Pietre trasformate in pane: il (falso) miracolo Keynesiano – di Ludwig von Mises

Pietre trasformate in pane: il miracolo keynesiano

di Ludwig von Mises

 

I

La tesi fondamentale di tutti gli autori socialisti è che esiste un’abbondanza potenziale di beni e che la sostituzione del socialismo con il capitalismo permetterebbe di dare a ciascuno “secondo i propri bisogni”. Altri autori intendono realizzare questo paradiso con una riforma del sistema monetario e creditizio. Per come la vedono loro, tutto ciò che manca nel sistema economico è più denaro e più credito. Essi ritengono che il tasso d’interesse sia un fenomeno creato artificialmente dalla scarsità, indotta dagli uomini, dei “mezzi di pagamento”.

In centinaia, se non migliaia, di libri e opuscoli rimproverano con veemenza gli economisti “ortodossi” per loro riluttanza a riconoscere che le dottrine inflazionistiche ed espansionistiche siano solide. Tutti i mali, ripetono in continuazione, sono causati dagli erronei insegnamenti della “triste scienza” dell’economia e dal “monopolio del credito” di banchieri e usurai. Liberare il denaro dalle catene del “restrizionismo”, creare denaro libero (Freigeld, nella terminologia di Silvio Gesell) e concedere credito a basso costo o addirittura gratuito, è l’asse portante della loro piattaforma politica.

Queste idee attraggono le masse disinformate. E sono molto popolari tra i governi impegnati in una politica di aumento della quantità di denaro in circolazione e di depositi soggetti a controllo. Tuttavia, i governi e i partiti inflazionisti non sono stati disposti ad ammettere apertamente la loro adesione ai principi degli inflazionisti. Mentre la maggior parte dei paesi imbarcava nell’inflazione e in una politica di moneta facile, i campioni letterari dell’inflazionismo erano ancora rigettati come “eccentrici monetaristi” (“monetary cranks”). Le loro dottrine non venivano insegnate nelle università.

John Maynard Keynes, defunto consigliere economico del governo britannico, è il nuovo profeta dell’inflazionismo. La “rivoluzione keynesiana” è consistita nell’abbracciare apertamente le dottrine di Silvio Gesell. In quanto principale esponente dei geselliani britannici, Lord Keynes adottò anche il peculiare gergo messianico della letteratura inflazionistica e lo introdusse in documenti ufficiali. L’espansione del credito, dice il Paper of the British Experts dell’8 aprile 1943, compie il “miracolo… di trasformare una pietra in pane”. L’autore di questo documento era, naturalmente, Keynes. La Gran Bretagna ha davvero percorso una lunga strada per arrivare a questa affermazione partendo dall’opinione di Hume e Mill sui miracoli.

 

II

Keynes entrò sulla scena politica nel 1920 con il suo libro Le Conseguenze Economiche della Pace. Egli cercò di dimostrare che le somme richieste per le riparazioni di guerra erano di gran lunga superiori a quanto la Germania poteva permettersi di pagare e di “trasferire”. Il successo del libro fu travolgente. La macchina propagandistica dei nazionalisti tedeschi, ben radicata in ogni Paese, si impegnò a rappresentare Keynes come il più eminente economista del mondo e il più saggio statista britannico.

Eppure sarebbe un errore incolpare Keynes per la politica estera suicida che la Gran Bretagna seguì nel periodo tra le due guerre. Altre forze, in particolare l’adozione della dottrina Marxiana dell’imperialismo e della “belligeranza capitalista”, hanno avuto un’importanza incomparabilmente maggiore nella politica di appeasement di quell’epoca. Ad eccezione di un piccolo numero di uomini lungimiranti, tutti i britannici sostenevano la politica che permise infine ai nazisti di dare inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

Un economista francese di grande talento, Etienne Mantoux, ha analizzato il famoso libro di Keynes punto per punto. Il risultato del suo attento e coscienzioso esame è devastante per l’economista e statista Keynes. I sostenitori di Keynes non sono riusciti a trovare una risposta efficace. L’unico argomento che il suo amico e biografo, il professor E. A. G. Robinson, poté avanzare è che questo potente atto d’accusa contro la posizione di Keynes venne “come ci si poteva aspettare, da un francese.” (Economic Journal, Vol. LVII, p. 23.). Come se gli effetti disastrosi della politica di appeasement e del disfattismo non avessero toccato anche la Gran Bretagna!

Etienne Mantoux, figlio del famoso storico Paul Mantoux, era il più illustre dei giovani economisti francesi. Aveva già dato preziosi contributi alla teoria economica – tra cui una tagliente critica alla Teoria Generale di Keynes, pubblicata nel 1937 nella Revue d’Economic Politique – prima di iniziare il suo The Carthaginian Peace or the Economic Consequences of Mr. Keynes (Oxford University Press, 1946). Non ha vissuto abbastanza per assistere alla pubblicazione del suo libro. Ufficiale nell’esercito francese, fu ucciso in servizio attivo durante gli ultimi giorni della guerra. La sua morte prematura è stata un duro colpo per la Francia, che oggi ha un gran bisogno di economisti saggi e coraggiosi.

 

III

Sarebbe un errore anche incolpare Keynes per i difetti e i fallimenti delle attuali politiche economiche e finanziarie britanniche. Quando iniziò a scrivere, la Gran Bretagna aveva da tempo abbandonato il principio del laissez-faire. Questo risultato fu raggiunto grazie a uomini come Thomas Carlyle e John Ruskin e, soprattutto, i Fabiani. Quelli nati negli anni Ottanta del XIX secolo e più tardi furono solamente gli epigoni dei socialisti delle università e dei salotti del tardo periodo vittoriano. Non erano critici del sistema di potere come lo erano stati i loro predecessori, ma difensori delle politiche di governi e gruppi di pressione la cui inadeguatezza, futilità e perniciosità diventavano sempre più evidenti.

Il professor Seymour E. Harris ha appena pubblicato un corposo volume di saggi raccolti da vari autori accademici e burocratici che trattano le dottrine di Keynes sviluppate nella sua Teoria Generale dell’Occupazione, degli Interessi e del Denaro, pubblicata nel 1936. Il titolo del volume è The New Economics, Keynes’ Influence on Theory and Public Policy (Alfred A. Knopf, New York, 1947). Che il Keynesismo abbia diritto a essere chiamato “nuova economia” o che non sia, piuttosto, un rimaneggiamento di false credenze mercantiliste più volte confutate e di sillogismi degli innumerevoli autori che volevano far diventare tutti ricchi con la moneta fiat, è irrilevante. Ciò che conta non è se è una dottrina nuova, ma se è sensata.

La cosa notevole di questa raccolta è che non cerca nemmeno di confutare le obiezioni motivate sollevate contro Keynes da seri economisti. L’editore sembra incapace di concepire che qualsiasi uomo onesto e non corrotto possa essere in disaccordo con Keynes. Per come la vede lui, l’opposizione a Keynes deriva “dagli interessi nascosti degli studiosi della teoria più antica” e “dall’influenza preponderante di stampa, radio, finanza e ricerca sovvenzionata”. Ai suoi occhi, i non keynesiani sono solo un branco di sicofanti corrotti, indegni di attenzione. Il professor Harris adotta così i metodi dei marxisti e dei nazisti, che preferivano diffamare i loro critici e mettere in discussione le loro motivazioni invece di confutare le loro tesi.

Alcuni dei contributi sono scritti con un linguaggio dignitoso e sono prudenti, o anche critici, nella loro valutazione dei risultati di Keynes. Altri sono semplicemente esagerazioni enfatiche. Così ci dice il professor Paul E. Samuelson: “Essere nato come economista prima del 1936 è stata una manna dal cielo – certo. Ma non essere nato troppo tempo prima!”. E procede a citare Wordsworth:

“La beatitudine era in quell’alba essere vivi,

Ma essere giovani era un vero paradiso!”

Discendendo dalle nobili altezze del Parnaso verso le valli prosaiche della scienza quantitativa, il professor Samuelson ci fornisce informazioni precise sulla suscettibilità degli economisti al vangelo keynesiano del 1936. Gli studiosi sotto i 35 anni, dopo un certo periodo di tempo, ne coglievano appieno il significato; quelli oltre i 50 anni si rivelavano piuttosto immuni, mentre gli economisti di mezzo erano divisi.

Dopo averci così servito una versione riscaldata del tema della giovinezza di Mussolini, egli ci offre altri slogan ormai superati del fascismo, come ad esempio “l’onda del futuro”. Tuttavia, su questo punto un altro contributore, il signor Paul M. Sweezy, non è d’accordo. Ai suoi occhi Keynes, contaminato com’era dai “limiti del pensiero borghese”, non è il salvatore dell’umanità, ma solo il precursore la cui missione storica è quella di preparare la mente britannica all’accettazione del marxismo puro e di rendere la Gran Bretagna ideologicamente matura per un socialismo pieno.

 

IV

Ricorrendo alle insinuazioni e cercando di rendere i loro avversari sospetti riferendosi ad essi con termini ambigui che permettono varie interpretazioni, i seguaci di Lord Keynes stanno imitando i metodi del loro idolo. Perché ciò che molti hanno definito ammirati come lo “stile brillante” e la “padronanza del linguaggio” di Keynes erano, in realtà, trucchi retorici a buon mercato.

Ricardo, dice Keynes, “fece sua l’Inghilterra tanto quanto la Santa Inquisizione fece sua la Spagna”. Questo è quanto di più aggressivo possa esserci per un paragone. L’Inquisizione costrinse gli spagnoli alla sottomissione col supporto di forze armate e carnefici. Le teorie di Ricardo furono accettate come corrette dagli intellettuali britannici senza che venisse esercitata alcuna pressione o costrizione in loro favore. Ma nel confrontare le due cose completamente diverse, Keynes suggerisce indirettamente che c’era qualcosa di vergognoso nel successo degli insegnamenti di Ricardo e che coloro che li disapprovano sono eroici, nobili e impavidi campioni di libertà come lo erano quelli che combatterono gli orrori dell’Inquisizione.

Il più famoso degli aperçus di Keynes è: “Due piramidi, due messe per i morti, sono due volte meglio di una; ma non così due ferrovie da Londra a York”. È ovvio che questa battuta, degna di un personaggio di una commedia di Oscar Wilde o Bernard Shaw, non dimostra in alcun modo la tesi che scavare buche nel terreno e pagarle con i risparmi “aumenterà la produzione nazionale reale di beni e servizi utili”. Ma mette l’avversario nella scomoda posizione di lasciare un’apparente argomentazione senza risposta o di utilizzare gli strumenti della logica e del ragionamento discorsivo contro una brillante arguzia.

Un altro esempio della tecnica di Keynes è fornito dalla sua maliziosa descrizione della Conferenza per la Pace di Parigi. Keynes non era d’accordo con le idee di Clemenceau. Perciò egli cercò di ridicolizzare il suo avversario dilungandosi ampiamente sul suo abbigliamento e sul suo aspetto che, a quanto pare, non soddisfaceva gli standard stabiliti dai sarti londinesi. È difficile individuare un collegamento fra il problema delle riparazioni di guerra tedesche ed il fatto che gli stivali di Clemenceau “erano di pelle nera spessa, molto buoni, ma di stile campagnolo, e a volte fissati davanti, curiosamente, da una fibbia al posto dei lacci”.

Dopo che 15 milioni di esseri umani erano morti in guerra, i più importanti statisti del mondo si sono riuniti per dare all’umanità un nuovo ordine internazionale e una pace duratura… e l’esperto finanziario dell’Impero britannico era divertito dallo stile rustico delle calzature del primo ministro francese.

Quattordici anni dopo ci fu un’altra conferenza internazionale. Questa volta Keynes non era un consigliere minore, come nel 1919, ma una delle figure principali. A proposito di questa Conferenza Economica Mondiale di Londra del 1933, il professor Robinson osserva che: “Molti economisti di tutto il mondo ricorderanno… la performance a Covent Garden del 1933 in onore dei delegati della Conferenza Economica Mondiale, che doveva la sua concezione e organizzazione a Maynard Keynes”.

Quegli economisti che non erano al servizio di uno dei governi deplorevolmente inetti del 1933 e quindi non erano Delegati e non hanno partecipato alla deliziosa serata di balletto, ricorderanno la Conferenza di Londra per altri motivi. Essa segnò il più spettacolare fallimento nella storia delle relazioni internazionali di quelle politiche neo-mercantiliste che Keynes sosteneva. Rispetto a questo fiasco del 1933, la Conferenza di Parigi del 1919 appare come un evento di grande successo. Ma Keynes non ha pubblicato alcun commento sarcastico sui cappotti, gli stivali e i guanti dei Delegati del 1933.

 

V

Sebbene Keynes considerasse “lo strano e indebitamente trascurato profeta Silvio Gesell” come un precursore, i suoi stessi insegnamenti differiscono notevolmente da quelli di Gesell. Ciò che Keynes prese in prestito da Gesell, così come dalla schiera di altri propagandisti pro-inflazione, non fu il contenuto della loro dottrina, ma le loro conclusioni pratiche e le tattiche utilizzate per minare il prestigio dei loro oppositori. Questi stratagemmi sono:

  • Tutti gli avversari, cioè tutti coloro che non considerano l’espansione del credito come la soluzione a tutti i mali, sono raggruppati insieme e definiti ortodossi. È sottinteso che non ci sono differenze tra loro.
  • Si presume che l’evoluzione della scienza economica sia culminata in Alfred Marshall e si sia conclusa con lui. Le scoperte dell’economia soggettiva moderna non vengono prese in considerazione.
  • Tutto ciò che gli economisti di David Hume fino ai nostri tempi hanno scritto per chiarire i risultati dei cambiamenti nella quantità di denaro e di sostituti del denaro viene semplicemente ignorato. Keynes non ha mai intrapreso il compito impossibile di confutare questi insegnamenti con raziocinio.

Sotto tutti questi aspetti i partecipanti alla raccolta adottano la tecnica del loro maestro. La loro critica mira a un corpo di dottrina creato dalle loro stesse illusioni, che non ha alcuna somiglianza con le teorie esposte da economisti seri. Mettono a tacere tutto ciò che gli economisti hanno detto sull’inevitabile esito dell’espansione del credito. Sembra che non abbiano mai sentito parlare della teoria monetaria del ciclo del commercio.

Per una corretta valutazione del successo che la Teoria Generale di Keynes ha riscontrato negli ambienti accademici, bisogna considerare le condizioni prevalenti nell’ambiente economico universitario nel periodo tra le due guerre mondiali.

Tra gli uomini che hanno occupato le cattedre di economia negli ultimi decenni, ci sono stati solo pochi economisti degni di nota, vale a dire uomini che conoscono a fondo le teorie sviluppate dalla moderna economia soggettiva. Le idee dei vecchi economisti classici, così come quelle degli economisti moderni, venivano caricaturate nei libri di testo e nelle aule, e venivano chiamate con nomi come economia antiquata, ortodossa, reazionaria, borghese o di Wall Street. Gli insegnanti si vantavano di aver confutato per sempre le dottrine astratte della Scuola di Manchester e del laissez-faire.

L’antagonismo tra le due scuole di pensiero aveva il suo fulcro pratico nella gestione del problema sindacale. Quegli economisti denigrati come ortodossi insegnavano che un aumento permanente dei salari per tutti i lavoratori è possibile solo nella misura in cui la quota pro capite di capitale investito e la produttività del lavoro aumentano. Se – per decreto governativo o per pressione sindacale – i salari minimi sono fissati ad un livello più alto di quello a cui li avrebbe fissati il mercato libero, la disoccupazione si traduce in un fenomeno di massa permanente.

Quasi tutti i professori delle università alla moda hanno attaccato bruscamente questa teoria. Per come questi sedicenti dottrinari “non ortodossi” hanno interpretato la storia economica degli ultimi duecento anni, l’aumento senza precedenti dei salari reali e del tenore di vita è avvenuto grazie al movimento sindacale e alla legislazione governativa a favore del lavoro. Il sindacalismo era, a loro avviso, altamente benefico per i veri interessi di tutti i lavoratori e dell’intera nazione. Solo disonesti apologeti degli interessi spietati di insensibili sfruttatori potevano lamentarsi delle azioni violente dei sindacati. La principale preoccupazione del governo popolare, dicevano, dovrebbe essere quella di incoraggiare i sindacati il più possibile e di dare loro tutta l’assistenza necessaria per combattere gli intrighi dei datori di lavoro e fissare salari sempre più alti.

Ma non appena i governi e i legislatori hanno conferito ai sindacati tutti i poteri necessari per raggiungere i loro obiettivi di salario minimo, le conseguenze sono state quelle che gli economisti “ortodossi” avevano previsto: la disoccupazione di una parte considerevole della forza lavoro potenziale si è prolungata anno dopo anno.

I teorici “non ortodossi” erano perplessi. L’unico argomento che avevano avanzato contro la teoria “ortodossa” era il richiamo alla loro stessa fallace interpretazione dell’esperienza. Ma ora gli eventi si svilupparono proprio come la “scuola astratta” aveva previsto. C’era confusione tra i “non ortodossi”.

Fu in questo momento che Keynes pubblicò la sua Teoria generale. Che conforto per gli imbarazzati “progressisti”! Qui, finalmente, trovavano qualcosa da opporre alla visione “ortodossa”. La causa della disoccupazione non erano le inadeguate politiche del lavoro, ma le carenze del sistema monetario e creditizio. Non c’era più bisogno di preoccuparsi dell’insufficienza del risparmio, dell’accumulazione di capitale e dei deficit delle finanze pubbliche. Al contrario. L’unico metodo per eliminare la disoccupazione era quello di aumentare la “domanda effettiva” attraverso la spesa pubblica finanziata dall’espansione del credito e dall’inflazione.

Le politiche che la Teoria Generale raccomandava erano proprio quelle che gli “eccentrici monetaristi” avevano avanzato molto prima e che la maggior parte dei governi aveva sposato durante la Depressione del 1929 e degli anni successivi. Alcuni ritengono che i precedenti scritti di Keynes abbiano avuto un ruolo importante nel processo che ha convertito i governi più potenti del mondo alle dottrine della spesa spericolata, dell’espansione del credito e dell’inflazione. Possiamo lasciare in sospeso questa piccola questione. In ogni caso non si può negare che i governi e i popoli non abbiano aspettato la Teoria Generale per abbracciare queste politiche “keynesiane” – o, più correttamente, geselliane.

 

VI

La Teoria generale di Keynes del 1936 non inaugurò una nuova era di politiche economiche; piuttosto, segnò la fine di un’epoca. Le politiche raccomandate da Keynes erano già allora molto vicine al momento in cui le loro inevitabili conseguenze sarebbero state evidenti e la loro continuazione sarebbe stata impossibile. Anche i keynesiani più fanatici non osano dire che le attuali difficoltà dell’Inghilterra siano effetto di troppo risparmio e di spese insufficienti.

L’essenza della tanto glorificata politica economica “progressista” degli ultimi decenni è stata quella di espropriare parti sempre crescenti dei redditi più alti e di utilizzare le somme così raccolte per finanziare gli sprechi pubblici e per sovvenzionare i membri dei gruppi di pressione più potenti. Agli occhi dei “non ortodossi”, ogni tipo di politica, per quanto manifestamente inadeguata, era giustificata come mezzo per realizzare una maggiore uguaglianza. Ora questo processo è giunto al capolinea.

Con le attuali aliquote fiscali e i metodi applicati nel controllo dei prezzi, dei profitti e dei tassi di interesse, il sistema ha liquidato sé stesso. Neanche la confisca di ogni centesimo guadagnato oltre le 1.000 sterline all’anno fornirebbe alcun aumento percepibile alle entrate pubbliche della Gran Bretagna. Anche i fabiani più rigidi non possono non rendersi conto che d’ora in poi i fondi per la spesa pubblica devono essere presi dalle stesse persone che dovrebbero trarne profitto. La Gran Bretagna ha raggiunto il limite sia dell’espansionismo monetario che della spesa.

Le condizioni in questo Paese [gli Stati Uniti, ndT] non sono sostanzialmente diverse. La ricetta keynesiana per far crescere i salari non funziona più. L’espansione del credito, progettata su una scala senza precedenti dal New Deal, ha ritardato per un breve periodo le conseguenze di politiche del lavoro inappropriate. Durante questo intervallo il governo e i leader sindacali potevano vantarsi dei “guadagni sociali” che avevano assicurato all'”uomo comune”. Ma ora le inevitabili conseguenze dell’aumento della quantità di denaro e di depositi sono diventate visibili; i prezzi aumentano sempre di più. Quello che sta succedendo oggi negli Stati Uniti è il fallimento finale del Keynesismo.

Non c’è dubbio che il pubblico americano si stia distaccando dalle nozioni e dagli slogan keynesiani. Il loro prestigio sta diminuendo. Solo pochi anni fa i politici discutevano ingenuamente l’entità del reddito nazionale in dollari, senza tener conto dei cambiamenti che l’inflazione di tipo governativo aveva portato nel potere d’acquisto del dollaro stesso. I demagoghi specificavano il livello a cui volevano portare il reddito nazionale (in dollari). Oggi questa forma di ragionamento non è più popolare. Finalmente l'”uomo comune” ha imparato che aumentare la quantità di dollari non rende l’America più ricca. Il professor Harris continua a lodare l’amministrazione Roosevelt per aver aumentato il reddito in dollari. Ma tale coerenza keynesiana si trova oggi solo nelle aule scolastiche.

Ci sono ancora insegnanti che dicono ai loro studenti che “un’economia può sollevarsi facendo forza sui propri tiranti ” e che “possiamo farci strada verso la prosperità grazie alla spesa”. Ma il miracolo keynesiano non si materializza: le pietre non si trasformano in pane. I panegirici degli eruditi autori che hanno collaborato alla realizzazione del volume citato non fanno che confermare l’affermazione introduttiva dell’editore secondo cui “Keynes sapeva destare nei suoi discepoli un fervore quasi religioso per la sua economia, che può essere sfruttato efficacemente per la diffusione della nuova economia”. E il professor Harris prosegue dicendo: “Keynes ha avuto davvero una Rivelazione”.

Non serve a nulla discutere con persone che sono spinte da “un fervore quasi religioso” e credono che il loro maestro “abbia avuto una Rivelazione”. Uno dei compiti dell’economia è quello di analizzare attentamente ciascuno dei programmi inflazionistici, quelli di Keynes e di Gesell non meno di quelli dei loro innumerevoli predecessori, da John Law fino al maggiore Douglas. Eppure, nessuno dovrebbe aspettarsi che qualsiasi argomento logico o qualsiasi esperienza possa mai scuotere il fervore quasi religioso di coloro che credono nella salvezza attraverso la spesa e l’espansione del credito.

 

Traduzione a cura di Laura Pizzorusso.

Articolo originale: https://mises.org/library/stones-bread-keynesian-miracle

I vantaggi del libero scambio – di David Ricardo

[Estratto del Capitolo VII di Principi di economia politica e dell’imposta (1817), di David Ricardo]

In un sistema di commercio perfettamente libero, ogni paese destina naturalmente il suo capitale e la sua manodopera agli impieghi che sono più vantaggiosi per ciascuno. Questa ricerca del beneficio individuale è meravigliosamente correlata al benessere collettivo. Stimolando l’industria, premiando l’ingegno e usando nel modo più efficace le possibilità offerte dalla Natura, essa spinge a suddividere il lavoro più efficacemente e a costi minori; al tempo stesso, aumentando la produzione totale essa diffonde benessere e unisce in un unico e comune legame di interesse la totalità delle nazioni del mondo civilizzato. È questo principio che determina la produzione di vino in Francia e in Portogallo, quella di cereali in America e in Polonia e quella di macchinari e altri beni in Inghilterra.

In uno stesso paese i profitti sono, in generale, sempre allo stesso livello; o si differenziano solo perché l’impiego del capitale può essere più o meno sicuro e adeguato. Non è così quando si confrontano paesi diversi. Se i profitti del capitale impiegato nello Yorkshire dovessero superare quelli del capitale impiegato a Londra, il capitale si sposterebbe rapidamente da Londra allo Yorkshire, e i profitti tornerebbero allo stesso livello; ma se i salari dovessero aumentare e i profitti diminuire per via di una minore produttività delle terre inglesi, causato dall’aumento di capitale e popolazione, non ne conseguirebbe in automatico uno spostamento di questi due (capitale e popolazione) dall’Inghilterra all’Olanda, o alla Spagna, o alla Russia, dove i profitti potrebbero essere più alti.

Se il Portogallo non avesse alcun legame commerciale con altri paesi, invece di impiegare gran parte del suo capitale e della sua industria nella produzione di vini, che scambia per tessuti e macchinari prodotti in altri paesi, sarebbe costretto a dedicare una parte di capitale alla produzione di quelle merci, che otterrebbe probabilmente in qualità e quantità inferiori rispetto ad oggi.

La quantità di vino che il Portogallo darà in cambio di stoffa inglese non è determinata dalle rispettive quantità di manodopera dedicata alla produzione di ciascuna di esse, come sarebbe se entrambe le merci fossero prodotte in Inghilterra, o entrambe in Portogallo.

In Inghilterra, per produrre una certa quantità di tessuto può essere necessario impiegare 100 uomini per un anno; e se si tentasse di produrre la stessa quantità di vino, ne potrebbero servire 120. L’Inghilterra avrà quindi interesse a importare il vino e ad acquistarlo tramite l’esportazione di tessuti.

Per produrre il vino in Portogallo potrebbero bastare 80 persone, e per produrre il tessuto, nello stesso paese, potrebbero essere necessari 90 uomini. Sarà quindi vantaggioso esportare vino in cambio di stoffa. Questo scambio potrà avvenire anche qualora il tessuto importato dal Portogallo potesse essere prodotto lì con minor manodopera rispetto all’Inghilterra. Anche potendo produrre tessuto con il lavoro di 90 persone, lo importerebbe comunque da un paese in cui la produzione richiede 100 uomini, perché sarebbe vantaggioso impiegare il capitale nella produzione di vino, in cambio del quale otterrebbe più tessuto dall’Inghilterra di quanto ne potrebbe produrre dirottando una parte del suo capitale dalla coltivazione della vite alla produzione di tessuto.

Così l’Inghilterra scambierebbe il prodotto del lavoro di 100 uomini per il prodotto del lavoro di 80. Un tale scambio non potrebbe avvenire tra gli individui dello stesso paese. Il lavoro di 100 inglesi non può essere scambiato per quello di 80 inglesi, ma il prodotto del lavoro di 100 inglesi può essere dato per il prodotto del lavoro di 80 portoghesi, 60 russi o 120 indiani. La differenza a questo proposito tra un singolo paese e molti dipende dalla difficoltà con cui il capitale si sposta da un paese all’altro per cercare un’occupazione più redditizia, e dalla rapidità con cui invece passa invariabilmente da una provincia all’altra nello stesso paese[1].

In tali circostanze, sarebbe indubbiamente vantaggioso sia per i capitalisti inglesi sia per i consumatori di entrambi i paesi che il vino e il tessuto fossero entrambi prodotti in Portogallo; e quindi che il capitale e la manodopera inglesi impiegati nella produzione di tessuto fossero trasferiti in Portogallo. In tal caso, il valore relativo di queste merci sarebbe regolato dallo stesso principio che si applicherebbe se l’una fosse prodotta nello Yorkshire e l’altra a Londra; e, in ogni caso, se il capitale fosse libero di spostarsi verso i paesi in cui può essere impiegato più proficuamente, non ci sarebbe differenza nel tasso di profitto, e non ci sarebbe altra differenza nel prezzo reale delle merci che non la quantità supplementare di lavoro necessaria per trasportare le merci ai vari mercati in cui sono vendute.

L’esperienza tuttavia dimostra che la minore sicurezza del capitale, reale o immaginata, quando non è sotto l’immediato controllo del suo proprietario, insieme alla naturale avversione di ogni uomo ad abbandonare il proprio paese di nascita e i propri legami e affidarsi, con tutte le proprie abitudini, a un governo estraneo e a nuove leggi, frena l’emigrazione del capitale (…).

 

Traduzione a cura di Gabriele Pierguidi

Articolo originale: https://mises.org/library/foreign-trade

[1] Risulta quindi che un paese che possiede un vantaggio considerevole in macchinari e abilità e che dunque può produrre merci con minor manodopera dei suoi vicini, potrebbe, in cambio di tali merci, importare una parte dei cereali necessari al suo consumo interno, anche se le sue terre fossero più fertili e i cereali potessero essere coltivati con minor manodopera che nei paesi da cui importa. Due uomini possono entrambi produrre scarpe e cappelli e uno di essi può essere superiore all’altro in entrambe le attività; ma se nel produrre cappelli è più efficiente del suo concorrente del 20% mentre nel fare scarpe gli è superiore del 33%, non sarà interesse di entrambi che l’uomo più capace si dedichi esclusivamente a produrre scarpe, e quello meno abile a fare cappelli?

Gli errori delle politiche contro la disoccupazione – di Friedrich von Hayek

Uno degli ostacoli ad una politica occupazionale di successo è che, paradossalmente, è relativamente facile ridurre rapidamente la disoccupazione, o arrivare quasi a estinguerla, per un breve lasso di tempo. C’è sempre un modo per riportare rapidamente un gran numero di persone al tipo di occupazione a cui sono abituate, senza nessun costo immediato tranne stampare moneta e spendere qualche milione in più. Nei Paesi con una storia monetaria squilibrata questo fatto è noto da tempo, eppure il rimedio non è diventato molto popolare. In Inghilterra invece la recente scoperta di questo farmaco ha prodotto un effetto inebriante; e l’attuale tendenza ad affidarsi esclusivamente al suo uso non è priva di pericoli.

Anche se l’espansione monetaria può dare un rapido sollievo, può produrre una cura duratura solo in misura limitata. Pochi negheranno che la politica monetaria possa contrastare con successo la spirale deflazionistica in cui tende a degenerare ogni piccolo declino delle attività. Ciò non significa, tuttavia, che sia auspicabile che normalmente si forzi l’utilizzo dell’espansione monetaria per creare la massima quantità di occupazione che può produrre nel breve periodo. Il guaio di questa politica è che sarebbe quasi certo aggravare le cause fondamentali o strutturali della disoccupazione e lasciarci alla fine in una posizione peggiore di quella da cui siamo partiti.

 

Aggiustamenti sbagliati

La causa principale di questo tipo di disoccupazione è senza dubbio la sproporzione tra la distribuzione della manodopera tra le diverse industrie e i tassi a cui la produzione di queste industrie potrebbe essere continuamente assorbita. Alla fine di questa guerra ci troveremo, ovviamente, di fronte a un problema particolarmente difficile da risolvere. Tra queste sproporzioni in passato la più nota (e, a causa del suo collegamento con le periodiche recessioni, la più importante) era il cronico sovrasviluppo di tutte le industrie che producevano attrezzature per ulteriori produzioni.

È più che probabile che queste industrie, a causa del modo intermittente in cui hanno operato, abbiano sempre avuto una forza lavoro più grande di quella che potevano impiegare in modo continuativo. Non è difficile creare, attraverso l’espansione monetaria di queste industrie, un’altra esplosione di attività febbrile che creerà temporaneamente condizioni di “piena occupazione” e che attirerà ancora più persone in queste industrie, però così stiamo rendendo più difficile il compito di mantenere un livello di occupazione stabile. Una politica monetaria che mira ad una posizione stabile a lungo termine dovrebbe infatti fermare deliberatamente l’espansione prima che si raggiunga la “piena occupazione” in queste industrie, per evitare una nuova cattiva gestione delle risorse.

Anche se questo è il più importante caso singolo di errato aggiustamento strutturale responsabile della disoccupazione, la depressione ricorrente costituisce solo una parte del nostro problema. La radice della disoccupazione persistente è una minaccia ancora maggiore ed è dovuta in gran parte a distribuzioni sbagliate di tipo diverso, in cui la politica monetaria può fare ancora meno per fornire una cura. Dobbiamo affrontare il fatto che il problema della disoccupazione è in ultima istanza un problema salariale; un fatto che un tempo era ben compreso, ma che una cospirazione del silenzio ha recentemente relegato nell’oblio.

 

Salari e mobilità

La domanda si sposta costantemente verso nuovi articoli e industrie e più rapido è il progresso più frequenti sono tali cambiamenti. Anche se l’aumento della velocità del cambiamento farà necessariamente aumentare il numero di persone temporaneamente senza lavoro, questo non causa per forza un aumento della disoccupazione duratura, o una riduzione della domanda di lavoro nel suo complesso.

Se gli spostamenti nelle industrie in espansione fossero liberi, queste dovrebbero poter assorbire prontamente i lavoratori licenziati altrove. Il nuovo sviluppo che sempre più lo impedisce, e che è diventato la causa più grave della disoccupazione prolungata, è la tendenza di coloro che si sono insediati nelle industrie in espansione a escludere i nuovi arrivati. Se l’aumento della domanda di lavoro in queste industrie non porta ad un aumento dell’occupazione e della produzione, ma semplicemente ad un aumento dei salari e dei profitti di chi è già all’interno, non ci sarà in effetti alcuna nuova domanda di lavoro per compensare la diminuzione generatasi altrove. Se ogni guadagno di un’industria è trattato come appannaggio di un gruppo chiuso, da convertire quasi interamente in salari e profitti più alti, ogni spostamento della domanda deve condurre a disoccupazione di lungo periodo.

L’esperienza molto particolare e quasi unica di questo Paese negli anni successivi all’innalzamento artificiale della sterlina al suo precedente valore in oro ha prodotto una fallace preoccupazione per il livello generale dei salari. Laddove un tale aumento artificiale del livello salariale nazionale è la causa della disoccupazione, la manipolazione monetaria è in effetti il modo più semplice per curarla. Una tale situazione, tuttavia, è del tutto eccezionale e non è probabile che si verifichi se non in conseguenza di fluttuazioni monetarie.

In tempi normali l’occupazione dipende molto di più dal rapporto tra i salari nei diversi settori – o, piuttosto, dal grado di mobilità consentito dalla struttura salariale. In questo caso, la politica monetaria può fare ben poco. Infatti, se Lord Keynes ha ragione nel sottolineare che i lavoratori attribuiscono più importanza alla cifra nominale del loro salario monetario che al salario reale, qualsiasi tentativo di risolvere i problemi di rigidità salariale con l’espansione monetaria non può che aumentare l’immobilità che è il vero problema: se i salari monetari vengono mantenuti stabili nelle industrie in declino, i lavoratori diventeranno ancora più esitanti a lasciarle per abbattere i muri a protezione dei gruppi privilegiati nelle industrie in fase di crescita.

La lotta contro la disoccupazione corrisponde in ultima istanza alla lotta contro il monopolio. C’è bisogno di aggiungere che su questo tema fondamentale non ci stiamo muovendo nella giusta direzione? O che sarebbe un cattivo servizio alla comunità fingere che ci sia una via d’uscita facile che rende inutile affrontare le difficoltà di fondo?

 

Pericoli in vista

È facile capire che i nostri problemi diventerebbero molto più gravi se la moda attuale dovesse prevalere e se diventasse dottrina accettata che la politica monetaria ha il compito di rimediare a qualsiasi danno causato da politiche salariali monopolistiche. Oltre all’effetto sui protagonisti della politica salariale, che vengono così esonerati dalle responsabilità per l’effetto delle loro azioni sull’occupazione, l’accento unilaterale sulla politica monetaria può non solo privare i nostri sforzi di risultati completi, ma anche produrre effetti tanto imprevisti quanto indesiderati.

Se è vero che una politica monetaria intelligente è una conditio sine qua non per prevenire la disoccupazione su larga scala, è altrettanto certo che ciò non è sufficiente. A meno di ricorrere alla costrizione universale, non riusciremo mai a sconfiggere la disoccupazione in modo duraturo finché non riusciremo a rompere le rigidità del nostro sistema economico che abbiamo permesso ai monopoli di capitale e lavoro di creare. Dimenticarlo e affidarsi esclusivamente alla politica monetaria è così pericoloso perché può avere successo abbastanza a lungo da rendere impossibile qualsiasi altro tentativo: più siamo indotti a ritardare gli aggiustamenti più ardui, perché ci sembra di riuscire per il momento a far andare avanti le cose, più grande sarà il settore del nostro sistema economico che potrà essere mantenuto in vita solo grazie allo stimolo artificiale dell’espansione del credito e dei sempre maggiori investimenti pubblici.

È un percorso che ci costringerebbe ad aumentare progressivamente il controllo del Governo su tutta la vita economica, fino ad arrivare allo Stato totalitario.

 

Traduzione a cura di Alessio Langiano

Articolo originale: https://mises.org/wire/hayek-good-and-bad-unemployment-policies

 

Keynes e la falsa fine del laissez faire – di Ludwig von Mises

Questo testo critica un discorso tenuto dall’economista inglese John Maynard Keynes il 23 giugno 1926 all’Università di Berlino. Egli faceva una tagliente critica al liberalismo e al capitalismo; rifiutava la libera proprietà privata dei mezzi di produzione, pur non volendo essere socialista. Raccomandava invece, come soluzione, una via di mezzo tra proprietà privata dei mezzi di produzione, da un lato, e proprietà sociale, dall’altro; che non è altro che la proprietà privata regolata attraverso il controllo sociale. Non sarebbe lo Stato ad assumersi questo controllo; lo farebbero invece ‘organismi societari semi-autonomi inseriti nel sistema statale’, da cui si arriverebbe ad ‘un ritorno ad autonomie indipendenti di stampo medievale’.

Keynes non propone altro che ciò che per decenni, soprattutto in terra tedesca, è stato promosso dalla scienza ufficiale e da tutta l’opinione pubblica come “soluzione alla questione sociale”. Non ci sarebbe motivo di preoccuparsi di questo piccolo opuscolo, perché tutto ciò che presenta è già stato trattato nella letteratura tedesca centinaia di volte, e, se non in miglior modo, sicuramente non peggiore, e comunque più approfonditamente. Ma il titolo che Keynes ha dato alla sua opera (La Fine del Laissez Faire) e le sue seccature epigrammatiche necessitano di una nota critica.

La famosa massima recita, per esteso, laissez faire et laissez passer. Essa si riferiva quindi – innegabilmente senza una coincidenza totale fra esperienza storica e massima – al “faire” (fare) per quanto riguarda la gestione delle merci, ad eccezione del loro spostamento fisico, e al “passer” (passare) per quanto riguarda la libera circolazione di uomini e di merci. In realtà questi due tipi di impresa sono inscindibili, e non è legittimo separarli a piacimento, essendo queste le ramificazioni della stessa ideologia sociale.

Keynes, tuttavia, parla deliberatamente solo di laissez faire. Egli menziona il protezionismo solo di sfuggita (p. 26); sorvolando interamente sulla libera circolazione. È facile capire le basi per una tale autolimitazione. La protezione e l’intralcio al libero scambio internazionale sono, sicuramente, graziosamente medievali, ma i loro pessimi effetti sono oggigiorno così chiari che un riformatore sociale, nel combattere il liberalismo, fa solo che bene a tacere su di essi. Specialmente un anglosassone, che vuole opporsi al liberalismo a Berlino, deve evitare di sollevare tali delicate questioni.

Certamente si trovavano tra coloro che lo hanno ascoltato alcuni che negli ultimi anni sono stati cacciati dalle terre in cui questi avevano vissuto e lavorato; ed altri che desiderano emigrare da un’Europa centrale sovrappopolata e non possono perché i lavoratori delle terre meno popolose si difendono dall’arrivo di concorrenti. E Keynes saprà inoltre certamente che è proprio il protezionismo ad aver messo la Germania e l’Inghilterra in una situazione economica di tale difficoltà.

Se Keynes avesse parlato (veramente) della fine del laissez faire et laissez passer, allora non avrebbe potuto non vedere come il mondo di oggi è malato proprio perché, per decenni, le cose non sono state regolate da questa massima. Chi si rallegra che i popoli si allontanino dal liberalismo, non deve dimenticare che la guerra e la rivoluzione, la miseria e la disoccupazione di massa, la tirannia e la dittatura non sono compagni casuali, ma sono i risultati necessari dell’antiliberalismo che oggi governa il mondo.

Traduzione a cura di Marco Bares

Fonte: https://mises.org/library/mises-keynes-1927

La leggenda del fallimento del capitalismo – di Ludwig von Mises

È ormai comune pensare che la crisi economica degli ultimi anni abbia determinato la fine del capitalismo. Il capitalismo ha fallito, si è dimostrato incapace di affrontare i problemi economici. Dunque, se non vogliamo soccombere, non resta altro che spostarsi verso un’economia pianificata, verso il socialismo.

Questa credenza non è però una novità. I socialisti hanno sempre sostenuto che le crisi economiche sono l’inevitabile risultato del sistema di produzione capitalistico e che quindi non v’è altro modo per risolverle definitivamente se non ricorrendo al socialismo. L’opinione pubblica è oggi più che mai impregnata di idee socialiste [l’articolo risale al 1932, NdT], ciò fa sì che queste opinioni abbiano risonanza diffondendosi a macchia d’olio, ma questo non significa che la crisi attuale sia più grave rispetto a quelle precedenti.

 

I.

Quando ancora non si concepivano scelte di natura macroeconomica, si credeva che chi detenesse il potere fosse in grado realizzare qualsiasi cosa. I sacerdoti, inoltre, esortavano i potenti a governare in maniera giusta, nell’interesse della salvezza delle anime e in vista di ritorsioni nell’aldilà. Il potere dei sovrani era considerato illimitato e onnipotente, nonostante venissero riconosciuti i limiti naturali dell’essere umano e del suo potere terreno.

La nascita della sociologia, straordinaria opera di molte menti illuminate quali David Hume e Adam Smith, ha distrutto questa concezione. Si scoprì che il “potere sociale” era più un concetto astratto che una realtà realmente esistente. Venne quindi riconosciuta una necessaria interdipendenza tra i fenomeni di mercato che il potere temporale non può cancellare. Esso era un fenomeno sociale capace di trascendere dal controllo dei potenti i quali devono sottomettersi ad esso per avere successo, proprio come accade per le leggi di natura. Mai nella storia del pensiero umano e scientifico vi fu scoperta più grande.

Sulla base della conoscenza delle leggi di mercato, è possibile capire in che misura il potere dello Stato e i soprusi nel controllo delle operazioni di mercato impattano sull’economia. L’interventismo fine a se stesso non sempre riesce a soddisfare le aspettative delle autorità e produce esiti non preventivati. È quindi futile e dannoso per chi lo esercita. La dottrina liberale respinge l’interventismo come superfluo, vano e controproducente, piuttosto si basa sui risultati del pensiero scientifico. Ciò al fine di configurare le proprie azioni in modo da raggiungere gli obiettivi prefissati, non solo per arrivare ad un risultato fine a se stesso.

Il liberalismo non vuole interferire nelle questioni scientifiche; vuole che la scienza sia il punto di riferimento del comportamento umano. Si basa sulla ricerca scientifica per fare in modo che ogni membro della società sappia come raggiungere in modo efficace i propri obiettivi. I partiti politici si differenziano non per il fine a cui tendono, ma per il modo in cui tentano di raggiungere il bene comune. I liberali promuovono il sistema di proprietà privata dei mezzi di produzione come il modo migliore per creare ricchezza e benessere per tutti. Inoltre si oppongono al socialismo e all’interventismo in quanto improduttivi, nonostante quest’ultimo sia considerato un valido sistema dai suoi sostenitori perché a metà strada tra il capitalismo e il socialismo.

La visione liberale è stata aspramente criticata. Eppure gli oppositori del liberalismo non sono riusciti a confutare né la teoria su cui si fonda né la sua validità. Inoltre non sono nemmeno riusciti a controbattere con argomentazioni logiche alle critiche dei liberali, hanno semplicemente sviato il discorso. I socialisti pensavano di riuscire a sottrarsi a questa critica e giustificarsi dicendo che Karl Marx non aveva mai trattato veramente il tema dell’efficacia di una politica socialista. Dunque non hanno fatto altroché lodare l’impero socialista del futuro come un paradiso terrestre, ma si sono rifiutati di discutere i dettagli del loro programma.

Gli interventisti hanno optato per una strategia diversa. Hanno negato la validità universale della teoria degli economisti con una giustificazione assai scarna. Incapaci di controbattere logicamente l’economia classica, non potevano appigliarsi ad altro se non al “sentimentalismo morale” di cui si parlava durante l’Assemblea costitutiva dell’Associazione Economica Tedesca di Eisenach. Contro la logica pongono l’etica, contro il ressentiment della teoria e le sue argomentazioni pongono il richiamo alla volontà dello Stato.

Gli economisti avevano già previsto le conseguenze dell’interventismo e del socialismo statale e collettivista esattamente nel modo in cui si sono verificate. Ma ovviamente sono stati ignorati. Da cinquanta o sessant’anni gli Stati europei hanno adottato politiche anticapitalistiche e antiliberali. Più di quarant’anni fa, Sidney Webb (Lord Passfield) scriveva: “Possiamo affermare con certezza che la moderna filosofia socialista non è altro che l’attenta e precisa omologazione ai precetti della società, già parzialmente applicati in maniera involontaria. La storia economica di questo secolo è costellata di innumerevoli progressi compiuti grazie al socialismo”.[1] Quanto detto si è verificato all’inizio del suddetto processo e in Inghilterra, dove il liberalismo ha contribuito a reprimere politiche anticapitalistiche. Da allora la politica interventista si è espansa. Ormai tutti credono che viviamo in un’epoca di “economia vincolata” che darà vita a una florida comunità socialista.

Ora che si è verificato esattamente ciò che gli economisti avevano previsto, ora che i risultati della politica economica anticapitalista sono diventati palesi a tutti, ovunque riecheggia il grido: questo è il declino del capitalismo, il sistema capitalista ha fallito!

Il liberalismo non può essere incolpato per nessuna delle scelte delle istituzioni che ad oggi controllano la politica economica. Si oppone difatti alla nazionalizzazione delle imprese, poiché provoca ingenti danni al bilancio pubblico ed è anche la causa di una sporca corruzione. Inoltre il liberalismo si oppone alle politiche di contrasto alla libertà di impresa e di iniziativa personale, all’assegnazione del potere statale ai sindacati, ai sussidi di disoccupazione che contribuiscono solo ad allargare il fenomeno della disoccupazione. Si schiera poi contro la previdenza sociale, che trasforma gli assicurati in provocatori, delinquenti e nevrotici; contro i dazi doganali (e di conseguenza anche contro i monopoli), contro le restrizioni alla libertà di circolazione, contro la sovratassazione e l’inflazione, contro gli arsenali, contro la colonizzazione, contro l’oppressione dei popoli stranieri, contro l’imperialismo e contro la guerra. Si è ostinatamente opposto alla politica inflazionistica.

Infine, non è stato il liberalismo a schierare truppe armate che aspettano solo il momento giusto per far scoppiare una guerra civile.

 

II.

Per giustificare la responsabilità del capitalismo, per almeno una parte delle questioni trattate si afferma che imprenditori e capitalisti non siano più liberali ma interventisti e statalisti. Questo presupposto è vero, ma le conclusioni avanzate sono errate. Tali conclusioni si basano sull’erronea concezione marxista secondo cui, nel periodo di massimo splendore del capitalismo gli imprenditori sono riusciti a tutelare i propri interessi di classe attraverso il liberalismo mentre ora, nel periodo di declino del capitalismo, si sono affidati all’interventismo. Ciò dovrebbe dimostrare che l’interventismo è storicamente necessario e parte integrante del capitalismo moderno.

La visione dell’economia classica e del liberalismo come ideologia borghese (nel senso marxista del termine) è però una delle tante dottrine distorte del marxismo. La verità è che anche gli imprenditori vengono influenzati dalle idee del momento, per questo nell’Inghilterra del 1800 gli imprenditori erano liberali mentre nella Germania del 1930 sono interventisti, statalisti e socialisti. Gli imprenditori nel 1800 non avevano meno tornaconti personali, tutelati dall’interventismo e messi in discussione dal liberalismo, rispetto al 1930.

Oggi, il grande imprenditore è spesso definito “capitano d’industria”. Tuttavia nella società capitalista non esistono “capitani d’industria”. E’ proprio questa la differenza caratteristica tra l’economia socialista e quella capitalista. In quest’ultima il proprietario dei mezzi di produzione segue unicamente i mutamenti nel mercato. L’abitudine di definire “capitani d’industria” i capi di grandi imprese lascia intendere che queste posizioni non vengono conquistate mediante il successo imprenditoriale, bensì attraverso altro.

In uno stato interventista non è necessario che un’impresa riesca a soddisfare le richieste dei consumatori per avere successo, è più importante invece il rapporto con il governo in modo tale da trarre vantaggio dagli interventi varati da quest’ultimo. Più dazi sui prodotti dell’impresa o meno dazi sui semilavorati che essa lavora possono fare al differenza nella gestione dell’impresa. Un’impresa, per quanto bene possa essere gestita, deve necessariamente fallire se non riesce a tutelare i propri interessi in relazione alla fissazione dei dazi doganali, delle retribuzioni dinanzi all’Organo di conciliazione e presso le autorità antitrust. È più essenziale stringere i giusti contatti che produrre merce di valore.

Dunque non sono richiesti uomini capaci di gestire un’impresa e che siano in grado di dare al mercato esattamente ciò che esso richiede, bensì emergono coloro che fanno gli interessi della stampa e dei partiti politici, soprattutto quelli estremisti, in modo tale da guadagnarsene i favori. Ciò si riflette nel comportamento di quei direttori generali che contrattano più spesso con i funzionari di Stato e i leader politici che con i consumatori o i fornitori.

Dato che le aziende si preoccupano di ricevere favori politici, a loro volta si impegnano per fare favori ai politici. Non c’è una grande azienda che negli ultimi anni non abbia speso ingenti somme di denaro in investimenti realizzati per fini politici, dai quali non era previsto un profitto, bensì addirittura una perdita. Per non parlare delle detrazioni per scopi esterni alla gestione dell’impresa, destinati ad esempio a finanziamenti politici, fondazioni di previdenza sociale e altri ancora.

Ad oggi si cerca sempre più spesso di sottrarre al controllo degli azionisti la gestione delle banche centrali, delle grandi industrie e delle società per azioni. Gli statalisti si sono dimostrati favorevoli a questa “tendenza delle grandi società a nazionalizzarsi”, ovvero la scelta di gestire le imprese trascurando gli interessi degli azionisti e il loro “massimo profitto possibile”. Ciò simboleggia il superamento del capitalismo.[2] Nel corso della riforma del diritto societario tedesco sono emersi tentativi di anteporre agli interessi patrimoniali degli azionisti l’interesse e il benessere delle società, dunque “la loro superiorità economica, giuridica e sociologica e la loro indipendenza dalla mutevole maggioranza degli azionisti”[3]

Oggi, sostenuti dallo Stato e dall’opinione pubblica, entrambi profondamente interventisti, i dirigenti delle grandi società si sentono così potenti da non ritenere necessario prestare attenzione agli interessi degli azionisti. Ciò avviene soprattutto nei Paesi in cui lo statalismo ha un impatto maggiore – ad esempio negli Stati nati dopo la caduta dell’Impero austro-ungarico – e in cui le imprese private si disinteressano della produttività tanto quanto le società pubbliche. Il risultato è il collasso. Secondo la teoria più accreditata, le imprese troppo grandi non possono essere gestite solamente seguendo il criterio della produttività.  L’unico risultato che però può scaturire da una gestione di questo tipo è il fallimento dell’impresa, in quanto si rinuncia alla produttività. Allo stesso tempo, la teoria esige l’intervento dello Stato nell’amministrazione delle grandi imprese, per evitare che falliscano.

 

III.

È comunque vero che il socialismo e l’interventismo non sono ancora riusciti a distruggere del tutto l’economia capitalista. In tal caso in tutta Europa, dopo secoli di benessere e prosperità, si sarebbe verificata una nuova fame di massa. Eppure intorno a noi il capitalismo avanza sempre di più, basti pensare alla nascita di nuove industrie, all’espansione di quelle già esistenti e al miglioramento dei loro mezzi di produzione. È proprio ciò che resta dell’economia capitalista nella nostra società che ha permesso tutti questi progressi economici. Nonostante ciò, l’economia capitalista è costantemente ostacolata dalle autorità interventiste, di conseguenza si perde una considerevole parte dei profitti per lasciare spazio alla scarsa produttività delle imprese pubbliche.

La crisi odierna è la crisi dell’interventismo e del socialismo statale e collettivista, in altre parole la politica anticapitalista. Non si può negare che la società capitalista sia controllata dai meccanismi del mercato. I prezzi di mercato corrispondono alla quantità di domanda e offerta e determinano l’entità della produzione. In definitiva, ciò che dà valore all’economia capitalista è il mercato. Quando viene meno la funzione regolatrice della produzione propria del mercato, dunque il governo interferisce con prezzi, salari e tassi d’interesse, si genera una crisi.

Non è stato Bastiat a fallire, ma Marx e Schmoller.

 

Traduzione a cura di Laura Pizzorusso

Fonte: https://www.misesde.org/2020/08/die-legende-vom-versagen-des-kapitalismus/?fbclid=IwAR2eErmVHcY208mgGZvxrsxY7-X50yXatwQuseRiW7NKGflPqzxs5yNUnL0

 

 

[1] Vgl. Webb, Die historische Entwicklung (Englische Sozialreformer. Eine Sammlung „Fabian Essays“ her. v. Grunwald, Leipzig 1897) S. 44.

[2] Vgl. Keynes, Das Ende des Laisser-faire, München und Leipzig 1926, S. 32 f. 3

[3] Vgl. Passow, Der Strukturwandel der Aktiengesellschaft im Lichte der Wirtschaftsenquete, Jena 1930, S. 4.

 

Il flagello dell’Africa: breve storia del socialismo africano

Negli anni Sessanta, milioni di africani guardavano con ottimismo al loro futuro: erano gli anni della decolonizzazione, dell’indipendenza, della libertà. Dopo aver conquistato il diritto all’autogoverno, una nuova generazione di leader africani guardava fiduciosa verso l’avvenire, certa di poter costruire un’Africa migliore, in grado di relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo.

Così non è stato. Mezzo secolo dopo, molte nazioni africane si presentano persino più povere di quanto non lo fossero sotto il dominio europeo. Violenza, corruzione, instabilità, miseria, morte: per milioni di africani, è questa la realtà della loro vita. La domanda quindi sorge spontanea: cosa è andato storto?

 

Damnatio memoriae

Naturalmente, non esiste una risposta semplice: questo fallimento è il risultato della combinazione di diversi fattori (i danni a lungo termine del colonialismo, tensioni etniche e religiose, ingerenze delle potenze straniere), ma uno spicca su tutti gli altri: l’abbandono, da parte delle élite al potere nei diversi Paesi africani, dei principi del libero mercato e della democrazia liberale.

Una volta conquistata l’indipendenza, molti dei nuovi leader africani decisero di voltare le spalle a qualsiasi testimonianza del passato coloniale. Ad essere rimossi, modificati o distrutti, però, non furono solo edifici ed emblemi: anche le idee furono sottoposte alla damnatio memoriae.

Per questi leader africani capitalismo, libero mercato e democrazia liberale erano idee degli odiati ex-padroni, quindi intrinsecamente malvagie[1]. Pertanto, era inevitabile che questi politici, nello scegliere secondo quali principi guidare lo sviluppo delle loro nazioni, venissero attratti dall’ideologia della potenza che, negli anni Sessanta, si presentava come l’antitesi dell’Occidente imperialista: l’URSS, e quindi il socialismo sovietico.

 

Un’Africa socialista

Sarebbe riduttivo affermare che il socialismo sovietico abbia attecchito bene nelle nuove nazioni africane: piuttosto, sarebbe più corretto dire che è divampato come benzina sul fuoco dell’indipendenza.

In Tanzania, Julius Nyerere fondò lo sviluppo del Paese sulla dottrina della “Ujamaa”(famiglia estesa), un misto di socialismo sovietico e valori tradizionali africani[2]. In linea con questi principi, la prima Costituzione della Tanzania affermava che “lo Stato ha il compito d’impedire l’accumulo della ricchezza, incompatibile con una società senza classi”.

In Ghana, il Presidente Nkrumah fissò come obiettivo ultimo del suo governo il controllo totale dell’economia da parte dello Stato[3]. Per raggiungere tale scopo, le imprese private vennero nazionalizzate, perfino prezzi e salari vennero stabiliti a tavolino dal governo centrale.

In Guinea, per realizzare il “marxismo in panni africani”, il governo di Sékou Touré varò misure estremamente severe, tra cui: divieto di qualsiasi attività commerciale non approvata dal governo, monopolio statale del commercio con l’estero, pena di morte per il contrabbando[4].

Questi sono solo alcuni esempi. Infatti, vicende simili riguardarono anche lo Zimbabwe di Mugabe, il Mali di Keita, l’Etiopia di Mengistu e tante altre nazioni africane. Perfino in quelle dichiaratamente “capitaliste”, come la Nigeria, uno Stato forte, che quindi interviene pesantemente in economia, venne considerato come uno strumento utile all’indipendenza nazionale[5].

 

Il socialismo africano fra teoria e pratica

Il socialismo africano, sebbene si proponesse come una “Terza via” alternativa non solo al capitalismo, ma anche al socialismo di stampo sovietico[6], nei fatti riprendeva gli aspetti fondamentali di quest’ultimo, in particolare il sistema politico monopartitico e l’economia pianificata.

In tutte le nuove repubbliche socialiste, pertanto, non esistevano né partiti di opposizione né vincoli al potere del governo: tanto nel Ghana di Nkrumah quanto nello Zimbabwe di Mugabe, l’unico partito legale era quello del Presidente, che governava con pieni poteri.

Come in ogni Stato socialista che si rispetti, poi, l’economia era pianificata: com’è stato già detto in precedenza, i leader socialisti africani fecero grandi sforzi per eliminare qualsiasi impresa privata, e quindi autonoma rispetto al governo centrale.

Tutto questo ebbe due gravi conseguenze: in primo luogo, stroncò nei cittadini di questi Paesi qualsiasi aspirazione imprenditoriale, sostituendola con una mentalità che vede lo Stato come l’unica istituzione in grado di creare ricchezza (mentre in realtà può solo ridistribuirla, di solito male).

In secondo luogo, l’accentramento del potere: in ognuno di questi Stati, il regime socialista al potere favorì lo sviluppo di una burocrazia pesante ma influente, la cui prosperità crebbe in modo inversamente proporzionale a quella della nazione. Ancora oggi, in gran parte del continente, sono solo pochi funzionari politici e militari a beneficiare delle ricchezze dell’Africa, mentre ai loro concittadini restano le briciole.

 

Quali risultati?

Bisogna precisarlo: Nkrumah, Nyerere, Touré e gli altri leader della loro generazione, con tutta probabilità, erano (almeno all’inizio) in buona fede. Probabilmente, prima che subentrasse l’attaccamento agli agi ed ai vantaggi del potere, erano sinceramente spinti dal desiderio di aiutare i loro concittadini e migliorare i loro Paesi d’origine. Ma, come diceva Karl Marx stesso, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La Tanzania, quando Julius Nyerere salì al potere, aveva un PIL paragonabile a quello della Corea del Sud di allora. Negli anni seguenti, la fallimentare collettivizzazione dell’agricoltura, imposta secondo i principi della Ujamaa, ha condannato il Paese a decenni di stagnazione economica[7]. Oggi, la Tanzania è uno dei Paesi africani più poveri.

In Ghana, quasi tutte le imprese nazionalizzate dal governo di Nkrumah fallirono sotto il peso della corruzione e della gestione inefficiente[8], il che portò l’economia del Paese al collasso. Alla fine, Nkrumah stesso venne deposto.

Lo Zimbabwe, un tempo noto come “il granaio dell’Africa”, sprofondò in una grave crisi alimentare quando Robert Mugabe espropriò le terre dei contadini bianchi (che vennero espulsi dal Paese) per ridistribuirle fra i suoi sostenitori (che di agricoltura ne sapevano poco o niente)[9].

Quando i leader che hanno fatto la storia del socialismo africano salirono al potere, ai loro concittadini promisero indipendenza, prosperità e progresso. Invece, quando se ne sono andati, hanno lasciato loro in eredità Paesi dipendenti dagli aiuti internazionali, caduti in miseria e con poche prospettive per il futuro.

 

Quale futuro per l’Africa?

Quando (o meglio, se) i Paesi devastati dal socialismo africano riusciranno a recuperare decenni di sviluppo perduti, è impossibile dire con certezza. Tuttavia, ci sono segnali incoraggianti.

Innanzitutto, fra il 1996 ed il 2016, il numero di Paesi africani dichiaratamente socialisti è calato drasticamente, mentre il grado di libertà economica è aumentato in tutto il continente (da 5.1 su 10 a 6.15 su 10, secondo il Fraser Institute)[10]. Tutto questo soprattutto perché, dopo il crollo dell’URSS, i regimi socialisti in Africa hanno perso gli aiuti economici sovietici, crollando a loro volta.

Gli effetti benefici della liberalizzazione dell’economia non hanno tardato a manifestarsi: negli ultimi vent’anni, nell’Africa subsahariana, il PIL è triplicato (quello per capita è raddoppiato), la mortalità infantile si è dimezzata e la vita media si è allungata di dieci anni[11].

Una nuova era per l’Africa, di vera prosperità e di vera pace, potrebbe essere aperta dalla nascita dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA). Si tratta di un’area di libero scambio creata nel 2018 che, ad oggi, comprende 29 dei 55 membri dell’Unione Africana.

Secondo le stime dell’ONU, l’AfCFTA potrebbe potenzialmente incrementare di oltre il 50% il commercio fra i diversi Paesi africani in soli pochi anni, generando ricchezza che andrebbe a sollevare dalla povertà estrema milioni di africani[12].

Naturalmente, niente è scolpito nella pietra. Il 21esimo secolo potrebbe essere il secolo della riscossa dell’Africa, in cui i danni inflitti dal colonialismo e dal socialismo verranno superati ed il continente potrà finalmente relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo, come si sperava già nel 1960.

Oppure, al contrario, i progressi degli ultimi vent’anni potrebbero essere solo temporanei, e questo sarà il secolo in cui si compirà la tragedia finale dell’Africa, un continente reso sterile dalla sua stessa mentalità collettivista.

Una sola cosa è certa: qualsiasi sarà il futuro dell’Africa, esso è nelle mani degli africani. Nelle mani dei suoi politici, che dovranno essere lungimiranti. Nelle mani dei suoi imprenditori, che dovranno affrontare mille ostacoli per riportare la prosperità. Nelle mani dei suoi elettori, che non dovranno ripetere gli stessi errori già ripetuti ormai fin troppe volte.

[1]https://www.africanliberty.org/2019/03/14/how-socialism-destroyed-africa/

[2][3][4][5]https://youtu.be/ZUBXW6SjuQA

[6]https://www.britannica.com/topic/African-socialism

[7][8]https://mises.org/wire/africas-socialism-keeping-it-poor

[9]https://youtu.be/XB9vMcMXs6s

[10][11][12]https://fee.org/articles/what-can-we-expect-from-africa-in-the-2020s/

 

Perché il mondo ha bisogno di libertà economica

Immaginate di svegliarvi una mattina in un letto diverso dal vostro; tutti si rivolgono a voi chiamandovi Presidente e chiedendovi di risolvere i più disparati problemi nazionali: migliorare le condizioni di vita, creare posti di lavoro, ridurre l’inquinamento, e così via.

Sono indubbiamente questioni molto complesse e non sapreste gestirle nemmeno singolarmente, figurarsi tutte insieme. Tuttavia, uno dei vostri consiglieri si fa avanti e suggerisce che, in realtà, tali problematiche possono essere affrontate in contemporanea tramite una particolare strategia politica: aumentare la libertà economica.

Chiunque sarebbe scettico. Il mondo è complicato, e non esiste una soluzione universale a tutti i dilemmi moderni. Eppure, i dati suggeriscono il contrario.

CHE COS’È LA LIBERTÀ ECONOMICA?

A livello concettuale, la libertà economica è definita come “il diritto fondamentale di ogni essere umano di controllare il suo lavoro e la sua proprietà”. Una società economicamente libera è quella in cui: 

  • gli individui sono liberi di lavorare, produrre, consumare e investire in qualsiasi modo preferiscano;
  • i governi permettono che lavoro, capitali e beni si muovano liberamente, ed evitano coercizioni o limitazioni della libertà oltre a quelle necessarie per proteggere e mantenere la libertà stessa.

Ogni anno The Heritage Foundation, un influente think tank statunitense, compila l’Indice di Libertà Economica, assegnando ad ogni paese del mondo un punteggio indicativo di quanto sia libera la sua economia; tale punteggio è calcolato a partire da 12 fattori raggruppati in 4 macro aree.

Tale indice, data la sua natura numerica, risulta particolarmente efficace per effettuare analisi statistiche di correlazione con altre variabili.

IL POTERE DELLA LIBERTÀ ECONOMICA

Il libero mercato arricchisce tutte le parti coinvolte. Questo è l’assunto su cui si basa l’ideologia liberista, e l’analisi di correlazione tra libertà economica e PIL pro capite (per potere d’acquisto) ne dimostra la validità. Il PIL pro capite, misura del reddito medio dei cittadini di un paese, risulta infatti essere fortemente connesso con l’indice di libertà economica. 

Il grafico di seguito, comprendente tutti i paesi del mondo, mostra la relazione tra libertà economica e PIL pro capite, rappresentate rispettivamente sull’asse X e sull’asse Y; ogni punto rappresenta un paese.

Come si nota, nel mondo vi è una correlazione fortemente positiva tra libertà economica e PIL pro capite, al punto che la linea di tendenza assume andamento esponenziale. Il coefficiente di correlazione è di 0,65, e il coefficiente R2 è di 0,43; tali valori significano che l’indice di libertà economica riesce, da solo, a spiegare il 43% delle variazioni nel PIL pro capite.  

In generale, risulta chiaro come i paesi liberi riescano a raggiungere livelli di ricchezza enormemente superiori a quelli non liberi.

L’Italia si posiziona appena sopra la linea di demarcazione tra paesi non liberi e paesi liberi, classificandosi come “moderatamente libera”. La libertà economica italiana risulta infatti una delle più basse in tutta Europa e ultima in Europa occidentale: peggio di noi solo la Grecia e alcuni paesi dell’Ex Unione Sovietica e dell’Ex Jugoslavia.

Il grafico mondiale risulta comunque avere molto rumore, con paesi che deviano notevolmente dalla linea di tendenza. Generalmente, tali anomalie possono essere spiegate piuttosto facilmente: i paesi eccessivamente più ricchi del previsto sono tipicamente paesi petroliferi oppure paradisi fiscali, mentre i paesi eccessivamente al di sotto della linea di tendenza hanno raggiunto buoni livelli di libertà economica solo in tempi recenti e non hanno quindi ancora avuto modo di raccoglierne i frutti.

Ulteriori informazioni emergono dall’analisi regione per regione:

Ad eccezione dell’Europa, vi è sempre una relazione esponenziale tra libertà economica e ricchezza media. La correlazione, pur oscillando tra lo 0,43 dell’Africa Sub-Sahariana e lo 0,73 dell’Asia Pacific, rimane sempre positiva: 

all’aumentare della libertà economica, la ricchezza aumenta SEMPRE.

Tuttavia, tale meccanismo risulta essere più debole nelle Americhe e in Africa Sub-Sahariana. Non è certo una sorpresa: le due regioni sono le più pericolose del pianeta, con altissimi tassi di violenza dovuti a narcotraffico e guerriglie; tale assenza delle sicurezze essenziali, unita a instabilità politica, corruzione diffusa e scarsità di infrastrutture, scoraggia gli investimenti in attività produttive, limitando fortemente il potere della libertà economica. Ciò non significa comunque che essa sia inefficace: in America Centro-Meridionale -ad eccezione di Trinidad e Tobago, piccolo paese insulare ricco di petrolio, e le Bahamas, centro finanziario offshore- il paese più libero, il Cile, risulta essere anche quello più ricco.

SI potrebbe argomentare che, se effettivamente tali problematiche fossero sufficienti a spiegare una relazione più debole, il coefficiente di correlazione del Medio Oriente e Nord Africa, una delle regioni più travagliate del globo, dovrebbe avere un valore ben più basso di 0,62, addirittura superiore a quello europeo. Ancora una volta, la spiegazione è semplice: i dati non tengono conto di ben 4 paesi (Libia, Siria, Iraq, Yemen) attualmente scossi da lunghe guerre e per cui non è possibile calcolare l’indice di libertà economica. 

In sintesi, quando si prendono in considerazione solo paesi (relativamente) stabili, la forte relazione tra libertà economica e PIL pro capite è ripristinata.

La libertà economica risulta particolarmente potente nella regione Asia Pacific (Subcontinente Indiano, Estremo Oriente, Oceania), dove la curva esponenziale è molto ripida e seguita quasi perfettamente dai paesi; le uniche anomalie sono Macao, principale hub del gioco d’azzardo (e del riciclaggio) del Pacifico, e il Brunei, micro stato ricchissimo di petrolio. Qualora non si considerino tali due eccezioni, la correlazione raggiunge addirittura un impressionante 0,86.

Non vi sono dubbi: se una mattina vi risvegliaste nei panni del presidente di un paese di questa regione, aumentare la libertà economica sarebbe il modo più rapido ed efficace per arricchire i vostri cittadini.

A questo punto, avrete sicuramente già pensato all’obiezione più ovvia: correlation is not causation, ossia correlazione non implica causalità. La presenza di una forte correlazione tra libertà economica e reddito medio non significa che le variazioni di quest’ultimo siano causate dalle variazioni nella libertà: potrebbe esserci una causa comune a monte che spinge le due variabili a comportarsi nello stesso modo, oppure la relazione potrebbe essere inversa, e sarebbe la maggiore ricchezza a spingere i governi a liberalizzare l’economia. 

La seconda ipotesi può essere facilmente smentita, dal momento che, in tutti i grafici, vi sono molte più anomalie al di sopra della linea di tendenza che non al di sotto; ossia, è molto più comune che un paese già ricco (grazie alle sue risorse naturali o a particolari condizioni storiche, legali o fiscali) decida di mantenere un’economia più chiusa che non di aprirla. E, soprattutto, se un paese senza particolari risorse fosse comunque in grado di arricchirsi senza aumentare la libertà economica, che motivo avrebbe per farlo?

Rimane quindi l’ipotesi della causa comune. Ma quale potrebbe essere tale causa? Risposta breve: nessuna. Non esiste nessuna ragione a monte che riesca a spiegare una relazione così forte e onnipresente nel mondo. Al contrario, le teorie economiche e i numerosi paesi che hanno avuto notevoli percorsi di sviluppo dopo aver cominciato ad aprire le loro economie dimostrano chiaramente che, in questo caso, non si tratta di semplice correlazione, ma di vera e propria causalità: liberalizzare l’economia porta ad uno standard di vita più alto.

Non si può abolire la povertà con una legge. Ciò che la legge può fare è creare opportunità, e non c’è opportunità più grande della libertà.

Ma il potere della libertà economica non si ferma qui. paesi più liberi hanno maggiore mobilità sociale ascendente, con correlazione di 0,74. 

In parole povere, in un paese più libero, è più facile che il figlio riesca a diventare più ricco dei genitori.

Inoltre, paesi a economia libera hanno migliori performance ambientali, con correlazione di 0,66, risultando quindi più sostenibili. 

La libertà economica non migliora solo le condizioni dei cittadini, ma anche quelle dell’ambiente.

SI potrebbe proseguire a lungo: la pagina The Power of Economic Freedom, del sito di Heritage Foundation, mostra come la libertà economica influenzi positivamente l’imprenditorialità, la crescita economica, lo sviluppo umano, l’innovazione e molto altro.

I dati non mentono. L’umanità è sulla strada giusta, il mondo non è mai stato un posto migliore e non possiamo permetterci di fermarci ora. 

La libertà economica non è una certo una panacea universale a tutti i mali del mondo, ma è uno degli strumenti più potenti in nostro possesso.

Non sprechiamolo.

Perché non sarai mai ricco se hai una mentalità socialista

Tra Filosofia e Comportamento

Prima di leggere è bene spiegare che nell’articolo non si andrà ad indagare su quelle che sono le ideologie, le dottrine o i pensieri degli esponenti delle diverse correnti, ma si andrà a valutare il comportamento delle persone, le loro scelte di vita e quindi la loro mentalità.

Mentalità Socialista ed Ideologia Socialista

Bisogna mettere in chiaro che avere una mentalità socialista è ben diverso da essere socialista. L’ideologia politica, purtroppo o per fortuna, non sempre combacia con la mentalità che si ha. Questo per via dell’ignoranza della popolazione sulle grandi dottrine economiche oppure perché si crede romanticamente a un’idea, salvo poi avere una mentalità totalmente diversa nella pratica.

Pertanto, esistono comunisti e socialisti con una mentalità individualista e liberali con una mentalità socialista, sebbene questi ultimi siano un po’ più difficili da trovare.

Cos’è la Mentalità Socialista?

La mentalità socialista si distingue dalla mentalità individualista per la responsabilità. Una persona dalla mentalità socialista tende a spostare verso l’esterno le cause dei mali che egli vive, delle condizioni in cui versa. Chi ha una mentalità socialista dà la colpa allo Stato, chiede più Stato o chiede che sia lo Stato ad occuparsi di lui.

Una persona con una tale mentalità la riconoscete perché tende con facilità a scaricare la responsabilità verso terzi, ad autoassolversi da ogni responsabilità. Egli è vittima delle circostanze, spesso perché dimenticato dalle istituzioni, come ama ripetersi.

Chi condivide la mentalità socialista ha sempre bisogno di qualcosa o qualcuno che si debba occupare di lui, il perenne bisogno di un padre che risolva i suoi problemi e lo salvi dalle sue disgrazie.

Con questa definizione riusciamo subito a capire che molti imprenditori hanno una mentalità socialista, ossia aprono un negozio/impresa o una partita Iva per crearsi un lavoro libero da “padrone”, si assumono responsabilità da imprenditore, ma poi sono pronti a scaricare ogni responsabilità se le cose vanno male (la crisi, lo stato, i cinesi, l’Europa, le tasse etc..) con una perenne aria di vittimismo.

La mentalità socialista è parte integrante della società italiana. La potete trovare anche in coloro che si professano anticomunisti, specie in quelli più aggressivi che attaccano direttamente i comunisti non risparmiando insulti, salvo poi essere, molte volte, più comunisti dei comunisti stessi. Ma anche tra sedicenti liberali c’è una forte mentalità socialista ed ora sapete come individuarla con facilità.

I politici sono i primi a diffondere questa mentalità scaricando le proprie colpe sull’Europa, l’Euro e gli altri Paesi, piuttosto che assumersi la responsabilità delle scelte fatte fino a quel momento. Scaricare la propria responsabilità su terzi è da una parte comodo e dall’altra parte un po’ da codardi.

I partiti socialisti (o comunisti) sono soliti prendersela con gli imprenditori, senza capire che la gran parte del tessuto imprenditoriale italiano ha una mentalità socialista. Non è il lavoro che si svolge o il partito a cui si è iscritti a determinate il tipo di mentalità che si ha.

La Mentalità Individualista

Dalla parte opposta dello spettro c’è la mentalità individualista. Essa, innanzitutto, si distingue dall’egoismo, pertanto è bene fare una prima distinzione. Chi è egoista pensa solo alla soddisfazione del sé. La soddisfazione del sé non è un atto di responsabilità, ma piuttosto la ricerca di un vantaggio che sia solo a proprio beneficio o della cerchia più ristretta.

Pertanto l’egoista potrebbe anche avere una mentalità socialista, basti pensare a quegli imprenditori che chiedono aiuti allo Stato, per poi evadere o sfruttare il lavoro in nero per pagare il meno possibile i propri operai, oppure a quegli imprenditori che si battono per evitare di far aprire concorrenti nella loro zona d’influenza chiedendo allo Stato maggiori regolamentazioni a danno dei consumatori, ma a loro preciso beneficio.

Dall’altro lato sono molti gli esempi, invece, di individualisti (o capitalisti come vengono definiti dai più) che hanno donato milioni a fondazioni benefiche o hanno costruito ospedali e scuole in luoghi disastrati[1].

La mentalità individualista si contrappone alla mentalità socialista per il suo approccio alla responsabilità. Mentre la mentalità socialista scarica verso l’esterno la responsabilità, la mentalità individualista si assume la responsabilità delle sue scelte e delle conseguenti condizioni.

Non importa quanto sia svantaggiata la sua condizione di partenza o gli effetti che le sue scelte abbiano provocato, chi ha una mentalità individualista cerca un modo per migliorare la propria vita assumendosi la responsabilità della sua futura condizione o dei problemi che egli stesso ha creato, anche se ciò comporta immani sacrifici.

Condizione di Partenza e Paese d’origine

Se parliamo di solo successo economico, è chiaro che il Paese di origine possa influenzare molto le possibilità di ottenerlo, non a caso nei paesi più liberali e liberisti diventare/essere ricchi è più facile, rispetto ai paesi più socialisti e meno aperti al libero mercato.

Un’eccezione è costituita dalla Cina, che sebbene non sia liberale è comunque liberista. Un secondo fattore che può influenzare il successo è la condizione di partenza, è chiaro che chi ha una famiglia più agiata abbia meno difficoltà, ma è davvero così? Uno studio rivela che il 78% dei nuovi milionari è partito da una condizione di povertà o di classe media[2].

Mentalità Individualista Vs Mentalità Socialista

Essere consci che si è artefici del proprio destino è il primo passo per poter migliorare la propria vita. Riflettete, perché una persona, il cui pensiero è che le cose non possano cambiare perché dipendono dall’esterno, dovrebbe mai impegnarsi in qualcosa?

Sarebbe uno sforzo inutile, al pari di voler abbattere una sequoia secolare a mani nude. Perché una persona in sovrappeso, che pensa che siano le sue “ossa grosse” a farlo essere in sovrappeso, dovrebbe mai impegnarsi per andare in palestra o a correre?

Perché una persona povera, il cui pensiero è quello che lo Stato debba prendersi cura di lui, e che se è povero è solo colpa dello Stato, dovrebbe mai impegnarsi per migliorare la sua condizione economica?

Una persona con una mentalità individualista, invece, sa che la sua vita dipende maggiormente dalle sue scelte, tutto dipende dalle sue azioni, ecco che quindi si opera per migliorare la propria condizione. Alla fine, se siamo principalmente noi artefici del nostro destino, è meglio muoversi fin da subito.

Ovviamente è molto difficile trovare una persona con una mentalità totalmente socialista o totalmente individualista, il più delle volte si tende da una parte o dall’altra.

In conclusione, voi che tipo di mentalità avete? Tendete ad assumervi la responsabilità individuale delle vostre scelte oppure a scaricarla sugli altri?

 

 

[1] – https://www.businessinsider.com/most-generous-people-in-the-world-2015-10?IR=T
[2] – https://millionairefoundry.com/millionaire-statistics/

Il curioso caso del capitalismo (nord)coreano

Se mai arriverà il giorno in cui i cittadini della Corea del Nord conosceranno libertà, prosperità e modernità, probabilmente non sarà grazie ad un dittatore illuminato, ad una rivoluzione violenta o ai missili americani. La loro salvezza, infatti, potrebbe provenire dalla più improbabile delle direzioni: questo è il curioso caso del capitalismo nordcoreano.

Con tutta probabilità, quando si pensa alla Corea del Nord la prima cosa che viene in mente è il suo programma nucleare, non le sue fiorenti attività imprenditoriali. Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, le cose stanno cambiando.

Soprattutto negli ultimi anni, il regime dei Kim sembra aver cambiato idea sulla desiderabilità dello shopping e della libera iniziativa: oggi, infatti, il Paese conta ben 436 imprese private, che fruttano circa 60 milioni di dollari in tasse al governo nordcoreano[1].

Carestia e mercato nero

Naturalmente, questo nuovo atteggiamento del regime verso il capitalismo non nasce dal nulla, e di certo non dalla bontà personale di Kim Jong-un.

In passato, era lo Stato a provvedere ai bisogni della popolazione, ridistribuendo i prodotti della sua economia ai cittadini tramite un “Public Distribution System”, o PDS[2]. Per un certo periodo, grazie soprattutto agli aiuti economici dell’URSS, il sistema funzionò. Questo, fino agli anni Novanta.

Il disastro umanitario che colpì il Paese dal 1994 al 1998 non ha bisogno di molte descrizioni. La perdita degli aiuti sovietici, unita ad una serie d’inondazioni e ad una grave siccità, condannò dai due ai tre milioni di nordcoreani alla morte per carestia[3]. Il PDS crollò, ed il regime dei Kim non poté, o non volle, venire in aiuto dei suoi cittadini.

Il bilancio sarebbe stato ancora più devastante, se non fosse stato per il mercato nero: lasciati da soli, i cittadini nordcoreani riuscirono a sopravvivere, tramite lo scambio di beni e servizi in mercati clandestini (su cui comunque il governo chiuse un occhio, comprendendo quanto fossero necessari)[4].

Alla lunga, però, il volume delle transazioni all’interno di questi mercati raggiunse dimensioni tali che il regime comunista non poté più far finta d’ignorarle; bisogna poi considerare che, dopo i disastrosi anni Novanta, la produzione agricola non si è mai veramente ripresa.

Il regime, quindi, si trovò davanti ad una scelta: restare fedele ai principi della Juche (comunismo di stampo nordcoreano), e di conseguenza eliminare con la forza questi mercati illegali, oppure venire a patti con la situazione.

Dato che la prima opzione avrebbe privato di qualsiasi mezzo di sopravvivenza gran parte della popolazione, portando potenzialmente il Paese (e quindi il regime) al collasso, Kim Jong-il (il dittatore di allora) scelse la seconda opzione: a partire dal 2002-2003, il governo ha regolarizzato alcuni di questi mercati originariamente clandestini[5].

Shopping a Pyongyang

Oggi, a quasi trent’anni dalla tragedia umanitaria che ha fatto da grimaldello per l’ingresso del capitalismo nel Paese, la Corea del Nord è un’economia ricca di sfumature, ben più complicata di quanto si ritiene nell’immaginario popolare.

Certo, in linea di massima il Paese è quello che il grande pubblico conosce attraverso i media: una nazione governata da un regime totalitario, un’economia pianificata dove tutto, dai salari ai prezzi, è deciso dallo Stato. Ma c’è anche di più.

Infatti, sebbene ufficialmente tanto la proprietà privata quanto il commercio siano illegali in Corea del Nord, in realtà il capitalismo permea l’intera società, dai più poveri dei contadini fino agli alti esponenti del regime. I primi cercano solo di sopravvivere, i secondi desiderano standard di vita più alti, ma entrambi per raggiungere il loro obiettivo ricorrono al capitalismo.

Fra i ceti medio-bassi, per esempio, è prassi comune che gli uomini abbiano un impiego statale, mentre le donne sposate hanno la possibilità di registrarsi come “casalinghe a tempo pieno”. Sembra controintuitivo, ma proprio per questo spesso le donne sposate guadagnano molto di più dei loro mariti. Com’è possibile?

Proprio in quanto esentate dall’impiego statale, queste donne sono libere di avviare un’attività in proprio. Per la maggior parte si tratta d’imprese molto piccole, coinvolte nella vendita di street-food o di beni importati come sigarette russe o birra cinese[6].

Sebbene si tratti di attività commerciali piuttosto modeste, sono sufficienti per garantire alle donne sposate guadagni diverse volte superiori a quelli dei loro mariti. Proprio per questo loro peso economico, le donne in Corea del Nord godono di diritti che non ci si aspetterebbe di ritrovare in un Paese simile[7].

Persino fra i ranghi dell’amministrazione statale, molti dirigenti pubblici, per necessità o per guadagno personale, si sono improvvisati imprenditori. In Corea del Nord, infatti, anche il settore pubblico si ritrova spesso senza finanziamenti adeguati da parte del governo, e di conseguenza è costretto a trovare fondi in un altro modo.

Per questo, non di rado chiunque goda di una posizione di potere all’interno dell’apparato statale usa la propria influenza per avviare un’attività, talvolta persino utilizzando le Forze Armate come manodopera a basso costo[8].

In questo modo è possibile diventare molto ricchi, anche per gli standard occidentali. Oggi, in Corea del Nord, si è formata così una nuova élite, che comprende questi funzionari/imprenditori e le loro famiglie.

Mentre la maggior parte della popolazione vive ad un passo dalla povertà estrema, questi pochi privilegiati guidano auto di lusso, possiedono smartphone ed affollano le strade ed i negozi della “Pyongyang bene”, che alcuni definiscono ironicamente “la Dubai della Corea del Nord”[9].

Un altro esempio molto interessante di come il regime dei Kim sia venuto a patti con la nuova situazione è la “August 3rd Rule”. In base a questa legge, esiste la possibilità per un cittadino nordcoreano di essere esonerato dal proprio impiego statale, a patto di versare una quota mensile di 50000 Won (circa 7 dollari) al governo[10].

In questo modo, il cittadino è libero di dedicarsi ad una propria attività, i cui guadagni (grazie alla August 3rd Rule, che quindi costituisce una vera e propria tassa) andranno a beneficiare anche il regime.

Un futuro migliore?

Quello della Corea del Nord non è certo il primo caso di un Paese comunista che, prima o poi, ha dovuto concedere maggiore libertà economica ai suoi cittadini per sopravvivere. Questo è già successo nell’Unione Sovietica, in Cina, in Vietnam, con diversi livelli di successo.

In alcuni casi, come in Cina, il regime comunista è riuscito a prosperare grazie alla ricchezza generata da un’economia più competitiva, ed allo stesso tempo a salvaguardare la propria stabilità (ancora oggi, sebbene moltissimo sia cambiato dai tempi di Mao, il PCC resta saldamente al potere).

In altri casi, come nell’Unione Sovietica, la maggiore libertà economica ha agito da grimaldello per le rivendicazioni politiche della popolazione: una volta in grado di comparare il loro stile di vita con quello dei Paesi dall’altro lato della Cortina di Ferro, i cittadini sovietici hanno iniziato a protestare contro il loro governo, ed il resto è storia.

Al momento è difficile, se non impossibile, determinare quale strada seguirà la Corea del Nord. Alla fine, il regime dei Kim potrebbe riuscire ad incanalare queste nuove forze a suo vantaggio, stabilendo un capitalismo di Stato simile a quello cinese.

In alternativa, come prospettato all’inizio dell’articolo, alle liberalizzazioni economiche potrebbero seguire quelle politiche, fino alla caduta più o meno pacifica del regime comunista. Ad oggi, tutto è possibile.

Tuttavia, già adesso è possibile trarre una lezione dal curioso caso del capitalismo nordcoreano, vale a dire la resilienza del capitalismo stesso.

Nell’Unione Sovietica, con tutte le risorse umane e materiali a sua disposizione, il comunismo è sopravvissuto meno di settant’anni. In Corea del Nord, neanche uno degli ultimi regimi totalitari esistenti è riuscito ad impedire il naturale sviluppo del sistema capitalistico.

[1]https://www.google.com/amp/s/qz.com/1370347/capitalism-in-north-korea-private-markets-bring-in-57-million-a-year/amp/

[2][4][5]https://beyondparallel.csis.org/markets-private-economy-capitalism-north-korea/

[3]https://www.nytimes.com/1999/08/20/world/korean-famine-toll-more-than-2-million.html

[6][7][8][9]https://youtu.be/YDvXOHjV4UM

[10]https://books.google.it/books?id=l-1pBgAAQBAJ&pg=PA27&lpg=PA27&dq=august+3rd+rule+north+korea&source=bl&ots=16iNGhlmYu&sig=ACfU3U0hqqbY08qYuxtUTztpXjvaZ1BWXQ&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwj1tKeHnpDqAhX68KYKHfQWB9UQ6AEwC3oECAEQAQ#v=onepage&q=august%203rd%20rule%20north%20korea&f=false

Il liberismo, il sistema economico di Adam Smith

 

Esistono uomini che lasciano il segno, individui che condizionano con il loro sistema di pensiero un’epoca intera, per non dire secoli di storia sociale e globale. Lo spirito dei tempi, la genialità umana, la cultura e il sapere hanno prodotto menti lucidissime, intelligenze ineguagliabili, studiosi che hanno dato il loro contributo a forgiare un sistema capace di resistere allo scorrere dei tempi, all’erosione del ticchettio delle lancette.

Adam Smith (1723-1790) è stato uno di questi. Egli ha dato un contributo eccezionale allo sviluppo di una disciplina che condiziona la vita di tutti i giorni: l’economia. Fu il primo che riuscì  a sganciare dalla filosofia e, in particolare, dalla filosofia morale, la scienza economica. Egli fu il primo economista classico, il pensatore sistematico che fondò una nuova disciplina: l’economia politica, intesa in senso stretto, come studio e analisi del sistema economico capitalistico oppure-in termini microeconomici-come scienza sociale che indaga il comportamento umano in maniera razionale per allocare in maniera ottimale le poche risorse disponibili.

 

Dopo Smith l’Occidente si è diviso in due agguerrite categorie: i sostenitori radicali del suo sistema, come la scuola austriaca, gli anarco-capitalisti-, i neoclassici, i liberali, liberisti, i libertariani, i minimalisti, e i critici più polemici del suo pensiero come gli statalisti, i marxisti, i collettivisti, i Keynesiani, i sovranisti e i protezionisti. Quali sono, quindi, le idee principali di Adam Smith?

Egli riuscì a sintetizzare come in un mosaico gli elementi cardine del capitalismo, nella sua opera principale: “La ricchezza delle nazioni”, pubblicato nel 1776.  Il primo principio che permette un aumento dello sviluppo e della produttività è la divisione del lavoro. Questa divisione porta i suoi benefici all’interno dell’intero sistema economico garantendo la supremazia dello scambio e del mercato; un’entità libera da dogane, dazi e protezionismi interni. Un altro principio, leitmotiv del liberismo, è la superiorità del libero mercato , della libera iniziativa economica. Ogni intervento dello Stato nell’economia  è considerato- da Smith-inopportuno, scandaloso e inefficiente. Smith a tal proposito per limitare lo strapotere della pianificazione statale, dramma odierno della burocrazia italiana, ipotizzò l’esistenza della cosiddetta “Mano invisibile”. La presenza della mano invisibile permette di realizzare un ordine sociale che soddisfa l’interesse generale e la convergenza spontanea degli interessi personali verso il benessere collettivo.

Demonizzando l’intervento dell’autorità statale, la mano invisibile permette un equilibro solido e duraturo dei mercati: Domanda e offerta di un bene o di una merce su differenti mercati tendono ad uguagliarsi e a rimanere in equilibrio. Quali sono le lezioni più importanti che possiamo ricavare dalle teorie di Smith? La libertà dell’individuo, la sua priorità rispetto alla collettività, la necessità di un capitalismo che non sia solo esorcizzato ma valorizzato: attraverso il capitale, nonostante crisi e incertezze generali, attraverso investimenti razionali, con una ridotta tassazione, attraverso la libera iniziativa è stato possibile creare ricchezza, comfort e benessere su larga scala.

È stato il capitalismo che ha fornito, nei paesi liberali, la possibilità di mettersi in gioco. È grazie al libero mercato che è stato possibile evitare qualsiasi deriva autoritaria e dittatoriale. Lo scrisse anche Friedrich Von Hayek, economista liberista, ad affermarlo nella sua opera “Verso la schiavitù “: il capitalismo teorico legittimato da Smith ci ha salvato più volte dalla “dittatura” dei nazionalismi, dei protezionismi, e dalle demagogie insite nel pensiero populista.