L’Unione Europea secondo David Hume

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La crisi economica innestata dal dilagare del coronavirus ha riportato al centro dell’attenzione il ruolo dell’Unione Europea e gli strumenti di cui questo organismo può disporre per venire in aiuto agli Stati in difficoltà.

Si è proposto di usare i fondi del Mes oppure emettere titoli di debito condiviso dagli stati membri, i famosi eurobond tanto cari a Tremonti. Queste misure, ben lontane dal dare una risposta seria ed efficace nel lungo termine, sono da considerarsi delle vere e proprie cessioni di sovranità verso Bruxelles: il Mes implica una cessione esplicita, alla luce del sole, mentre gli eurobond farebbero entrare dal retro una futura armonizzazione fiscale e un ministro delle finanze unico per l’Eurozona. Ha riassunto bene la contraddizione dei sovranisti-pro eurobond un tweet del professor Riccardo Puglisi, economista che insegna all’Università di Pavia:

“Quindi qualcuno non ha ancora capito che per avere i cosiddetti eurobond devi avere un bilancio federale europeo, cioè spese e imposte decise a livello federale?”

Da un punto di vista liberale, date queste premesse, è necessario chiedersi: è giusto implementare questo processo? Quanto è funzionale, nel processo verso l’autodeterminazione dell’individuo, una cessione di sovranità da un organismo minore a uno di maggiore entità come è l’Ue?

Se guardiamo alla storia europea, alla nascita della cultura occidentale e allo sviluppo del commercio possiamo vedere come questa grande “fertilità” dal punto di vista economico e culturale sia stata possibile grazie a un sistema fortemente decentralizzato.

David Hume, interrogandosi sulla nascita delle arti e delle scienze, affermava che

“Niente è più favorevole al sorgere della civiltà e della cultura dell’esistenza di un certo numero di Stati vicini e indipendenti, legati da rapporti commerciali e politici.”

Sembrerebbe quindi escludere l’evoluzione del processo di integrazione europea dal percorso di sviluppo e crescita dell’Occidente. Hume naturalmente non faceva riferimenti al concetto moderno di entità sovranazionale come oggi noi intendiamo l’Unione Europea: parlava di Stati più o meno grandi, ma ci sembra necessario citare il pensiero del grande filosofo scozzese perché per troppo tempo abbiamo visto un’euroscetticismo chiuso, illiberale e senza cultura. L’opportunità per costruire una critica seria e argomentata all’Unione Europea e a una maggiore integrazione tra gli stati membri esiste realmente, e andrebbe colta per non veder scadere il dibattito politico nel banale “euro sì – euro no”.

I vantaggi di Stati di minore estensione sono molti secondo Hume: in un grande Stato l’autorità potrà facilmente utilizzare la coercizione sui singoli individui per commettere ingiustizie, mentre nelle piccole comunità sarà disincentivata a farlo perché dovrà agire sotto gli occhi di tutti. Questa visione tra l’altro verrà ripresa da Hayek, che affermerà come negli Stati più estesi la coercizione sarà sempre maggiore perché maggiore sarà il potere nelle mani di chi governa. Hume afferma che

“le divisioni in piccoli stati favoriscono la cultura, perché arrestano i progressi dell’autorità e del potere.”

Secondo Hume la forza dell’Europa a livello culturale ed economico sta proprio nella sua frammentazione, così come la frammentazione politica permise alla Grecia di diventare un faro di civiltà per l’Occidente. Il decentramento e la competizione hanno accompagnato la storia europea, e non è appiattendo le nostre differenze che troveremo la strada per crescere. Anche Margaret Thatcher riprenderà questa tradizione affermando che

“Se l’Europa ci affascina, come ha spesso affascinato me, è proprio per i suoi contrasti e le sue contraddizioni, non per la sua coerenza e continuità.”

Vale inoltre la pena, per avvicinarci ai giorni nostri, di citare Daniel Hannan, eurodeputato conservatore e uno dei maggiori volti della campagna per il Leave al referendum sulla Brexit. Nel suo libro “What Next”, in cui traccia una futura Global Britain fuori dall’Ue Hannan fa notare come la Brexit non debba essere un punto di arrivo, ma un punto di partenza: “la sfida ora è devolvere il potere al livello più basso praticabile, fino ad arrivare al singolo cittadino”. Non un sovranismo fine a sé stesso, che da un punto di vista liberale sarebbe inaccettabile, ma un percorso verso le libertà individuali.

Un liberale dovrebbe valutare con grande attenzione queste tematiche: l’accentramento di poteri permette una coercizione sempre maggiore, e l’armonizzazione fiscale in Europa non porterà certamente ad un abbassamento delle imposte.

Da David Hume a Friedrich von Hayek è stata riconosciuta l’importanza del libero scambio per una maggiore e diffusa prosperità, e questo avviene nelle condizioni di un mercato libero, non in un mercato unico. Ai tempi del virus, forse, tornare a riflettere sull’opportunità di istituzioni con immenso potere come la Bce e l’Unione Europea in generale sarebbe davvero necessario, così come capire che, molte volte, sulla strada per l’unità a lasciarci le penne è la libertà.

Non lasciare che si spenga la fiamma della libertà

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