anche la Gran Bretagna!

Etienne Mantoux, figlio del famoso storico Paul Mantoux, era il più illustre dei giovani economisti francesi. Aveva già dato preziosi contributi alla teoria economica – tra cui una tagliente critica alla Teoria Generale di Keynes, pubblicata nel 1937 nella Revue d’Economic Politique – prima di iniziare il suo The Carthaginian Peace or the Economic Consequences of Mr. Keynes (Oxford University Press, 1946). Non ha vissuto abbastanza per assistere alla pubblicazione del suo libro. Ufficiale nell’esercito francese, fu ucciso in servizio attivo durante gli ultimi giorni della guerra. La sua morte prematura è stata un duro colpo per la Francia, che oggi ha un gran bisogno di economisti saggi e coraggiosi.

 

III

Sarebbe un errore anche incolpare Keynes per i difetti e i fallimenti delle attuali politiche economiche e finanziarie britanniche. Quando iniziò a scrivere, la Gran Bretagna aveva da tempo abbandonato il principio del laissez-faire. Questo risultato fu raggiunto grazie a uomini come Thomas Carlyle e John Ruskin e, soprattutto, i Fabiani. Quelli nati negli anni Ottanta del XIX secolo e più tardi furono solamente gli epigoni dei socialisti delle università e dei salotti del tardo periodo vittoriano. Non erano critici del sistema di potere come lo erano stati i loro predecessori, ma difensori delle politiche di governi e gruppi di pressione la cui inadeguatezza, futilità e perniciosità diventavano sempre più evidenti.

Il professor Seymour E. Harris ha appena pubblicato un corposo volume di saggi raccolti da vari autori accademici e burocratici che trattano le dottrine di Keynes sviluppate nella sua Teoria Generale dell’Occupazione, degli Interessi e del Denaro, pubblicata nel 1936. Il titolo del volume è The New Economics, Keynes’ Influence on Theory and Public Policy (Alfred A. Knopf, New York, 1947). Che il Keynesismo abbia diritto a essere chiamato “nuova economia” o che non sia, piuttosto, un rimaneggiamento di false credenze mercantiliste più volte confutate e di sillogismi degli innumerevoli autori che volevano far diventare tutti ricchi con la moneta fiat, è irrilevante. Ciò che conta non è se è una dottrina nuova, ma se è sensata.

La cosa notevole di questa raccolta è che non cerca nemmeno di confutare le obiezioni motivate sollevate contro Keynes da seri economisti. L’editore sembra incapace di concepire che qualsiasi uomo onesto e non corrotto possa essere in disaccordo con Keynes. Per come la vede lui, l’opposizione a Keynes deriva “dagli interessi nascosti degli studiosi della teoria più antica” e “dall’influenza preponderante di stampa, radio, finanza e ricerca sovvenzionata”. Ai suoi occhi, i non keynesiani sono solo un branco di sicofanti corrotti, indegni di attenzione. Il professor Harris adotta così i metodi dei marxisti e dei nazisti, che preferivano diffamare i loro critici e mettere in discussione le loro motivazioni invece di confutare le loro tesi.

Alcuni dei contributi sono scritti con un linguaggio dignitoso e sono prudenti, o anche critici, nella loro valutazione dei risultati di Keynes. Altri sono semplicemente esagerazioni enfatiche. Così ci dice il professor Paul E. Samuelson: “Essere nato come economista prima del 1936 è stata una manna dal cielo – certo. Ma non essere nato troppo tempo prima!”. E procede a citare Wordsworth:

“La beatitudine era in quell’alba essere vivi,

Ma essere giovani era un vero paradiso!”

Discendendo dalle nobili altezze del Parnaso verso le valli prosaiche della scienza quantitativa, il professor Samuelson ci fornisce informazioni precise sulla suscettibilità degli economisti al vangelo keynesiano del 1936. Gli studiosi sotto i 35 anni, dopo un certo periodo di tempo, ne coglievano appieno il significato; quelli oltre i 50 anni si rivelavano piuttosto immuni, mentre gli economisti di mezzo erano divisi.

Dopo averci così servito una versione riscaldata del tema della giovinezza di Mussolini, egli ci offre altri slogan ormai superati del fascismo, come ad esempio “l’onda del futuro”. Tuttavia, su questo punto un altro contributore, il signor Paul M. Sweezy, non è d’accordo. Ai suoi occhi Keynes, contaminato com’era dai “limiti del pensiero borghese”, non è il salvatore dell’umanità, ma solo il precursore la cui missione storica è quella di preparare la mente britannica all’accettazione del marxismo puro e di rendere la Gran Bretagna ideologicamente matura per un socialismo pieno.

 

IV

Ricorrendo alle insinuazioni e cercando di rendere i loro avversari sospetti riferendosi ad essi con termini ambigui che permettono varie interpretazioni, i seguaci di Lord Keynes stanno imitando i metodi del loro idolo. Perché ciò che molti hanno definito ammirati come lo “stile brillante” e la “padronanza del linguaggio” di Keynes erano, in realtà, trucchi retorici a buon mercato.

Ricardo, dice Keynes, “fece sua l’Inghilterra tanto quanto la Santa Inquisizione fece sua la Spagna”. Questo è quanto di più aggressivo possa esserci per un paragone. L’Inquisizione costrinse gli spagnoli alla sottomissione col supporto di forze armate e carnefici. Le teorie di Ricardo furono accettate come corrette dagli intellettuali britannici senza che venisse esercitata alcuna pressione o costrizione in loro favore. Ma nel confrontare le due cose completamente diverse, Keynes suggerisce indirettamente che c’era qualcosa di vergognoso nel successo degli insegnamenti di Ricardo e che coloro che li disapprovano sono eroici, nobili e impavidi campioni di libertà come lo erano quelli che combatterono gli orrori dell’Inquisizione.

Il più famoso degli aperçus di Keynes è: “Due piramidi, due messe per i morti, sono due volte meglio di una; ma non così due ferrovie da Londra a York”. È ovvio che questa battuta, degna di un personaggio di una commedia di Oscar Wilde o Bernard Shaw, non dimostra in alcun modo la tesi che scavare buche nel terreno e pagarle con i risparmi “aumenterà la produzione nazionale reale di beni e servizi utili”. Ma mette l’avversario nella scomoda posizione di lasciare un’apparente argomentazione senza risposta o di utilizzare gli strumenti della logica e del ragionamento discorsivo contro una brillante arguzia.

Un altro esempio della tecnica di Keynes è fornito dalla sua maliziosa descrizione della Conferenza per la Pace di Parigi. Keynes non era d’accordo con le idee di Clemenceau. Perciò egli cercò di ridicolizzare il suo avversario dilungandosi ampiamente sul suo abbigliamento e sul suo aspetto che, a quanto pare, non soddisfaceva gli standard stabiliti dai sarti londinesi. È difficile individuare un collegamento fra il problema delle riparazioni di guerra tedesche ed il fatto che gli stivali di Clemenceau “erano di pelle nera spessa, molto buoni, ma di stile campagnolo, e a volte fissati davanti, curiosamente, da una fibbia al posto dei lacci”.

Dopo che 15 milioni di esseri umani erano morti in guerra, i più importanti statisti del mondo si sono riuniti per dare all’umanità un nuovo ordine internazionale e una pace duratura… e l’esperto finanziario dell’Impero britannico era divertito dallo stile rustico delle calzature del primo ministro francese.

Quattordici anni dopo ci fu un’altra conferenza internazionale. Questa volta Keynes non era un consigliere minore, come nel 1919, ma una delle figure principali. A proposito di questa Conferenza Economica Mondiale di Londra del 1933, il professor Robinson osserva che: “Molti economisti di tutto il mondo ricorderanno… la performance a Covent Garden del 1933 in onore dei delegati della Conferenza Economica Mondiale, che doveva la sua concezione e organizzazione a Maynard Keynes”.

Quegli economisti che non erano al servizio di uno dei governi deplorevolmente inetti del 1933 e quindi non erano Delegati e non hanno partecipato alla deliziosa serata di balletto, ricorderanno la Conferenza di Londra per altri motivi. Essa segnò il più spettacolare fallimento nella storia delle relazioni internazionali di quelle politiche neo-mercantiliste che Keynes sosteneva. Rispetto a questo fiasco del 1933, la Conferenza di Parigi del 1919 appare come un evento di grande successo. Ma Keynes non ha pubblicato alcun commento sarcastico sui cappotti, gli stivali e i guanti dei Delegati del 1933.

 

V

Sebbene Keynes considerasse “lo strano e indebitamente trascurato profeta Silvio Gesell” come un precursore, i suoi stessi insegnamenti differiscono notevolmente da quelli di Gesell. Ciò che Keynes prese in prestito da Gesell, così come dalla schiera di altri propagandisti pro-inflazione, non fu il contenuto della loro dottrina, ma le loro conclusioni pratiche e le tattiche utilizzate per minare il prestigio dei loro oppositori. Questi stratagemmi sono:

  • Tutti gli avversari, cioè tutti coloro che non considerano l’espansione del credito come la soluzione a tutti i mali, sono raggruppati insieme e definiti ortodossi. È sottinteso che non ci sono differenze tra loro.
  • Si presume che l’evoluzione della scienza economica sia culminata in Alfred Marshall e si sia conclusa con lui. Le scoperte dell’economia soggettiva moderna non vengono prese in considerazione.
  • Tutto ciò che gli economisti di David Hume fino ai nostri tempi hanno scritto per chiarire i risultati dei cambiamenti nella quantità di denaro e di sostituti del denaro viene semplicemente ignorato. Keynes non ha mai intrapreso il compito impossibile di confutare questi insegnamenti con raziocinio.

Sotto tutti questi aspetti i partecipanti alla raccolta adottano la tecnica del loro maestro. La loro critica mira a un corpo di dottrina creato dalle loro stesse illusioni, che non ha alcuna somiglianza con le teorie esposte da economisti seri. Mettono a tacere tutto ciò che gli economisti hanno detto sull’inevitabile esito dell’espansione del credito. Sembra che non abbiano mai sentito parlare della teoria monetaria del ciclo del commercio.

Per una corretta valutazione del successo che la Teoria Generale di Keynes ha riscontrato negli ambienti accademici, bisogna considerare le condizioni prevalenti nell’ambiente economico universitario nel periodo tra le due guerre mondiali.

Tra gli uomini che hanno occupato le cattedre di economia negli ultimi decenni, ci sono stati solo pochi economisti degni di nota, vale a dire uomini che conoscono a fondo le teorie sviluppate dalla moderna economia soggettiva. Le idee dei vecchi economisti classici, così come quelle degli economisti moderni, venivano caricaturate nei libri di testo e nelle aule, e venivano chiamate con nomi come economia antiquata, ortodossa, reazionaria, borghese o di Wall Street. Gli insegnanti si vantavano di aver confutato per sempre le dottrine astratte della Scuola di Manchester e del laissez-faire.

L’antagonismo tra le due scuole di pensiero aveva il suo fulcro pratico nella gestione del problema sindacale. Quegli economisti denigrati come ortodossi insegnavano che un aumento permanente dei salari per tutti i lavoratori è possibile solo nella misura in cui la quota pro capite di capitale investito e la produttività del lavoro aumentano. Se – per decreto governativo o per pressione sindacale – i salari minimi sono fissati ad un livello più alto di quello a cui li avrebbe fissati il mercato libero, la disoccupazione si traduce in un fenomeno di massa permanente.

Quasi tutti i professori delle università alla moda hanno attaccato bruscamente questa teoria. Per come questi sedicenti dottrinari “non ortodossi” hanno interpretato la storia economica degli ultimi duecento anni, l’aumento senza precedenti dei salari reali e del tenore di vita è avvenuto grazie al movimento sindacale e alla legislazione governativa a favore del lavoro. Il sindacalismo era, a loro avviso, altamente benefico per i veri interessi di tutti i lavoratori e dell’intera nazione. Solo disonesti apologeti degli interessi spietati di insensibili sfruttatori potevano lamentarsi delle azioni violente dei sindacati. La principale preoccupazione del governo popolare, dicevano, dovrebbe essere quella di incoraggiare i sindacati il più possibile e di dare loro tutta l’assistenza necessaria per combattere gli intrighi dei datori di lavoro e fissare salari sempre più alti.

Ma non appena i governi e i legislatori hanno conferito ai sindacati tutti i poteri necessari per raggiungere i loro obiettivi di salario minimo, le conseguenze sono state quelle che gli economisti “ortodossi” avevano previsto: la disoccupazione di una parte considerevole della forza lavoro potenziale si è prolungata anno dopo anno.

I teorici “non ortodossi” erano perplessi. L’unico argomento che avevano avanzato contro la teoria “ortodossa” era il richiamo alla loro stessa fallace interpretazione dell’esperienza. Ma ora gli eventi si svilupparono proprio come la “scuola astratta” aveva previsto. C’era confusione tra i “non ortodossi”.

Fu in questo momento che Keynes pubblicò la sua Teoria generale. Che conforto per gli imbarazzati “progressisti”! Qui, finalmente, trovavano qualcosa da opporre alla visione “ortodossa”. La causa della disoccupazione non erano le inadeguate politiche del lavoro, ma le carenze del sistema monetario e creditizio. Non c’era più bisogno di preoccuparsi dell’insufficienza del risparmio, dell’accumulazione di capitale e dei deficit delle finanze pubbliche. Al contrario. L’unico metodo per eliminare la disoccupazione era quello di aumentare la “domanda effettiva” attraverso la spesa pubblica finanziata dall’espansione del credito e dall’inflazione.

Le politiche che la Teoria Generale raccomandava erano proprio quelle che gli “eccentrici monetaristi” avevano avanzato molto prima e che la maggior parte dei governi aveva sposato durante la Depressione del 1929 e degli anni successivi. Alcuni ritengono che i precedenti scritti di Keynes abbiano avuto un ruolo importante nel processo che ha convertito i governi più potenti del mondo alle dottrine della spesa spericolata, dell’espansione del credito e dell’inflazione. Possiamo lasciare in sospeso questa piccola questione. In ogni caso non si può negare che i governi e i popoli non abbiano aspettato la Teoria Generale per abbracciare queste politiche “keynesiane” – o, più correttamente, geselliane.

 

VI

La Teoria generale di Keynes del 1936 non inaugurò una nuova era di politiche economiche; piuttosto, segnò la fine di un’epoca. Le politiche raccomandate da Keynes erano già allora molto vicine al momento in cui le loro inevitabili conseguenze sarebbero state evidenti e la loro continuazione sarebbe stata impossibile. Anche i keynesiani più fanatici non osano dire che le attuali difficoltà dell’Inghilterra siano effetto di troppo risparmio e di spese insufficienti.

L’essenza della tanto glorificata politica economica “progressista” degli ultimi decenni è stata quella di espropriare parti sempre crescenti dei redditi più alti e di utilizzare le somme così raccolte per finanziare gli sprechi pubblici e per sovvenzionare i membri dei gruppi di pressione più potenti. Agli occhi dei “non ortodossi”, ogni tipo di politica, per quanto manifestamente inadeguata, era giustificata come mezzo per realizzare una maggiore uguaglianza. Ora questo processo è giunto al capolinea.

Con le attuali aliquote fiscali e i metodi applicati nel controllo dei prezzi, dei profitti e dei tassi di interesse, il sistema ha liquidato sé stesso. Neanche la confisca di ogni centesimo guadagnato oltre le 1.000 sterline all’anno fornirebbe alcun aumento percepibile alle entrate pubbliche della Gran Bretagna. Anche i fabiani più rigidi non possono non rendersi conto che d’ora in poi i fondi per la spesa pubblica devono essere presi dalle stesse persone che dovrebbero trarne profitto. La Gran Bretagna ha raggiunto il limite sia dell’espansionismo monetario che della spesa.

Le condizioni in questo Paese [gli Stati Uniti, ndT] non sono sostanzialmente diverse. La ricetta keynesiana per far crescere i salari non funziona più. L’espansione del credito, progettata su una scala senza precedenti dal New Deal, ha ritardato per un breve periodo le conseguenze di politiche del lavoro inappropriate. Durante questo intervallo il governo e i leader sindacali potevano vantarsi dei “guadagni sociali” che avevano assicurato all'”uomo comune”. Ma ora le inevitabili conseguenze dell’aumento della quantità di denaro e di depositi sono diventate visibili; i prezzi aumentano sempre di più. Quello che sta succedendo oggi negli Stati Uniti è il fallimento finale del Keynesismo.

Non c’è dubbio che il pubblico americano si stia distaccando dalle nozioni e dagli slogan keynesiani. Il loro prestigio sta diminuendo. Solo pochi anni fa i politici discutevano ingenuamente l’entità del reddito nazionale in dollari, senza tener conto dei cambiamenti che l’inflazione di tipo governativo aveva portato nel potere d’acquisto del dollaro stesso. I demagoghi specificavano il livello a cui volevano portare il reddito nazionale (in dollari). Oggi questa forma di ragionamento non è più popolare. Finalmente l'”uomo comune” ha imparato che aumentare la quantità di dollari non rende l’America più ricca. Il professor Harris continua a lodare l’amministrazione Roosevelt per aver aumentato il reddito in dollari. Ma tale coerenza keynesiana si trova oggi solo nelle aule scolastiche.

Ci sono ancora insegnanti che dicono ai loro studenti che “un’economia può sollevarsi facendo forza sui propri tiranti ” e che “possiamo farci strada verso la prosperità grazie alla spesa”. Ma il miracolo keynesiano non si materializza: le pietre non si trasformano in pane. I panegirici degli eruditi autori che hanno collaborato alla realizzazione del volume citato non fanno che confermare l’affermazione introduttiva dell’editore secondo cui “Keynes sapeva destare nei suoi discepoli un fervore quasi religioso per la sua economia, che può essere sfruttato efficacemente per la diffusione della nuova economia”. E il professor Harris prosegue dicendo: “Keynes ha avuto davvero una Rivelazione”.

Non serve a nulla discutere con persone che sono spinte da “un fervore quasi religioso” e credono che il loro maestro “abbia avuto una Rivelazione”. Uno dei compiti dell’economia è quello di analizzare attentamente ciascuno dei programmi inflazionistici, quelli di Keynes e di Gesell non meno di quelli dei loro innumerevoli predecessori, da John Law fino al maggiore Douglas. Eppure, nessuno dovrebbe aspettarsi che qualsiasi argomento logico o qualsiasi esperienza possa mai scuotere il fervore quasi religioso di coloro che credono nella salvezza attraverso la spesa e l’espansione del credito.

 

Traduzione a cura di Laura Pizzorusso.

Articolo originale: https://mises.org/library/stones-bread-keynesian-miracle

I vantaggi del libero scambio – di David Ricardo

[Estratto del Capitolo VII di Principi di economia politica e dell’imposta (1817), di David Ricardo]

In un sistema di commercio perfettamente libero, ogni paese destina naturalmente il suo capitale e la sua manodopera agli impieghi che sono più vantaggiosi per ciascuno. Questa ricerca del beneficio individuale è meravigliosamente correlata al benessere collettivo. Stimolando l’industria, premiando l’ingegno e usando nel modo più efficace le possibilità offerte dalla Natura, essa spinge a suddividere il lavoro più efficacemente e a costi minori; al tempo stesso, aumentando la produzione totale essa diffonde benessere e unisce in un unico e comune legame di interesse la totalità delle nazioni del mondo civilizzato. È questo principio che determina la produzione di vino in Francia e in Portogallo, quella di cereali in America e in Polonia e quella di macchinari e altri beni in Inghilterra.

In uno stesso paese i profitti sono, in generale, sempre allo stesso livello; o si differenziano solo perché l’impiego del capitale può essere più o meno sicuro e adeguato. Non è così quando si confrontano paesi diversi. Se i profitti del capitale impiegato nello Yorkshire dovessero superare quelli del capitale impiegato a Londra, il capitale si sposterebbe rapidamente da Londra allo Yorkshire, e i profitti tornerebbero allo stesso livello; ma se i salari dovessero aumentare e i profitti diminuire per via di una minore produttività delle terre inglesi, causato dall’aumento di capitale e popolazione, non ne conseguirebbe in automatico uno spostamento di questi due (capitale e popolazione) dall’Inghilterra all’Olanda, o alla Spagna, o alla Russia, dove i profitti potrebbero essere più alti.

Se il Portogallo non avesse alcun legame commerciale con altri paesi, invece di impiegare gran parte del suo capitale e della sua industria nella produzione di vini, che scambia per tessuti e macchinari prodotti in altri paesi, sarebbe costretto a dedicare una parte di capitale alla produzione di quelle merci, che otterrebbe probabilmente in qualità e quantità inferiori rispetto ad oggi.

La quantità di vino che il Portogallo darà in cambio di stoffa inglese non è determinata dalle rispettive quantità di manodopera dedicata alla produzione di ciascuna di esse, come sarebbe se entrambe le merci fossero prodotte in Inghilterra, o entrambe in Portogallo.

In Inghilterra, per produrre una certa quantità di tessuto può essere necessario impiegare 100 uomini per un anno; e se si tentasse di produrre la stessa quantità di vino, ne potrebbero servire 120. L’Inghilterra avrà quindi interesse a importare il vino e ad acquistarlo tramite l’esportazione di tessuti.

Per produrre il vino in Portogallo potrebbero bastare 80 persone, e per produrre il tessuto, nello stesso paese, potrebbero essere necessari 90 uomini. Sarà quindi vantaggioso esportare vino in cambio di stoffa. Questo scambio potrà avvenire anche qualora il tessuto importato dal Portogallo potesse essere prodotto lì con minor manodopera rispetto all’Inghilterra. Anche potendo produrre tessuto con il lavoro di 90 persone, lo importerebbe comunque da un paese in cui la produzione richiede 100 uomini, perché sarebbe vantaggioso impiegare il capitale nella produzione di vino, in cambio del quale otterrebbe più tessuto dall’Inghilterra di quanto ne potrebbe produrre dirottando una parte del suo capitale dalla coltivazione della vite alla produzione di tessuto.

Così l’Inghilterra scambierebbe il prodotto del lavoro di 100 uomini per il prodotto del lavoro di 80. Un tale scambio non potrebbe avvenire tra gli individui dello stesso paese. Il lavoro di 100 inglesi non può essere scambiato per quello di 80 inglesi, ma il prodotto del lavoro di 100 inglesi può essere dato per il prodotto del lavoro di 80 portoghesi, 60 russi o 120 indiani. La differenza a questo proposito tra un singolo paese e molti dipende dalla difficoltà con cui il capitale si sposta da un paese all’altro per cercare un’occupazione più redditizia, e dalla rapidità con cui invece passa invariabilmente da una provincia all’altra nello stesso paese[1].

In tali circostanze, sarebbe indubbiamente vantaggioso sia per i capitalisti inglesi sia per i consumatori di entrambi i paesi che il vino e il tessuto fossero entrambi prodotti in Portogallo; e quindi che il capitale e la manodopera inglesi impiegati nella produzione di tessuto fossero trasferiti in Portogallo. In tal caso, il valore relativo di queste merci sarebbe regolato dallo stesso principio che si applicherebbe se l’una fosse prodotta nello Yorkshire e l’altra a Londra; e, in ogni caso, se il capitale fosse libero di spostarsi verso i paesi in cui può essere impiegato più proficuamente, non ci sarebbe differenza nel tasso di profitto, e non ci sarebbe altra differenza nel prezzo reale delle merci che non la quantità supplementare di lavoro necessaria per trasportare le merci ai vari mercati in cui sono vendute.

L’esperienza tuttavia dimostra che la minore sicurezza del capitale, reale o immaginata, quando non è sotto l’immediato controllo del suo proprietario, insieme alla naturale avversione di ogni uomo ad abbandonare il proprio paese di nascita e i propri legami e affidarsi, con tutte le proprie abitudini, a un governo estraneo e a nuove leggi, frena l’emigrazione del capitale (…).

 

Traduzione a cura di Gabriele Pierguidi

Articolo originale: https://mises.org/library/foreign-trade

[1] Risulta quindi che un paese che possiede un vantaggio considerevole in macchinari e abilità e che dunque può produrre merci con minor manodopera dei suoi vicini, potrebbe, in cambio di tali merci, importare una parte dei cereali necessari al suo consumo interno, anche se le sue terre fossero più fertili e i cereali potessero essere coltivati con minor manodopera che nei paesi da cui importa. Due uomini possono entrambi produrre scarpe e cappelli e uno di essi può essere superiore all’altro in entrambe le attività; ma se nel produrre cappelli è più efficiente del suo concorrente del 20% mentre nel fare scarpe gli è superiore del 33%, non sarà interesse di entrambi che l’uomo più capace si dedichi esclusivamente a produrre scarpe, e quello meno abile a fare cappelli?

Keynes e la falsa fine del laissez faire – di Ludwig von Mises

Questo testo critica un discorso tenuto dall’economista inglese John Maynard Keynes il 23 giugno 1926 all’Università di Berlino. Egli faceva una tagliente critica al liberalismo e al capitalismo; rifiutava la libera proprietà privata dei mezzi di produzione, pur non volendo essere socialista. Raccomandava invece, come soluzione, una via di mezzo tra proprietà privata dei mezzi di produzione, da un lato, e proprietà sociale, dall’altro; che non è altro che la proprietà privata regolata attraverso il controllo sociale. Non sarebbe lo Stato ad assumersi questo controllo; lo farebbero invece ‘organismi societari semi-autonomi inseriti nel sistema statale’, da cui si arriverebbe ad ‘un ritorno ad autonomie indipendenti di stampo medievale’.

Keynes non propone altro che ciò che per decenni, soprattutto in terra tedesca, è stato promosso dalla scienza ufficiale e da tutta l’opinione pubblica come “soluzione alla questione sociale”. Non ci sarebbe motivo di preoccuparsi di questo piccolo opuscolo, perché tutto ciò che presenta è già stato trattato nella letteratura tedesca centinaia di volte, e, se non in miglior modo, sicuramente non peggiore, e comunque più approfonditamente. Ma il titolo che Keynes ha dato alla sua opera (La Fine del Laissez Faire) e le sue seccature epigrammatiche necessitano di una nota critica.

La famosa massima recita, per esteso, laissez faire et laissez passer. Essa si riferiva quindi – innegabilmente senza una coincidenza totale fra esperienza storica e massima – al “faire” (fare) per quanto riguarda la gestione delle merci, ad eccezione del loro spostamento fisico, e al “passer” (passare) per quanto riguarda la libera circolazione di uomini e di merci. In realtà questi due tipi di impresa sono inscindibili, e non è legittimo separarli a piacimento, essendo queste le ramificazioni della stessa ideologia sociale.

Keynes, tuttavia, parla deliberatamente solo di laissez faire. Egli menziona il protezionismo solo di sfuggita (p. 26); sorvolando interamente sulla libera circolazione. È facile capire le basi per una tale autolimitazione. La protezione e l’intralcio al libero scambio internazionale sono, sicuramente, graziosamente medievali, ma i loro pessimi effetti sono oggigiorno così chiari che un riformatore sociale, nel combattere il liberalismo, fa solo che bene a tacere su di essi. Specialmente un anglosassone, che vuole opporsi al liberalismo a Berlino, deve evitare di sollevare tali delicate questioni.

Certamente si trovavano tra coloro che lo hanno ascoltato alcuni che negli ultimi anni sono stati cacciati dalle terre in cui questi avevano vissuto e lavorato; ed altri che desiderano emigrare da un’Europa centrale sovrappopolata e non possono perché i lavoratori delle terre meno popolose si difendono dall’arrivo di concorrenti. E Keynes saprà inoltre certamente che è proprio il protezionismo ad aver messo la Germania e l’Inghilterra in una situazione economica di tale difficoltà.

Se Keynes avesse parlato (veramente) della fine del laissez faire et laissez passer, allora non avrebbe potuto non vedere come il mondo di oggi è malato proprio perché, per decenni, le cose non sono state regolate da questa massima. Chi si rallegra che i popoli si allontanino dal liberalismo, non deve dimenticare che la guerra e la rivoluzione, la miseria e la disoccupazione di massa, la tirannia e la dittatura non sono compagni casuali, ma sono i risultati necessari dell’antiliberalismo che oggi governa il mondo.

Traduzione a cura di Marco Bares

Fonte: https://mises.org/library/mises-keynes-1927

Crisi identitarie, errori e scomuniche della sinistra occidentale

Da anni il populismo di destra, il cosiddetto sovranismo, ha preso le redini della scena politica mondiale: arrivato al potere in diverse realtà sociali (locali e nazionali), lo sciovinismo ultra-conservatore (ma ultra-statalista nel dirigismo economico e nel bastone per quanto riguarda sicurezza ed immigrazione) sembrerebbe molto più appealing di tutte le forme di progressismo riciclato. In altri termini, nella promessa pauperista del “più sicurezza”, “più Stato”, “più isolazionismo”, i partiti demagogici e populisti di destra hanno più successo dei loro cugini di sinistra. Come mai questi ultimi, nonostante posseggano l’ampio arsenale retorico di populismo, sembrano in perenne crisi? Perché dalla fine della Guerra Fredda i partiti di sinistra – sia nella loro versione populista che in quella moderata – si sono via via eclissati in Occidente?

Ilvo Diamanti e Marc Lazar (Popolocrazia) spiegano che «è prassi comune associare il populismo all’estrema destra. Nella maggior parte dei media, viene fatto probabilmente per semplificazione. Nel mondo della politica viene fatto soprattutto dalla sinistra, che lancia […] un anatema contro qualsiasi movimento o leader che si appella al popolo su basi che non le vanno a genio, e cerca così di riattivare a fini strategici la potente arma della mobilitazione antifascista per vincere le elezioni o per minimizzare l’ampiezza di una disfatta elettorale.» A parte lo stantio appello antifascista – che non fa altro che svilire il concetto – sono poche le idee che i movimenti di sinistra hanno portato nel dibattito pubblico degli ultimi anni; d’alta parte, l’atteggiamento di scomunica nei confronti dell’avversario politico ha sempre trovato riscontri a sinistra. Il tutto parte dal fatto che da tre quarti di secolo la sinistra, specialmente quella italiana, (si) è costretta a «campare di Antifascismo» per dirla con Giampaolo Pansa. Un Fascismo del tutto immaginario: un comodo feticcio.

A sinistra si crede sempre di disporre del “monopolio del bene”. Nel Novecento erano i proletari, i poveri, i cosiddetti ultimi, ma via via, come scrive Luca Ricolfi (Sinistra e popolo), «proprio perché aveva cessato di occuparsi seriamente degli ultimi, la sinistra è stata costretta a cambiare pelle, puntando buona parte delle sue carte su temi soft, o non strettamente economici: diritti dei gay, coppie di fatto, quote rosa, aborto, fecondazione assistita, ambiente, riscaldamento globale, pena di morte, indulto, amnistia, depenalizzazione dei reati minori, eutanasia, testamento biologico, linguaggio sessista, omofobia, alimentazione corretta, diritti degli animali […] Proprio perché non si occupava più di operai, braccianti e disoccupati nativi, alla sinistra non è parso vero di avere a disposizione degli “ultimi” di cui farsi paladina.» Da qui l’attenzione nei confronti dei migranti e la strumentalizzazione dei medesimi; questo, un fenomeno che dunque non appartiene solo alla destra populista.

Il monopolio e il fascino che i movimenti cosiddetti progressisti esercitavano nei confronti delle classi operaie – il più delle volte mai veramente aiutate da chi a parole diceva di difenderle – sembra essersi recentemente spezzato a favore di altri movimenti (verdi e populismo di destra, ad esempio). I movimenti della sinistra occidentale si sono progressivamente staccati dal loro elettorato di riferimento: non stupisce dunque che il mondo progressista si sia rivolto ad altri soggetti. Continua Ricolfi: «la sinistra ha bisogno, un assoluto bisogno, degli immigrati e delle politiche dell’accoglienza perché i migranti, in quanto deboli e ultimi per definizione, sono l’unico segno rimasto della sua vocazione a occuparsi di chi sta in basso. I migranti sono la sua patente di progressismo, la sua assicurazione contro il naufragio della propria identità.»

La sinistra di oggi scomunica i volgari, si autoproclama nobile minoranza eletta; proprio come le élite del passato che tanto criticavano. La sinistra di oggi risulta arrogante e scollata dalle esigenze dei più e questo viene percepito dall’elettorato. La sinistra di oggi riconosce di aver perso la presa sulla società, ma comunque si sente moralmente superiore rispetto alla plebe. La sinistra di oggi è assolutamente autoreferenziale, parla – tre quarti di secolo dopo – di totalitarismo di destra, giustificando il Comunismo “occidentale” all’acqua di rose. La sinistra di oggi è ossessionata dal Fascismo, facendo finta di non sapere che non c’è alcun Fascismo alle porte; il Fascismo è un atteggiamento di intolleranza, violenza e annichilimento della libertà, corroborato dal dirigismo statalista: proprio come lo è il suo genitore, il Socialismo. La sinistra di oggi offende la memoria della Resistenza (un patrimonio nazionale e politicamente eterogeneo, non l’arma della superiorità morale). La sinistra di oggi ammira Sergio Marchionne; quello che, seguendo una certa retorica di qualche anno fa, stava nel “salotto borghese”, frequentava gli ex presidenti americani e i big del tech.

Arrivata al potere negli anni Novanta (dopo un breve revival negli anni Settanta), la sinistra occidentale ha incassato i dividendi delle politiche neoliberiste, poi prolungate nel tempo e nello spazio per non scomparire politicamente. In altri termini, la sinistra della Terza via, la New Left, la Neue Mitte, ha cavalcato il potente equino neoliberale, salvo poi mandarlo al macello: perduta l’identità sotto le macerie del Muro di Berlino (che a sinistra tutti hanno tollerato e/o hanno fatto finta di non vedere per quasi tre decenni), la sinistra ha deciso che per rimanere a galla fosse necessario abbracciare il grande nemico: non solo copiare grossolanamente, ma anche dilatare deleteriamente le idee di Milton Friedman, salvo poi prenderne tatticamente le distanze e parlare di “neoliberismo”. A parte che una volta arrivata al potere in Occidente non ha (fortunatamente) stabilito il Socialismo che hanno predicato nei decenni passati, la sinistra post-comunista occidentale ha operato una virata culturale identitaria ed economica importante che è stata percepita dal suo elettorato come inaccettabile.

In quella che scienziati politici come Timothy Snyder e Ivan Krastev hanno definito la “politica dell’imitazione”, la sinistra ha continuato a praticare (a suo modo) politiche liberiste iniziate dai conservatori liberali e ha abusato della deregulation (che, se troppo estesa e smoderata, non ha fa che danneggiare le classi operaie). Perso dunque il proprio elettorato di riferimento, la sinistra di oggi racconta storielle e filastrocche sui migranti; non vede i disagi delle masse che si sentono tradite dalla gauche au caviar e oggi votano i movimenti della destra xenofoba. Molti leader a sinistra non solo hanno conti milionari in banca e sono sempre pronti per la photo-opportunity, ergendosi a guru e guide morali. Per dirla con Sergio Ricossa (Straborghese) a sinistra «amano il popolo come astrazione, lo detestano probabilmente come insieme di persone vive, e cioè rumorose, sudate, invadenti, volgari. Il popolo vivo sembra essere sopportabile solo se lo si guarda dall’alto di un palco ben isolato ed elevato.»

Il concetto di sicurezza a sinistra sembra non trovare ospitalità: il che, intendiamoci, non vuol dire che a sinistra si è per il Far West o l’incitamento alla violenza. Di nuovo un illuminante Ricolfi: «per offrire protezione, bisognerebbe riconoscere l’esistenza di un pericolo. E la sinistra questo passo non pare in grado di compierlo. Anzi, con i suoi politici, i suoi giornalisti, i suoi intellettuali […] la sinistra impegna le sue migliori energie comunicative per dissolvere i problemi che la gente normale percepisce come tali […] La gente pensa che gli immigrati siano un pericolo? La sinistra le spiega che […] gli immigrati sono una straordinaria occasione di arricchimento culturale. La gente pensa che la globalizzazione sia una minaccia? La sinistra le spiega che si tratta di una grande opportunità. La gente pensa che l’Unione Europea sia un problema? La sinistra le spiega che l’Europa […] è la soluzione. La gente pensa che il terrorismo islamico abbia dichiarato guerra all’Occidente? La sinistra le spiega che […]  l’Islam non c’entra nulla».

Distanza dal senso comune, indifferenza verso i fatti e gli “ultimi” che una volta diceva di proteggere, sentimento di superiorità morale, la convinzione di essere sempre “la parte migliore del paese”: il tutto portato avanti con lo strumento della scomunica morale dell’avversario. Dall’alto di un trono immaginario e sacerdotale, la sinistra non solo ha perso la sua “vocazione” operaista (se mai l’abbia avuta), ma si è spinta a nascondere a se stessa le proprie inadeguatezze e al contempo ha dipinto l’avversario politico (che le ha rubato il monopolio sullo scontento) come male irrimediabile. I partiti della sinistra occidentale si sono autodefiniti progressisti, ma non hanno capito le svolte storiche imposte dalla globalizzazione; si sono malamente riciclate; hanno abbracciato il grande nemico neoliberale; sono diventate elitarie. Hanno perso la loro identità.

Amedeo Gasparini

www.amedeogasparini.com

Alcuni autori per conoscere il pensiero libertario

La libertà è il valore più importante per l’essere umano. Eppure quando cerchiamo di definirla, di catturarla o spiegarla attraverso simboli o concetti, ci troviamo di fronte a problemi insormontabili: tentare di definirla equivale a limitarla. 

Non è così per quell’insieme di filosofie politiche che cadono sotto la categoria del libertarianismo, corrente raffinata e pluralistica che considera la libertà come il più alto fine politico, senza restrizioni o imposizioni esterne, in primis statali. La libertà, secondo i libertari, si esplica in numerose forme: la libertà politica, la libertà individuale e la libertà economica come fulcro dell’intero assetto societario. Ben lontani dalla pedante distinzione di Benedetto Croce tra liberalismo e liberismo, che non ritrova riscontri nella terminologia e nel vocabolio anglosassone, il libertarianismo si rifà completamente al sistema economico capitalista, all’economia di mercato, alla politica economica del Laissez-Faire. Ovvero alla piena capacità dei mercati di equilibrarsi spontaneamente senza l’intervento dello Stato. 

Ed ecco il grande nemico della libertà: lo Stato, questo meccanismo astratto, questa potente macchina burocratica, questo Leviatano intollerante e artificioso, sovrano e paternalista. Con la biforcazione delle correnti del libertarianismo, troviamo differenti idee su come lo Stato possa e debba agire, ammesso che debba esistere. 

I miniarchisti prospettano uno Stato ridotto alla minima funzione di garante della libertà, un “guardiano notturno” della tradizione liberale, che deve garantire il rispetto dei contratti tra liberi individui.

Autori che hanno una valenza significativa nella teoria del miniarchismo sono, nel pantheon dei classici, John Locke ideatore del liberalismo classico, Friedrich Von Hayek della Scuola austriaca e Robert Nozick autore, tra le altre cose, della celebre opera Anarchia, Stato e utopia

Dall’altra parte della barricata si trovano, invece, gli anarco-capitalisti. Questi ultimi, attraverso una valida e argomentata filosofia, propongono l’eliminazione totale dello Stato, del suo monopolio nell’economia (attraverso l’abbattimento del regime delle imposte), nella sanità, nell’istruzione e nella giustizia.

Al posto di questo “meccanismo infernale”, l’anarco-capitalismo propone radicalmente una società di liberi individui legittimata da un sistema di privatopie. Entità territoriali auto-organizzate, capaci di offrire servizi di libero mercato, l’adesione volontaria degli individui alla regole della comunità, escludendo a priori l’esistenza di nazioni ed entità sovranazionali. La giustizia, il benessere e la pace della società, improntata al più vasto individualismo metodologico, può basarsi sul principio di non aggressione, insito nella natura umana. 

L’autore più influente della filosofia anarco-capitalista è stato Murray Newton Rothbard, già autore di un’opera straordinaria: For a new liberty.

In Italia, nonostante questo paese sia la culla dello statalismo assistenzialista, insieme alla figura del giurista “liberista” Bruno Leoni, il libertario per eccellenza impegnato in questa battaglia per la tutela libertà totale, contro qualsiasi collettivismo, è Leonardo Facco. Studioso ed editore poliedrico, critico e polemico, è stato autore di un libro del 2009 che fece molto scalpore: Elogio dell’evasore fiscale. All’interno del manuale possiamo trovare delle valide soluzioni per una rivolta fiscale densa di significato, improntata alla razionalità categorica. 

A livello internazionale occupa un posto di primo piano nel panorama libertario Javier Milei, economista argentino, promotore di una robusta critica al sistema politico vigente, figura presente nei dibattiti televisivi capace di sfoderare le armi della dialettica contro ogni censura liberticida che vuole soffocare la libertà in nome di un collettivismo socialista o di un assistenzialismo di Stato senza scrupoli. Il pensatore economico argentino ha un motto straordinario capace di infuocare gli animi libertari per tenere vivo il valore sacrale della libertà, contro coloro che vorrebbero sottrarcela:

Viva la libertad, carajo!

 

Dati vs socialismo: la sanità privata non è il problema

Quante volte in questi giorni avrete letto commenti del tipo: “La Lombardia è l’esempio del fallimento della sanità privata e del problema dei tagli alla sanità pubblica”. Sarei pronto a scommettere €100 che almeno uno di questi criticoni una visita in un ospedale privato lombardo se l’è fatta: centri d’eccellenza come l’Humanitas, i vari ospedali del Gruppo San Donato, la Columbus, l’Auxologico, il Monzino e lo IEO sono privati e vedono un ampio via vai anche dalle altre Regioni quando non dall’estero.

Si imputa al privato la scarsità di terapie intensive in Lombardia. Ma, in realtà, i posti letto in Lombardia sono in linea con quelli italiane e sono di più di quelli di certe regioni del Meridione. Solo il Friuli Venezia Giulia si allontana significativamente, in meglio, dalla media italiana.

Parlando di terapie intensive, se è vero che esistono regioni con più terapie intensive per abitante della Lombardia (ma spesso nelle piccole regioni meridionali è relativamente più facile vista la scarsa densità di abitanti, bastano due ospedali, come in Molise), è anche vero che anche i privati hanno le terapie intensive e che alcune sono ampiamente specialistiche. Ma, come ben spiega Elisa Serafini, di media il servizio privato costa meno di quello pubblico. Quindi, paradossalmente, se avessimo voluto quei posti nel pubblico con la stessa spesa, beh, ne avremmo di meno.

Ma concentriamoci a guardare le altre sanità con più letti in terapia intensiva delle nostre. Potremmo parlare anche di mondo, consiglio l’articolo, qui tradotto, di Mises.org sulla sanità Sudcoreana, ma parliamo di Europa. Questo studio ci offre una statistica interessante.

Fig. 1

I campioni sono Germania, Lussemburgo e Austria. Germania e Austria hanno una sanità modello Bismarck con molti ospedali privati, la sanità del Lussemburgo è in stile Bismarck, ma ha quasi solo ospedali pubblici, in Romania c’è il Beveridge come in Italia ma, va detto, il sistema soffre di enormi diseguaglianze – a Bucarest ci sono ospedali di enorme qualità mentre nella provincia sono substandard – in Belgio c’è un Bismarck con ospedali come enti no profit, in Lituania c’è una sanità largamente pubblica, la Croazia ha un modello similfrancese con assicurazione minima statale più assicurazione opzionale e simile è il modello ungherese, mentre l’Estonia ha un sistema Beveridge come il nostro.

Se non vedete una correlazione, tranquilli, è semplicemente perché non c’è. Nel contesto europeo avere un sistema Bismarck o un sistema Beveridge di per sé è completamente indifferente rispetto al numero di posti letto o dei posti in terapia intensiva. Contano altri fattori quali l’investimento specifico nel campo della terapia intensiva o nella gestione delle pandemie parainfluenzali.

Il dato specifico non premia, in sostanza, né Beveridge né Bismarck, né la sanità centralizzata né quella decentralizzata. Non esiste evidenza che tornando al caro SSN centralizzato tutto pubblico si possano aumentare i posti in terapia intensiva, seppur ciò farebbe quasi sicuramente calare la qualità generale visto che in termini qualitativi i sistemi Beveridge più sono accentrati più perdono in qualità e, inoltre, eliminerebbe gran parte delle eccellenze che effettivamente ci rendono concorrenziali nel mondo.

Mercato vs. Stato: perché la sanità sudcoreana sta surclassando quella italiana?

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Mises Institute.

Ormai tutti conosciamo la diffusione del COVID-19 in tutto il globo. Restrizioni al movimento sono in ogni dove, le persone vengono testate e si preparano alla possibile quarantena, preoccupandosi per il proprio lavoro e la famiglia. I grandi eventi sono cancellati e interi Paesi messi in quarantena.

In tutto questo si può comunque intravedere un esperimento naturale sul funzionamento delle sanità socializzate in queste situazioni. E pare che stia andando abbastanza male per loro: possiamo vedere l’esempio dell’Italia e della Corea del Sud. Al momento, 12/3/2020, l’Italia ha 15’113 casi mentre la Corea del Sud 7’869 (i dati sono riferiti al giorno in cui l’articolo originale è stato pubblicato su Mises – ndr) e i dati sudcoreani stanno crescendo con calma – circa 100 casi al giorno contro le migliaia dell’Italia. Corea del Sud e Italia hanno popolazioni simili ma la parte della Penisola Coreana sotto la sovranità di Seoul è circa 1/3 della Penisola Italiana.

Nonostante la chiusura quasi totale del Paese l’Italia sta vedendo un aumento vertiginoso di casi mentre la Corea, con un culto che diffonde volutamente la malattia, no, e sta guadagnando il ruolo di guida nella lotta contro COVID-19. Ci sono varie ragioni e non poche sono legate ai differenti sistemi sanitari.

Sanità sudcoreana

Anche se il governo sudcoreano ha un proprio sistema assicurativo in monopolio di Stato ciò non ha impedito lo sviluppo del mercato: ospedali e cliniche chiedono abitualmente ai pazienti più di quanto copra l’assicurazione statale e per questa ragione più di 8 coreani su 10 hanno un’assicurazione supplementare, che pagano circa 120$ al mese.

Il 94% degli ospedali sono privati con un modello a pagamento, senza sussidi diretti del governo. Tanti sono posseduti da università o da enti caritatevoli. Il numero di ospedali è cresciuto nettamente dal 2002, quando erano 1’185, al 2012, quando erano 3’048. Il risultato è che in Corea del Sud ci sono 10 posti letto ogni 1’000 abitanti, più del doppio della media dell’OECD e quasi tre volte di quelli che ha l’Italia, che ne ha 3,4. Questi ospedali, tra l’altro, fanno pagare significativamente meno di quelli americani, che per la cronaca richiedono un “certificato di necessità” del governo in molti Stati.

Sanità italiana

In Italia, invece, il Servizio Sanitario Nazionale copre praticamente tutto ed esistono solo copagamenti simbolici. I tempi d’attesa possono essere anche di qualche mese, specie per le grandi strutture pubbliche, mentre nelle piccole cliniche convenzionate possono essere più brevi.

Vari ospedali offrono delle opzioni di mercato dove il paziente paga a sue spese, ma pochi ne fanno uso. I servizi d’emergenza sono sempre gratis.

Tempi d’attesa e qualità sono decisamente peggiori nel Meridione del Paese, dove spesso gli abitanti vanno al Nord a curarsi. Sono alti i tassi di medici laureati in Italia che vanno a lavorare all’estero, con l’istruzione italiana che vorrebbe rispondere riducendo i posti in medicina nelle università. In Italia vi era carenza di personale sanitario ben prima dell’epidemia di COVID-19. Il numero di ospedali è inoltre in calo: dai 1’321 del 2000 ai 1’063 del 2017. I prezzi del SSN sono stati messi sotto quelli di mercato con l’obiettivo di risparmiare denaro, e i risultati si vedono.

Conclusione

Attualmente il sistema sanitario italiano è sotto enorme pressione a causa dell’epidemia di COVID-19 che sta gestendo, tant’è che in alcuni ospedali si è già scelto di curare prima i giovani e i sani. Molti parlano solo del pericolo dell’epidemia ignorando l’evidenza che racconta una storia diversa: sotto le sanità che si affidano al governo la situazione è peggiore che sotto le sanità che si affidano al libero mercato. La sanità sudcoreana ha una rete di sicurezza, ma è molto simile ad un sistema di puro libero mercato, sicuramente di del sistema attualmente vigente negli Stati Uniti d’America dove gli ospedali sono sottoposti a stretta regolamentazione del governo, spesso imponendo strette restrizioni sulle forniture che non fanno altro che aumentare i costi e diminuirne la disponibilità. Come risultato la Corea del Sud ha fatto ciò che l’Italia non è stata in grado di fare: gestire efficacemente un’epidemia senza chiudere il Paese.

Se gli Stati Uniti vogliono gestire effettivamente un gran numero di casi nelle grandi città dovrebbero seguire l’esempio sudcoreano e liberalizzare il mercato, non costruire un sistema monopolizzato di test sanitario che impedisce alle persone di essere testate. Ciò non risolverebbe subito il problema delle scelte passate, ma aumenterebbe sicuramente la capacità di risposta del sistema sanitario.

Lo “Stato privato”: la monarchia in una società libera

Premessa: nella seguente riflessione si vuole dare una prospettiva diversa delle questioni istituzionali, rimanendo nell’ambito ampio e ricco di sfaccettature del liberalismo. Parlerò in particolare della monarchia e di come essa può essere compatibile con quella che chiamiamo “società libera”. Il sottoscritto è un conservatore libertario (paleolibertario), perché crede che lo Stato e la pianificazione dell’economia e della vita dei cittadini abbiano minato alla base i pilastri della società “tradizionale” , frutto spontaneo della volontaria collaborazione umana.

In quest’ottica qualsiasi intervento statale costituisce un’alternativa opposta alla libera prosecuzione della società naturale. Approfondirò questa particolare visione in altre occasioni, era però necessario precisare la mia posizione per correttezza verso chi legge e per avvertire che termini come liberale e libertario sono usati secondo questo insieme di valori. Naturalmente quello liberale è un mondo vasto all’interno del quale chi la pensa come me occupa, potremmo dire, l’ estrema destra, e non mi aspetto che tutti i liberali concordino con me

La mia però è UNA visione, e nella PLURALITÀ delle nostre voci la presento volentieri per arricchire un dibattito che ha un unico fine per tutti noi, quello della ricerca della libertà, della tutela della proprietà privata, della possibilità per ciascuno di disporre dei propri soldi senza che sia lo Stato a dirgli come deve usarli.

Un liberale che voglia avere una visione il più possibile completa e coerente della società non può, a un certo punto della sua formazione, non domandarsi quale sia la “forma di governo” più compatibile con i propri valori. Si tratta di una domanda non facile da affrontare perchè, comunque si affronti il discorso, a un certo punto dovremo pur arrivare a chiederci: “la libertà è compatibile con la democrazia?”

La democrazia, che già Hayek definiva un “mezzo”, non il “fine” di un liberale, non può essere oggetto di discussione senza rischiare accuse pesanti di tendenza al totalitarismo. Una visione pragmatica delle cose con una prospettiva nel breve termine naturalmente ci impone di riconoscere che un sistema democratico ha indiscutibili vantaggi, ma se ci fermiamo a questo il nostro ragionamento diventa sterile.

Abbiamo il diritto, al di là delle questioni urgenti che richiedono risposte immediate nel concreto e nel possibile, di tracciare situazioni ideali, di immaginare, di sognare. Di sicuro una cosa non ci interessa: pianificare. Quello lo lasciamo ai socialisti. Proviamo quindi ad affrontare il tema della forma di governo “migliore” o, come direbbero gli anarcocapitalisti, “meno incompatibile” per una società libera.

Cosa realmente interessa a un liberale? Naturalmente la tutela della libertà personale e della proprietà privata, nonché la tutela del diritto a fare di questa proprietà ciò che si vuole una volta rispettata la proprietà altrui. Per un liberale rigoroso qualsiasi forma di coercizione e prelievo fiscale costituisce un attacco alla proprietà privata.

Visto che ogni forma di governo prevede un grado di coercizione e un grado di tassazione per mantenere il proprio potere, dovremmo dire che la sola esistenza di qualsiasi tipo di governo è incompatibile con la piena libertà individuale. Finché ci sarà un’agenzia che con la forza potrà esercitare il monopolio fiscale non potremo mai fare ciò che vogliamo con i nostri soldi, e questa è una privazione di libertà a tutti gli effetti.

I grandi pensatori liberali si sono scontrati spesso con questa contraddizione e hanno tentato di aggirarla con diverse giustificazioni, almeno fino all’avvento degli anarcocapitalisti duri e puri, alla Rothbard per intenderci, che sono stati molto meno aperti a concedere possibilità allo “Stato”, per quanto “minimo”, che pochi liberali avevano osato rinnegare completamente.

Non volendo tracciare qui, poiché ci saranno altre occasioni per farlo, un modello di società anarco-capitalista pura, in cui l’ordine si mantiene senza Stato ma spontaneamente seguendo il libero mercato, mi limiterò a parlare di una delle possibili forme di governo “meno incompatibili” con la proprietà privata: la monarchia.

Il tema della monarchia viene coraggiosamente affrontato da Hans Hermann Hoppe, filosofo ed economista paleolibertario e an-cap, che nella sua opera “Democrazia: il dio che ha fallito” tenta di immaginare una società realmente libera. Per Hoppe questo tipo di società si realizza solo con l’anarcocapitalismo, e quindi in assenza dello Stato.

Nessuno però realmente pensa che non possano esistere gradi intermedi e che le alternative all’anarchia di mercato siano tutte uguali tra loro, ed ecco che Hoppe analizza le due forme di governo che hanno caratterizzato la storia occidentale, monarchia e democrazia, e si chiede quale delle due sia il meno peggio per la proprietà privata. La risposta secondo Hoppe sarà, lo anticipo subito, la monarchia. Ma non per un semplice “tradizionalismo”: le ragioni sono, una volta di più, economiche.

Innanzitutto bisogna capire che la monarchia di cui parliamo e di cui parla Hoppe non è una monarchia parlamentare: la stragrande maggioranza di queste monarchie odierne ha, per gli aspetti che ci interessano, sistemi molto simili alle repubbliche democratiche, come il sistema parlamentare, il welfare state etc… e nemmeno si parla di totalitarismi monarchici o cose del genere. Stiamo parlando di società liberali e libertarie e di come raggiungerle, e quindi andiamo a considerare quelle forme di governo in cui il potere può essere più agevolmente limitato.

Lo Stato monarchico più interessante da analizzare in rapporto allo sviluppo della proprietà privata è quello ereditario in cui, idea che oggi può suonare medievale, lo Stato stesso è proprietà del re. Si tratta a tutti gli effetti di uno “Stato privato”. Il re, come ogni detentore del potere statale, attua una coercizione su un determinato territorio, e i proventi della tassazione affluiscono direttamente nelle sue casse private.

Questo monarca può erogare qualche genere di servizio con le risorse raccolte, in genere si limiterà a difendere i propri territori dalle aggressioni di monarchi vicini in competizione con lui, ma non avrà mai, secondo la visione paleolibertaria, l’interesse a un’impostazione fiscale oppressiva e a un uso della coercizione troppo esteso.

Questo perché il re, nonostante da una prospettiva libertaria sia da considerarsi il monopolista della coercizione, agisce a tutti gli effetti come un privato. Se lo Stato è “suo”, avrà interesse alla prosperità della società, poiché da questa dipendono le sue fortune. Ma non solo, ci sono altri fattori da tenere in considerazione.

Se il Re agisce come privato, teniamo conto che ogni privato si muove nel mercato in base al proprio tasso di preferenza temporale, in parole povere in base alla preferenza che da al godere di maggiori ricchezze oggi a rispetto a un risparmio per il domani. Più questo tasso si abbassa, e questo nel mercato avviene per motivi diversi, e più si è portati a ragionare nell’ottica del futuro, della previdenza e del risparmio: quelli che possiamo chiamare ragionamenti a lungo termine.

Ci sono vari fattori che possono far variare il tasso di preferenza temporale, in genere però possiamo dire che, se un individuo sa che avrà solo un tot di tempo per sfruttare una determinata occasione, il tasso di preferenza si alzerà e lo porterà ad agire con un ottica incentrata sul breve termine. Il bambino che non conosce il mondo e non ha concetti ancora chiari di tempo ha un alto tasso di preferenza temporale che lo porta a ragionare nel brevissimo termine, così come il tasso di preferenza temporale si abbassa per il padre di famiglia di mezza età che ragiona per il futuro del proprio nucleo familiare e torna ad alzarsi quando un individuo giunge nella vecchiaia e può voler tendere a concludere i propri affari prima di morire.

Il re non è un amministratore, come è invece un presidente eletto di uno stato democratico, ma un proprietario, e quindi il suo tasso di preferenza temporale sarà più basso, poiché il bene che amministra è suo e a vita, e non per la semplice durata di un mandato che in genere dura pochi anni. Inoltre, anche tenendo conto di pratiche come l’abdicazione e del destino che accomuna il re a tutti gli uomini, la morte, il fatto di lasciare il “bene-Stato” in eredità a un suo familiare, in genere un figlio, non farà che abbassare ulteriormente il suo tasso di preferenza temporale e porterà il re a ragionare ancora di più sul lungo termine.

Un tasso di preferenza temporale più basso vuol dire risparmio e moderazione oggi in favore di un valore domani, quindi è chiaro che il Re in questo modo sarà meno portato ad atti come una coercizione eccessiva e una tassazione opprimente, perché questo potrebbe portarlo un domani a vedere la popolazione insorgere per la coercizione e gli introiti calare per aver distrutto l’economia imponendo troppe tasse. Sia chiaro, non stiamo tracciando un’utopia monarchica, semplicemente affermando che più sotto questo tipo di monarchia che in democrazia si verificano queste condizioni.

Con la monarchia cade quella grande “illusione” secondo cui il potere è “pubblico” ed esiste una cosa come l’interesse pubblico perseguito dallo Stato. Tutto questo non esiste, secondo Hoppe, nemmeno nella democrazia. Nella monarchia almeno le cose sono ben chiare, le responsabilità ricadono su un individuo che ha maggiori pressioni che potremmo chiamare “di mercato” perché l’amministrazione del suo bene sia condotta meglio e possa durare più a lungo.

Il vantaggio sta proprio nel fatto che una monarchia, non avendo la “legittimazione popolare” (che se va contro la proprietà privata non è positiva, basti pensare al socialismo) è meno portata, se vuole mantenersi, ad estendere i propri poteri oltre un certo limite. Certamente ricordate che parliamo di “Stato privato” e non di “monarchia parlamentare”, dove la legittimazione democratica può consentire al governo di instaurare il socialismo e ledere la proprietà privata senza possibilità di contestazioni efficaci.

Hoppe si avventura anche in innumerevoli esempi storici che non voglio riportare in un articolo generale, ma che potranno essere trattati in approfondimenti più curati con una più ampia visione storica. Cito soltanto come secondo questa particolare visione di idee il passaggio da monarchia a democrazia abbia avuto effetti nefasti anche nella caratterizzazione di un nuovo fenomeno che ha portato alla fine di milioni di vite umane: la guerra totale.

Quando la guerra ha cessato di essere una contesa tra principi per questioni territoriali risolvibile con politiche matrimoniali o muovendo eserciti di professionisti pagati dal sovrano, è divenuta sempre più una questione di popoli contro popoli, di ideologie contrapposte, di nazioni intere mobilitate con la leva militare. Gli obiettivi hanno iniziato a coinvolgere non solo questo o quel signorotto locale o questo o quell’esercito, ma gli stessi civili, che hanno perso quel valore di taxpayers per cui anche il più cinico invasore avrebbe potuto tenere alla loro incolumità sperando di tassarli una volta conquistati, e sono diventati parte, per quanto passiva, di scontri sanguinari.

Tutti questi elementi, che col tempo potranno essere analizzati meglio e in modo più specifico, vogliono stimolare il dibattito ultimamente un po’ stagnante sulle forme di governo in ambito liberale. La conclusione di Hoppe, come ho già detto, non è propriamente monarchica, ma rigorosamente anarcocapitalista. Se la monarchia può avere dei pregi per un liberale è giusto che questi pregi diventino temi di dibattito, così come porteremo nel dibattito vantaggi e svantaggi di una democrazia. L’idea di “stato privato” come tracciato qui può tornare estremamente utile a mio avviso: nonostante non trovi applicazione nell’immediato, il solo fatto di conoscerne le caratteristiche può essere per il libertario una bussola con cui orientarsi per tentare di cambiare gradualmente il mondo in cui vive.