Pietre trasformate in pane: il (falso) miracolo Keynesiano – di Ludwig von Mises

Pietre trasformate in pane: il miracolo keynesiano

di Ludwig von Mises

 

I

La tesi fondamentale di tutti gli autori socialisti è che esiste un’abbondanza potenziale di beni e che la sostituzione del socialismo con il capitalismo permetterebbe di dare a ciascuno “secondo i propri bisogni”. Altri autori intendono realizzare questo paradiso con una riforma del sistema monetario e creditizio. Per come la vedono loro, tutto ciò che manca nel sistema economico è più denaro e più credito. Essi ritengono che il tasso d’interesse sia un fenomeno creato artificialmente dalla scarsità, indotta dagli uomini, dei “mezzi di pagamento”.

In centinaia, se non migliaia, di libri e opuscoli rimproverano con veemenza gli economisti “ortodossi” per loro riluttanza a riconoscere che le dottrine inflazionistiche ed espansionistiche siano solide. Tutti i mali, ripetono in continuazione, sono causati dagli erronei insegnamenti della “triste scienza” dell’economia e dal “monopolio del credito” di banchieri e usurai. Liberare il denaro dalle catene del “restrizionismo”, creare denaro libero (Freigeld, nella terminologia di Silvio Gesell) e concedere credito a basso costo o addirittura gratuito, è l’asse portante della loro piattaforma politica.

Queste idee attraggono le masse disinformate. E sono molto popolari tra i governi impegnati in una politica di aumento della quantità di denaro in circolazione e di depositi soggetti a controllo. Tuttavia, i governi e i partiti inflazionisti non sono stati disposti ad ammettere apertamente la loro adesione ai principi degli inflazionisti. Mentre la maggior parte dei paesi imbarcava nell’inflazione e in una politica di moneta facile, i campioni letterari dell’inflazionismo erano ancora rigettati come “eccentrici monetaristi” (“monetary cranks”). Le loro dottrine non venivano insegnate nelle università.

John Maynard Keynes, defunto consigliere economico del governo britannico, è il nuovo profeta dell’inflazionismo. La “rivoluzione keynesiana” è consistita nell’abbracciare apertamente le dottrine di Silvio Gesell. In quanto principale esponente dei geselliani britannici, Lord Keynes adottò anche il peculiare gergo messianico della letteratura inflazionistica e lo introdusse in documenti ufficiali. L’espansione del credito, dice il Paper of the British Experts dell’8 aprile 1943, compie il “miracolo… di trasformare una pietra in pane”. L’autore di questo documento era, naturalmente, Keynes. La Gran Bretagna ha davvero percorso una lunga strada per arrivare a questa affermazione partendo dall’opinione di Hume e Mill sui miracoli.

 

II

Keynes entrò sulla scena politica nel 1920 con il suo libro Le Conseguenze Economiche della Pace. Egli cercò di dimostrare che le somme richieste per le riparazioni di guerra erano di gran lunga superiori a quanto la Germania poteva permettersi di pagare e di “trasferire”. Il successo del libro fu travolgente. La macchina propagandistica dei nazionalisti tedeschi, ben radicata in ogni Paese, si impegnò a rappresentare Keynes come il più eminente economista del mondo e il più saggio statista britannico.

Eppure sarebbe un errore incolpare Keynes per la politica estera suicida che la Gran Bretagna seguì nel periodo tra le due guerre. Altre forze, in particolare l’adozione della dottrina Marxiana dell’imperialismo e della “belligeranza capitalista”, hanno avuto un’importanza incomparabilmente maggiore nella politica di appeasement di quell’epoca. Ad eccezione di un piccolo numero di uomini lungimiranti, tutti i britannici sostenevano la politica che permise infine ai nazisti di dare inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

Un economista francese di grande talento, Etienne Mantoux, ha analizzato il famoso libro di Keynes punto per punto. Il risultato del suo attento e coscienzioso esame è devastante per l’economista e statista Keynes. I sostenitori di Keynes non sono riusciti a trovare una risposta efficace. L’unico argomento che il suo amico e biografo, il professor E. A. G. Robinson, poté avanzare è che questo potente atto d’accusa contro la posizione di Keynes venne “come ci si poteva aspettare, da un francese.” (Economic Journal, Vol. LVII, p. 23.). Come se gli effetti disastrosi della politica di appeasement e del disfattismo non avessero toccato anche la Gran Bretagna!

Etienne Mantoux, figlio del famoso storico Paul Mantoux, era il più illustre dei giovani economisti francesi. Aveva già dato preziosi contributi alla teoria economica – tra cui una tagliente critica alla Teoria Generale di Keynes, pubblicata nel 1937 nella Revue d’Economic Politique – prima di iniziare il suo The Carthaginian Peace or the Economic Consequences of Mr. Keynes (Oxford University Press, 1946). Non ha vissuto abbastanza per assistere alla pubblicazione del suo libro. Ufficiale nell’esercito francese, fu ucciso in servizio attivo durante gli ultimi giorni della guerra. La sua morte prematura è stata un duro colpo per la Francia, che oggi ha un gran bisogno di economisti saggi e coraggiosi.

 

III

Sarebbe un errore anche incolpare Keynes per i difetti e i fallimenti delle attuali politiche economiche e finanziarie britanniche. Quando iniziò a scrivere, la Gran Bretagna aveva da tempo abbandonato il principio del laissez-faire. Questo risultato fu raggiunto grazie a uomini come Thomas Carlyle e John Ruskin e, soprattutto, i Fabiani. Quelli nati negli anni Ottanta del XIX secolo e più tardi furono solamente gli epigoni dei socialisti delle università e dei salotti del tardo periodo vittoriano. Non erano critici del sistema di potere come lo erano stati i loro predecessori, ma difensori delle politiche di governi e gruppi di pressione la cui inadeguatezza, futilità e perniciosità diventavano sempre più evidenti.

Il professor Seymour E. Harris ha appena pubblicato un corposo volume di saggi raccolti da vari autori accademici e burocratici che trattano le dottrine di Keynes sviluppate nella sua Teoria Generale dell’Occupazione, degli Interessi e del Denaro, pubblicata nel 1936. Il titolo del volume è The New Economics, Keynes’ Influence on Theory and Public Policy (Alfred A. Knopf, New York, 1947). Che il Keynesismo abbia diritto a essere chiamato “nuova economia” o che non sia, piuttosto, un rimaneggiamento di false credenze mercantiliste più volte confutate e di sillogismi degli innumerevoli autori che volevano far diventare tutti ricchi con la moneta fiat, è irrilevante. Ciò che conta non è se è una dottrina nuova, ma se è sensata.

La cosa notevole di questa raccolta è che non cerca nemmeno di confutare le obiezioni motivate sollevate contro Keynes da seri economisti. L’editore sembra incapace di concepire che qualsiasi uomo onesto e non corrotto possa essere in disaccordo con Keynes. Per come la vede lui, l’opposizione a Keynes deriva “dagli interessi nascosti degli studiosi della teoria più antica” e “dall’influenza preponderante di stampa, radio, finanza e ricerca sovvenzionata”. Ai suoi occhi, i non keynesiani sono solo un branco di sicofanti corrotti, indegni di attenzione. Il professor Harris adotta così i metodi dei marxisti e dei nazisti, che preferivano diffamare i loro critici e mettere in discussione le loro motivazioni invece di confutare le loro tesi.

Alcuni dei contributi sono scritti con un linguaggio dignitoso e sono prudenti, o anche critici, nella loro valutazione dei risultati di Keynes. Altri sono semplicemente esagerazioni enfatiche. Così ci dice il professor Paul E. Samuelson: “Essere nato come economista prima del 1936 è stata una manna dal cielo – certo. Ma non essere nato troppo tempo prima!”. E procede a citare Wordsworth:

“La beatitudine era in quell’alba essere vivi,

Ma essere giovani era un vero paradiso!”

Discendendo dalle nobili altezze del Parnaso verso le valli prosaiche della scienza quantitativa, il professor Samuelson ci fornisce informazioni precise sulla suscettibilità degli economisti al vangelo keynesiano del 1936. Gli studiosi sotto i 35 anni, dopo un certo periodo di tempo, ne coglievano appieno il significato; quelli oltre i 50 anni si rivelavano piuttosto immuni, mentre gli economisti di mezzo erano divisi.

Dopo averci così servito una versione riscaldata del tema della giovinezza di Mussolini, egli ci offre altri slogan ormai superati del fascismo, come ad esempio “l’onda del futuro”. Tuttavia, su questo punto un altro contributore, il signor Paul M. Sweezy, non è d’accordo. Ai suoi occhi Keynes, contaminato com’era dai “limiti del pensiero borghese”, non è il salvatore dell’umanità, ma solo il precursore la cui missione storica è quella di preparare la mente britannica all’accettazione del marxismo puro e di rendere la Gran Bretagna ideologicamente matura per un socialismo pieno.

 

IV

Ricorrendo alle insinuazioni e cercando di rendere i loro avversari sospetti riferendosi ad essi con termini ambigui che permettono varie interpretazioni, i seguaci di Lord Keynes stanno imitando i metodi del loro idolo. Perché ciò che molti hanno definito ammirati come lo “stile brillante” e la “padronanza del linguaggio” di Keynes erano, in realtà, trucchi retorici a buon mercato.

Ricardo, dice Keynes, “fece sua l’Inghilterra tanto quanto la Santa Inquisizione fece sua la Spagna”. Questo è quanto di più aggressivo possa esserci per un paragone. L’Inquisizione costrinse gli spagnoli alla sottomissione col supporto di forze armate e carnefici. Le teorie di Ricardo furono accettate come corrette dagli intellettuali britannici senza che venisse esercitata alcuna pressione o costrizione in loro favore. Ma nel confrontare le due cose completamente diverse, Keynes suggerisce indirettamente che c’era qualcosa di vergognoso nel successo degli insegnamenti di Ricardo e che coloro che li disapprovano sono eroici, nobili e impavidi campioni di libertà come lo erano quelli che combatterono gli orrori dell’Inquisizione.

Il più famoso degli aperçus di Keynes è: “Due piramidi, due messe per i morti, sono due volte meglio di una; ma non così due ferrovie da Londra a York”. È ovvio che questa battuta, degna di un personaggio di una commedia di Oscar Wilde o Bernard Shaw, non dimostra in alcun modo la tesi che scavare buche nel terreno e pagarle con i risparmi “aumenterà la produzione nazionale reale di beni e servizi utili”. Ma mette l’avversario nella scomoda posizione di lasciare un’apparente argomentazione senza risposta o di utilizzare gli strumenti della logica e del ragionamento discorsivo contro una brillante arguzia.

Un altro esempio della tecnica di Keynes è fornito dalla sua maliziosa descrizione della Conferenza per la Pace di Parigi. Keynes non era d’accordo con le idee di Clemenceau. Perciò egli cercò di ridicolizzare il suo avversario dilungandosi ampiamente sul suo abbigliamento e sul suo aspetto che, a quanto pare, non soddisfaceva gli standard stabiliti dai sarti londinesi. È difficile individuare un collegamento fra il problema delle riparazioni di guerra tedesche ed il fatto che gli stivali di Clemenceau “erano di pelle nera spessa, molto buoni, ma di stile campagnolo, e a volte fissati davanti, curiosamente, da una fibbia al posto dei lacci”.

Dopo che 15 milioni di esseri umani erano morti in guerra, i più importanti statisti del mondo si sono riuniti per dare all’umanità un nuovo ordine internazionale e una pace duratura… e l’esperto finanziario dell’Impero britannico era divertito dallo stile rustico delle calzature del primo ministro francese.

Quattordici anni dopo ci fu un’altra conferenza internazionale. Questa volta Keynes non era un consigliere minore, come nel 1919, ma una delle figure principali. A proposito di questa Conferenza Economica Mondiale di Londra del 1933, il professor Robinson osserva che: “Molti economisti di tutto il mondo ricorderanno… la performance a Covent Garden del 1933 in onore dei delegati della Conferenza Economica Mondiale, che doveva la sua concezione e organizzazione a Maynard Keynes”.

Quegli economisti che non erano al servizio di uno dei governi deplorevolmente inetti del 1933 e quindi non erano Delegati e non hanno partecipato alla deliziosa serata di balletto, ricorderanno la Conferenza di Londra per altri motivi. Essa segnò il più spettacolare fallimento nella storia delle relazioni internazionali di quelle politiche neo-mercantiliste che Keynes sosteneva. Rispetto a questo fiasco del 1933, la Conferenza di Parigi del 1919 appare come un evento di grande successo. Ma Keynes non ha pubblicato alcun commento sarcastico sui cappotti, gli stivali e i guanti dei Delegati del 1933.

 

V

Sebbene Keynes considerasse “lo strano e indebitamente trascurato profeta Silvio Gesell” come un precursore, i suoi stessi insegnamenti differiscono notevolmente da quelli di Gesell. Ciò che Keynes prese in prestito da Gesell, così come dalla schiera di altri propagandisti pro-inflazione, non fu il contenuto della loro dottrina, ma le loro conclusioni pratiche e le tattiche utilizzate per minare il prestigio dei loro oppositori. Questi stratagemmi sono:

  • Tutti gli avversari, cioè tutti coloro che non considerano l’espansione del credito come la soluzione a tutti i mali, sono raggruppati insieme e definiti ortodossi. È sottinteso che non ci sono differenze tra loro.
  • Si presume che l’evoluzione della scienza economica sia culminata in Alfred Marshall e si sia conclusa con lui. Le scoperte dell’economia soggettiva moderna non vengono prese in considerazione.
  • Tutto ciò che gli economisti di David Hume fino ai nostri tempi hanno scritto per chiarire i risultati dei cambiamenti nella quantità di denaro e di sostituti del denaro viene semplicemente ignorato. Keynes non ha mai intrapreso il compito impossibile di confutare questi insegnamenti con raziocinio.

Sotto tutti questi aspetti i partecipanti alla raccolta adottano la tecnica del loro maestro. La loro critica mira a un corpo di dottrina creato dalle loro stesse illusioni, che non ha alcuna somiglianza con le teorie esposte da economisti seri. Mettono a tacere tutto ciò che gli economisti hanno detto sull’inevitabile esito dell’espansione del credito. Sembra che non abbiano mai sentito parlare della teoria monetaria del ciclo del commercio.

Per una corretta valutazione del successo che la Teoria Generale di Keynes ha riscontrato negli ambienti accademici, bisogna considerare le condizioni prevalenti nell’ambiente economico universitario nel periodo tra le due guerre mondiali.

Tra gli uomini che hanno occupato le cattedre di economia negli ultimi decenni, ci sono stati solo pochi economisti degni di nota, vale a dire uomini che conoscono a fondo le teorie sviluppate dalla moderna economia soggettiva. Le idee dei vecchi economisti classici, così come quelle degli economisti moderni, venivano caricaturate nei libri di testo e nelle aule, e venivano chiamate con nomi come economia antiquata, ortodossa, reazionaria, borghese o di Wall Street. Gli insegnanti si vantavano di aver confutato per sempre le dottrine astratte della Scuola di Manchester e del laissez-faire.

L’antagonismo tra le due scuole di pensiero aveva il suo fulcro pratico nella gestione del problema sindacale. Quegli economisti denigrati come ortodossi insegnavano che un aumento permanente dei salari per tutti i lavoratori è possibile solo nella misura in cui la quota pro capite di capitale investito e la produttività del lavoro aumentano. Se – per decreto governativo o per pressione sindacale – i salari minimi sono fissati ad un livello più alto di quello a cui li avrebbe fissati il mercato libero, la disoccupazione si traduce in un fenomeno di massa permanente.

Quasi tutti i professori delle università alla moda hanno attaccato bruscamente questa teoria. Per come questi sedicenti dottrinari “non ortodossi” hanno interpretato la storia economica degli ultimi duecento anni, l’aumento senza precedenti dei salari reali e del tenore di vita è avvenuto grazie al movimento sindacale e alla legislazione governativa a favore del lavoro. Il sindacalismo era, a loro avviso, altamente benefico per i veri interessi di tutti i lavoratori e dell’intera nazione. Solo disonesti apologeti degli interessi spietati di insensibili sfruttatori potevano lamentarsi delle azioni violente dei sindacati. La principale preoccupazione del governo popolare, dicevano, dovrebbe essere quella di incoraggiare i sindacati il più possibile e di dare loro tutta l’assistenza necessaria per combattere gli intrighi dei datori di lavoro e fissare salari sempre più alti.

Ma non appena i governi e i legislatori hanno conferito ai sindacati tutti i poteri necessari per raggiungere i loro obiettivi di salario minimo, le conseguenze sono state quelle che gli economisti “ortodossi” avevano previsto: la disoccupazione di una parte considerevole della forza lavoro potenziale si è prolungata anno dopo anno.

I teorici “non ortodossi” erano perplessi. L’unico argomento che avevano avanzato contro la teoria “ortodossa” era il richiamo alla loro stessa fallace interpretazione dell’esperienza. Ma ora gli eventi si svilupparono proprio come la “scuola astratta” aveva previsto. C’era confusione tra i “non ortodossi”.

Fu in questo momento che Keynes pubblicò la sua Teoria generale. Che conforto per gli imbarazzati “progressisti”! Qui, finalmente, trovavano qualcosa da opporre alla visione “ortodossa”. La causa della disoccupazione non erano le inadeguate politiche del lavoro, ma le carenze del sistema monetario e creditizio. Non c’era più bisogno di preoccuparsi dell’insufficienza del risparmio, dell’accumulazione di capitale e dei deficit delle finanze pubbliche. Al contrario. L’unico metodo per eliminare la disoccupazione era quello di aumentare la “domanda effettiva” attraverso la spesa pubblica finanziata dall’espansione del credito e dall’inflazione.

Le politiche che la Teoria Generale raccomandava erano proprio quelle che gli “eccentrici monetaristi” avevano avanzato molto prima e che la maggior parte dei governi aveva sposato durante la Depressione del 1929 e degli anni successivi. Alcuni ritengono che i precedenti scritti di Keynes abbiano avuto un ruolo importante nel processo che ha convertito i governi più potenti del mondo alle dottrine della spesa spericolata, dell’espansione del credito e dell’inflazione. Possiamo lasciare in sospeso questa piccola questione. In ogni caso non si può negare che i governi e i popoli non abbiano aspettato la Teoria Generale per abbracciare queste politiche “keynesiane” – o, più correttamente, geselliane.

 

VI

La Teoria generale di Keynes del 1936 non inaugurò una nuova era di politiche economiche; piuttosto, segnò la fine di un’epoca. Le politiche raccomandate da Keynes erano già allora molto vicine al momento in cui le loro inevitabili conseguenze sarebbero state evidenti e la loro continuazione sarebbe stata impossibile. Anche i keynesiani più fanatici non osano dire che le attuali difficoltà dell’Inghilterra siano effetto di troppo risparmio e di spese insufficienti.

L’essenza della tanto glorificata politica economica “progressista” degli ultimi decenni è stata quella di espropriare parti sempre crescenti dei redditi più alti e di utilizzare le somme così raccolte per finanziare gli sprechi pubblici e per sovvenzionare i membri dei gruppi di pressione più potenti. Agli occhi dei “non ortodossi”, ogni tipo di politica, per quanto manifestamente inadeguata, era giustificata come mezzo per realizzare una maggiore uguaglianza. Ora questo processo è giunto al capolinea.

Con le attuali aliquote fiscali e i metodi applicati nel controllo dei prezzi, dei profitti e dei tassi di interesse, il sistema ha liquidato sé stesso. Neanche la confisca di ogni centesimo guadagnato oltre le 1.000 sterline all’anno fornirebbe alcun aumento percepibile alle entrate pubbliche della Gran Bretagna. Anche i fabiani più rigidi non possono non rendersi conto che d’ora in poi i fondi per la spesa pubblica devono essere presi dalle stesse persone che dovrebbero trarne profitto. La Gran Bretagna ha raggiunto il limite sia dell’espansionismo monetario che della spesa.

Le condizioni in questo Paese [gli Stati Uniti, ndT] non sono sostanzialmente diverse. La ricetta keynesiana per far crescere i salari non funziona più. L’espansione del credito, progettata su una scala senza precedenti dal New Deal, ha ritardato per un breve periodo le conseguenze di politiche del lavoro inappropriate. Durante questo intervallo il governo e i leader sindacali potevano vantarsi dei “guadagni sociali” che avevano assicurato all'”uomo comune”. Ma ora le inevitabili conseguenze dell’aumento della quantità di denaro e di depositi sono diventate visibili; i prezzi aumentano sempre di più. Quello che sta succedendo oggi negli Stati Uniti è il fallimento finale del Keynesismo.

Non c’è dubbio che il pubblico americano si stia distaccando dalle nozioni e dagli slogan keynesiani. Il loro prestigio sta diminuendo. Solo pochi anni fa i politici discutevano ingenuamente l’entità del reddito nazionale in dollari, senza tener conto dei cambiamenti che l’inflazione di tipo governativo aveva portato nel potere d’acquisto del dollaro stesso. I demagoghi specificavano il livello a cui volevano portare il reddito nazionale (in dollari). Oggi questa forma di ragionamento non è più popolare. Finalmente l'”uomo comune” ha imparato che aumentare la quantità di dollari non rende l’America più ricca. Il professor Harris continua a lodare l’amministrazione Roosevelt per aver aumentato il reddito in dollari. Ma tale coerenza keynesiana si trova oggi solo nelle aule scolastiche.

Ci sono ancora insegnanti che dicono ai loro studenti che “un’economia può sollevarsi facendo forza sui propri tiranti ” e che “possiamo farci strada verso la prosperità grazie alla spesa”. Ma il miracolo keynesiano non si materializza: le pietre non si trasformano in pane. I panegirici degli eruditi autori che hanno collaborato alla realizzazione del volume citato non fanno che confermare l’affermazione introduttiva dell’editore secondo cui “Keynes sapeva destare nei suoi discepoli un fervore quasi religioso per la sua economia, che può essere sfruttato efficacemente per la diffusione della nuova economia”. E il professor Harris prosegue dicendo: “Keynes ha avuto davvero una Rivelazione”.

Non serve a nulla discutere con persone che sono spinte da “un fervore quasi religioso” e credono che il loro maestro “abbia avuto una Rivelazione”. Uno dei compiti dell’economia è quello di analizzare attentamente ciascuno dei programmi inflazionistici, quelli di Keynes e di Gesell non meno di quelli dei loro innumerevoli predecessori, da John Law fino al maggiore Douglas. Eppure, nessuno dovrebbe aspettarsi che qualsiasi argomento logico o qualsiasi esperienza possa mai scuotere il fervore quasi religioso di coloro che credono nella salvezza attraverso la spesa e l’espansione del credito.

 

Traduzione a cura di Laura Pizzorusso.

Articolo originale: https://mises.org/library/stones-bread-keynesian-miracle

Non lasciare che si spenga la fiamma della libertà

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