Così tasse e regolamentazioni statali stanno uccidendo il mercato immobiliare italiano

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I bei tempi in cui il mattone rappresentava la principale fonte di investimento delle famiglie italiane sembrano oramai un ricordo. Il mercato immobiliare sembrerebbe destinato a un inesorabile declino. Oltre alle onerose imposte, la spada di Damocle di una patrimoniale e il recente lockdown che ha ucciso definitivamente i leggerissimi segni di ripresa. Un vero disastro, se consideriamo che in Italia le famiglie ad essere proprietarie di un immobile sono il 70%, le quali vedranno, secondo ultime stime, un ulteriore decremento del valore della propria casa.

L’Osservatorio immobiliare della Società di consulenza Strategica e Aziendale Nomisma ha previsto un ulteriore calo dei prezzi del mattone del 16% in tre anni, e un crollo delle compravendite entro il 2021 di un 35%. Le dinamiche del mercato immobiliare, assoggettate a una mano pubblica dissennata, sono un limpido esempio di come le regolamentazioni statali stanno ammazzando un settore dell’immobile e distruggendo il potere di acquisto delle famiglie.

Partiamo con ordine.

Dal 2011 al 2018 l’andamento dei prezzi degli immobili sul territorio italiano ha registrato un costante calo. In netta controtendenza rispetto alla ripresa del mercato degli immobili negli altri paesi verificatosi nel biennio 2013-2014 in Italia il valore degli immobili è continuato a calare.

In un rapporto stilato da Confedilizia e dal professor Andrea Giurcin dell’Università di Milano Bicocca, le cause di questo continuo trend negativo sarebbero da attribuire alla mega patrimoniale che il governo Monti ha varato nel 2011, della quale il settore del mercato dell’immobile ne starebbe ancora pagando i danni devastanti. Come raccontato da Federico Giuliani su IlGiornale.it, “Il governo tecnico montiano approvò infatti un’operazione killer che portò il gettito annuale delle tasse sugli immobili da circa 8 miliardi di euro annui a oltre 25 miliardi. Per immobili si intendono tutti gli immobili: dalle prime case alle seconde, dai negozi ai capannoni, dagli studi professionali alle botteghe artigiane”.

Nonostante i dati sulle transazioni fossero lontani dal periodo di migliore salute del mercato immobiliare, il trend positivo registrato negli ultimi mesi aveva dato segnali di incoraggiamento. L’arrivo del lockdown è stato il definitivo colpo di grazia per il settore, negandogli definitivamente ogni possibilità di ripresa. Il calo del prezzo degli immobili nell’ultimo decennio ha raggiunto addirittura il 50% in alcune zone di periferia e di villeggiatura meno prestigiose. Nonostante il netto calo del valore degli immobili, gli italiani sono ancora costretti a pagare le tasse sul valore della rendita catastale che è rimasto immutato, e come spesso accade in questi casi, a farne le spese sono le famiglie meno abbienti, dacché gli immobili nelle zone più prestigiose stanno resistendo meglio alla crisi.

L’importante imposizione fiscale sull’acquisto di una seconda casa e la tassazione delle plusvalenze per chi acquista e vende un’immobile entro i cinque anni sono le due regolamentazioni che maggiormente disincentivano l’intraprendenza e l’investimento, e di conseguenza la ripresa del mercato. Come se la situazione non fosse già abbastanza drammatica, un’ulteriore pugnalata è arrivata dalla legge di bilancio 2020 dell’attuale governo. Con l’articolo 89 è stato previsto un aumento dell’imposta sostitutiva sulla plusvalenza dal 20% al 26%. In soldoni, chi ha della liquidità e fiuta un buon affare acquistando un’immobile a un prezzo conveniente con l’idea di rivenderlo, eventualmente apportando anche dei lavori di ristrutturazione, per avere avuto una buona intuizione (in favore anche della crescita del mercato) verrà punito attraverso una spoliazione fiscale del 26% sul profitto ottenuto.

Non lasciare che si spenga la fiamma della libertà

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