Libere città private: il futuro del liberalismo

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Con il supporto di Atlas Network, CapX sta pubblicando una nuova serie di testi sul tema dell’illiberalismo in Europa, guardando alle differenti minacce alle economie liberali e alle società in tutto il continente, dal populismo, al protezionismo, alla corruzione.

Con la rapida globalizzazione che è iniziata dopo il crollo del blocco sovietico, gran parte del mondo è diventata ricca velocemente. La parziale liberalizzazione di Cina e India ha sollevato più persone dalla povertà di qualsiasi altro evento nella storia. Nonostante la fede nel socialismo sia scemata, la maggior parte dei regimi era contraria a una liberalizzazione completa, pertanto un’economia ibrida divenne sempre più diffusa. L’impresa privata sarebbe anche tollerata infatti, ma non senza un considerevole intervento e una stretta regolamentazione da parte dello stato. Diversi gradi di corporativismo, impresa diretta e regolata dallo stato, hanno iniziato a dominare lo scenario globale.

Il lato negativo di queste economie ibride, presto battezzate come “neoliberali”, è stata l’inevitabile collusione tra impresa e stato, che aggrava l’ineguaglianza e porta alla corruzione. Ci si deve sempre però chiedere: “qual è il ritorno?”. Ovviamente, sono miliardi che risultano dalla povertà.

Ma a proposito dei supposti lati negativi?

“Il neoliberalismo non è in alcun modo la soluzione al problema” scrive Nancy Fraser, una studiosa della New School. “La sorta di cambiamento di cui si ha bisogno può venire solo da altrove, da un progetto che è estremamente anti-neoliberale, se non anti-capitalista”.

Eppure questo “cambiamento” che può solo nascere da un certo grado di intervento autoritario è esattamente ciò che ha messo il “neo” in neoliberalismo. I denigratori del liberalismo preferirebbero l’autoritarismo ad assicurare la povertà, piuttosto che la prosperità che deriva dal liberalismo distribuita inegualmente. Ciononostante, la maggior parte dei problemi che persistono con la liberalizzazione dei paesi in via di sviluppo, persistono nella misura in cui il fardello della regolamentazione continua a vessare il loro sistema economico, proprio come accadrebbe in qualsiasi paese anche economicamente più avanzato. Alex Tabarrok e Shruti Rajagopalan si riferiscono a questo come esempio dello “stato spasmodico“.

L’alternativa, sostengono, è un più alto livello di liberalizzazione; perché negli stati spasmodici, la limitata capacità dei regolatori dello stato significa che i classici problemi della ricerca del favore siano amplificati. I pubblici ufficiali vedono l’opportunità di prendere tangenti; il pubblico velocizza le cose pagandoli. La figura dell’imprenditore esperto è in grado di capire come gestire un sistema inadeguato, che gli permette di guadagnare un vantaggio sui concorrenti.

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L’interventismo statale genera clientelismo.

Ecco perché alcuni liberali stanno spingendo contro le cariche. Il filosofo Jason Brennan scrive:
“Vi lamentate, forse nel giusto, che le compagnie sono semplicemente troppo grandi. Beh, sì, vi abbiamo detto che sarebbe accaduto. Quando crei codici tributari complicati, difficili regimi regolatori e ardue regole per le licenze, queste restrizioni selezionano naturalmente le corporazioni più grandi. Vi abbiamo detto che sarebbe accaduto. Ovviamente queste sempre più vaste compagnie poi colgono queste regole, codici e regolazioni a svantaggio dei propri concorrenti e sfruttano tutti noi. Vi abbiamo detto che sarebbe accaduto.

In altre parole, è difficile biasimare gli effetti collaterali del neoliberalismo sul suo aspetto più liberale. Quando si mescola uno stato smodatamente regolatore con il capitalismo imprenditoriale, si ottiene il capitalismo clientelare e il corporativismo. Eppure, laddove il neoliberalismo è stato liberale, abbiamo potuto vedere traguardi nel benessere delle persone senza precedenti.

In primis c’è stata una straordinaria crescita economica mondiale, con India e Cina in testa, ma anche un incremento in altri paesi in via di sviluppo. Questo ha portato a un declino massiccio nella parte di popolazione che vive in estrema povertà, dal 35% nel 1987 a sotto il 10% nel 2015 (ultimo dato disponibile)

In secundis, l’aspettativa di vita globale sta aumentando. I parametri di vita media sono aumentati di più di 6 anni dal 1990 al 2016 sia per gli uomini che per le donne. Gli incrementi maggiori sono stati nei paesi più poveri. Adesso questo non dovrebbe essere niente di nuovo.

Deve essere detto che, per quelli che hanno perso il lavoro a causa della delocalizzazione, l’astrattismo di un miglioramento delle condizioni globali non è in grado di bilanciare il dolore acuto della dislocazione regionale. Ma anche quelle regioni del mondo che hanno faticato a competere hanno giovato di un aumento generale del proprio potere di acquisto. Aree divenute “arrugginite” che hanno diversificato la loro economia sono tornate forti: come Pittsburgh negli U.S.A. o Manchester nel Regno Unito.

Qualcuno facente parte della sinistra accademica potrebbe ribattere che i guadagni globali tra i più poveri del mondo siano una mera correlazione, o che siano primariamente una conseguenza della filantropia e degli aiuti esteri. Qualcuno addirittura suggerisce che le nazioni più ricche del mondo siano diventate tali solo grazie al colonialismo sfruttatore. Anche se la riduzione della povertà e l’aumento dell’aspettativa di vita fossero stati il risultato della filantropia e degli aiuti, questi settori esisterebbero comunque grazie alle aziende orientate verso il profitto. E, ovviamente, ci sono diversi esempi di tigri economiche che non hanno utilizzato il colonialismo per ottenere il loro successo economico, dall’Estonia post-sovietica a una qualsiasi delle Tigri asiatiche.

No, l’aumento nella crescita globale è primariamente dovuto a un incremento di produttività ottenuto dal liberalismo. Una Bibbia antecedente a Gutenberg che necessitava di 136 giorni per essere stampata può ora essere prodotta in migliaia di unità in minuti. “Il capitale è diventato produttivo perché necessitava di idee per il miglioramento“, scrive lo storico dell’economia Deirdre McCloskey, “le idee applicate da un carpentiere di provincia, da un ragazzo telegrafista o da un genio del computer di Seattle”, come direbbe Matt Ridley, sono tutte idee che fanno l’amore in un fertile suolo imprenditoriale. La produttività aumenta seguendo regole e procedimenti migliori: le regole sono le istituzioni più accoglienti verso gli imprenditori e i procedimenti sono la conoscenza che permette ai produttori di generare maggiore abbondanza con meno risorse. La domanda è ora, come tenere in moto questa crescita?

L’evoluzione del liberalismo: la nicchia

Solo trentacinque anni fa, 350.000 persone vivevano in una città costiera sul Golfo persico. Oggi, quella popolazione è lievitata a 3 milioni. Con una così sbalorditiva prosperità, Dubai ha cambiato la sua costa e ha aggiunto terra artificiale, edifici e porti. Un’immediata implicazione del successo? Fare di più

Costituire nicchie è sempre stata una delle vie più proficue per portare a una crescita economica mai concepita. I critici sostengono che l’ordinamento liberale sia stato guidato principalmente da una setta politica chiamata “Washington Consensus”. Tuttavia, risulta che molti dei cambiamenti siano stati presi da saggi competenti internamente a paesi in via di sviluppo, probabilmente meravigliati dal fantastico rendimento di economie di nicchia come Hong Kong. Quella città-stato, costruita su un’isola rocciosa, è stata lasciata a prosperare in una struttura di ottime regole gestita dal Segretario delle finanze britannico, Sir John Cowperthwaite.

“Sono arrivato a Hong Kong e ho trovato un’economia che funzionava correttamente. Perciò l’ho lasciata com’era”, ha detto prima della sua morte. Le semplici regole del governo disinteressato di Cowperthwaite al tramonto dell’Impero britannico hanno dato origine a una splendente città-stato che il mondo oggi ammira.

Da quando la piccola città irlandese di Shannon ha istituito la prima speciale zona economica (SEZ) del mondo nel 1959, altri paesi hanno seguito adattandosi. La Cina sotto Deng Xiaoping ha istituito alcune tra le più profittevoli SEZ del globo, includendo la sua prima, Shenzhen, nel 1979. Altri hanno copiato. La loro prestazione ha trainato più persone fuori dalla povertà di qualsiasi altra riforma nella storia dell’uomo.

Il lato negativo delle SEZ tradizionali, tuttavia, è che la maggior parte permettono solamente un’esenzione da tasse e dazi. Per tutti gli altri problemi maggiori, includendo la risoluzione di dispute commerciali, si necessita ancora di aver a che fare con stati agitati e a volte corrotti. (Dubai ha evitato questo problema stabilendo un sistema di risoluzione delle dispute commerciali chiamato DIFC, che sostanzialmente importa la Common Law del Regno Unito).

Con la SEZ tradizionale, non si è sullo stesso piano per vedere i tipi di sperimentazione necessari per scoprire nuove idee di governo. La maggior parte delle SEZ ha modelli che, nonostante funzionino, mantengono alcuni dei più corrosivi aspetti del neoliberalismo ibrido, la cui corruzione (ancora una volta) è stata predetta dai liberali.

Libere città private: il prossimo passo

Nell’interesse della piena divulgazione, non sono solo un appassionato difensore delle giurisdizioni speciali, sto dirigendo un’organizzazione che aiuterà a portare queste libere città private alla luce. E sì, le negoziazioni con i governi interessati sono già cominciate.

Perciò, cos’è una libera città privata? Si immagini una compagnia privata che offre gli stessi servizi di base di uno Stato, come la protezione della vita, della libertà e della proprietà all’interno di un territorio. Viene pagato una certa spesa per quei servizi. I diritti e gli obblighi sono stabiliti in un contratto con il fornitore. I conflitti sulla sua interpretazione vengono gestiti da una mediazione indipendente. Così, in quanto parte del contratto, si è sullo stesso piano del fornitore di servizi governativo. La propria posizione legale è assicurata, piuttosto che essere soggetta ai capricci della politica.

Perché le Libere città private a fronte di un classico modello di governo? Ci sono 6 ragioni:

  1. Certezza. L’operatore cittadino non può stabilire il contratto unilateralmente. Le chiare, stabili e comprensibili regole del gioco (risultato di un contratto stilato tra il cittadino e la città) si riducono a quello che l’economista Robert Higgs ha definito “incertezza del sistema politico“. Una tale chiarezza e stabilità rende più facile che gli investitori mandino capitali a supporto delle nascenti imprese.
  2. Ricorso. Sotto la condizione di “immunità sovrana” i cittadini hanno poco ricorso quando la polizia o le autorità abusano del loro potere. Il governo giustifica la sua autorità appellandosi a un astratto “contratto sociale“. Nuovi governi rivendicando mandati per il cambiamento, possono rendere la vita difficile alle persone ordinarie e alle aziende. La loro unica rivalsa è pregare per il cambiamento al prossimo ciclo di elezioni, se ce n’é uno. In una Libera città privata, il contratto è reale.
  3. Grandezza. Qual è la dimensione ottimale dell’ordinamento? Quanto dovrebbero essere estese demograficamente le Libere città private? Le risposte a queste domande sono dibattibili, ma quando si considera che alcune tra le società più stabili e prosperose sono piuttosto ristrette, come Hong Kong, Dubai e il Lussemburgo, c’è un grande sbilanciamento anedottico in favore di governi bottom-up e sviluppati specificatamente per il luogo.
  4. Competizione: la differenza tra un insieme di piccoli ordinamenti e uno massiccio e monolitico è che, nel primo, si ottiene il pluralismo, la sperimentazione e la competizione. In breve, se non ti piace Hong Kong puoi scegliere di cambiare rotta.
  5. Sperimentazione. Il premio Nobel laureato in economia Douglass North ricorda che “l’organizzazione che nasce rifletterà le opportunità date dalla matrice istituzionale”. A seconda delle regole, è più facile ottenere più pirateria o più produttività. Ma per trovare quella che funziona meglio è necessario provare diversi esperimenti.
  6. Responsabilità. Gli incentivi per gli operatori delle Libere città private sono radicalmente differenti dagli stati ereditari. Per prima cosa, l’operatore ha interessi economici diretti nel successo della comunità. Secondo, l’operatore può essere ritenuto responsabile per gli errori e non può nascondere la responsabilità o i costi di spostamento. Alla fine, i clienti insoddisfatti se ne andranno.

Non mi illudo che le parole “libero” e “privato” portino con sé certi stigmi. Tuttavia, quando si considera che il privato in questo contesto significa fornitura su base contrattuale sia di beni privati che locali, molti pregiudizi dovrebbero sparire.

Fattibilità

Alcuni potrebbero dire che tutto questo sia solo un desiderio. Dopotutto, perché dovrebbero voler essere coinvolti gli stati esistenti, il cui consenso è necessario? Come con le Libere città imperali nel Medioevo, c’è una sola ragione: l’interesse personale. Gli stati potrebbero anche accettare di cedere parte (non tutta) della loro sovranità su un determinato territorio se ne traessero beneficio. E ne trarrebbero.

Si guardi Hong Kong, Singapore o Monaco. Vicino a ciascuna è cresciuta una cintura di prosperità negli stati confinanti. I loro abitanti pagano le tasse negli stati confinanti. Le città-stato creano posti di lavoro anche per i pendolari dagli stati confinanti che magari rimarrebbero disoccupati. Se una Libera città privata è creata in un’area precedentemente inabitata o strutturalmente debole, allora lo stato ospite non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare.

Ci potrebbero essere circostanze in cui le Libere città private siano una soluzione credibile, come l’istituzione di zone di sicurezza o città per i rifugiati in zone di precedente guerra civile. In quei casi potrebbe essere ancora meglio affidare l’amministrazione della zona a un’entità imparziale e responsabile.

Il liberalismo sotto assedio

Sembrerebbe che oggi l’ordine liberale sia assalito dai lupi. Premature reminiscenze del ventesimo secolo, autoritari sia nazionalisti che socialisti che attaccano da tutti i lati. Ma l’evoluzione del liberalismo può bilanciare i problemi di entrambi, lasciando spazio sia alla autodeterminazione culturale che al comsmopolitismo; una robusta vita commerciale e protezione per i deboli.

Lo scrittore Zach Beauchamp difende l’ordinamento liberale abilmente a Vox:

“Appurato che le persone saranno sempre in disaccordo sulla politica, l’obiettivo principale del liberalismo è di creare un meccanismo generalmente accettabile per risolvere le dispute politiche senza l’uso di coercizione non necessaria. Dare a tutti la possibilità di esprimersi nel governo per mezzo di procedure giuste, per fare in modo che i cittadini acconsentano all’autorità dello stato anche quando non sono d’accordo con le sue decisioni”.

E questo modo di affrontare il pluralismo è sempre stato una forza dell’ordinamento liberale, finché quelle procedure giuste non sono state accantonate. Il prossimo passo dell’evoluzione liberale arriverà migliorando le procedure.

In questo modo, la privatizzazione della legge, per piccole e sperimentali giurisdizioni come le Libere città private, sarà l’ultimo passo del liberalismo. La legge verrà testata all’interno di un paesaggio idoneamente evolutivo, cosicché solo le leggi buone sopravvivano.

Alcuni direbbero che questa forma di liberalismo sarebbe utile solo a frammentare ulteriormente le società. Io rispondo che nel processo di creazione di nuove nicchie, stiamo cercando forme di governo che daranno alla luce società stabili che accolgano differenti concezioni del bene. Dopotutto, nessuna soluzione è quella corretta per tutti. Ed è precisamente per questo che il liberalismo diventa quella sovrastruttura che unisce le diverse comunità, culture e relazioni commerciali.

Nessun’altra forma di governo può pretendere ciò. Ed ecco perché nessun’altra forma trionferà nel lungo termine.

Traduzione a cura di Francesco Dalla Bona

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