Il curioso caso del capitalismo (nord)coreano

Se mai arriverà il giorno in cui i cittadini della Corea del Nord conosceranno libertà, prosperità e modernità, probabilmente non sarà grazie ad un dittatore illuminato, ad una rivoluzione violenta o ai missili americani. La loro salvezza, infatti, potrebbe provenire dalla più improbabile delle direzioni: questo è il curioso caso del capitalismo nordcoreano.

Con tutta probabilità, quando si pensa alla Corea del Nord la prima cosa che viene in mente è il suo programma nucleare, non le sue fiorenti attività imprenditoriali. Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, le cose stanno cambiando.

Soprattutto negli ultimi anni, il regime dei Kim sembra aver cambiato idea sulla desiderabilità dello shopping e della libera iniziativa: oggi, infatti, il Paese conta ben 436 imprese private, che fruttano circa 60 milioni di dollari in tasse al governo nordcoreano[1].

Carestia e mercato nero

Naturalmente, questo nuovo atteggiamento del regime verso il capitalismo non nasce dal nulla, e di certo non dalla bontà personale di Kim Jong-un.

In passato, era lo Stato a provvedere ai bisogni della popolazione, ridistribuendo i prodotti della sua economia ai cittadini tramite un “Public Distribution System”, o PDS[2]. Per un certo periodo, grazie soprattutto agli aiuti economici dell’URSS, il sistema funzionò. Questo, fino agli anni Novanta.

Il disastro umanitario che colpì il Paese dal 1994 al 1998 non ha bisogno di molte descrizioni. La perdita degli aiuti sovietici, unita ad una serie d’inondazioni e ad una grave siccità, condannò dai due ai tre milioni di nordcoreani alla morte per carestia[3]. Il PDS crollò, ed il regime dei Kim non poté, o non volle, venire in aiuto dei suoi cittadini.

Il bilancio sarebbe stato ancora più devastante, se non fosse stato per il mercato nero: lasciati da soli, i cittadini nordcoreani riuscirono a sopravvivere, tramite lo scambio di beni e servizi in mercati clandestini (su cui comunque il governo chiuse un occhio, comprendendo quanto fossero necessari)[4].

Alla lunga, però, il volume delle transazioni all’interno di questi mercati raggiunse dimensioni tali che il regime comunista non poté più far finta d’ignorarle; bisogna poi considerare che, dopo i disastrosi anni Novanta, la produzione agricola non si è mai veramente ripresa.

Il regime, quindi, si trovò davanti ad una scelta: restare fedele ai principi della Juche (comunismo di stampo nordcoreano), e di conseguenza eliminare con la forza questi mercati illegali, oppure venire a patti con la situazione.

Dato che la prima opzione avrebbe privato di qualsiasi mezzo di sopravvivenza gran parte della popolazione, portando potenzialmente il Paese (e quindi il regime) al collasso, Kim Jong-il (il dittatore di allora) scelse la seconda opzione: a partire dal 2002-2003, il governo ha regolarizzato alcuni di questi mercati originariamente clandestini[5].

Shopping a Pyongyang

Oggi, a quasi trent’anni dalla tragedia umanitaria che ha fatto da grimaldello per l’ingresso del capitalismo nel Paese, la Corea del Nord è un’economia ricca di sfumature, ben più complicata di quanto si ritiene nell’immaginario popolare.

Certo, in linea di massima il Paese è quello che il grande pubblico conosce attraverso i media: una nazione governata da un regime totalitario, un’economia pianificata dove tutto, dai salari ai prezzi, è deciso dallo Stato. Ma c’è anche di più.

Infatti, sebbene ufficialmente tanto la proprietà privata quanto il commercio siano illegali in Corea del Nord, in realtà il capitalismo permea l’intera società, dai più poveri dei contadini fino agli alti esponenti del regime. I primi cercano solo di sopravvivere, i secondi desiderano standard di vita più alti, ma entrambi per raggiungere il loro obiettivo ricorrono al capitalismo.

Fra i ceti medio-bassi, per esempio, è prassi comune che gli uomini abbiano un impiego statale, mentre le donne sposate hanno la possibilità di registrarsi come “casalinghe a tempo pieno”. Sembra controintuitivo, ma proprio per questo spesso le donne sposate guadagnano molto di più dei loro mariti. Com’è possibile?

Proprio in quanto esentate dall’impiego statale, queste donne sono libere di avviare un’attività in proprio. Per la maggior parte si tratta d’imprese molto piccole, coinvolte nella vendita di street-food o di beni importati come sigarette russe o birra cinese[6].

Sebbene si tratti di attività commerciali piuttosto modeste, sono sufficienti per garantire alle donne sposate guadagni diverse volte superiori a quelli dei loro mariti. Proprio per questo loro peso economico, le donne in Corea del Nord godono di diritti che non ci si aspetterebbe di ritrovare in un Paese simile[7].

Persino fra i ranghi dell’amministrazione statale, molti dirigenti pubblici, per necessità o per guadagno personale, si sono improvvisati imprenditori. In Corea del Nord, infatti, anche il settore pubblico si ritrova spesso senza finanziamenti adeguati da parte del governo, e di conseguenza è costretto a trovare fondi in un altro modo.

Per questo, non di rado chiunque goda di una posizione di potere all’interno dell’apparato statale usa la propria influenza per avviare un’attività, talvolta persino utilizzando le Forze Armate come manodopera a basso costo[8].

In questo modo è possibile diventare molto ricchi, anche per gli standard occidentali. Oggi, in Corea del Nord, si è formata così una nuova élite, che comprende questi funzionari/imprenditori e le loro famiglie.

Mentre la maggior parte della popolazione vive ad un passo dalla povertà estrema, questi pochi privilegiati guidano auto di lusso, possiedono smartphone ed affollano le strade ed i negozi della “Pyongyang bene”, che alcuni definiscono ironicamente “la Dubai della Corea del Nord”[9].

Un altro esempio molto interessante di come il regime dei Kim sia venuto a patti con la nuova situazione è la “August 3rd Rule”. In base a questa legge, esiste la possibilità per un cittadino nordcoreano di essere esonerato dal proprio impiego statale, a patto di versare una quota mensile di 50000 Won (circa 7 dollari) al governo[10].

In questo modo, il cittadino è libero di dedicarsi ad una propria attività, i cui guadagni (grazie alla August 3rd Rule, che quindi costituisce una vera e propria tassa) andranno a beneficiare anche il regime.

Un futuro migliore?

Quello della Corea del Nord non è certo il primo caso di un Paese comunista che, prima o poi, ha dovuto concedere maggiore libertà economica ai suoi cittadini per sopravvivere. Questo è già successo nell’Unione Sovietica, in Cina, in Vietnam, con diversi livelli di successo.

In alcuni casi, come in Cina, il regime comunista è riuscito a prosperare grazie alla ricchezza generata da un’economia più competitiva, ed allo stesso tempo a salvaguardare la propria stabilità (ancora oggi, sebbene moltissimo sia cambiato dai tempi di Mao, il PCC resta saldamente al potere).

In altri casi, come nell’Unione Sovietica, la maggiore libertà economica ha agito da grimaldello per le rivendicazioni politiche della popolazione: una volta in grado di comparare il loro stile di vita con quello dei Paesi dall’altro lato della Cortina di Ferro, i cittadini sovietici hanno iniziato a protestare contro il loro governo, ed il resto è storia.

Al momento è difficile, se non impossibile, determinare quale strada seguirà la Corea del Nord. Alla fine, il regime dei Kim potrebbe riuscire ad incanalare queste nuove forze a suo vantaggio, stabilendo un capitalismo di Stato simile a quello cinese.

In alternativa, come prospettato all’inizio dell’articolo, alle liberalizzazioni economiche potrebbero seguire quelle politiche, fino alla caduta più o meno pacifica del regime comunista. Ad oggi, tutto è possibile.

Tuttavia, già adesso è possibile trarre una lezione dal curioso caso del capitalismo nordcoreano, vale a dire la resilienza del capitalismo stesso.

Nell’Unione Sovietica, con tutte le risorse umane e materiali a sua disposizione, il comunismo è sopravvissuto meno di settant’anni. In Corea del Nord, neanche uno degli ultimi regimi totalitari esistenti è riuscito ad impedire il naturale sviluppo del sistema capitalistico.

[1]https://www.google.com/amp/s/qz.com/1370347/capitalism-in-north-korea-private-markets-bring-in-57-million-a-year/amp/

[2][4][5]https://beyondparallel.csis.org/markets-private-economy-capitalism-north-korea/

[3]https://www.nytimes.com/1999/08/20/world/korean-famine-toll-more-than-2-million.html

[6][7][8][9]https://youtu.be/YDvXOHjV4UM

[10]https://books.google.it/books?id=l-1pBgAAQBAJ&pg=PA27&lpg=PA27&dq=august+3rd+rule+north+korea&source=bl&ots=16iNGhlmYu&sig=ACfU3U0hqqbY08qYuxtUTztpXjvaZ1BWXQ&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwj1tKeHnpDqAhX68KYKHfQWB9UQ6AEwC3oECAEQAQ#v=onepage&q=august%203rd%20rule%20north%20korea&f=false

Il capitalismo salverà la Chiesa Cattolica (ma non ditelo a voce alta)

Quando penso alla figura del parroco mi viene in mente il curato di campagna che cerca di svincolarsi da loschi figuri che vogliono impedire matrimoni, oppure quelle figure sociali che, dall’alto del loro mandato episcopale, si mettono a gestire tornei di calcetto in oratorio. Tutto bellissimo se non fosse che il parroco moderno fa tutto fuorché questo. La Chiesa Cattolica di oggi vede i parroci che controllano situazioni impegnative, al pari di veri e propri manager d’impresa: asili nido, scuole per l’infanzia, eventi. A livello giuridico sono datori di lavoro: hanno dipendenti e sono penalmente responsabili in caso di problemi legati alla sicurezza delle attività che avvengono negli spazi parrocchiali. Una bella “rogna” che avrebbe portato Don Abbondio a fare, probabilmente, tutt’altro.

Il punto è che, per la Chiesa Cattolica, il prete è rimasto proprio quello di Manzoni nel suo celebre romanzo: senza formazione economica ma solo teologica. Capiamoci, questo non vuole essere in alcun modo un attacco alla Chiesa di Roma, ma un tentativo di far comprendere come l’origine di buona parte dei problemi della vita di una comunità parrocchiale derivi dalla mancanza di una visione imprenditoriale.

Questo articolo ha una sua attualità in quanto, nel padovano, un sacerdote si è dovuto dimettere in seguito a sexy rumors nei suoi confronti. E fin qui niente di sconcertante, i sacerdoti sono uomini e possono (anche se non dovrebbero, per “contratto”) avere queste debolezze; ciò che ha fatto specie è la sua intervista ai giornali locali. Egli sosteneva che dal momento del suo insediamento nel 2017 fossero “scomparsi” dagli uffici tutti i registri che riguardavano 10 anni di gestione economica nonché, l’anno successivo, anche la chiavetta che permetteva i pagamenti digitali, a cui è seguita regolare denuncia contro ignoti. E ancora ha affermato che “c’era un gruppo di persone (parrocchiani laici, ndr) che comandava tutto e decideva ogni spesa, dalle sagre ai contributi per le associazioni, fino alle ristrutturazioni. Bisognava stare alle loro condizioni”. Conclude sostenendo che la sua gestione – più accentrata e volta al controllo diretto delle spese – avesse dato fastidio a qualcuno dando una giustificazione per la diffamazione.

Vera o no che sia la storia, rimane interessante però la metodica con cui le parrocchie ormai vengono gestite: i Consigli Pastorali e i sacerdoti che li presiedono (i CdA per intendersi) sono costituiti da persone non formate in materia amministrativa. Spesso si trovano in posizioni di comando anche personaggi “folkloristici” facenti parte della comunità. Una condizione che pone la Chiesa Cattolica ben lontana da uno standard adeguato di professionalità e necessario per le funzioni che queste organizzazioni svolgono.

Come risolvere questo problema? Il capitalismo e le logiche di mercato – oggigiorno così avversate anche dalla Chiesa di Roma – possono venire in aiuto. Per quale motivo in Vaticano (o nei vari ordini in cui sono divise le varie parrocchie) non si sceglie di pagare dei manager veri, preparati e in grado di fare business plan seri e strutturati, tali che possano assumere dei responsabili HR in grado di capire i limiti delle persone che lavorano in parrocchia? Il modus operandi potrebbe essere quello della Chiesa irlandese, in cui le varie realtà locali funzionano come piccole aziende.

Così facendo, i sacerdoti potrebbero tornare a concentrarsi appieno sui fedeli e sulla teologia, materia per la quale sono dei (certificati) professionisti, lasciando ai manager d’impresa la possibilità di favorire accesso a persone meritevoli nell’organigramma parrocchiale: una parrocchia più funzionale e trasparente è l’immagine di una Chiesa Cattolica inclusiva al passo coi tempi, e lo accetteremmo di buon grado anche senza dover urlare che è merito del liberalismo…c’è ancora tempo per ammetterlo.

Vivere il capitalismo oggi

Come si può descrivere il capitalismo? Il capitalismo potrebbe avere mille accezioni, positive o negative. Abbiamo però un dato importante a nostra disposizione. Se il comunismo non è mai stato in grado di evolversi, il capitalismo, nel corso dei secoli, ha dimostrato una straordinaria elasticità.

Il capitalismo di oggi non può essere quello del Novecento, non può essere quello dell’Ottocento e tantomeno quello del Settecento. Sergio Ricossa affermò che il capitalismo è stato protagonista di una “trasformazione rivoluzionaria”. Una trasformazione spontanea, inaspettata, inimmaginabile.

Come diceva lo stesso Sergio Ricossa.

“Ancora oggi non sa dove andrà (il capitalismo, aggiunta mia), perché inventa la sua strada ogni giorno”

Anche le stesse critiche di Marx possono tranquillamente essere considerate obsolete, poiché il capitalismo dell’Ottocento era un fenomeno estraneo alla società di quell’epoca. Ma oggi la situazione è differente.

L’Italia ha un’economia capitalista, seppur ostacolata dall’elevata presenza dello Stato. Pertanto il problema dell’Italia non è il capitalismo, ma gli ostacoli imposti dallo Stato.

Da evidenziare come il capitalismo sia in grado di compiere una rivoluzione politica, senza imporsi direttamente sul piano politico. Anche perché se dobbiamo considerare le forze politiche che hanno contraddistinto i governi della Repubblica italiana, con molta probabilità, oggi l’Italia sarebbe vicina al feudalesimo.

Se nell’epoca preborghese esistevano due tipi di ricchezza, quella fornita dalla natura e quella prodotta dall’uomo, quest’ultimo era indirettamente dipendente da ciò che forniva la natura, specie se pensiamo ai raccolti o all’estensione dei campi.

Poi, con il progresso tecnologico, il concetto di capitalismo si estese, come lo stesso concetto di accumulazione della ricchezza. L’accumulazione della ricchezza era, in prima istanza, da considerarsi una vera e propria esigenza pre-borghese, appartenente alla cultura militare dell’epoca medioevale. In Italia il concetto di accumulazione, specie in epoca signorile, era una questione militare e pubblica, funzionale a soddisfare esigenze di sicurezza.

Con il passare dei secoli e con l’avvento della rivoluzione industriale, la questione di accumulazione della ricchezza iniziò ad avere un’accezione differente. Superare la concezione militare, ma andare oltre. Non accumulare per difenderti, ma per investire, per fare “affari”. Attraverso la ricchezza produrre nuova ricchezza. La vera rivoluzione culturale avvenne in quanto il capitalismo non era un statico, ma dinamico.

Ma poi arrivò un certo personaggio, chiamato Karl Marx, il quale sosteneva che il capitalismo si autogenerasse attraverso il plusvalore. Il plusvalore è la differenza tra il capitale investito e il capitale ottenuto dall’investimento.

Ebbene, secondo Marx, questo plusvalore era dovuto allo sfruttamento dell’uomo a opera dell’uomo, del proletario a opera del capitalista. L’uomo capitalista creava plusvalore sottraendolo il valore prodotto dal lavoratore.

Marx (come poi Keynes) sosteneva che il capitalismo sarebbe arrivato ad un punto di non-ritorno. Nonostante il capitalismo avesse avuto un ruolo fondamentale per il progresso, sarebbe stato presto sostituito da un sistema più equo.

Peccato però che il capitalismo è capace di adattarsi alla società in modo impeccabile. Questo perché il capitalismo è fondato sì sul capitale, ma anche sull’innovazione. Il capitalismo innova la società tanto quanto sè stesso. L’economia capitalista non si basa solo sulla quantità, ma sulla qualità. Una qualità in grado di rompere le tradizioni, gli schemi mentali prestabili, le precedenti abitudini.

Basti pensare alla rivoluzione Apple dello smartphone. Il primo iPhone, per quanto ancora rudimentale, fu un prodotto indiscutibilmente rivoluzionario. Un prodotto che inaugurò una nuova categoria di mercato, un prodotto che riuscì a rivoluzionare la vita delle persone.

Un prodotto che rivoluzionò anche la concorrenza, se consideriamo che Samsung, prima dell’avvento dell’Iphone, prima di rispondere al nuovo e rivoluzionario prodotto sul mercato, dovette attendere tre anni.

Questa vicenda Apple-Samsung, ci permette di aggiungere un terzo pilastro per descrivere il capitalismo, dopo l’accumulazione della ricchezza e l’innovazione. Parliamo della concorrenza.

Questi tre pilastri sono fondamentali per un sano capitalismo. Se manca uno, gli altri due sono più vulnerabili. Basti pensare che concorrenza e innovazione vanno spesso di pari passo, se consideriamo che l’innovazione è l’arma vincente per attaccare e vincere nel mercato di concorrenza. Anche l’innovazione va di pari passo con l’accumulazione della ricchezza. Non è precario solo il posto di lavoro, ma anche la ricchezza può essere precaria, se manca la volontà nell’investire o nell’innovare.

Il capitalismo è riuscito a rialzarsi sempre, nonostante gli attacchi di socialisti, comunisti e fascisti o statalisti vari. Il capitalismo in Italia è già in fase di transizione. Si tratta di una nuova sfida che coinvolge tutti, lavoratori e capitalisti. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia era come la Cina di oggi. Produrre nel nostro Paese era semplice e poco costoso. Ma ci sono due fattori che hanno contribuito a porre fine a questo paradiso industriale: lo Stato e la concorrenza fra nazioni.

Lo Stato ha numerose colpe. La prima colpa è sicuramente quella di aver ampliato, nel corso dei decenni, la sua struttura composta da burocrazia, tasse e ostacoli vari. Basti pensare che il datore di lavoro, quando si ritrova a pagare uno stipendio, è costretto a pagare una marea di tasse. La seconda colpa è stata quella di abituare le aziende alla svalutazione della moneta.

Infatti, alla prima crisi di produzione, il governo di turno distruggeva il valore della Lira, per rendere appetibile l’Italia nel mondo. La terza colpa è stata quella di aver “ucciso” lo stimolo all’innovazione, sia verso il datore di lavoro e sia verso il lavoratore. Infatti, non si investiva per nulla sulla formazione del lavoratore, rendendolo con il tempo obsoleto rispetto ai nuovi tempi che arrivavano.

Se prima esisteva una sola categoria di lavoratori, ossia quella che deve limitarsi a fare e magari a farlo con continuità, con il processo di alfabetizzazione e di scolarità, la nuova economia capitalista impone due categorie di lavoratori: lavoratori specializzati e lavoratori non-specializzati.

La vera differenza tra le due categorie consiste nel fatto che se per fare un lavoro specializzato occorrono alcune persone (scarsità), per fare un lavoro non-specializzato si possono coinvolgere (quasi) tutti. Pertanto, se per un posto di lavoro specializzato esiste una concorrenza al rialzo, per un posto di lavoro non specializzato esiste una concorrenza al ribasso.

Fateci caso, le categorie di lavoratori manifatturieri non specializzati sono state quasi tutte dislocate all’estero. Il dubbio è che se un lavoro può farlo chiunque perché rimanere in una nazione dove la manodopera costa 100 volte tanto? Rimangono i call center.
Invece, il lavoro specializzato non solo non è mai stato in crisi in Italia, ma sta crescendo gradualmente.

Ed ecco qual è la vera sfida del capitalismo italiano. Diventare un paese specializzato nel mondo del lavoro. Investire di più sui lavori che contano e sulla continua formazione. Il vero ostacolo rimane lo Stato che, finché sarà circondato da una certa cultura socialista e statalista, continuerà ad essere un freno per il Paese.

Capitalismo e ambiente. La rinuncia al primo favorirebbe il secondo?

La maggior parte degli ecologisti attribuisce al capitalismo e all’industria la colpa dell’eccessivo sfruttamento di risorse e della degradazione dell’ambiente, se ne dedurrebbe che l’abbandono del modello capitalista porterebbe ad una migliore condizione dell’ambiente.

Ma si potrebbe abbandonare il capitalismo? A che costo? Come?

Anche Karl Marx era convinto di poter arrivare ad abbandonare il capitalismo, ma solo dopo aver spremuto fino all’ultima goccia del suo progresso scientifico. Pertanto ne criticava la forma ma non il funzionamento definendolo un male necessario al fine di raggiungere il bene supremo: un mondo comunista talmente avanzato tecnologicamente da non necessitare più della spinta innovatrice dei privati.

Lo sviluppo economico è un viaggio in cui è certa la stazione in cui siamo arrivati, ma non possiamo sapere che successivamente non ne troveremmo di migliori. Non è possibile considerare un determinato livello di sviluppo umano come la sua massima espressione possibile, considerando infinite le idee.

Abbandonare il capitalismo avrebbe un costo incalcolabile, quello di abbandonare le scoperte ancora ignote per favorire quelle che abbiamo già a portata di mano. Il capitalismo viene considerato la sciagura per i problemi umani e ambientali, ma in realtà sarebbe la principale cura, se gli fosse concesso di agire secondo le proprie leggi intrinseche.

Adam Smith credeva in un disegno più grande che abbracciava l’economia di mercato (e l’ecologia di mercato, ndr). Vi è per lui un processo spontaneo che lega gli interessi particolari (degli industriali e dei consumatori) ai benefici universali (dell’ambiente). Colui che offre un prodotto deve andare incontro ai bisogni dei consumatori, essendo questi manovratori del sistema di mercato. Se i consumatori chiederanno più ecologia, i produttori non potranno ignorarli a lungo. Inoltre, la ricerca del profitto spinge ad offrire prodotti sempre migliori a un prezzo sempre minore per far fronte alla concorrenza.

Ciò genera innovazione tecnologica che innalza la qualità dei prodotti e l’efficienza che si traduce in un abbassamento dei costi di produzione. Chiaro che l’ambiente ne tragga un vantaggio in quanto eliminare i prodotti di scarto risulta una voce importante nelle spese di produzione. In un’ottica capitalista di mercato i rifiuti tenderebbero a cessare di esistere o non sarebbero più dei semplici scarti. Grazie alla volontà di profitto degli imprenditori, diventerebbero prodotti da vendere e non sarebbero più un costo, ma una possibilità.

Lo sviluppo tecnologico

L’economia circolare, nonostante i romantici la definiscano come “un nuovo modello di produzione”, non è altro che il vecchio modello esasperato nei benefici.

La spinta di mercato ha generato uno sviluppo tecnologico tale da rappresentare radicali miglioramenti già solo nell’ultimo ventennio. I consumatori hanno richiesto negli anni una sempre maggiore concentrazione di servizi considerando, ad esempio, i soli smartphone. Va da sé che gli altri apparecchi elettronici, ormai obsoleti, siano andati mano a mano diminuendo.

Per la stessa quantità di servizi al giorno d’oggi utilizziamo una minore quantità di risorse e abbiamo un minore impatto sull’ambiente.

Ulteriore esempio è il passaggio dalla carta alla memorizzazione elettronica sviluppatasi poi in modo sempre più efficiente. Appena venti anni fa per stoccare 8 GB di dati servivano migliaia di floppy, ora serve una sola chiavetta USB pertanto la quantità di materiali e plastiche per la fabbricazione di un oggetto dalla stessa capacità è notevolmente diminuita.

Il confronto fra la carta stampata e la memorizzazione elettronica è ancora più impietoso: è famosa la fotografia di Bill Gates imbragato e appeso a diversi metri di altezza con sotto di lui una pila di migliaia di fogli che contenevano gli stessi dati che era possibile immagazzinare nel CD-ROM che teneva nel palmo della sua mano.

Infine, abbandonare il capitalismo porterebbe a mantenere l’attuale sistema produttivo, ma senza un’efficiente allocazione delle scarse risorse, ignorando le possibili soluzioni future provenienti dal mercato e senza portare nessun vantaggio per l’ambiente.

Leggi anche “Ambientalismo e socialismo: una storia d’amore”.

Perché Greta Thunberg non salverà l’ambiente (ma il capitalismo sì)

La società negli ultimi duecento anni attraverso l’industrializzazione ha raggiunto livelli di comfort inauditi. Abbiamo sconfitto i grandi morbi dei secoli scorsi come mortalità infantile, poliomielite, meningite, malaria e fame. In cambio abbiamo ottenuto ricchezza, cibo a volontà e mezzi per spostarci in ogni parte del mondo.

Tutto ciò però ci è costato tanto. A causa dell’enorme crescita industriale, le emissioni di gas serra sono aumentate vertiginosamente provocando un aumento delle temperature. 

Media della temperatura globale

Per questo milioni di persone sono scese in piazza a Roma insieme a Greta Thunberg – giovane attivista svedese per il surriscaldamento globale – a ricordarci ancora una volta perché siamo spacciati e come moriremo tutti se non agiamo con azioni drastiche subito. (Ovviamente non riportando nessun dato scientifico a sostegno della sua tesi).

Secondo Greta il futuro dell’umanità è stato venduto perché poche persone possano fare soldi. L’unico modo per fermare il declino dell’ambiente e porre fine alla distruzione del mondo, che – secondo l’attivista – avverrà intorno al 2030, è quello di ridurre le emissioni del CO2 del 50%.

La giovane attivista propone di agire attraverso azioni concrete, politiche innovative, e soprattutto un nuovo modello di sviluppo. Ma c’è un problema: quali?

Quale sarebbe la magica panacea in grado di favorire lo sviluppo economico e nello stesso tempo salvaguardare l’ambiente?

Purtroppo è comune a tutti gli attivisti raccontare una realtà drammatica e catastrofica distorcendo la società attuale. Saranno sempre pronti a concentrare la nostra attenzione con storie eccitanti e distopiche.

Ma il cambiamento climatico è un problema serio, e come tale va affrontato in maniera razionale e scientifica. Bisogna prendere un bel respiro, analizzare i dati  e stare attenti a non intraprendere azioni drastiche. Gli allarmismi da parte di ragazzini di tutto il mondo non portano a nessuna azione concreta da intraprendere. 

In poche parole per risolvere questo enorme problema bisogna guardare in faccia la realtà.

Cerchiamo di fare il punto

La popolazione mondiale è composta da oltre sette miliardi di individui, dei quali un miliardo e mezzo circa, vivono in paesi sviluppati e hanno a disposizione cibo, acqua e cure a volontà (come gli Americani e gli Europei). I restanti cinque miliardi e mezzo, invece, vivono in paesi in via di sviluppo, cioè in condizioni di vita medio/basse (Cinesi o Indiani).

Ora c’è un problema: non possiamo fermare l’innovazione, non per cattiveria e malvagità ma perché semplicemente non si può pragmaticamente fare. Come si nega a sette miliardi di individui di fermare completamente il processo di industrializzazione per tornare ai livelli di iniquità del pleistocene? È oggettivamente impossibile.

Non si può, come propongono Greta e i suoi compagni d’avventura, dimezzare le emissione di CO2 o di altri gas serra per un semplice motivo: l’economia e la società attuale crollerebbe.

La soluzione quindi deve essere un’altra, anzi esiste già: il liberismo e il sistema economico capitalista.

Sembra un’antitesi affermare che il sistema industriale, la causa dei principali fattori di riscaldamento globale, dovrebbe essere lo stesso che ci permetta di risolvere il problema. Ma è cosi. (Prima di chiudere la pagina e tornare alla vostra home di Facebook, per favore continuate a leggere).

Emissioni di CO2 in paesi sviluppati (sinistra) e in paesi in via di sviluppo (destra)

Questi due grafici rappresentano le emissioni di CO2, il principale gas serra, emessi, nel primo, dai paesi sviluppati, mentre nel secondo, da paesi in via di sviluppo.

Grazie ai grafici possiamo sviluppare due asserzioni interessanti:

  1. È evidente come le emissioni dei “greenhouse gas” crescono esponenzialmente nei paesi in via di sviluppo mentre nei paesi sviluppati, dopo una crescita, diminuiscono.
  2. In generale si nota come nella prima fase dello sviluppo economico i paesi, a causa di macchinari e mezzi più vecchi, causano un enorme emissione di gas serra, per poi diminuire nel secondo periodo, nel quale i vari paesi riescono ad ottenere mezzi più efficienti che permettono un migliore uso delle risorse energetiche.

Infatti fra il 2007 e il 2017 le emissioni di CO2 sono diminuite dell’11% in USA e UE e aumentate del 29% in Asia e del 24% in Africa.* [2] E lo stesso sta avvenendo per tutti gli altri gas serra.

Emissioni di CO2 totale in paesi in via di sviluppo (developing Nation) e paesi sviluppati (developed Nation).
Si nota chiaramente come le emissioni nei paesi sviluppati stanno diminuendo.

Questo avviene poiché rispetto alle nazioni in via di sviluppo, i paesi più ricchi adottano sistemi sempre meno inquinanti grazie allo sviluppo capitalistico. 

In poche parole, il capitalismo, la nascita di nuove aziende e innovazioni, salveranno l’ambiente, Greta con la sua retorica apocalittica del “ora o mai più” no. (Anzi, rischia di far solo danni).

Certo, non dobbiamo aspettare le rimodernamenti industriali per salvare il pianeta, occorre nel frattempo assumersi le proprie responsabilità e agire consapevolmente cercando di avere uno stile di vita rispettoso nel confronti del clima e dell’ambiente.

Ma, a differenza di quanto Greta e gli altri attivisti vogliano farci credere, l’umanità non è spacciata, il riscaldamento globale non è un fenomeno irreversibile, bensì risolvibile (se affrontato cautamente con raziocinio), ma soprattutto ci ricorda ancora una volta come il capitalismo possa essere la valida soluzione anche a problemi così complessi.

Note

[1]  https://data.worldbank.org/indicator/en.atm.co2e.kt?end=2014&start=1960&view=chart

[2] https://wattsupwiththat.com/2018/07/03/bp-data-analysis-global-co2-emissions-1965-2017/

[3] https://wattsupwiththat.com/2018/07/03/bp-data-analysis-global-co2-emissions-1965-2017/

* Per il dato numero [2] il merito di averlo divulgato va a Costantino de Blasi su un suo post di Facebook (https://www.facebook.com/Sktrrbrain?epa=SEARCH_BOX)

È veramente tutta colpa del capitalismo?

La crisi del 2008, i cambiamenti climatici, il lavoro sempre più asfissiante, lo stress in aumento, i poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi, insomma, per qualsiasi male di questo mondo la colpa è del capitalismo . È il nuovo morbo del ventunesimo secolo, tutti gli danno la caccia, ma nessuno sa cosa sia. 

Una parola che ormai ha perso il suo vero significato, un orpello ideologico a cui dare la colpa se qualcosa non funziona. Ma cerchiamo di capirne qualcosa.

Il capitalismo è l’attuazione di quell’ideologia chiamata “liberismo”. Ma il liberismo in realtà non esiste, non è mai esistito e non esisterà mai. É semplicemente la libera cooperazione di individui, che senza aver bisogno di un “progettista”, lo stato o il dittatore che sia, fanno fronte alle difficoltà installando relazioni l’un l’altro per trovare la soluzione ai problemi. 

L’unica regola da accettare per un sistema capitalista è la seguente: lasciare gli individui liberi di approcciarsi alla propria vita e ai propri beni come vogliono, a patto di non danneggiare gli altri.  John Locke, John Stuart Mill, Immanuel Kant, Karl Popper, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, tutti questi pensatori si sono battuti per enunciare qualcosa di fondamentale alla società: la libertà personale non produce caos, povertà e iniquità ma bensì armonia, progresso e benessere.

Se qualsiasi sistema sociale non ha mai funzionato, se controllato da qualcuno o da qualcosa, il motivo è semplice: la realtà è estremamente complessa per capirla. In un sistema liberista, non c’è nessuna presunzione di conoscere la realtà in quanto tale, ed è proprio per questo che il capitalismo ha creato un benessere esponenziale.

Basti pensare ai grandi obbiettivi raggiunti negli ultimi anni. In cinquant’anni la popolazione mondiale è raddoppiata[1], sintomo che il benessere è aumentato e le malattie mortali diminuite.

Infatti è grazie alla cooperazione internazionale di menti di tutto il mondo che abbiamo debellato malattie un tempo endemiche come la meningite e il vaiolo. Inoltre la penuria non è più un problema, e le morti per incidenza di omicidi sono al di sotto del 1%.[2]

In soli cento anni abbiamo avuto, l’iPhone, la lavatrice, il PC, internet, l’aria condizionata e un aumento della ricchezza generale di ogni individuo. 

Secondo i critici del capitalismo, la crescita della popolazione non è una giustificazione, infatti, dicono, le diseguaglianze sono aumentate rendendo i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Se si analizzano i dati, però, si nota come se ne 1820 l’84 % delle popolazione mondiale viveva ancora in condizioni di estrema povertà, oggi la percentuale è scesa al di sotto del 10 per cento e continuare ad andare giù!

I decessi per carestia sono infimi rispetto al passato, il reddito pro capite è oggi il decuplo di quanto fosse nel 1850 e l’italiano medio è quindici volte più ricco che nel 1880. [3]

Per i più scettici, osserviamo l’esempio della Cina: da quanto si è aperta al capitalismo, 700 milioni di cinesi sono stati sottrarti alla povertà estrema. [4]

In poche parole, oggi, grazie al capitalismo tanto odiato; viviamo più a lungo, siamo pieni di cibo, le malattie non sono più un problema e siamo tutti più ricchi.

Ma di fronte questo benessere allora perché il capitalismo ci sta antipatico? Dietro i giudizi più drastici e negativi sul sistema capitalista ci sono in realtà umanissimi bisogni di trovare un ordine nelle cose e cercare un colpevole per i nostri problemi personali: e c’è la furbizia tutta politica di attribuirli alle forze impersonali dell’economia.

Il bias della negatività è non è mai stato più forte; tendiamo ad esagerare l’importanza delle cose che vanno male dimenticando quelle che invece vanno bene. Il liberismo è il capro espiatorio, il colpevole a cui attribuire ogni complicazione della vita.

La società moderna ha ancora molti problemi da affrontare, ma se oggi abbiamo raggiunto gli obbiettivi così ambiti in passato, è grazie a quel capitalismo che tutti odiano.

[1] https://ourworldindata.org/world-population-growth

[2] Yuval Noah Harari, “Homo Deus”, p. 19-20, Ediz. Bompiani

[3] Rutger Bregman, “Utopia per realisti”, p 2-3-4 Ediz. Feltrinelli

[4] Rutger Bregman “Utopia per realisti”, p 7 Ediz. Feltrinelli

 

 

 

Capitalismo o socialismo? Guardiamo i numeri

Ignoriamo la propaganda da entrambe le parti, non serve.
Siamo nel 2018, dati sulle performance dei vari stati ce ne sono molti e possiamo sapere in che misura pratichino capitalismo o socialismo.
Guardiamo ai fatti.

L’indice che misura la libertà economica

L’Economic Freedom World index (EFW) misura il grado con cui le politiche e le istituzioni dei paesi supportano la libertà economica.
E’ diviso in 5 macro-aree di analisi.

  1. Dimensione del governo – All’aumentare delle spese, delle tasse e della dimensione delle imprese controllate dal governo, il processo decisionale del governo è sostituito alla scelta individuale e la libertà economica diminuisce.
  2. Sistema giuridico e diritti di proprietà – La protezione delle persone e delle loro proprietà ottenute legalmente è un elemento centrale sia della libertà economica sia della società civile. E’ la funzione più importante del governo.
  3. Denaro stabile – L’inflazione erode il valore di salari e dei risparmi legalmente guadagnati. Per proteggere i diritti di proprietà è essenziale che il denaro sia stabile e affidabile. Quando l’inflazione non è solo alta ma anche volatile, diventa difficile per le persone pianificare il futuro e quindi usufruire efficacemente della libertà economica.
  4. Libertà di commercio internazionale – La libertà di scambiare, comprare, vendere, stipulare contratti, e così via, è essenziale per la libertà economica. Si riduce quando la libertà di scambio non include imprese e individui in altre nazioni .
  5. Regolamentazioni – I Governi non solo utilizzano una serie di strumenti per limitare il diritto di scambio a livello internazionale, ma possono anche sviluppare regolamenti che limitano il diritto di scambiare, ottenere credito, assumere, lavorare per chi desideri o gestire liberamente la propria attività.

Adesso che abbiamo una misura della libertà economica ovvero del grado con cui uno stato attua politiche socialiste o capitaliste, possiamo metterlo in relazione agli indici che misurano il benessere.

 

I numeri

Gli stati sono divisi in quattro gruppi dal meno libero al più libero economicamente.
Il prodotto interno lordo pro capite aggiustato per potere d’acquisto è drasticamente più alto nei paesi economicamente liberi:

 

Anche la crescita del reddito è più alta.

Che dire dell’aspettativa di vita?

 

E dei diritti politici e libertà civili?

 

 

Qualcuno di voi starà pensando “Va bene, va bene, il capitalismo è efficiente, crea ricchezza, aumenta l’aspettativa di vita e assicura diritti politici e libertà civili, ma i ricchi diventano più ricchi e i poveri diventano più poveri, c’è troppa diseguaglianza”.
Legittimo. Andiamo a vedere come se la cavano i poveri.
Questo è il grafico della percentuale di reddito detenuto dal 10% di popolazione più povero:

 

Ci aspetteremmo che nei paesi capitalisti i poveri non abbiano niente perchè “privati della ricchezza dalle fasce di popolazione più alte” mentre nei paesi socialisti, dove c’è una maggiore ridistribuzione della ricchezza, i poveri detengano una percentuale di reddito maggiore.
Come si può osservare dal grafico notiamo che non c’è correlazione tra libertà economica e divario tra ricchi e poveri.
Se andiamo a vedere in che condizioni si trova questo 10% di popolazione il trend è evidente:

 

Nei paesi economicamente liberi i poveri hanno un reddito decisamente maggiore.
Questo grafico rappresenta il tasso di povertà estrema e moderata:

 

 

I poveri se la cavano decisamente meglio nei paesi capitalisti sotto ogni punto di vista e sono anche in numero decisamente minore.
Quante volte si sente dire che le tasse, le regolamentazioni e i gioverni servono per aiutarei poveri?
Quante volte si sente dire che la ridistribuzione della ricchezza è necessaria per diminuire la povertà e aiutare le classi più disagiate?
Quante volte si sente dire che il capitalismo è disumano perchè sfrutta e non aiuta i poveri?
I dati parlano chiaro. Il modo migliore per aiutare i poveri non è togliere ai ricchi ma liberalizzare l’economia.

Visto che non siamo persone superficiali e “i soldi non fanno la felicità” confrontiamo anche un indice non strettamente economico.
Il World Happiness Index delle Nazioni Unite misura la felicità chiedendo alle persone di valutare la loro vita su una scala da 0 a 10 dove 0 è la peggiore vita possano avere e 10 la migliore.
Anche in questo caso il trend è evidente:

 

 

Ma parliamo di ambiente. Quante volte sentiamo dire che il capitalismo distrugge il pianeta.
Mettiamo in relazione l’EFW con l’Enviromental Performance Index (2006):

A quanto pare le economie più liberalizzate sono anche quelle che rispettano maggiormente l’ambiente.
Sia perchè sono più ricche, sia perchè la proprietà pubblica è, per sua natura, più soggetta all’abuso e al danneggiamento rispetto alla proprietà privata.

 

Conclusione

La libertà economica è vincente sotto ogni punto di vista.
E’ incredibile che a più di cent’anni dalla morte di Karl Marx si parli ancora di socialismo e che molti lo considerino un sistema economico e sociale superiore, da attuare e diffondere.

 

Fonte: www.fraserinstitute.org

 

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Emancipazione femminile: il perché di un’anomalia storica

Sin da quando ne ho memoria, sono stato abituato a vedere donne in posizioni di potere, di prestigio, di rispetto. Questo dovrebbe essere, in sé per sé, del tutto scontato, quasi insignificante, se non fosse per il fatto che non lo è. In ogni tempo e in ogni luogo, solo in Occidente, e solo negli ultimi tre secoli la condizione della donna si è evoluta in questo modo.

La domanda da porsi, quindi, è perché solo qui, e perché solo adesso? Forse il socialismo ha eliminato le disuguaglianze fra i sessi, o forse per generosità i governanti hanno concesso il suffragio femminile, il divorzio e l’aborto? Per comprendere questa anomalia storica, è necessario identificare i principali punti di rottura fra l’Occidente moderno e le altre civiltà, passate e contemporanee.

In primo luogo, l’industrializzazione. L’impatto storico di questo fenomeno sul nostro mondo non potrà mai essere sopravvalutato, e questo vale soprattutto per la condizione della donna. Senza elettricità, macchine e la medicina moderna, le donne nei Paesi sviluppati vivrebbero ancora come le loro antenate di secoli prima, quasi tutte analfabete, impegnate esclusivamente a lavorare nei campi, a svolgere le faccende domestiche ed a partorire numerosi figli, spesso a costo della vita.

Tuttavia, il vero contributo dell’industria all’emancipazione femminile consiste nell’aver aperto alle donne il mondo del lavoro. Prima della nascita delle industrie, la manodopera femminile era confinata in una ristretta cerchia di attività economiche, spesso legate in ogni caso alla dimensione domestica (come la tessitura dei vestiti). Con l’avvento dell’industria le donne lavorano insieme agli uomini, imparano a leggere e a scrivere, acquisendo in questo modo i mezzi materiali e la volontà per vivere autonomamente.

L’industrializzazione, a sua volta, è stata resa possibile dallo sviluppo, nel corso di secoli di storia europea, di un sistema economico e produttivo favorevole all’innovazione, il capitalismo. Infatti, senza il sostegno economico di Matthew Boulton, facoltoso imprenditore britannico, James Watt non avrebbe mai avuto i mezzi per sviluppare la sua macchina a vapore, simbolo stesso della prima rivoluzione industriale. Lo stesso Boulton si interessò alle scoperte di Watt per un solo motivo: il profitto. Egli infatti era alla ricerca di soluzioni tecniche per migliorare la produttività delle proprie fabbriche. Come già menzionato, lo sviluppo industriale seguente generò una crescente domanda di manodopera, che ebbe ripercussioni soprattutto sulle donne.

Il capitalismo, a sua volta, si basa su di un singolo punto centrale, dal quale deriva tutto il resto: lo scambio volontario di merci o servizi fra due soggetti, due individui. Non può esservi coercizione, in quanto entrambi gli individui devono essere soddisfatti della transazione. Ciò è possibile solo in un sistema che metta al primo posto l’individuo e la sua libertà. Per questo, in ultima analisi, è sull’individualismo che si basano le conquiste dell’Occidente, compresa l’emancipazione femminile.

Basta pensare ai diritti per cui hanno combattuto le prime femministe: l’individuo ha diritto a prendere parte alla vita pubblica dello Stato, e quindi il voto deve essere esteso anche alle donne; l’individuo ha diritto a decidere in autonomia sulla propria vita affettiva e sessuale, e quindi il divorzio; l’individuo ha diritto sul proprio corpo, e quindi l’aborto (anche se in questo caso, essendo per forza di cose coinvolti più individui, ritengo sia necessario che venga preso in considerazione l’interesse di tutte le parti).

Il movimento femminista delle origini, dunque, aveva un’importante componente individualista, e quindi liberale, e non è un caso che tra i suoi sostenitori ci siano stati grandi nomi liberali come quello di John Stuart Mill. Questa componente si è poi persa nel tempo, e oggi il movimento femminista, dominato dalla sua componente marxista, si batte contro il patriarcato, contro il “gender pay gap” e in generale contro le disuguaglianze (ma solo in Occidente ovviamente, per loro le donne degli altri Paesi non contano niente), proponendo misure collettiviste come le ridicole quote rosa.

L’involuzione subita dal movimento femminista, tuttavia, non ne cancella le vere origini, e sebbene oggi molte femministe siano contro l’industrializzazione, il capitalismo e l’individualismo, è proprio grazie alla combinazione di questi fattori nel corso di secoli se anche loro, così come tutte le altre donne che hanno la fortuna di vivere nei Paesi occidentali, sono libere di cercare la propria felicità, senza influenze esterne che non siano quelle dovute al caso.

Capire il Libero Mercato: 10 aforismi di personaggi famosi

Immagina di essere con i tuoi amici e, ad un certo punto, come sempre, inizia il dibattito politico. Nessuno sa cosa sia il libero mercato, ma lo criticano tutti. Per te loro sono tutti socialisti, tu per loro sei uno strano egoista turbocapitalista che vuole la disumanizzazione totale.

Ecco 10 piccoli passi per capire e far capire il Libero Mercato ai profani:

  1. Condannare il libero mercato a causa di ciò che accade oggi non ha senso. Non ci sono prove che il libero mercato esista oggi. Siamo profondamente coinvolti in un’economia pianificata dall’interventismo, che consente ai partiti di ottenere importanti benefici dal punto di vista elettorale. Si può condannare la frode e il sistema attuale, ma devono essere chiamati con i loro nomi propri: inflazione keynesiana, interventismo e corporativismo. [Ron Paul]
  2. La generazione di oggi è cresciuta in un mondo in cui, sia tramite la scuola che nella stampa, l’imprenditorialità è stata rappresentata come attività disonesta e cercare il profitto è stato definito un atto immorale, e dare un lavoro a centinaia di persone è considerato sfruttamento, ma è considerato onorevole far dare ordini allo Stato ad altrettante persone. [Friedrich Von Hayek]
  3. La nostra libertà di scelta in una società competitiva si basa sul fatto che, se una persona rifiuta di soddisfare i nostri desideri, possiamo rivolgerci a qualcun altro. E non può avvenire con un monopolio statale. [Friedrich Von Hayek]
  4. La grande virtù di un sistema di libero mercato è che non importa di che colore siano le persone; non importa quale sia la loro religione; importa solo se possono produrre qualcosa che vuoi comprare. È il sistema più efficace che abbiamo scoperto per consentire alle persone che si odiano l’un l’altra di confrontarsi e aiutarsi a vicenda. [Milton Friedman]
  5. Tutti i sistemi sono capitalisti. È solo una questione di chi possiede e controlla il capitale – che sia un re, un dittatore o un privato. Dovremmo concentrarci sul contrasto tra un sistema di libero mercato, in cui gli individui hanno il diritto di vivere come re se hanno la possibilità di guadagnare quel diritto, e un sistema in cui l’economia è controllata dallo Stato, come nelle nazioni socialiste. [Ronald Reagan]
  6. Ci son 4 modi per spendere i soldi. Puoi spendere i tuoi soldi per te stesso: in tal caso, sarai davvero attento a cosa starai facendo e cercherai di avere la massima resa per la tua spesa. Oppure, puoi spendere i tuoi soldi per qualcun altro: per esempio, io ho comprato un regalo di compleanno per una persona; in realtà non ho grande interesse per il contenuto del dono, ma sono stato molto attento al costo. Altra possibilità, tu puoi spendere i soldi di qualcun altro per te: e allora se puoi spendere i soldi di qualcun altro per te stai sicuro che ci scapperà una bella mangiata al ristorante! Infine, io posso spendere i soldi di qualcuno per un’altra persona ancora; e se io dovrò spendere i soldi di uno per un altro, non sarò preoccupato a quanto ammontino, né sarò preoccupato su come li spendo. E questo è quel che fa lo Stato. [Milton Friedman]
  7. Il libero mercato è una rete di scambi volontari e gratuiti in cui i produttori lavorano, producono e scambiano i loro prodotti per i prodotti degli altri attraverso prezzi volontariamente raggiunti. [Murray Rothbard]
  8. Il benessere degli Stati Uniti non fu creato dai sacrifici pubblici per il bene comune, ma dal genio produttivo degli uomini liberi che perseguivano i propri interessi personali e la realizzazione del proprio destino. [Ayn Rand]
  9. Il fatto centrale più importante su un mercato libero è che nessuno scambio avvenga a meno che entrambe le parti non ne traggano vantaggio. [Milton Friedman]
  10. Più lo stato pianifica, più l’individuo si trova in difficoltà nell’organizzare la propria vita. [Friedrich Von Hayek]