Modello a capitalizzazione o a ripartizione? Come funziona un sistema pensionistico equo

 In Attualità, Campagna Pensioni

La truffa del sistema pensionistico italiano

In Italia pensiamo che alla fine della nostra vita lavorativa lo Stato benevolo ci restituirà parte delle tasse che abbiamo versato (i contributi) sotto forma di pensioni… grave errore! In realtà lo Stato, che è tutto fuorché benevolo, rischia di non restituire agli italiani un bel niente, a causa del crollo demografico e della natura stessa del nostro sistema pensionistico, contributivo a ripartizione.

Siamo quindi spacciati? A noi giovani toccherà lavorare fino alla tomba? Beh una via di salvezza c’è – ma ovviamente la soluzione verrà dal mercato, non dallo Stato. Si tratta di cambiare il sistema pensionistico verso un modello a capitalizzazione: ossia un sistema dove i contributi che noi lavoratori versiamo finiscono in fondi pensione privati, che li investono e generano dei rendimenti. Questi rendimenti si sommeranno ai contributi versati, permettendo all’individuo di accrescere la propria ricchezza nel corso degli anni. 

Un’obiezione classica ai sistemi pensionistici privati è che investire in un fondo rende il futuro pensionato soggetto al rischio di non percepire la pensione, o di percepirla in una percentuale minore, qualora il fondo fallisca o effettui investimenti errati. 

Quello che quasi tutti dimenticano di spiegare è che anche la pensione erogata dallo Stato sottintende un rischio. Prendiamo il caso dell’Italia. Il nostro Paese ha conti pubblici distrutti da anni di mala gestione finanziaria ed è in profonda crisi demografica (sempre più anziani e sempre meno giovani): quante volte sono stati cambiati i requisiti per andare in pensione negli ultimi decenni? E quante volte perfino gli importi sono stati modificati? Come possiamo fidarci che un giorno restituirà ai lavoratori, soprattutto ai più giovani, quanto versato?

Il sistema a capitalizzazione permette di scegliere…

La differenza tra i due rischi corsi dal contribuente è che il singolo individuo ha molto più controllo sul successo di un investimento privato rispetto a quello che ha sugli andamenti demografici e finanziari di uno Stato. Inoltre, diversificare il proprio portafoglio, scegliendo più fondi pensione o più investimenti, è una strategia che può permettere una diminuzione sostanziale del rischio. Introdurre un sistema del genere genererebbe una responsabilizzazione dei cittadini, che dovrebbero scegliere oculatamente come investire i propri soldi e, per farlo, si impegnerebbero a migliorare la propria alfabetizzazione economica.

Stiamo parlando di dare alle persone la libertà di scegliere. Scegliere quanto, dove e come investire. Scegliere quando uscire dal mondo del lavoro. Si tratta di essere liberi di fare ciò che si ritiene più opportuno per la propria vita. Non credo che, potendo scegliere, gli italiani investirebbero in Alitalia; eppure questo è ciò che fa puntualmente il governo con le tasse dei cittadini. Perché non dovremmo essere noi a scegliere per noi stessi?

Lo statalista di turno potrebbe obiettare che in questo sistema verrebbero penalizzate le categorie a basso e bassissimo reddito. Ma è un’obiezione facilmente smontabile: per queste categorie potrebbe rimanere una pensione minima erogata dallo Stato, similmente a quanto accade ora, finanziata con le tasse dei cittadini. 

…mentre il sistema a ripartizione finisce per creare inequità e distorsioni

José Pinera, economista cileno responsabile di una riforma pensionistica fondamentale per il suo Paese (e che approfondiremo in uno dei nostri prossimi articoli), definiva il sistema “pay as you go”, come quello italiano odierno, “un sistema innegabilmente regressivo, che blocca i lavoratori più poveri nella fascia inferiore dello schema piramidale, aumentando i privilegi per i lavoratori più politicamente potenti e più ricchi che si trovano più in alto”. Questo perché i lavoratori più poveri, nonostante entrino nel mondo del lavoro in età più giovane, ricevono comunque un semplice assegno minimo e non possono ambire a riceverne uno più sostanzioso. E per quanto riguarda i privilegi per i lavoratori politicamente potenti, in Italia abbiamo l’esempio perfetto: le baby pensioni, costruite per favorire i dipendenti pubblici a scapito di tutti gli altri (vedi immagine sottostante). 

Come si può considerare equo un sistema del genere?

Affermare che in un sistema pensionistico a capitalizzazione non possa esistere una rete di protezione dei più poveri è una menzogna buona solo per mantenere il consenso delle fasce di popolazione meno abbienti.

La nostra vita, il nostro lavoro e, in ultima istanza, la nostra pensione devono dipendere in massima parte dalla responsabilità individuale; dobbiamo rifiutare il paternalismo di chi crede di sapere cosa è meglio per noi, salvo poi buttare puntualmente i nostri soldi (vedi Alitalia e simili). Impegnarsi per far rendere al meglio il frutto del nostro sudore è una battaglia di civiltà, ancor prima che di libertà.

a cura di:

Leonardo Accardi;

Gianmaria Dinaro;

Tommaso Caruti;

Francesco Chevallard.


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