Spesso, a torto, si sente sostenere che l’attuale sistema pensionistico è da imputare a un sistema liberista volto a impoverire la popolazione italiana e farla morire lavorando.
Sfatiamo subito questo mito, a noi liberali questo sistemapensionistico non piace per niente, la riforma Fornero NON è stata una riforma liberista, bensì una riforma contabile.
Essa è stata una riforma inevitabile per la struttura del sistema pensionistico italiano perché è completamente concentrato nel perimetro pubblico e, per far sì che questo non implodesse, è stato necessario bilanciare le entrate e le uscite di cassa future con un aumento dei contributi versati, un aumento dell’età pensionabile e la riduzione degli assegni a causa della non indicizzazione all’inflazione.
È stata inevitabile e saranno inevitabili altre riforme di questo tipo perché, contrariamente a quanto viene propagandato spesso, i soldi non sono infiniti e lo stato, qualsiasi esso sia, non è onnipotente e non può incidere, se non in misura ridotta, in fattori di così grande portata come il trend demografico di una nazione.
Il nostro sistema pensionistico funziona come un enorme schema Ponzi nel quale si dovrebbe sperare che sempre più persone inizino a lavorare, quando secondo il trend demografico questo non sta accadendo, e che sempre più pensionati smettano di percepire l’assegno pensionistico lasciando al sistema i contributi non riscossi (lascio al lettore immaginare cosa voglia dire).
Alla luce di questo, il sistema pensionistico italiano, contributivo e a ripartizione, NON è il sistema di riferimento per i liberisti.
Un sistema liberista sarebbe uno a capitalizzazione individuale, il lavoratore metterebbe da parte i contributi su un conto previdenziale privato in modo da costruirsi la propria pensione personale che non sia dipendente da contributi di altri e dalla quale riceverebbe degli interessi, anche questi da reinvestire sul conto previdenziale in modo da aumentare ulteriormente la propria pensione futura.
Ora proviamo a immaginare in cinque situazioni di criticità come rispondono le pensioni contributive pubbliche e delle ipotetiche pensioni private a capitalizzazione individuale.
Il primo elemento di criticità che quasi ogni giorno tiene banco nel dibattito pubblico è l’ingiustizia di andare in pensione in età avanzata dopo aver passato la vita con un lavoro usurante. Contro intuitivamente un sistema privato andrebbe a vantaggio principalmente di questa categoria, composta in prevalenza da persone scarsamente specializzate e che entrano precocemente nel mercato del lavoro, perché, anche se verserebbero un contributo più basso, inizierebbero a versarlo molti anni prima rispetto a altri lavori maggiormente specializzati caratterizzati da un ingresso nel mercato del lavoro in un’età più avanzata, facendo si che gli interessi, seppur su importi minori, agirebbero per un maggior numero di anni e favorendo la costituzione di un montante adeguato per andare in pensione prima rispetto a un sistema pubblico in cui l’età di pensionamento dipende esclusivamente dal decisore pubblico.
Una seconda criticità dipende dalla percezione che i lavoratori hanno dei contributi previdenziali che le aziende versano in loro favore, oggi sono vissuti come una tassa (di fatto lo sono) perché non è esplicito quanto sia l’ammontare di contributi versati nelle casse dell’Inpse non è chiaro, per chi non è un addetto ai lavori, come verrà calcolata la pensione. In un sistema pensionistico a capitalizzazione i contributi sarebbero percepiti come parte dello stipendio (di fatto lo sarebbero) perché confluirebbero direttamente nel conto previdenziale privato cioè nel patrimonio del lavoratore. Questo li allontanerebbe dal mercato del lavoro irregolare perché a parità di stipendio percepito, il guadagno del lavoratore in nero sarebbe nettamente inferiore a quello del lavoratore regolare e non potendo più terziarizzare i contributi, farseli cioè pagare da altri, sarebbe incentivato a farseli versare direttamente in azienda.
Nel mercato del lavoro odierno, caratterizzato da una maggiore discontinuità lavorativa rispetto al passato, la perdita di lavoro corrisponde a un cessazione del versamento dei contributi, questo si ripercuote non solo sulla situazione reddituale presente, ma anche sulla situazione reddituale futura. In un sistema privato, essendo composto anche dagli interessi oltre che dai contributi versati, il problema, pur rimanendo, avrebbe un impatto negativo minore perché quest’ultimi continuerebbero a maturare a prescindere che il lavoratore stia o meno continuando a lavorare e versando i contributi.
Mediamente in Italia viene percepito un assegno pensionistico fra il 70% e l’80% rispetto agli ultimi stipendi riscossi prima di uscire dal mercato del lavoro ed è la stessa percentuale che viene mediamente riscossa nei sistemi privati con la piccola differenza che in Italia i contributi pensionistici ammontano al 33% dello stipendio lordo mentre nei paesi che adottano il secondo sistema i contributi sono nettamente inferiori (in Cile ad esempio solo il 10%), le pensioni private quindi raggiungono lo stesso risultato, ma con un impiego di risorse economiche molto inferiore, questa differenza è una vera sottrazione di risorse private che potrebbe essere impiegata per consumi o investimenti dai quali, al giorno d’oggi, il lavoratori sono completamente esclusi. Inoltre contributi pensionistici così alti incidono negativamente sul cuneo fiscale, disincentivando l’assunzione. Abbassarli vorrebbe dire aumentare l’occupazione e disincentivare il lavoro nero.
C’è un ulteriore aspetto che premia le pensioni private rispetto a quelle pubbliche ed è la reversibilità, non è raro che una persona muoia prima di aver maturato il diritto a riscuotere l’assegno pensionistico o prima di aver consumato completamente il proprio credito presso le casse previdenziali. Nel sistema pubblico spesso oltre al danno si assiste alla beffa. Dopo aver pagato una vita intera per poter godere di un servizio futuro, quale è la pensione, non solo ne si è esclusi personalmente dal consumo, ma ne sono esclusi anche tutti propri cari che non goderanno di questo servizio, se non in minima parte, costituendo, di fatto, un ulteriore tassazione a fondo perduto avvenuta durante la vita alla quale non verrà mai corrisposto il servizio promesso.
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