Come nasce uno stato di polizia: lo Schutzhaft nella Germania nazista

PROLOGO

Nel maggio del 1933, nell’ufficio del responsabile prussiano alla detenzione preventiva Hans Mittelbach si presentò una donna brandendo della biancheria intrisa di sangue che suo marito, Erich Mühsam, le aveva spedito dal campo di concentramento di Sonnenburg. Mittelbach era ben consapevole delle condizioni di Mühsam.

Questi era stato arrestato nella notte del 28 febbraio 1933, qualche ora dopo l’incendio del Reichstag. Quella notte, come tanti altri comunisti, socialisti e liberali, era stato sorpreso nel sonno dalla polizia o dai gruppi paramilitari associati al NSDAP e condotto in vari luoghi di detenzione, legale o extralegale, fino al famigerato campo di concentramento di Sonnenburg. Mühsam era un noto anarchico e al suo arrivo a Sonnenburg le SA gli diedero il benvenuto a bastonate.

Le violenze proseguirono anche nei giorni successivi e furono gravi al punto che Mittelbach, nell’aprile del 1933, si recò in visita al campo per chiedere agli ufficiali di evitare maltrattamenti ai prigionieri. La richiesta fu vana.

Dopo le denunce della moglie di Mühsam, Mittelbach si recò di persona a prendere il prigioniero per condurlo nel carcere di stato a Berlino dove il trattamento sarebbe stato sicuramente migliore poiché gestito da uomini della polizia. Purtroppo per Mühsam, la carriera del suo salvatore finì di lì a poco, si crede proprio a causa della sua “indulgenza”.

Mühsam fu spostato al campo di Oranienburg, dove le SS lo strangolarono con una corda da bucato e gettarono il corpo nelle latrine fingendo un suicidio. Era il 9 luglio 1934. La cosa sorprendente di questa storia è che tutto ciò che accadde era perfettamente legale e persino costituzionale. Vediamo come.

«LE EMERGENZE SONO SEMPRE STATE IL PRETESTO CON CUI SONO STATE EROSE LE LIBERTÀ INDIVIDUALI»

L’incendio del Palazzo del Reichstag, l’edificio che ospitava la camera bassa del parlamento tedesco, avvenne la sera del 27 febbraio 1933, a un mese dall’insediamento del governo presieduto da Adolf Hitler. L’attentato, per il quale fu accusato un comunista, fu il pretesto per ricorrere alla decretazione d’emergenza prevista dalla costituzione di Weimar all’articolo 48, comma 2:

Il presidente [del Reich] può prendere le misure necessarie al ristabilimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, quando essi siano turbati o minacciati in modo rilevante, e, se necessario, intervenire con la forza armata. A tale scopo può sospendere in tutto o in parte la efficacia dei diritti fondamentali stabiliti dagli articoli 114, 115, 117, 118, 123, 124 e 153.

I diritti fondamentali menzionati sono l’inviolabilità della libertà personale e del domicilio, la segretezza delle comunicazioni, la libertà di stampa, di riunione, di associazione, e il diritto alla proprietà privata.

Dopo l’incendio, il governo di Hitler si rivolse immediatamente al presidente del Reich Hindenburg, un vecchio generale in pensione, per chiedergli di approvare quello che passò alla storia come “decreto dell’incendio del Reichstag”, con il quale si disponeva che tutti i diritti fondamentali erano sospesi fino a nuove disposizioni.

Il decreto divenne una sorta di carta costituzionale del Terzo Reich, «giustificando ogni sorta di abuso di potere, compresa la negazione della libertà personale senza supervisione dell’autorità giudiziaria né appello»[1].

SCHUTZHAFT

«Dalla prospettiva del campo non si capiva secondo quale sistema (se poi ce n’era uno) fossero eseguiti gli arresti, ancor meno, in base a che cosa si stabiliva la durata della custodia preventiva e la scelta dei rilasci. […] Questa incertezza […] ha giocato un grosso ruolo e ha reso particolarmente difficile la nostra esistenza. […] Solo il fatto che la custodia preventiva era inflitta senza limitazione di tempo fino a un nuovo riesame dell’arresto fa capire che [essere] oggi in Germania detenuto politico in custodia preventiva è molto, molto peggio che essere qualunque criminale condannato ad una precisa limitazione di libertà, perché questo sa la durata del suo arresto»[2].

Così il socialdemocratico Gerhart Seger descriveva la condizione di totale incertezza in cui versavano i circa 200.000[3] prigionieri politici in “custodia preventiva” nel 1933.  La custodia preventiva (schutzhaft) era uno strumento preventivo-repressivo di polizia per arrestare chi fosse considerato un pericolo senza ricorrere agli strumenti giudiziari.

La costituzione di Weimar prevedeva che la libertà personale fosse inviolabile, ma il decreto dell’incendio dei Reichstag aveva sospeso quell’articolo della costituzione: nessun cittadino era al sicuro dagli abusi dei vari corpi di polizia o dei gruppi paramilitari del partito nazionalsocialista; nessuno era garantito contro un arresto arbitrario; la libertà aveva smesso di appartenere al singolo cittadino e apparteneva allo Stato.

Era sufficiente che ci fosse un sospetto, una denuncia anonima, e chiunque poteva essere posto in custodia preventiva. Molti degli arresti avvenuti nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 1933 colpirono anche persone che non avevano alcun legame con l’attentato al Reichstag. Mühsam fu arrestato soltanto perché era un noto anarchico.

Altri furono arrestati solo perché comunisti o appartenenti ad altri partiti che potevano avere a che fare con l’incendio. «Alla polizia politica fu data la possibilità di agire in modo preventivo contro ogni minaccia allo Stato: in altre parole, agli organi di polizia fu concesso di arrestare e detenere in custodia preventiva, per un tempo di fatto indeterminato, personalità politiche non ancora processate o di assegnarle al confino per un tempo sì determinato, ma facilmente prorogabile»[4].

Le persone sottoposte a questa misura cautelare «non conoscevano i veri motivi in base ai quali era stato deciso il loro destino»[5] né erano messe al corrente di quando (e se) sarebbe mai terminata la loro detenzione. Era loro impedito anche di ricorrere alla giustizia per chiedere un rilascio.

L’intervento di un avvocato fu ammesso «solo per redigere istanze scritte in rappresentanza del colpito, ma non fu permesso ovviamente che gli avvocati o chiunque altro prendessero visione degli atti e delle pratiche della polizia politica. I permessi di visita degli avvocati e a chi incaricato della tutela degli interessi dello Schutzhäfling non erano concessi “se lo scopo politico-poliziesco della custodia preventiva [era] messo a rischio”»[6].

Il ricorso ai tribunali era invece assolutamente inutile, poiché la polizia poteva porre in custodia preventiva anche chi fosse stato assolto, “correggendo” in questo modo ogni decisione “sbagliata” dei tribunali. Nonostante i tribunali fossero quasi del tutto “nazificati”, lo strumento dello schutzhaft era comunque preferibile: offriva una procedura più snella e veloce; era più “silenzioso” rispetto a un processo penale; non aveva bisogno di prove ma poteva colpire virtualmente chiunque con il solo pretesto della prevenzione e della difesa del popolo e dello Stato.

Lo schutzhaft era lo strumento per eccellenza dello stato onnipotente del primo dopoguerra. «La libertà dell’individuo era prevista solo in funzione dello Stato»[7], che aveva il compito di difendere l’unità e la forza vitale del popolo; in altre parole, aveva il compito di epurare chiunque esprimesse opinioni o compisse atti pericolosi per l’unità nazionale.

La scienza giuridica tedesca andò avvicinandosi lentamente alla necessità, «di natura tutta etico-biologica, di difendere la comunità e la sua purezza razziale»[8]. In questa ottica, lo strumento dello schutzhaft non aveva soltanto la funzione di prevenire i reati isolando gli individui pericolosi, ma uno scopo molto più ampio di escludere per sempre dalla società gli individui che non potevano farne parte poiché la loro stessa esistenza biologica poteva minarne le basi.

Slavi, ebrei, zingari, omosessuali, intellettuali dissidenti, disabili, erano tutte persone che potevano anche non aver compiuto alcun reato e violato alcuna legge, ma dovevano essere allontanate dalla comunità perché portatrici di un patrimonio culturale e genetico nocivo.

Non è affatto strano che, fino alla conferenza di Wannsee del 1942, i nazisti non avessero ancora deciso cosa fare con tutti i prigionieri dei campi di concentramento. Alcuni gerarchi, come Hans Frank, appoggiavano addirittura l’idea di deportare tutti gli ebrei sull’isola di Madagascar, purché lasciassero la comunità tedesca.

I luoghi di detenzione degli schutzhäftling erano notoriamente i campi di concentramento, anche se agli inizi del 1933 i nazisti non avevano ancora pianificato la costruzione di un arcipelago di campi. La necessità nacque quando gli arresti divennero così tanti da non poter essere più gestiti dalle carceri di stato, e si dovette ricorrere a stipare i detenuti in altre strutture.

Inizialmente si preferirono strutture preesistenti come ex carceri, ex fabbriche, edifici abbandonati, persino scantinati. Questi luoghi potevano essere gestiti indifferentemente sia da personale carcerario facente capo ai vari ministeri, sia da personale extralegale come le SS o le SA, i due gruppi paramilitari del partito nazionalsocialista.

Il trattamento dei detenuti poteva variare in base al luogo in cui venivano assegnati. Le prigioni statali, almeno nel 1933, erano ritenute i luoghi più sicuri e tollerabili.

«Nonostante le molte difficoltà, la maggioranza dei prigionieri in detenzione preventiva trovava sopportabile la vita all’interno delle prigioni e delle Case di lavoro. Generalmente venivano tenuti separati dal resto della popolazione carceraria, a volte in grandi stanzoni comuni. Le celle singole erano semplici ma non spartane, di solito dotate di letto, tavolo, sedia, scaffale, lavello e un secchio che fungeva da latrina. Il cibo e la sistemazione erano perlopiù adeguati, nonostante il sovraffollamento, e siccome di norma ai prigionieri non veniva chiesto di lavorare, i detenuti trascorrevano il tempo chiacchierando, leggendo, facendo esercizio fisico, lavorando a maglia e giocando a scacchi»[9].

La relativa pace di questi luoghi durò poco, poiché già nel 1934 molte prigioni statali passarono sotto la gestione delle SS, trasformandosi nello stesso inferno che si viveva nei campi. D’altronde, come si è sottolineato, nessuno dei detenuti aveva diritti: anche il magro pasto giornaliero e il secchio da usare come latrina erano su gentile concessione delle autorità

La popolazione locale era consapevole delle violenze che si consumavano nei campi fin dalla loro nascita nel 1933. Non era raro che i prigionieri riuscissero a fuggire e raccontare ciò che avevano subìto, ma l’atteggiamento generale era per lo più di indifferenza o, al massimo, di insofferenza verso la convivenza con gli uomini delle SS e delle SA che raggiungevano le città vicine ai luoghi di detenzione per divertirsi.

Ad esempio, nell’Emsland «I dettagli sugli eccessi delle SS si diffusero fra la popolazione locale e presto raggiunsero il ministero dell’Interno prussiano, che alla fine intervenne. Il 17 ottobre 1933 ordinò che tutti i prigionieri politici di spicco e gli ebrei fossero immediatamente portati fuori dai campi dell’Emsland»[10].

In altri casi, come l’episodio descritto in apertura, i parenti delle vittime apprendevano tramite la corrispondenza degli abusi all’interno dei luoghi di detenzione e protestavano infruttuosamente con le autorità, ma diffondevano anche le storie fra conoscenti e amici. Era raro trovare qualcuno che non avesse udito almeno una storia del genere già nel 1933.

UNA CURIOSA FUGA

Hans Beimler era un attivista del KPD, il Partito Comunista Tedesco, e aveva preso parte a numerosi scontri con i gruppi paramilitari di destra durante i turbolenti anni della repubblica di Weimar.

Era ben noto agli uomini delle SA e delle SS, quindi quando fu condotto nel campo di concentramento di Dachau il 25 aprile 1933, le guardie lo accolsero con bastonate e scudisciate. Poi lo condussero nella sala delle torture, dove per giorni subì violenti pestaggi da parte delle guardie del campo.

Lo scopo era indurre Beimler al suicidio, così da non far ricadere la colpa della sua morte sulle autorità del campo. Ma Beimler era un osso duro, così l’8 maggio 1933 le SS gli insegnarono a fare un cappio con le lenzuola e gli diedero un ultimatum: se non si fosse impiccato da solo, il giorno dopo ci avrebbero pensato loro, e sarebbe stato molto peggio.

Il mattino successivo, le guardie entrarono nella cella di Beimler e trovarono un’amara sorpresa: il prigioniero era scomparso. Non è chiaro come fuggì dal campo, ma riuscì a raggiungere la Cecoslovacchia «da dove mandò una cartolina alle SS di Dachau: “Baciatemi il culo”»[11].

Ma, molto più importante, Beimler scrisse «uno dei primi fra i sempre più numerosi racconti di testimoni oculari riguardo ai campi nazisti come Dachau»[12] che fu pubblicato a puntate su un giornale svizzero e fatto circolare segretamente in Germania.


[1] NIKOLAUS WACHSMANN, KL. Storia dei campi di concentramento nazisti. Mondadori. Milano 2016.

[2] CAMILLA POESIO, In balia dell’arbitrio. Il confino fascista e la Schutzhaft nazista, in Paradigma lager. Vecchi e nuovi conflitti del mondo contemporaneo, a cura di S. Casilio, L. Guerrieri, A. Cegna, Clueb, Bologna 2010, p. 137

[3] NIKOLAUS WACHSMANN, KL. Storia dei campi di concentramento nazisti. Mondadori. Milano 2016, p. 33

[4] CAMILLA POESIO, Il confino di polizia, la «Schutzhaft» e la progressione erosione dello Stato di diritto, in Il diritto del duce. Giustizia e repressione nell’Italia fascista, a cura di Luigi Lacchè, Roma 2015, p. 99

[5] CAMILLA POESIO, In balia dell’arbitrio. Il confino fascista e la Schutzhaft nazista, in Paradigma lager. Vecchi e nuovi conflitti del mondo contemporaneo, a cura di S. Casilio, L. Guerrieri, A. Cegna, Clueb, Bologna 2010, p. 142

[6] CAMILLA POESIO, Il confino di polizia, la «Schutzhaft» e la progressione erosione dello Stato di diritto, in Il diritto del duce. Giustizia e repressione nell’Italia fascista, a cura di Luigi Lacchè, Roma 2015, p. 101

[7] Ibidem, p. 103

[8] Ibidem, p. 104

[9] NIKOLAUS WACHSMANN, KL. Storia dei campi di concentramento nazisti. Mondadori. Milano 2016, p. 37

[10] Ibidem, p. 54

[11] Ibidem, p. 27

[12] Ibidem, p. 27

Il flagello dell’Africa: breve storia del socialismo africano

Negli anni Sessanta, milioni di africani guardavano con ottimismo al loro futuro: erano gli anni della decolonizzazione, dell’indipendenza, della libertà. Dopo aver conquistato il diritto all’autogoverno, una nuova generazione di leader africani guardava fiduciosa verso l’avvenire, certa di poter costruire un’Africa migliore, in grado di relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo.

Così non è stato. Mezzo secolo dopo, molte nazioni africane si presentano persino più povere di quanto non lo fossero sotto il dominio europeo. Violenza, corruzione, instabilità, miseria, morte: per milioni di africani, è questa la realtà della loro vita. La domanda quindi sorge spontanea: cosa è andato storto?

 

Damnatio memoriae

Naturalmente, non esiste una risposta semplice: questo fallimento è il risultato della combinazione di diversi fattori (i danni a lungo termine del colonialismo, tensioni etniche e religiose, ingerenze delle potenze straniere), ma uno spicca su tutti gli altri: l’abbandono, da parte delle élite al potere nei diversi Paesi africani, dei principi del libero mercato e della democrazia liberale.

Una volta conquistata l’indipendenza, molti dei nuovi leader africani decisero di voltare le spalle a qualsiasi testimonianza del passato coloniale. Ad essere rimossi, modificati o distrutti, però, non furono solo edifici ed emblemi: anche le idee furono sottoposte alla damnatio memoriae.

Per questi leader africani capitalismo, libero mercato e democrazia liberale erano idee degli odiati ex-padroni, quindi intrinsecamente malvagie[1]. Pertanto, era inevitabile che questi politici, nello scegliere secondo quali principi guidare lo sviluppo delle loro nazioni, venissero attratti dall’ideologia della potenza che, negli anni Sessanta, si presentava come l’antitesi dell’Occidente imperialista: l’URSS, e quindi il socialismo sovietico.

 

Un’Africa socialista

Sarebbe riduttivo affermare che il socialismo sovietico abbia attecchito bene nelle nuove nazioni africane: piuttosto, sarebbe più corretto dire che è divampato come benzina sul fuoco dell’indipendenza.

In Tanzania, Julius Nyerere fondò lo sviluppo del Paese sulla dottrina della “Ujamaa”(famiglia estesa), un misto di socialismo sovietico e valori tradizionali africani[2]. In linea con questi principi, la prima Costituzione della Tanzania affermava che “lo Stato ha il compito d’impedire l’accumulo della ricchezza, incompatibile con una società senza classi”.

In Ghana, il Presidente Nkrumah fissò come obiettivo ultimo del suo governo il controllo totale dell’economia da parte dello Stato[3]. Per raggiungere tale scopo, le imprese private vennero nazionalizzate, perfino prezzi e salari vennero stabiliti a tavolino dal governo centrale.

In Guinea, per realizzare il “marxismo in panni africani”, il governo di Sékou Touré varò misure estremamente severe, tra cui: divieto di qualsiasi attività commerciale non approvata dal governo, monopolio statale del commercio con l’estero, pena di morte per il contrabbando[4].

Questi sono solo alcuni esempi. Infatti, vicende simili riguardarono anche lo Zimbabwe di Mugabe, il Mali di Keita, l’Etiopia di Mengistu e tante altre nazioni africane. Perfino in quelle dichiaratamente “capitaliste”, come la Nigeria, uno Stato forte, che quindi interviene pesantemente in economia, venne considerato come uno strumento utile all’indipendenza nazionale[5].

 

Il socialismo africano fra teoria e pratica

Il socialismo africano, sebbene si proponesse come una “Terza via” alternativa non solo al capitalismo, ma anche al socialismo di stampo sovietico[6], nei fatti riprendeva gli aspetti fondamentali di quest’ultimo, in particolare il sistema politico monopartitico e l’economia pianificata.

In tutte le nuove repubbliche socialiste, pertanto, non esistevano né partiti di opposizione né vincoli al potere del governo: tanto nel Ghana di Nkrumah quanto nello Zimbabwe di Mugabe, l’unico partito legale era quello del Presidente, che governava con pieni poteri.

Come in ogni Stato socialista che si rispetti, poi, l’economia era pianificata: com’è stato già detto in precedenza, i leader socialisti africani fecero grandi sforzi per eliminare qualsiasi impresa privata, e quindi autonoma rispetto al governo centrale.

Tutto questo ebbe due gravi conseguenze: in primo luogo, stroncò nei cittadini di questi Paesi qualsiasi aspirazione imprenditoriale, sostituendola con una mentalità che vede lo Stato come l’unica istituzione in grado di creare ricchezza (mentre in realtà può solo ridistribuirla, di solito male).

In secondo luogo, l’accentramento del potere: in ognuno di questi Stati, il regime socialista al potere favorì lo sviluppo di una burocrazia pesante ma influente, la cui prosperità crebbe in modo inversamente proporzionale a quella della nazione. Ancora oggi, in gran parte del continente, sono solo pochi funzionari politici e militari a beneficiare delle ricchezze dell’Africa, mentre ai loro concittadini restano le briciole.

 

Quali risultati?

Bisogna precisarlo: Nkrumah, Nyerere, Touré e gli altri leader della loro generazione, con tutta probabilità, erano (almeno all’inizio) in buona fede. Probabilmente, prima che subentrasse l’attaccamento agli agi ed ai vantaggi del potere, erano sinceramente spinti dal desiderio di aiutare i loro concittadini e migliorare i loro Paesi d’origine. Ma, come diceva Karl Marx stesso, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La Tanzania, quando Julius Nyerere salì al potere, aveva un PIL paragonabile a quello della Corea del Sud di allora. Negli anni seguenti, la fallimentare collettivizzazione dell’agricoltura, imposta secondo i principi della Ujamaa, ha condannato il Paese a decenni di stagnazione economica[7]. Oggi, la Tanzania è uno dei Paesi africani più poveri.

In Ghana, quasi tutte le imprese nazionalizzate dal governo di Nkrumah fallirono sotto il peso della corruzione e della gestione inefficiente[8], il che portò l’economia del Paese al collasso. Alla fine, Nkrumah stesso venne deposto.

Lo Zimbabwe, un tempo noto come “il granaio dell’Africa”, sprofondò in una grave crisi alimentare quando Robert Mugabe espropriò le terre dei contadini bianchi (che vennero espulsi dal Paese) per ridistribuirle fra i suoi sostenitori (che di agricoltura ne sapevano poco o niente)[9].

Quando i leader che hanno fatto la storia del socialismo africano salirono al potere, ai loro concittadini promisero indipendenza, prosperità e progresso. Invece, quando se ne sono andati, hanno lasciato loro in eredità Paesi dipendenti dagli aiuti internazionali, caduti in miseria e con poche prospettive per il futuro.

 

Quale futuro per l’Africa?

Quando (o meglio, se) i Paesi devastati dal socialismo africano riusciranno a recuperare decenni di sviluppo perduti, è impossibile dire con certezza. Tuttavia, ci sono segnali incoraggianti.

Innanzitutto, fra il 1996 ed il 2016, il numero di Paesi africani dichiaratamente socialisti è calato drasticamente, mentre il grado di libertà economica è aumentato in tutto il continente (da 5.1 su 10 a 6.15 su 10, secondo il Fraser Institute)[10]. Tutto questo soprattutto perché, dopo il crollo dell’URSS, i regimi socialisti in Africa hanno perso gli aiuti economici sovietici, crollando a loro volta.

Gli effetti benefici della liberalizzazione dell’economia non hanno tardato a manifestarsi: negli ultimi vent’anni, nell’Africa subsahariana, il PIL è triplicato (quello per capita è raddoppiato), la mortalità infantile si è dimezzata e la vita media si è allungata di dieci anni[11].

Una nuova era per l’Africa, di vera prosperità e di vera pace, potrebbe essere aperta dalla nascita dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA). Si tratta di un’area di libero scambio creata nel 2018 che, ad oggi, comprende 29 dei 55 membri dell’Unione Africana.

Secondo le stime dell’ONU, l’AfCFTA potrebbe potenzialmente incrementare di oltre il 50% il commercio fra i diversi Paesi africani in soli pochi anni, generando ricchezza che andrebbe a sollevare dalla povertà estrema milioni di africani[12].

Naturalmente, niente è scolpito nella pietra. Il 21esimo secolo potrebbe essere il secolo della riscossa dell’Africa, in cui i danni inflitti dal colonialismo e dal socialismo verranno superati ed il continente potrà finalmente relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo, come si sperava già nel 1960.

Oppure, al contrario, i progressi degli ultimi vent’anni potrebbero essere solo temporanei, e questo sarà il secolo in cui si compirà la tragedia finale dell’Africa, un continente reso sterile dalla sua stessa mentalità collettivista.

Una sola cosa è certa: qualsiasi sarà il futuro dell’Africa, esso è nelle mani degli africani. Nelle mani dei suoi politici, che dovranno essere lungimiranti. Nelle mani dei suoi imprenditori, che dovranno affrontare mille ostacoli per riportare la prosperità. Nelle mani dei suoi elettori, che non dovranno ripetere gli stessi errori già ripetuti ormai fin troppe volte.

[1]https://www.africanliberty.org/2019/03/14/how-socialism-destroyed-africa/

[2][3][4][5]https://youtu.be/ZUBXW6SjuQA

[6]https://www.britannica.com/topic/African-socialism

[7][8]https://mises.org/wire/africas-socialism-keeping-it-poor

[9]https://youtu.be/XB9vMcMXs6s

[10][11][12]https://fee.org/articles/what-can-we-expect-from-africa-in-the-2020s/

 

Il curioso caso del capitalismo (nord)coreano

Se mai arriverà il giorno in cui i cittadini della Corea del Nord conosceranno libertà, prosperità e modernità, probabilmente non sarà grazie ad un dittatore illuminato, ad una rivoluzione violenta o ai missili americani. La loro salvezza, infatti, potrebbe provenire dalla più improbabile delle direzioni: questo è il curioso caso del capitalismo nordcoreano.

Con tutta probabilità, quando si pensa alla Corea del Nord la prima cosa che viene in mente è il suo programma nucleare, non le sue fiorenti attività imprenditoriali. Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, le cose stanno cambiando.

Soprattutto negli ultimi anni, il regime dei Kim sembra aver cambiato idea sulla desiderabilità dello shopping e della libera iniziativa: oggi, infatti, il Paese conta ben 436 imprese private, che fruttano circa 60 milioni di dollari in tasse al governo nordcoreano[1].

Carestia e mercato nero

Naturalmente, questo nuovo atteggiamento del regime verso il capitalismo non nasce dal nulla, e di certo non dalla bontà personale di Kim Jong-un.

In passato, era lo Stato a provvedere ai bisogni della popolazione, ridistribuendo i prodotti della sua economia ai cittadini tramite un “Public Distribution System”, o PDS[2]. Per un certo periodo, grazie soprattutto agli aiuti economici dell’URSS, il sistema funzionò. Questo, fino agli anni Novanta.

Il disastro umanitario che colpì il Paese dal 1994 al 1998 non ha bisogno di molte descrizioni. La perdita degli aiuti sovietici, unita ad una serie d’inondazioni e ad una grave siccità, condannò dai due ai tre milioni di nordcoreani alla morte per carestia[3]. Il PDS crollò, ed il regime dei Kim non poté, o non volle, venire in aiuto dei suoi cittadini.

Il bilancio sarebbe stato ancora più devastante, se non fosse stato per il mercato nero: lasciati da soli, i cittadini nordcoreani riuscirono a sopravvivere, tramite lo scambio di beni e servizi in mercati clandestini (su cui comunque il governo chiuse un occhio, comprendendo quanto fossero necessari)[4].

Alla lunga, però, il volume delle transazioni all’interno di questi mercati raggiunse dimensioni tali che il regime comunista non poté più far finta d’ignorarle; bisogna poi considerare che, dopo i disastrosi anni Novanta, la produzione agricola non si è mai veramente ripresa.

Il regime, quindi, si trovò davanti ad una scelta: restare fedele ai principi della Juche (comunismo di stampo nordcoreano), e di conseguenza eliminare con la forza questi mercati illegali, oppure venire a patti con la situazione.

Dato che la prima opzione avrebbe privato di qualsiasi mezzo di sopravvivenza gran parte della popolazione, portando potenzialmente il Paese (e quindi il regime) al collasso, Kim Jong-il (il dittatore di allora) scelse la seconda opzione: a partire dal 2002-2003, il governo ha regolarizzato alcuni di questi mercati originariamente clandestini[5].

Shopping a Pyongyang

Oggi, a quasi trent’anni dalla tragedia umanitaria che ha fatto da grimaldello per l’ingresso del capitalismo nel Paese, la Corea del Nord è un’economia ricca di sfumature, ben più complicata di quanto si ritiene nell’immaginario popolare.

Certo, in linea di massima il Paese è quello che il grande pubblico conosce attraverso i media: una nazione governata da un regime totalitario, un’economia pianificata dove tutto, dai salari ai prezzi, è deciso dallo Stato. Ma c’è anche di più.

Infatti, sebbene ufficialmente tanto la proprietà privata quanto il commercio siano illegali in Corea del Nord, in realtà il capitalismo permea l’intera società, dai più poveri dei contadini fino agli alti esponenti del regime. I primi cercano solo di sopravvivere, i secondi desiderano standard di vita più alti, ma entrambi per raggiungere il loro obiettivo ricorrono al capitalismo.

Fra i ceti medio-bassi, per esempio, è prassi comune che gli uomini abbiano un impiego statale, mentre le donne sposate hanno la possibilità di registrarsi come “casalinghe a tempo pieno”. Sembra controintuitivo, ma proprio per questo spesso le donne sposate guadagnano molto di più dei loro mariti. Com’è possibile?

Proprio in quanto esentate dall’impiego statale, queste donne sono libere di avviare un’attività in proprio. Per la maggior parte si tratta d’imprese molto piccole, coinvolte nella vendita di street-food o di beni importati come sigarette russe o birra cinese[6].

Sebbene si tratti di attività commerciali piuttosto modeste, sono sufficienti per garantire alle donne sposate guadagni diverse volte superiori a quelli dei loro mariti. Proprio per questo loro peso economico, le donne in Corea del Nord godono di diritti che non ci si aspetterebbe di ritrovare in un Paese simile[7].

Persino fra i ranghi dell’amministrazione statale, molti dirigenti pubblici, per necessità o per guadagno personale, si sono improvvisati imprenditori. In Corea del Nord, infatti, anche il settore pubblico si ritrova spesso senza finanziamenti adeguati da parte del governo, e di conseguenza è costretto a trovare fondi in un altro modo.

Per questo, non di rado chiunque goda di una posizione di potere all’interno dell’apparato statale usa la propria influenza per avviare un’attività, talvolta persino utilizzando le Forze Armate come manodopera a basso costo[8].

In questo modo è possibile diventare molto ricchi, anche per gli standard occidentali. Oggi, in Corea del Nord, si è formata così una nuova élite, che comprende questi funzionari/imprenditori e le loro famiglie.

Mentre la maggior parte della popolazione vive ad un passo dalla povertà estrema, questi pochi privilegiati guidano auto di lusso, possiedono smartphone ed affollano le strade ed i negozi della “Pyongyang bene”, che alcuni definiscono ironicamente “la Dubai della Corea del Nord”[9].

Un altro esempio molto interessante di come il regime dei Kim sia venuto a patti con la nuova situazione è la “August 3rd Rule”. In base a questa legge, esiste la possibilità per un cittadino nordcoreano di essere esonerato dal proprio impiego statale, a patto di versare una quota mensile di 50000 Won (circa 7 dollari) al governo[10].

In questo modo, il cittadino è libero di dedicarsi ad una propria attività, i cui guadagni (grazie alla August 3rd Rule, che quindi costituisce una vera e propria tassa) andranno a beneficiare anche il regime.

Un futuro migliore?

Quello della Corea del Nord non è certo il primo caso di un Paese comunista che, prima o poi, ha dovuto concedere maggiore libertà economica ai suoi cittadini per sopravvivere. Questo è già successo nell’Unione Sovietica, in Cina, in Vietnam, con diversi livelli di successo.

In alcuni casi, come in Cina, il regime comunista è riuscito a prosperare grazie alla ricchezza generata da un’economia più competitiva, ed allo stesso tempo a salvaguardare la propria stabilità (ancora oggi, sebbene moltissimo sia cambiato dai tempi di Mao, il PCC resta saldamente al potere).

In altri casi, come nell’Unione Sovietica, la maggiore libertà economica ha agito da grimaldello per le rivendicazioni politiche della popolazione: una volta in grado di comparare il loro stile di vita con quello dei Paesi dall’altro lato della Cortina di Ferro, i cittadini sovietici hanno iniziato a protestare contro il loro governo, ed il resto è storia.

Al momento è difficile, se non impossibile, determinare quale strada seguirà la Corea del Nord. Alla fine, il regime dei Kim potrebbe riuscire ad incanalare queste nuove forze a suo vantaggio, stabilendo un capitalismo di Stato simile a quello cinese.

In alternativa, come prospettato all’inizio dell’articolo, alle liberalizzazioni economiche potrebbero seguire quelle politiche, fino alla caduta più o meno pacifica del regime comunista. Ad oggi, tutto è possibile.

Tuttavia, già adesso è possibile trarre una lezione dal curioso caso del capitalismo nordcoreano, vale a dire la resilienza del capitalismo stesso.

Nell’Unione Sovietica, con tutte le risorse umane e materiali a sua disposizione, il comunismo è sopravvissuto meno di settant’anni. In Corea del Nord, neanche uno degli ultimi regimi totalitari esistenti è riuscito ad impedire il naturale sviluppo del sistema capitalistico.

[1]https://www.google.com/amp/s/qz.com/1370347/capitalism-in-north-korea-private-markets-bring-in-57-million-a-year/amp/

[2][4][5]https://beyondparallel.csis.org/markets-private-economy-capitalism-north-korea/

[3]https://www.nytimes.com/1999/08/20/world/korean-famine-toll-more-than-2-million.html

[6][7][8][9]https://youtu.be/YDvXOHjV4UM

[10]https://books.google.it/books?id=l-1pBgAAQBAJ&pg=PA27&lpg=PA27&dq=august+3rd+rule+north+korea&source=bl&ots=16iNGhlmYu&sig=ACfU3U0hqqbY08qYuxtUTztpXjvaZ1BWXQ&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwj1tKeHnpDqAhX68KYKHfQWB9UQ6AEwC3oECAEQAQ#v=onepage&q=august%203rd%20rule%20north%20korea&f=false

La guerra può salvare un’economia in crisi?

Si sente dire spesso che la Seconda Guerra Mondiale abbia fatto uscire definitivamente dalla Grande Depressione gli Stati Uniti, o che il riarmo bellico promosso da Hitler abbia risollevato l’economia tedesca dopo la caduta della Repubblica di Weimar. In generale, è un’idea piuttosto diffusa quella secondo cui la guerra possa salvare un’economia in crisi.

Del resto, perché non dovrebbe essere così? Guerra significa distruzione, seguita da ricostruzione, e quindi da aumento del PIL. Guerra significa occupazione, giacché l’esercito costituisce una forma di welfare, che fornisce un salario a chi altrimenti sarebbe disoccupato. Guerra significa innovazione, dato che molte scoperte sviluppate per il campo di battaglia possono trovare applicazioni in campo civile.

La guerra come alleata del PIL

Innanzitutto, quindi, la guerra sostiene la crescita del PIL, su questo non c’è dubbio. Il problema è che non necessariamente la crescita del PIL è sinonimo di maggiore prosperità e più elevati standard di vita. Per spiegare questo apparente paradosso, bisogna parlare della “fallacia della finestra rotta”[1].

In poche parole, la “fallacia della finestra rotta”, tratta da una lezione dell’economista Frédéric Bastiat, spiega come un evento distruttivo, per esempio una catastrofe naturale o una guerra, possa paradossalmente portare alla crescita economica, la quale però è solo fittizia.

Si consideri quindi un evento distruttivo, come un bombardamento durante una guerra, che distrugge delle infrastrutture, o il lancio di una pietra da parte di un teppista, che rompe una finestra.

Dopo la guerra, per ricostruire quelle infrastrutture, verranno impiegate molte persone, dai muratori agli ingegneri, che quindi guadagneranno in questa situazione, così come il vetraio che verrà pagato per riparare la finestra rotta. Il guadagno dei muratori, degli ingegneri e del vetraio, quindi, farà crescere l’economia.

Il paradosso è evidente: in entrambi i casi, non c’è stato un guadagno netto per la società, nel ricostruire quello che è andato distrutto la società nel suo complesso non è diventata più prospera rispetto alla situazione precedente l’evento distruttivo[2].

Nel caso della finestra rotta, infatti, i soldi intascati del vetraio sono soldi che, senza l’evento distruttivo, sarebbero potuti andare, per esempio, ad un calzolaio in cambio di nuovo paio di scarpe. Il guadagno del vetraio, pertanto, è la perdita del calzolaio, e l’economia generale perde un nuovo paio di scarpe per acquistare qualcosa (la finestra integra) che già aveva.

Quindi, per quanto riguarda il “boost” economico dovuto alla guerra, bisogna ricordare la formula del PIL, pari ad Y = C + I + G + NX, dove C sta per consumi, I per investimenti, G per spesa pubblica, NX per esportazioni nette.

Ora, con la guerra G, cioè la spesa pubblica, aumenta enormemente, in quanto il governo non si fa scrupoli per finanziare lo sforzo bellico prima e la ricostruzione dopo[3]. Inoltre, tornando all’esempio precedente, tutti coloro che vengono pagati per ricostruire ciò che è andato distrutto spendono a loro volta i soldi guadagnati, quindi aumenta C, cioè i consumi[4].

Certo, con la guerra si ha un certo calo di I (investimenti) ed NX (esportazioni nette), che però è largamente superato dall’aumento di C e G, quindi complessivamente il PIL aumenta[5].

Tuttavia, vale sempre la fallacia della finestra rotta: finita la guerra, ultimata la ricostruzione, il PIL è aumentato, ma la società è tornata al punto di partenza, ed i cittadini medi (chi è sopravvissuto) non sono affatto più ricchi di prima.

La guerra come sostegno all’occupazione

Forse la crescita economica dovuta alla guerra è solo fittizia, ma se non altro la guerra può risolvere il problema della disoccupazione, giusto? Dopotutto, lo sforzo bellico richiede decine o addirittura centinaia di migliaia di soldati ed altrettanti operai nelle fabbriche, persone che senza la guerra sarebbero prive di un salario.

Tutto questo è vero, il problema è che si tratta di una prospettiva assai miope. Per capire quanto sia miope, basta guardare alla situazione degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale. Per sostenere lo sforzo bellico, il governo statunitense reclutò 16 milioni di uomini[6], ma questo, lungi dall’avere ricadute economiche positive, provocò due gravi problemi.

Innanzitutto, bisogna ricordare che l’esercito, sotto diversi aspetti, è una forma di welfare[7]. Questo non significa che i militari siano inutili, o che il loro lavoro sia inutile, ma significa che, dal punto di vista economico, essi vengono mantenuti dalla società ma non contribuiscono a quest’ultima.

Se, invece di pagare milioni di disoccupati per combattere in un Paese straniero, il governo americano si fosse limitato a pagarli e basta (come avviene con i normali programmi di welfare), l’effetto sull’economia sarebbe stato lo stesso (e si sarebbero evitate le morti).

In entrambi i casi, però, non si è davvero risolto il problema della disoccupazione. I disoccupati che ricevono un sussidio non forniscono beni e servizi utili alla società (e questo è normale, si tratta di welfare), ma allo stesso modo i soldati che ricevono un salario dal governo per combattere all’estero non contribuiscono (dal punto di vista economico) alla società, pertanto (sempre dal punto economico) è come se fossero disoccupati[8].

Non solo, i militari costituiscono anche un peso economico, in quanto chi effettivamente fornisce beni e servizi economicamente utili è costretto a lavorare anche per loro, per consentire al governo di pagare i loro salari.

Tuttavia, osservando i dati, emerge anche un secondo problema. Com’è stato già detto, 16 milioni di uomini sono stati reclutati nelle Forze Armate statunitensi durante la guerra. Però, stando alle statistiche, la disoccupazione calò solo di 7.45 milioni di persone, il che significa che la maggior parte delle persone arruolate nell’esercito degli Stati Uniti non era affatto disoccupata[9].

Questo vuol dire che, nelle fabbriche dove venivano prodotti beni di consumo per la popolazione (e non bombe o carri armati), operai specializzati (ora impiegati dal governo per produrre bombe e carri armati) vennero rimpiazzati da personale meno efficiente o con meno esperienza (donne, anziani, etc…).

Di conseguenza, la produzione di beni di consumo declinò, e con essa gli standard di vita dei cittadini, perché aerei da caccia e corazzate hanno molti usi, ma nessuno di essi incrementa la prosperità del cittadino medio.

La guerra come stimolo per l’innovazione

Infine, resta l’ultima tesi a sostegno dei benefici economici della guerra, la più facile da smontare: la guerra è alleata del progresso tecnico e scientifico, perché niente stimola il genio umano più del campo di battaglia.

Del resto, senza la pressione dei governi sugli scienziati durante le due Guerre Mondiali e la Guerra Fredda oggi non esisterebbero gli aerei, gli antibiotici, l’energia nucleare, i satelliti o Internet. Ma è davvero così?

Si pensi a due aziende, entrambe nel campo dell’high-tech, in particolare nel campo dell’ingegneria genetica. Queste due aziende hanno lo stesso numero di dipendenti, i loro ricercatori sono paragonabili per quantità e qualità, ed entrambe le aziende dispongono dello stesso capitale.

La prima è un’azienda privata, che sviluppa beni e servizi rivolti alla società civile, mentre la seconda è un’azienda pubblica appartenente alle Forze Armate, che sviluppa nuove tecnologie a scopo bellico.

La prima azienda compete con le altre del settore per conquistare il maggior numero possibile di clienti, e la sua attività di R&D è improntata direttamente a soddisfare le esigenze dei consumatori, i quali vogliono terapie mediche per vivere più a lungo, cibi più sani per mantenersi in salute e, perché no, terapie ringiovanenti per conservare la bellezza.

Anche la seconda azienda subirà la spinta della competizione, ma dato che il suo unico cliente sono le Forze Armate la sua attività di R&D avrà un target ben diverso: sviluppare nuove armi tali da ottenere un vantaggio strategico sugli altri Paesi. Se mai da queste ricerche dovesse uscire fuori qualcosa di utile alla società civile, sarebbe solo una fortunata coincidenza.

Risulta quindi evidente che la pressione esercitata dalla società civile sugli scienziati è di gran lunga più efficiente rispetto a quella dei militari nel favorire lo sviluppo di tecnologie in grado di portare prosperità.

Non solo, dato che la quantità di risorse e di persone necessarie per il progresso tecnico-scientifico è soggetta a scarsità, ogni provetta, ogni tecnico di laboratorio che invece di andare alla prima azienda va alla seconda rallenta l’innovazione a scopo commerciale, vero motore della crescita economica[10].

Conclusioni

In ultima analisi, quindi, la guerra può salvare un’economia in crisi? La risposta è no. Gli unici a trarre vantaggio materiale dalla guerra sono i politicanti guerrafondai, gli alti vertici militari e i grandi industriali affamati di commesse statali, in altre parole i componenti di quello che Eisenhower definiva “il Complesso Militare-Industriale”.

Al contrario, il cittadino medio diventa più povero, meno libero e, nel peggiore dei casi, è chiamato a morire in un Paese straniero o sotto le rovine della propria città distrutta in nome del potere dei politicanti, della gloria dei militari e del profitto degli industriali collusi con entrambi.

[1][2] http://vonmises.it/2012/12/12/la-fallacia-della-finestra-rotta/

[3][4][5] https://youtu.be/mU6pHvpc3TY

[6][7][8][9] https://youtu.be/JzEK5yd2kLw

[10] https://www.google.com/amp/s/tseconomist.com/2018/12/27/is-war-good-for-the-economy-the-example-of-the-united-states-of-america/amp/

Free banking: l’esperimento scozzese nel XVIII secolo

Quando pensiamo alla Scozia del ‘700 molto spesso la immaginiamo come quel grande ed eroico affresco che Walter Scott ci descriveva nei suoi celebri romanzi Rob Roy e Waverley, tra kilt, cornamuse e lotte tra clan; un Paese lacerato dal continuo contrasto tra i giacobiti, ossia i sostenitori dell’antica dinastia Stuart, ed i whig, sostenitori degli Hannover, designati come eredi al trono dopo la Gloriosa Rivoluzione. La Scozia del ‘700 è però anche la patria di grandi pensatori come David Hume e Adam Smith, il terreno fertile in cui sboccia l’illuminismo scozzese e, aspetto davvero interessante, uno degli esperimenti di free banking più vicini a noi.

Che cos’è il free banking? Per noi, nati in un’epoca in cui l’esistenza delle banche centrali e della moneta a corso forzoso è data per scontata, dove la manipolazione dei tassi d’interesse per fini politici viene considerata come moralmente accettabile, il free banking suona come qualcosa di primitivo e lontano. Si tratterebbe, in sostanza, di un sistema bancario totalmente privato e libero dal “coordinamento” di una banca centrale, in cui l’emissione di moneta è lasciata alle banche private e dove non esiste la moneta a corso legale. Come afferma Alberto Mingardi nel suo saggio “Thomas Hodgskin, free banker” (1)

“siamo talmente abituati a vivere in un mondo nel quale la moneta ha valore fiduciario ed è emessa da una banca centrale, da aver dimenticato completamente l’esistenza di modelli alternativi.”

L’idea di free banking in quanto tale è stata ridiffusa nel Novecento da Hayek, che proponeva un sistema libero di istituti privati che emettevano valute fiat in concorrenza tra loro e in cui il valore di queste valute sarebbe stato determinato dalla solidità e dalla credibilità dell’emittente. Un tale sistema non è mai esistito storicamente: gli istituti privati, nei casi storici di free-banking, emettevano biglietti denominati secondo uno standard monetario, molto spesso in un sistema aureo. Si emettevano “fedi di deposito” e il successo degli istituti emittenti veniva definito sia dalla loro credibilità che dalla loro capacità di convertire in oro i biglietti, ed anche dalla qualità di un eventuale conio vero e proprio della moneta.

In un sistema bancario libero in cui, mettiamo il caso, l’oro tornasse a costituire il principale mezzo di scambio, avrebbe ben poco successo la banca che conia monete d’oro false: una volta scoperto il trucco, senza possibilità di salvataggi statali, l’istituto “falsario” cesserà ben presto di fare affari e fallirà.

La Scozia applicò il free-banking dal 1716 al 1845: in questo periodo la sua economia crebbe molto più velocemente di quella inglese; il sistema bancario era libero e qualunque nuovo istituto che volesse iniziare a “battere” moneta era libero di farlo: sarebbero stati i consumatori a decidere il successo o l’insuccesso di questa nuova attività.

Il sistema scozzese era totalmente privo di regolamentazioni: i contratti venivano rispettati sulle basi della common law. Dovremo aspettare il 1765 perché lo Stato imponga alcune condizioni per operare nel settore. La prima di queste condizioni fu l’impossibilità di emettere banconote di valore inferiore alla sterlina; fu una scelta derivante dalla pressione delle banche più grandi che intendevano con questa misura svantaggiare gli istituti di emissioni più piccoli e deboli.

La seconda restrizione fu l’imposizione alle banche di effettuare subito pagamenti al portatore che volesse convertire la propria cartamoneta nel corrispettivo in oro: in precedenza la banca scozzese poteva avvalersi della copertura dello Stato qualora decidesse di spostare in avanti nel tempo il pagamento aggiungendovi un tasso d’interesse.

Adam Smith definiva questo sistema come “ideale” per un’economia libera:

“se i banchieri si dimostrano misurati nell’emettere qualsiasi banconota circolante, o le banconote pagabili al portatore, in quantità inferiore ad una certa somma; e se essi sono soggetti all’obbligo di un immediato pagamento di tali banconote non appena presentate, i loro scambi potrebbero, nella piena sicurezza del pubblico, essere infusi di libertà in ogni altro aspetto.”(2)

Si tratta di un sistema, quello scozzese, capace di prevenire il rischio di frode. La concorrenza inoltre agisce direttamente sugli istituti di emissione, obbligandoli alla cautela per non esporsi al rischio di bancarotta e di corse agli sportelli. In tale sistema il fallimento di uno dei molteplici sistemi in concorrenza non causa perdite significative per il pubblico, non esistendo un monopolio e quindi la possibilità di trascinare tutti nel baratro.

Da un punto di vista liberale possiamo dire che il sistema di free banking sarebbe senz’altro l’ideale, quello più in linea con i principi di libertà. Anche Murray Rothbard trattò il tema, partendo dal punto di vista di un’analisi della moneta, affermando come l’unica via per una moneta sana e onesta sia la fine del sistema bancario centralizzato. (3)

Rothbard in particolare ricordava come il free banking e quindi la concorrenza nel settore bancario potrebbero funzionare da deterrente contro le espansioni creditizie e l’inflazione alla base dei cicli economici. Le banche non avrebbero più la copertura dello Stato nelle loro attività scorrette, sarebbero più restie a prestare denaro a soggetti che non lo meritano a tassi bassi, e le stesse banche inaffidabili non resisterebbero molto nelle loro politiche scellerate senza un prestatore troppo compassionevole come si mostra spesso una banca centrale.

In sostanza, le magagne del sistema bancario non verrebbero fatte digerire al pubblico, ma resterebbero problemi solo di chi le ha create e di chi non ha avuto l’accortezza di allontanarsi dal soggetto “colpevole”.

Il free banking deve più che mai tornare a occupare un posto centrale nel dibattito oggi, quando vediamo le grandi “armi” anti-crisi dello Stato definitivamente spuntate e prive di qualsiasi efficacia nell’evitare una crisi post-Coronavirus. I sistemi monetari a corso forzoso stanno dimostrando tutti i loro punti deboli e in molti hanno pensato a un ritorno del gold standard davanti all’ennesima prova di impotenza dell’emissione indiscriminata di valute fiat nella gestione di una crisi economica.

Come ha saggiamente notato Alberto Mingardi, nel sistema scozzese 

“il legame tra valuta e metallo nel quale questa era convertibile rappresentava la possibilità di un limite all’arbitrio che è andata persa, man mano che l’incalzare della moneta fiduciaria è diventato irresistibile.”

Una cosa è certa, come riconosce lo stesso Mingardi: il mondo di ieri non può tornare domani, ma 

“il semplice fatto che soluzioni diverse da un sistema incardinato su moneta fiduciaria e banche centrali siano esistite, suggerisce che anche oggi altri approcci siano possibili, per quanto improbabili”.

NOTE

1) e 4) “Dal sesterzio al bitcoin – vecchie e nuove dimensioni del denaro” a cura di Angelo Miglietta e Alberto Mingardi, 2020, RUBBETTINO.

2) “La ricchezza delle nazioni”, Adam Smith

3) “Cosa ha fatto lo stato con i nostri soldi? Riprendiamoci la moneta e altri saggi”, Murray Rothbard, a cura di Piero Vernaglione, Leonardo Facco editore.

Paradossi del socialismo sovietico: falsa prosperità e vera povertà

L’Unione Sovietica, nel corso della sua storia, ha affrontato diversi nemici, dal Terzo Reich agli Stati Uniti. Tuttavia, alla fine il socialismo sovietico è stato abbattuto dall’unico nemico che nessuna ideologia potrà mai sconfiggere: la realtà. Nella sua guerra contro la realtà, il socialismo sovietico ha dato origine a diversi paradossi. Questo articolo si concentrerà su 3 dei più grandi fra questi paradossi.

Portafogli pieni, scaffali vuoti

Bisogna ammetterlo: se si considera come ricchezza la quantità di denaro a disposizione di un individuo, allora il cittadino sovietico medio era innegabilmente ricco. Grazie al regime socialista, che manteneva bassi i prezzi dei beni di consumo, e a continui aumenti di stipendio, i cittadini sovietici avevano molto denaro fra le mani[1].

C’è solo un problema: la ricchezza non è data da quanto denaro un individuo possiede, bensì da cosa l’individuo può comprare con quel denaro. Quindi, se i portafogli sono pieni ma gli scaffali sono vuoti, si arriva al paradosso di milionari che vivono in povertà, circondati da denaro contante che non potranno mai spendere.

Questa situazione paradossale era dovuta alla combinazione fra prezzi artificialmente bassi e salari artificialmente elevati (artificialmente perché stabiliti a tavolino dai pianificatori centrali del PCUS, quindi non derivanti dal naturale incontro fra domanda ed offerta, come avviene in un’economia di libero mercato).

In poche parole i cittadini sovietici, grazie alla loro disponibilità di denaro ed al basso prezzo dei beni di consumo, erano portati a consumare più di quanto producessero, e questo portava alla scarsità di beni[2].

Come spiega Ludwig von Mises ne “Il calcolo economico negli Stati socialisti”, poiché in un regime socialista è lo Stato a possedere tutti i mezzi di produzione ed a ridistribuire le risorse, non è possibile stabilire il prezzo reale di beni e servizi, dato che i prezzi derivano da milioni d’interazioni economiche fra milioni d’individui, le quali però sono assenti in un’economia pianificata, dove solo lo Stato compra e vende beni e servizi.

Quindi, tornando al discorso di prima, il prezzo artificialmente basso, stabilito dai burocrati del PCUS, di un bene o di un servizio non rispecchiava la sua reale disponibilità. Il consumo eccessivo di beni e servizi, poi, generava scarsità.

Da qui la famosa immagine delle file per i negozi: i primi della fila erano fortunati, perché potevano comprare tutto quello che volevano, di conseguenza però non restava niente per gli altri. I cittadini sovietici, che non erano stupidi, sapevano bene quale fosse il vero valore del loro denaro, che con un’ironia un po’ cinica definivano come “soldi del Monopoly”[3].

L’Holodomor: un successo del Piano Quinquennale

Fatta eccezione per i tankies, fortunatamente oggi nessuno nega più l’Holodomor, la “morte per fame” di milioni di Ucraini fra il 1932 ed il 1933. Tuttavia, forse non tutti sanno quanto le politiche economiche sovietiche siano state responsabili per questa tragedia.

Innanzitutto bisogna fare alcune premesse. Come già accennato, all’interno dell’Unione Sovietica il denaro aveva ben poco valore, soprattutto a causa dell’eccessiva quantità di rubli in circolazione (l’iperinflazione è stata un fenomeno ricorrente nella storia dell’URSS). Di conseguenza, anche i Paesi stranieri si rifiutavano di accettare rubli nei loro commerci con l’Unione Sovietica, esattamente come oggi nessuno accetta la valuta nordcoreana per commerciare.

Pertanto, così come oggi Kim Jong-un ha bisogno di accumulare valuta estera per comprare materie prime e macchinari a fini bellici, allo stesso modo Josef Stalin negli anni Trenta aveva bisogno di valuta estera per acquistare i mezzi necessari ad espandere il suo potere in Europa ed in Asia. Per accumulare valuta estera, quindi, Stalin fece delle esportazioni una priorità[4].

Dato che all’epoca il Paese era ancora poco industrializzato, le esportazioni sovietiche consistevano principalmente in materie prime, soprattutto prodotti agricoli, ed è qui che ci si ricollega all’Holodomor.

All’inizio degli anni Trenta, a causa delle perdite dovute alla collettivizzazione forzata dei terreni agricoli, all’eliminazione dei kulaki e ad una siccità che colpì l’URSS nel 1931, la produzione agricola, soprattutto quella del grano, calò drasticamente[5]. A questo punto, sarebbe stato ancora possibile scongiurare la carestia, se non fosse stato per una quarta sciagura: il PCUS.

Il regime comunista, infatti, adottò due provvedimenti che condannarono definitivamente alla morte per fame milioni di persone. In primo luogo, per mantenere ad ogni costo le quote stabilite dal Piano Quinquennale, il PCUS decise di aumentare la pressione sulle aree meno colpite dalla siccità, e d’inasprire le già severissime pene per i contadini che osavano trattenere parte del loro lavoro per sfamare le proprie famiglie[6].

In secondo luogo, Stalin decise che, a dispetto della situazione interna critica, le esportazioni di prodotti agricoli andavano incrementate: fra il 1929 ed il 1931, le esportazioni di grano sovietico passarono da 170000 tonnellate a 5200000 tonnellate, in soli due anni quindi aumentarono di 30 volte[7]. Due anni dopo, milioni di cittadini sovietici erano morti nella carestia che il regime comunista aveva reso inevitabile.

L’inefficienza è forza

Nell’Unione Sovietica, l’inefficienza non era l’eccezione nel processo produttivo, qualcosa da individuare e correggere, bensì era la norma, sancita come tale dal principio comunista del “da ognuno secondo le proprie capacità, ad ognuno secondo i propri bisogni”.

Applicando questo principio alla realtà del processo produttivo, si ottenevano due possibili risultati. Nel primo caso, durante una dato Piano Quinquennale, una certa fabbrica arrivava a raggiungere solo metà della quota produttiva prevista dal Piano. Secondo il principio precedentemente citato, pertanto, nel Piano Quinquennale successivo alla fabbrica sarebbe stato destinato il doppio delle risorse e degli operai, per raggiungere la quota[8].

Nel secondo caso invece, durante lo stesso Piano Quinquennale, un’altra fabbrica riusciva a soddisfare la quota richiesta utilizzando le risorse e la manodopera nel modo più efficiente possibile. Di conseguenza, sempre per lo stesso principio, nel Piano Quinquennale successivo alla fabbrica sarebbe stata imposta una quota più elevata, da soddisfare senza ricevere più risorse e operai[9].

Naturalmente, in queste condizioni la fabbrica efficiente avrebbe fallito nel raggiungere la prestazione richiesta, e solo allora avrebbe ottenuto aiuti per soddisfare la quota. In un simile contesto, quindi, quale dirigente sarebbe stato così sconsiderato da promuovere l’efficienza all’interno della propria fabbrica?

Apparentemente, avrebbero vinto tutti: sulla carta, il Piano Quinquennale sarebbe stato un successo, il PCUS avrebbe avuto una nuova vittoria del socialismo sovietico di cui vantarsi, ed i dirigenti delle fabbriche inefficienti si sarebbero ritrovati a gestire fabbriche più grandi.

A lungo andare, però, la realtà si sarebbe presa la propria rivincita sull’ideologia. Alla fine, le immense risorse dell’URSS sarebbero state insufficienti per compensare i danni dovuti a decenni di cattiva gestione della attività produttive da parte dei burocrati del PCUS, e così è stato.

Conclusioni

Si dice che la follia consista nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. In questo senso, perciò, non è esagerato definire folli i pianificatori centrali del regime sovietico, che nel corso della storia dell’URSS hanno più volte scelto di ripetere gli stessi errori, piuttosto che ammettere l’impossibilità di plasmare il mondo ad immagine e somiglianza della loro ideologia.

Ma se loro sono stati dei folli, ancora più folli sono quelli che, a trent’anni dal fallimento dell’esperimento sovietico, non solo si rifiutano di riconoscere come responsabile di tale fallimento il socialismo sovietico stesso (dando quindi la colpa agli Stati Uniti, alla CIA, a Gorbačëv etc…), ma che propongono persino di ripeterlo come se, per l’appunto, si aspettassero risultati diversi.

[1][2][3] https://youtu.be/kPVo9w79D6w

[4][5][6][7] https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://www.youtube.com/watch%3Fv%3DmZoUioqlZEs%26vl%3Den&ved=2ahUKEwifucHoxdvoAhXOUJoKHX2CCwgQFjAAegQIAxAB&usg=AOvVaw2mEIG3Na4vkRNdUV5NfPtF

[8][9] https://youtu.be/S3Jkqqlpibo

 

L’Unione Europea secondo David Hume

La crisi economica innestata dal dilagare del coronavirus ha riportato al centro dell’attenzione il ruolo dell’Unione Europea e gli strumenti di cui questo organismo può disporre per venire in aiuto agli Stati in difficoltà.

Si è proposto di usare i fondi del Mes oppure emettere titoli di debito condiviso dagli stati membri, i famosi eurobond tanto cari a Tremonti. Queste misure, ben lontane dal dare una risposta seria ed efficace nel lungo termine, sono da considerarsi delle vere e proprie cessioni di sovranità verso Bruxelles: il Mes implica una cessione esplicita, alla luce del sole, mentre gli eurobond farebbero entrare dal retro una futura armonizzazione fiscale e un ministro delle finanze unico per l’Eurozona. Ha riassunto bene la contraddizione dei sovranisti-pro eurobond un tweet del professor Riccardo Puglisi, economista che insegna all’Università di Pavia:

“Quindi qualcuno non ha ancora capito che per avere i cosiddetti eurobond devi avere un bilancio federale europeo, cioè spese e imposte decise a livello federale?”

Da un punto di vista liberale, date queste premesse, è necessario chiedersi: è giusto implementare questo processo? Quanto è funzionale, nel processo verso l’autodeterminazione dell’individuo, una cessione di sovranità da un organismo minore a uno di maggiore entità come è l’Ue?

Se guardiamo alla storia europea, alla nascita della cultura occidentale e allo sviluppo del commercio possiamo vedere come questa grande “fertilità” dal punto di vista economico e culturale sia stata possibile grazie a un sistema fortemente decentralizzato.

David Hume, interrogandosi sulla nascita delle arti e delle scienze, affermava che

“Niente è più favorevole al sorgere della civiltà e della cultura dell’esistenza di un certo numero di Stati vicini e indipendenti, legati da rapporti commerciali e politici.”

Sembrerebbe quindi escludere l’evoluzione del processo di integrazione europea dal percorso di sviluppo e crescita dell’Occidente. Hume naturalmente non faceva riferimenti al concetto moderno di entità sovranazionale come oggi noi intendiamo l’Unione Europea: parlava di Stati più o meno grandi, ma ci sembra necessario citare il pensiero del grande filosofo scozzese perché per troppo tempo abbiamo visto un’euroscetticismo chiuso, illiberale e senza cultura. L’opportunità per costruire una critica seria e argomentata all’Unione Europea e a una maggiore integrazione tra gli stati membri esiste realmente, e andrebbe colta per non veder scadere il dibattito politico nel banale “euro sì – euro no”.

I vantaggi di Stati di minore estensione sono molti secondo Hume: in un grande Stato l’autorità potrà facilmente utilizzare la coercizione sui singoli individui per commettere ingiustizie, mentre nelle piccole comunità sarà disincentivata a farlo perché dovrà agire sotto gli occhi di tutti. Questa visione tra l’altro verrà ripresa da Hayek, che affermerà come negli Stati più estesi la coercizione sarà sempre maggiore perché maggiore sarà il potere nelle mani di chi governa. Hume afferma che

“le divisioni in piccoli stati favoriscono la cultura, perché arrestano i progressi dell’autorità e del potere.”

Secondo Hume la forza dell’Europa a livello culturale ed economico sta proprio nella sua frammentazione, così come la frammentazione politica permise alla Grecia di diventare un faro di civiltà per l’Occidente. Il decentramento e la competizione hanno accompagnato la storia europea, e non è appiattendo le nostre differenze che troveremo la strada per crescere. Anche Margaret Thatcher riprenderà questa tradizione affermando che

“Se l’Europa ci affascina, come ha spesso affascinato me, è proprio per i suoi contrasti e le sue contraddizioni, non per la sua coerenza e continuità.”

Vale inoltre la pena, per avvicinarci ai giorni nostri, di citare Daniel Hannan, eurodeputato conservatore e uno dei maggiori volti della campagna per il Leave al referendum sulla Brexit. Nel suo libro “What Next”, in cui traccia una futura Global Britain fuori dall’Ue Hannan fa notare come la Brexit non debba essere un punto di arrivo, ma un punto di partenza: “la sfida ora è devolvere il potere al livello più basso praticabile, fino ad arrivare al singolo cittadino”. Non un sovranismo fine a sé stesso, che da un punto di vista liberale sarebbe inaccettabile, ma un percorso verso le libertà individuali.

Un liberale dovrebbe valutare con grande attenzione queste tematiche: l’accentramento di poteri permette una coercizione sempre maggiore, e l’armonizzazione fiscale in Europa non porterà certamente ad un abbassamento delle imposte.

Da David Hume a Friedrich von Hayek è stata riconosciuta l’importanza del libero scambio per una maggiore e diffusa prosperità, e questo avviene nelle condizioni di un mercato libero, non in un mercato unico. Ai tempi del virus, forse, tornare a riflettere sull’opportunità di istituzioni con immenso potere come la Bce e l’Unione Europea in generale sarebbe davvero necessario, così come capire che, molte volte, sulla strada per l’unità a lasciarci le penne è la libertà.

Davvero il socialismo fallisce per i boicottaggi?

Una cosa che si dice comunemente delle economie socialiste, specie in Africa e in Sud America, è che falliscano per colpa dei boicottaggi. Non è il sistema economico a non funzionare, ovviamente, ma è colpa degli Stati Uniti che bloccano i commerci!

Eppure in Africa ci fu uno Stato che venne boicottato per praticamente tutta la sua esistenza, la Rhodesia.

La Rhodesia non era un Paese liberale, era infatti governato in larga parte dalla minoranza bianca ed i neri erano perlopiù esclusi dalla vita politica. Il leader del paese, Ian Smith, credeva che i bianchi avessero il dovere di governare poiché fuori dalle lotte tribali che caratterizzavano la popolazione nera.

Il suo era, per chi fosse interessato, un regime meno duro rispetto a quello del Sudafrica: i neri avevano la cittadinanza, spesso il diritto di voto – seppur limitato in base all’istruzione – e lavoravano a fianco dei bianchi frequentemente. Esistevano anche scuole private dove bambini bianchi e neri andavano nelle stesse classi senza problemi, ma l’istruzione pubblica era segregata.

Dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza nel 1965 alla rinuncia alla monarchia nel 1970, fino alla fine del Paese nel 1979, fu tutto un susseguirsi di sanzioni. L’economia rhodesiana, a differenza di quelle socialiste, ha retto. Non senza conseguenze, sia chiaro: l’economia del Paese rallentò, ma non drammaticamente.

Bisogna considerare, inoltre, come gli alleati della Rhodesia non fossero superpotenze: aveva dalla propria parte Sudafrica e Portogallo. Stati che hanno sicuramente, violando le sanzioni, aiutato il Paese, ma non al livello degli alleati dei Paesi socialisti come l’URSS!

Durante il boicottaggio il PIL rhodesiano rimase quasi stabile: l’agricoltura si spostò da produzioni esportabili in Europa a produzioni consumabili in loco o esportabili in Sudafrica, certe industrie si specializzarono a tal punto da arrivare a fare concorrenza a quelle sudafricane.

Solo dal 1975 vi fu una limitata contrazione dell’economia, dovuta soprattutto all’aumento delle spese militari e ad una certa “limitazione” del liberalismo economico per poter fronteggiare meglio la guerra, con l’obiettivo idealizzato di tornare ad esso dopo la fine del conflitto.

Ma secondo gli economisti, l’economia della Rhodesia fu in grado di reggere alle sanzioni senza gravi danni solo grazie alle politiche liberiste applicate prima della dichiarazione di indipendenza, che permisero lo sviluppo di un settore industriale e agricolo malleabile e sufficiente a soddisfare le richieste nazionali.

Come vediamo dal grafico del PIL, che trovate qui sul sito della Banca Mondiale, al termine del boicottaggio, nel 1979, l’economia vide inizialmente una netta crescita. Tuttavia, poco dopo il governo di Robert Mugabe iniziò ad applicare le proprie ricette corporativiste e socialiste. Tutti gli indici economici iniziarono a calare portando anche ad effetti a lungo termine: nel 2008 il PIL dello Zimbabwe era pari a quello medio della Rhodesia indipendente.

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Successi del socialismo di Mugabe

Le politiche di Mugabe portarono ad un’iperinflazione – ossia alle famose banconote da miliardi di dollari che non valevano niente – ma anche alla fuga di persone molto qualificate, specie quando Mugabe ordinò la confisca dei beni dei bianchi.

La differenza tra il governo di Smith e quello di Mugabe era essenzialmente una: il modello economico di Smith funzionava, quello di Mugabe no.

La Rhodesia, grazie ad un’economia solida e libera, fu in grado di reggere anche ad una comunità internazionale quasi completamente ostile. Lo Zimbabwe, con la sue politiche economiche socialiste, non ha retto nemmeno al normale corso degli eventi.

Viene da chiedersi quindi: com’è possibile che l’economia socialista sia migliore di quella capitalista, se la prima andrebbe in totale crisi e povertà per un boicottaggio che la seconda supera con qualche noiosa difficoltà?

Fonti

Hitler, Mussolini e l’Islam

Non è un mistero che l’estrema destra non provi esattamente simpatia nei confronti dell’Islam. Anche senza contare i suoi esponenti più radicali (seguaci di teorie complottiste come il Piano Kalergi o l’Eurabia), i più considerano i musulmani come un corpo estraneo nel tessuto sociale dell’Occidente moderno, da isolare o estirpare.

Tutto ciò è assai curioso, se si considera che i padri ideologici dell’estrema destra, Hitler e Mussolini, avevano un rapporto per niente ostile nei confronti del mondo islamico. Anzi, non sarebbe esagerato parlare di un rapporto cordiale, che probabilmente spingerebbe i moderni neofascisti e neonazisti a dare dei “radical chic” ai loro eroi.

I neofascisti, per esempio, saranno sorpresi nello scoprire che il loro Duce si definiva pubblicamente “protettore dell’Islam”, e che avesse l’intenzione[1] di far costruire una moschea a Roma (anche se poi rinunciò per via dell’opposizione del papa).

Ma non è tutto. Mussolini, infatti, era un convinto sostenitore dell’integrazione dei musulmani all’interno della società italiana. A questo scopo in Libia vennero istituite la Gioventù Araba del Littorio, equivalente dell’Opera Nazionale Balilla, e l’Associazione Musulmana del Littorio, sezione locale del Partito Nazionale Fascista.

Mussolini, in effetti, aspirava ad essere non solo il Duce degli italiani, ma anche il Califfo dei musulmani, ed a tale scopo nel 1937 organizzò una cerimonia nel corso della quale ricevette la “Spada dell’Islam”, a simboleggiare la sua pretesa di essere l’erede dell’autorità dei Califfi.

Naturalmente, il Duce non fece tutto questo per soddisfare il suo spirito umanitario. Come il suo collega Hitler, infatti, Mussolini era innanzitutto un uomo pratico. Pertanto, egli sapeva che, dopo le barbarie del sanguinoso conflitto combattuto dall’Italia fascista nei primi anni Trenta per consolidare la sua colonia libica, era necessaria un’opera di pacificazione per trasformare la Libia nella “Quarta Sponda” italiana.

Ma le ambizioni di Mussolini non erano limitate alla Libia. Il suo sogno, infatti, era quello di espandere l’impero coloniale italiano in Nord Africa ed in Medio Oriente, a discapito di Francia e Gran Bretagna. Naturalmente, queste regioni erano a maggioranza araba e musulmana, ed i suoi abitanti erano già ostili al colonialismo anglo-francese.

Mussolini pertanto, mostrandosi come un amico degli Arabi, sperava di conquistarli come alleati, nella sua missione per trasformare il Mediterraneo in un “Mare Nostrum” come ai tempi di Augusto. Inoltre, dal punto di vista personale, l’idea di ottenere nuovi onori e titoli stuzzicava la sua vanità.

Se i neofascisti devono fare i conti con una scomoda verità, la pillola non è certo più dorata per i neonazisti. Questi certo resterebbero scioccati se scoprissero che uno dei più grandi fan del loro Führer era nientemeno che Amin Al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme (massima carica religiosa dell’Islam) dal 1921 al 1948.

Tutte le amicizie, si sa, nascono da interessi comuni. In questo caso, gli interessi comuni che unirono il Führer ed il Gran Muftì furono l’antisemitismo più radicale ed il desiderio di porre fine al dominio anglo-francese sul Medio Oriente.

Amin Al-Husseini, che desiderava l’avvento di un grande Stato panarabo, temeva più di ogni altra cosa che gli Ebrei, con l’appoggio delle potenze europee, si ritagliassero un loro Stato nel mandato britannico della Palestina. Per questo, quando nel 1933 Hitler salì al potere, il Gran Muftì confidò ai suoi seguaci di “intravedere un nuovo, radioso futuro”, e predisse “l’avvento di una nuova era di libertà per i musulmani di tutto il mondo”[2].

D’altro canto, anche Hitler aveva le sue buone ragioni per apprezzare questo alleato ben poco ariano: per il Terzo Reich, il Medio Oriente significava petrolio, di cui la macchina da guerra nazista aveva disperato bisogno. Inoltre, il crollo delle posizioni britanniche in Nord Africa e Medio Oriente avrebbe potuto indurre la Gran Bretagna ad arrendersi.

Da un punto di vista personale, poi, Hitler non era affatto ostile alla religione islamica. Anzi, riteneva che l’Islam fosse ben più adatto alla natura guerriera dei popoli germanici, rispetto alla fiacca tolleranza del cristianesimo[3].

Sfortunatamente per il Führer, e fortunatamente per l’umanità, il Gran Muftì fallì nel suo tentativo di scatenare una jihad contro gli Alleati. Questo però non significa che Amin Al-Husseini non abbia dato alcun contributo alla causa nazista.

Il Gran Muftì, infatti, fu un grande propagandista del Terzo Reich, tanto che già nel settembre 1939, all’indomani dell’invasione della Polonia, Amin al Husseini volle dichiarare pubblicamente il suo sostegno al “meritevole e coraggioso condottiero Adolf Hitler”, incitando “i musulmani a prendere le armi a fianco della Germania nazista”[4].

Sul piano prettamente militare, poi, il Gran Muftì fu attivamente coinvolto nel reclutamento di musulmani nelle armate di Hitler, come nel caso della 13ma Divisione da montagna SS Handzar e della 21ma Divisione da montagna Skanderbeg.

Ai volontari di queste due divisioni venne concesso di praticare una dieta particolare vincolata ai precetti musulmani, di pregare pubblicamente secondo la ritualità, e di festeggiare e osservare le feste e i digiuni imposti dal Corano[5].

Naturalmente, la sconfitta dell’Asse rende impossibile sapere come si sarebbe evoluto il rapporto fra i totalitarismi di destra e l’Islam se l’Italia fascista e la Germania nazista avessero vinto la guerra.

Hitler e Mussolini, infatti, già nella storia reale hanno dimostrato più volte di essere spregiudicati opportunisti (patto Molotov-Ribbentrop docet), usi a tradire o abbandonare gli alleati diventati inutili o scomodi.

Dopotutto, non bisogna dimenticare che anche gli Arabi, con buona pace del Gran Muftì, sono semiti come gli Ebrei. Per questo, è possibile che, una volta vinta la guerra, i nazifascisti avrebbero semplicemente spedito i loro vecchi alleati a raggiungere gli odiati Ebrei nei campi di sterminio.

Tuttavia, è divertente pensare che, in alternativa, se l’Asse avesse vinto la guerra oggi a Roma e a Berlino, dove neofascisti e neonazisti lottano intrepidi per “combattere l’invasione” e “difendere la nostra civiltà, come faceva il Duce/il Führer”, forse si vedrebbero uomini delle SS e gerarchi vestiti di tutto punto pregare in direzione della Mecca al richiamo del muezzin.

[1] https://youtu.be/vHvvuPCHlfo

[2][4][5] https://www.ilvangelo-israele.it/approfondimenti/Hitler-Mufti.html

[3] Albert Speer, “Memorie del Terzo Reich”