Chernobyl e l’incalcolabile prezzo delle menzogne

Se prima temevo il prezzo della verità, ora io mi chiedo solamente: qual è il prezzo delle menzogne?
– Valery Legasov

L’ultima produzione di HBO, ampiamente acclamata dalla critica[1] e dal pubblico, è la serie Chernobyl. In 5 tesissimi episodi, la serie televisiva espone tutti i dettagli e i retroscena della famosa tragedia nucleare sovietica in maniera ineditamente cruda, feroce, viscerale.

Chernobyl riesce a esplorare tutta la carica drammatica di un nemico implacabile e invisibile: le radiazioni. Questo fantasma prende vita dai resti dell’esploso reattore 4 della Centrale Nucleare Vladimir I. Lenin, la famosa Centrale di Chernobyl, rendendo la storia di tutti i personaggi un vero supplizio. Tutti sono consapevoli di essere già stati condannati a morte – alcuni moriranno nel giro di giorni, altri in qualche mese, altri ancora in pochi anni.

Non si può scappare dalle radiazioni. Il fisico nucleare Legasov afferma a un certo punto che the atom is a humbling thing (traducibile con “l’atomo è qualcosa che ci rende più umili”), appena per sentirsi ribattere dal ministro Shcherbina it’s not humbling, it’s humiliating (parafrasando, non ci rende più umili, ci umilia). Nel contesto della serie, entrambi hanno ragione: i personaggi, tutti, senza esclusioni, si sentono tanto umili quanto umiliati di fronte all’ineluttabilità della catastrofe che li circonda. Il tocco finale è la colonna sonora, interamente registrata proprio all’interno di alcune centrali nucleari, che è capace di mantenere il telespettatore in un’estasi di suspense soffocante.

Come dicevo, Chernobyl vanta numerosi meriti cinematografici e i produttori hanno avuto la singolare capacità di far sì che il pubblico riuscisse a vivere l’ampia gamma di emozioni e angustie che le vittime della cittadina sovietica di Pripyat provarono all’epoca del disastro. Ma la serie va ben oltre: se molte volte rimaniamo soffocati di fronte al peso dell’ecatombe nucleare che si sviluppa davanti ai nostri occhi, non possiamo non rimanere asfissiati in maniera analoga di fronte al peso della devastazione sociale sovietica che fa da background alle tragedie narrate. Ed è quest’ultimo la causa del primo, concetto che è bene che risulti chiaro a tutti fin dal principio.

Mi spiego meglio: il catastrofico incidente nucleare di Chernobyl, responsabile della devastazione di una ricchissima regione, tale da renderla simile ai peggiori scenari dei film post-apocalittici[2], non è la vera – o, comunque, non l’unica – tragedia raccontata dalla serie.

Il vero flagello della serie è umano, troppo umano, ed è responsabile delle terribili conseguenze che destano l’orrore del pubblico durante 5 interi episodi. Chernobyl ci offre alcuni dei migliori insight circa le conseguenze della tirannia e della menzogna.

Jordan Peterson afferma che “in a true tyranny, everyone lies about everything all the time. And that’s why it’s hell”. 

La tragedia affonda ivi le proprie radici, nella persistente e completa negazione della realtà. In un regime totalitario regna il più assoluto dei relativismi. Non esiste ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: esiste solamente la cieca obbedienza. Obbedire è essere liberi, se mi permettete di parafrasare le parole di George Orwell. Per tale motivo, tutti mentono su tutto. Tutti hanno bisogno di mentire su tutto per tutto il tempo.

E questa negazione della realtà, nel 1986, è una bomba a orologeria pronta a esplodere.

Il fatto che l’incidente in questione sia avvenuto proprio in una centrale nucleare intitolata a Vladimir I. Lenin è una di quelle tristi ironie della storia umana che non passa inosservata a uno sguardo attento. Il sistema delle centrali nucleari era, all’epoca, il grande orgoglio sovietico. L’Unione Sovietica possedeva un numero di centrali maggiore rispetto a qualsiasi altro Paese e la complessa rete di energia nucleare rappresentava la perfezione del socialismo, della pianificazione centralizzata, dei piani quinquennali di Stalin e del sistema istituzionale votato a obbedienza, gerarchia e ordine. Era una prova del fatto che il socialismo era in grado di raggiungere anche il più avanzato livello tecnologico: era sufficiente obbligare le persone a perseguirlo.

L’esplosione del reattore 4 seppellisce questa favola lungamente decantata. Dopo la catastrofe, il mondo intero nota che “il re è nudo” (e lo è sempre stato), anche i più alti esponenti del Partito Comunista Sovietico. Lo stesso Gorbachev, nelle sue memorie, sostiene espressamente che l’incidente è stato il grande responsabile della caduta dell’URSS.

Nella serie, egli afferma “our power comes from the perception of our power”, ossia che il reale potere dell’Unione Sovietica deriva dalla percezione che si ha di tale potere. È possibile sostituire il regime sovietico con qualsiasi regime collettivista, o, più semplicemente, con qualsiasi regime che, in maggiore o minor misura, preferisce appiattire l’individuo, trasformandolo in un mero ingranaggio del sistema. Laddove gli individui sono dei semplici mezzi, e non dei fini, le tragedie sono sempre all’orizzonte.

Continuando l’analisi, l’URSS si autosostenta grazie al potere delle apparenze, della percezione, della menzogna. Sfortunatamente per i sovietici, la Verità è già di per sé un potere, un potere in grado di annichilare le apparenze.

La Verità, così come la radioattività – che lascia il pubblico senza fiato in ogni singolo minuto della serie –, è ineluttabile, trascendentale, e può essere mortale. E Chernobyl è stata in grado d’intrecciare simbolo e tragedia numerose volte nei 5 episodi. Il pubblico si sente soffocato, sì, perché le radiazioni rappresentano una minaccia troppo grande alla vita di tutti i personaggi, ma si sente anche, talvolta incoscientemente, asfissiato dal peso incontestabile della Verità, della realtà che s’impone con la forza anche con chi si rifiuta di vederla e affrontarla.

Risulta chiaro fin dall’inizio che l’incidente della centrale nucleare è il risultato di una serie di menzogne in crescendo, che finiscono per sommergere tutta la delicata attività dell’impianto in un mare d’ignoranza e decisioni irresponsabili e imprudenti. Non poteva esservi un altro finale possibile in un contesto del genere.

Gli operatori addetti alla sala di controllo mentono a loro stessi, accettando l’autorità abusiva e insignificante di Anatoly Dyatlov, per paura del potere che questi detiene all’interno del regime. I superiori di Dyatlov, a loro volta, hanno mentito più e più volte nel programma dei test della centrale, disobbedendo a tutti i protocolli e alle linee guida delle operazioni di controllo di sicurezza: il reattore 4 era stato inaugurato anni prima dell’incidente e i responsabili della centrale erano stati insigniti con tutti gli onori sovietici possibili in una cerimonia che altro non era che una pantomima, dal momento che l’ultimo test di sicurezza previsto, requisito essenziale per garantire il corretto funzionamento del reattore, non era mai stato eseguito. Tutta la ricerca e la progettazione delle centrali nucleari dell’Unione Sovietica era una grande farsa, in cui era stato possibile occultare e distruggere pagine e pagine di ricerca scientifica i cui risultati potevano risultare scomodi per il regime.

E lo stesso processo atto a individuare i colpevoli di questo disastro finisce con l’essere anch’esso una farsa,  una vera e propria montatura, che acquisisce un senso solo per gli individui coinvolti, parte integrante di un sistema schiavo della menzogna, delle apparenze, della forma e della liturgia insensata.

Se non ti piace o ti risulta scomoda la Verità contenuta nella conclusione di una ricerca scientifica in ambito fisico-nucleare, non vi è nulla di più semplice che distruggerla ed esiliare il ricercatore. È in questo modo che i sovietici affrontavano la Verità. Pensavano che fosse il metodo più facile. Ma aveva ragione Ayn Rand, quando diceva che “puoi anche ignorare la realtà, ma non puoi ignorare le conseguenze della realtà”.

Distruggere tutti i registri dei centri di ricerca nucleare in cui si fa riferimento al fatto che i reattori RMBK non sarebbero sicuri, non li rende sicuri, ma semplicemente ostacola la ricerca di metodi e protocolli atti a incrementarne la sicurezza e a ridurre rischi operazionali potenzialmente letali. Quei reattori non erano dotati di un sistema di spegnimento d’emergenza che fosse realmente efficace. E, seppur consci di ciò, gli scienziati responsabili portarono comunque avanti il progetto. Il risultato di questo climax di menzogne non poteva essere diverso da quello che poi avvenne: il reattore 4 esplose durante un test di sicurezza, creando un immenso Nuclear Wasteland.

Chernobyl è la prova che l’uomo, in fin dei conti, può scegliere se aggrapparsi alla menzogna o alla Verità, ma la sua scelta avrà necessariamente un costo, delle conseguenze. È impossibile fuggire dalle conseguenze.

Ignorare la tragedia – o mentire su di essa – è una scelta. Purtroppo però la realtà ti divorerà comunque, che tu la riconosca oppure no.

L’altra opzione è accettare la realtà, e, in tal caso, l’uomo è portato al sacrificio finale. Il sacrificio è il pesante fardello che portiamo e, se siamo in grado di sopportarlo, se lo portiamo con coscienza, possiamo affrontare a testa alta le dure conseguenze della realtà. Perseverare nella menzogna non solo coltiva tragedie, ma ci priva anche della capacità di affrontarle quando queste accadono davanti ai nostri occhi.

Questo è uno dei punti forti della serie.

Chernobyl dimostra che l’unica forma di salvarsi e salvare il prossimo è accettare la realtà. Legasov e Shcherbina interrompono il ciclo di menzogne e sono i primi ad accettare come un fatto il verificarsi dell’esplosione. Tutti gli altri personaggi prima di loro non fanno che ripetere l’insana domanda “ma come può un reattore RBMK esplodere?”, come se la supposta impossibilità teorica – o la ripetizione delle proprie convinzioni – possa essere capace di cambiare la realtà. Dyatlov non ammetteva l’esplosione del reattore, neanche dopo i reiterati rapporti dei suoi sottoposti, che entravano nella sala di comando vomitando, col viso ustionato, la pelle che si disfaceva sotto i loro occhi, la disperazione stampata sul volto. “State avendo delle allucinazioni”, concludeva Dyatlov.

Legasov, al contrario, accetta la realtà dell’esplosione del reattore fin dall’inizio. A partire da lì, con il fortunato aiuto del ministro Shcherbina, decide di sacrificarsi per impedire la trasformazione di mezza Europa in un deserto nucleare, con la consequenziale morte di decine o centinaia di milioni di persone. Il sacrificio può essere compiuto solo dopo essere entrati effettivamente in comunione con la Verità – o con la realtà. Ed è pertanto possibile solo una volta interrotto il ciclo di (auto)inganni, dopo aver percepito che non sono gli altri ad avere le allucinazioni.

In un determinato momento della serie, l’incisivo Shcherbina dice a Legasov: “Hai già lavorato in miniera? Ti do un consiglio: di’ la verità. Questi uomini lavorano nell’oscurità. Vedono tutto”.

Gli unici qualificati per cercare di stabilizzare l’azione potenzialmente distruttiva del nucleo – che potrebbe causare un’esplosione termoelettrica in grado di far saltare in aria gli altri 3 reattori di Chernobyl – sono i minatori, incaricati di scavare un tunnel sotto il reattore per consentirne il raffreddamento prima che il nucleo incandescente sciolga le strutture circostanti raggiungendo le cisterne d’acqua. I minatori sono anche uomini che vivono nell’oscurità e che non sopportano le menzogne; si importano della vita dei propri compagni e ricercano la verità in ogni parola. Proprio per questo, sono uomini che non accettano le menzogne ufficiali delle autorità statali.

I minatori possono anche obbedire agli ordini del governo sovietico – cosa che effettivamente fanno, votandosi volontariamente al sacrificio finale –, ma solamente dopo aver saputo esattamente cosa stanno affrontando. Difatti, sono disposti a morire pur di non vendere la propria coscienza ai burocrati sovietici, nel caso in cui non mostrino loro i fatti così come stavano. Fatto sta che i minatori impediscono che la menzogna penetri nelle loro coscienze.

A causa dell’attività del nucleo di uranio, il calore durante gli scavi aumenta tanto che questi sono costretti a lavorare nudi per poterlo sopportare. Ciò non sminuisce la loro dignità, bensì la mette ancor più in evidenza agli occhi degli altri. I minatori non si vergognano di essere nudi di fronte alle autorità e al resto del mondo. In realtà, simbolicamente, i minatori sono sempre stati nudi, ancora prima di togliersi i vestiti.

La serie termina con Legasov che, in una delle più profonde conclusioni di una serie TV, sentenzia: “i nostri segreti e le nostre menzogne sono praticamente ciò che ci definisce. Quando la verità offende, noi mentiamo, ancora e ancora, fino a dimenticarci della sua esistenza… ma la verità continua a esistere. Ogni menzogna che raccontiamo genera un debito con la verità. E prima o poi questo debito va pagato.”

“Quando la verità offende, noi mentiamo”. Nonostante ciò, Chernobyl e Ayn Rand ci provano che mentire è impossibile, perché il debito (per Chernobyl) e le conseguenze (per la Rand) dovranno inevitabilmente essere pagati.

La menzogna altro non è che un modo per ritardare un’esazione inevitabile da parte della realtà, il più puntuale dei creditori.

Ogni domanda scomoda che scegliamo di non fare per quieto vivere, ogni volta che accettiamo a capo chino le più evidenti distorsioni della realtà, ogni verità che ci offende, è semplicemente un indebitamento crescente nei confronti della realtà. Sempre Peterson ci insegna che “dire la verità è trarre all’Essere la più accettabile delle realtà. La verità costruisce edifici che possono rimanere in piedi per migliaia di anni. La verità alimenta e veste i poveri, e rende le nazioni ricche e sicure. […] La verità è la più grande e inesauribile risorsa naturale. È la luce nell’oscurità. […] In Paradiso, tutti dicono la verità. È questo che lo rende il Paradiso”.

Chernobyl ci fa pensare alla nostra civiltà, che accetta sempre più che vengano corrotte le proprie istituzioni, il proprio linguaggio e i propri valori fondanti, tra cui il più grande di essi, la libertà. Ci mostra che si cede sempre maggior spazio, codardamente e convenientemente, al politicamente corretto, alle reiterate farse ideologiche e allo stretto prisma marxista per l’interpretazione della complessa e ricchissima realtà sociale. Chernobyl ci dimostra come la nostra civiltà, una volta basata nella Verità e nella ragione, sia stata ora ricostruita sulle fragili basi della menzogna e del relativismo. Ci costringe a guardarci allo specchio, e ciò che vediamo non ci piace.

In una delle ultime scene, la telecamera riprende un dipinto sulla parete di una vecchia scuola della cittadina di Pripyat, in cui è rappresentata una donna con un bambino in braccio. La parete risulta scollata e la bocca della donna, distrutta.

La serie si chiude così, con un’eloquente allerta sui costi del silenzio e della nostra distruttiva passività. La radioattività, la centrale nucleare, l’esplosione, Pripyat. Nulla avviene per caso, niente è fortuito. La Verità è il più puntuale e severo dei creditori e, a questo ritmo, il sacrificio può finire con l’essere la nostra unica via d’uscita possibile.

Il registro ufficiale russo dichiara ancora oggi che vi furono solamente 31 vittime nell’incidente di Chernobyl.

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[1] Chernobyl ha ottenuto il voto 9.6 sul sito IMDb, il che la rende la serie TV meglio valutata della storia, superando anche serie di alto livello come Breaking Bad e Game of Thrones.

[2] Secondo le stime, quell’immensa regione rimarrà inospitale per i prossimi 24.000 anni.

 

Prima riordina la tua camera e poi cambia il mondo

Che tipo di programma politico puoi aspettarti da qualcuno che non sa nemmeno pianificare da solo il contenuto del proprio armadio?

In una ormai famosa puntata del podcast di Joe Rogan, lo psicologo Jordan B. Peterson ha sottolineato quanto sia strano che molti giovani impegnati politicamente siano preoccupati di riorganizzare la società e il sistema economico quando non riescono nemmeno a tenere in ordine le proprie camerette. Ha detto:

I giovani di 18 anni non possono trovare soluzioni all’economia, non sanno nulla dell’economia. È una macchina complessa che va oltre la comprensione di chiunque. Sanno almeno riordinare la propria stanza? No. Beh, ci pensino. Dovrebbero pensarci, perché se non riescono nemmeno a pulire la loro stanza, chi diavolo sono loro per dare consigli al mondo?

In realtà, come dimostrarono i filosofi dell’economia Ludwig Von Mises, Friedrich Von Hayek e Leonard Read, l’economia di mercato è così spaventosamente complessa che neanche un pianificatore centrale onnisciente, perfetto e virtuoso (presumibilmente con una squadra tecnica immacolata) saprebbe pianificarla centralmente. Dunque, cosa possiamo aspettarci da qualcuno che neanche sa mettere in ordine il proprio armadio?

Eppure, molti giovani sono appassionati dall’idea di “cambiare il mondo” e sono profondamente negligenti con il loro piccolo angolo di mondo, la loro stanza. Questo approccio alla vita è una ricetta per l’angoscia e la depressione. Voler cambiare cose che non puoi cambiare porta a sentimenti di frustrazione e impotenza. Trascurare le cose che puoi cambiare, invece, porta alla stagnazione e alla crisi.

La prescrizione del Dr. Peterson per questo disturbo è la seguente:

La mia sensazione è che se vuoi cambiare il mondo, devi iniziare da te stesso e poi lavorare verso l’esterno, in questa maniera potrai sviluppare le tue competenze

Peterson continua:

Il mondo è presentato come una serie di enigmi, alcuni dei quali sei in grado di risolvere e altri che non puoi risolvere. Hai molti enigmi davanti a te che puoi risolvere, ma decidi di non farlo. Queste sono le cose che pesano sulla tua coscienza (…)

Perché la domanda è: quanto stiamo contribuendo al fatto che la nostra vita è una catastrofe esistenziale e una tragedia? Quanto contribuisce questa nostra corruzione a tutto ciò? Questa è una domanda che vale davvero la pena di porsi.

Le cose che tu decidi di non fare. Perché sei arrabbiato, sei risentito o sei pigro. Bene, consulta la tua coscienza e dille: “Beh, sai, in quel posto potrebbe esserci bisogno di un po’ di lavoro“. È come lavorare su te stesso. E così inizi pulendo la tua stanza, perché puoi. E poi le cose iniziano ad essere un po’ più chiare intorno a te. E tu stai un po’ meglio, perché ti sei esercitato. E sei anche un po’ più forte. E poi qualcos’altro si manifesta e dice: “Beh, forse puoi anche provare a riparare questo o quello“. Quindi decidi di farlo e anche questo diventa un altro piccolo risultato raggiunto…

… e poi magari imparerai abbastanza in questa maniera, che potrai risolvere i problemi della tua famiglia, e dopo averlo fatto, avrai abbastanza carattere, cosicché quando cercherai di operare nel mondo, nel tuo lavoro, o forse nelle sfere sociali più ampie, sarai una forza positiva anziché un danno.

Il messaggio di Peterson, “pulire la propria stanza”, ha colpito molti giovani ed è diventato virale. Innumerevoli ascoltatori di Peterson hanno riferito di come le loro vite siano cambiate e di come tutto sia iniziato con la pulizia delle loro stanze.

Questo è ottimo anche per “l’economia” e “il mondo”, perché il miglioramento di questi concetti astratti consiste nel miglioramento delle vite individuali che li compongono. E un tale miglioramento individuale può realmente avvenire solo attraverso la responsabilità e l’azione dell’individuo.

Il consiglio di Peterson è di iniziare con poco: basta iniziare con la tua vita e il tuo dominio di competenza. Inoltre, Peterson consiglia di iniziare poco a poco nel senso di iniziare con compiti relativamente facili. La pulizia di un angolo della tua stanza può essere uno degli elementi più facili nella tua lista di cose da fare. Ma il fatto che sia facile lo rende un ottimo punto di partenza, dato che puoi davvero farlo anche se la tua forza di volontà non è particolarmente alta.

Una volta che lo fai, il piccolo senso di realizzazione si nutre della tua efficacia e ti dà abbastanza forza di volontà per fare qualcosa di un po’ più difficile: ad esempio, pagare una fattura. Raggiungere questo step rafforza ulteriormente la tua auto-efficacia, permettendoti di compiere un’impresa ancora più grande, e così via. Se ci stai, alla fine puoi aumentare il livello di difficoltà, migliorarti e ottenere cose davvero impressionanti nella tua vita e nella tua carriera. 

Traduzione di Alessio Cotroneo

“Tear down this wall!”, il discorso del Presidente Reagan che ha fatto la storia

Sono passati 32 anni da quel 12 giugno del 1987, quando il Presidente statunitense Ronald Reagan pronunciò a Berlino, davanti alla Porta di Brandeburgo, un discorso che fece la storia.

Dopo 24 anni il celebre “Ich bin ein Berliner” di John F. Kennedy, rivolgendosi al Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, Reagan pronunciò la famosa frase:
“Mr. Gorbaciov, tear down this wall!“, tradotta in italiano: “Gorbaciov, butti giù questo muro!”.

Era la seconda visita di Reagan in cinque anni a Berlino, quel giorno si festeggiava il 750esimo anno dalla nascita della città in un momento in cui era molto alta la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
C’era un intenso dibattito internazionale sul posizionamento di missili statunitensi a corto raggio in Europa, e la corsa agli armamenti da parte degli Stati Uniti in quegli anni aveva raggiunto livelli da record. Davanti alla Porta di Brandeburgo c’erano circa 45mila persona ad attendere il Presidente Reagan.

Il Presidente Reagan, che arrivò la mattina di quel 12 giugno a Berlino su un aereo partito da Venezia, dove si era tenuto un vertice del G7, prese la parola subito dopo il discorso del cancelliere della Germania Ovest, Helmut Kohl.

La Porta di Brandeburgo venne scelta come luogo simbolico perché si trovava a poca distanza dal muro che divideva la città di Berlino in due. Dietro al palco vennero installate, per la sicurezza di Reagan, delle alte vetrate antiproiettile per evitare gli spari di eventuali cecchini dalla zona est della città.

Quello del 12 giugno 1987 fu un discorso molto importante, in cui il Presidente Reagan inserì espressioni come “C’è una sola Berlino”, ricordando che anche lui come molti suoi predecessori aveva “ancora una valigia a Berlino”, parole di una canzone nota di quell’epoca in Germania cantata da Marlene Dietrich.

In quegli anni Gorbaciov stava tentando di aprire il Partito comunista e l’Unione Sovietica ed era impegnato in un complicato e ambizioso programma di riforme e rinnovamento, la cosiddetta perestrojka. A un certo punto, durante il suo discorso, Reagan lo incalzò così:
“Accogliamo con favore il cambiamento e l’apertura, perché crediamo che la libertà e la sicurezza vadano di pari passo, che il progresso della libertà umana non può che rafforzare l’obiettivo della pace nel mondo. C’è solo un’ineccepibile azione che i sovietici possono fare, che farebbe progredire notevolmente la libertà e la pace. Segretario generale Gorbaciov, se davvero vuole la pace, se vuole la prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa orientale, venga qui a questa porta. Gorbaciov, apra questa porta. Gorbaciov, Gorbaciov, butti giù questo muro!”


Lo staff di Reagan che il Consiglio di Sicurezza Nazionale e la CIA avevano avuto dei dubbi sulla frase “tear down this wall”, perché secondo loro avrebbe potuto generare controversie e aggravare ulteriormente i rapporti con l’Unione Sovietica. Qualcuno aveva provato a far cambiare idea a Reagan dall’autore del discorso il vice speechwriter della Casa Bianca, Peter Robinson, e il suo capo Anthony Dolan ma nessuno convinse il Presidente Reagan e la mantenne nel suo discorso.


Il discorso di Reagan, venne giudicato “provocatore” dalle autorità sovietiche, non ebbe inizialmente grande risonanza sulla stampa, soprattutto in quella americana.


Infatti il New York Times e il Washington Post, il giorno dopo il discorso di Reagan a Berlino, non misero la notizia in prima pagina. Il settimanale Time scrisse che la performance di Reagan era stata buona, anche “se non sufficiente a cancellare l’impressione che stia perdendo l’iniziativa a vantaggio del rivale sovietico.

Henry Kissinger commentò che Mosca non avrebbe mai abbattuto il Muro, nessuno pensava che questo potesse crollare. Lo stesso Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Reagan, Frank Carlucci, disse che la frase era buona, ma che non si sarebbe mai realizzata.
L’unico che parlava del crollo del Muro di Berlino era Reagan, dotato di una lungimiranza tipica di uno statista oltre il prodotto di una strategia politica.


Infatti, nel gennaio del 1989 l’allora leader tedesco orientale Erich Honecker sosteneva che il Muro sarebbe esistito anche 100 anni dopo “fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”. Invece il 9 novembre di quello stesso anno, ovvero circa due anni e mezzo dopo il famoso discorso di Reagan, il portavoce del governo della Germania Orientale, Gunter Schabowski, comunicò: “Le persone che desiderano partire definitivamente si possono presentare a tutti i posti di frontiera tra Ddr e Germania federale o a Berlino ovest. A quanto mi risulta la nuova legge vale da subito, da ora”.

Il 9 Novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino, ma esso cominciò sicuramente a sgretolarsi due anni prima, nel giorno di quel discorso tenuto dal Presidente Ronald Reagan, uno statista a cui la cultura liberale e anche il popolo europeo, devono tanto.

Riformiamo il sistema detentivo guardando a San Marino

La vicina Repubblica di San Marino è uno Stato all’avanguardia in materia di sistema penale.

Sarà per contingenza, dato che l’unico carcere della Repubblica ha sei celle, sarà perché è noto che gli Stati piccoli curano di più gli individui che ci vivono rispetto a quelli grossi, che tendono a punirli e basta.

Cosa possiamo imparare dalla piccola Repubblica del Titano?

Riforma della giustizia

Ha poco senso parlare di riforma del sistema detentivo finché il codice penale italiano resta quello fascista, che come scopo aveva quello di instillare nei cittadini il Sacro Timor di Stato.

Dobbiamo abolire i reati senza vittima, iniziare un ampio piano di legalizzazione della droga e introdurre, come già accade in altri Stati, l’azione penale facoltativa, la giustizia bagatellare e i danni punitivi, che vanno ad escludere l’azione penale creando, però, l’effetto deterrente.

In tal modo si alleggerirà di netto il sistema penale e carcerario: Non vi verranno immessi spacciatori e taccheggiatori, affidati alla giustizia bagatellare, né piccoli criminali, che potrebbero cavarsela con un danno punitivo pagato alla vittima.

Niente cautele

In Italia si fa ampio uso della custodia cautelare, col risultato che chi viene assolto dovrà essere risarcito, a spese dei contribuenti  e non del giudice. Se, intanto, l’ingiustamente detenuto è membro di qualche categoria “cattiva”, come ad esempio un imprenditore maschio e donnaiolo, non si può escludere che il giudice che l’ha mandato in galera sia stato mandato in Parlamento.

A San Marino le misure cautelari sono scarsamente utilizzate. Oltre a far pagare ai giudici le spese per l’ingiusta detenzione l’Italia dovrebbe adottare altre misure cautelari come il divieto di avvicinamento ad una persona specifica o ad un luogo ed, eventualmente, il concetto di cauzione.

Misure alternative

Ma la vera vittoria della Serenissima Repubblica sta nella riabilitazione: Invece di rinchiudere chi sbaglia, come se fosse un’onta da nascondere, esiste una commissione nazionale che si occupa di riabilitazione ed ogni condannato ha un tutor che deve reinserirlo, consigliandolo come un amico, nella società e nel mondo del lavoro.

Se indubbiamente alcune persone, come mafiosi e assassini gravi, è meglio tenerle chiuse e separate, almeno temporaneamente, dalla società è innegabile che tanti reati oggi puniti col carcere potrebbero essere  gestiti in modo migliore per tutti tramite un sistema di riparazione, compensazione e, per lievi reati dovuti alla povertà, al reinserimento nel mondo del lavoro, con una cesura minima tra l’individuo che ha sbagliato e la società, riducendo anche il rischio di reiterazione.

L’inversione della curva dei tassi d’interesse: è in arrivo una nuova crisi?

La linea blu rappresenta il tasso di interesse sui titoli del Tesoro USA a 3 mesi. La linea rossa, il tasso di interesse sui titoli del Tesoro USA a 30 anni.

Le barre grigie verticali rappresentano i periodi di recessione economica.

(ignorate la discontinuità della linea rossa tra il 2002 e il 2006, è un errore dell’algoritmo) 1

Anche un osservatore laico può immediatamente percepire una relazione diretta: ogni volta che la linea rossa cade sul blu – e specialmente quando è sotto il blu – si verifica una recessione pochi mesi dopo.

Vediamo ora quest’altro grafico. La linea blu continua a rappresentare il tasso di interesse sui buoni del Tesoro a  3 mesi . La linea verde, il tasso di interesse dei titoli del Tesoro  decennale.2

Possiamo fare la stessa osservazione che è stata fatta per il primo grafico, con l’unica eccezione per il lontano 1966, l’unica volta in cui le linee si intersecarono e non ci fu recessione.

Il fenomeno

Tale fenomeno è chiamato inversione della curva di interesse. In inglese, c’è un termine pomposo: inverted yield curve.

L’inversione si verifica quando i tassi di interesse a lungo termine (in questo caso, 30 anni) sono inferiori ai tassi di interesse a breve termine (in questo caso, 3 mesi). Chiaramente, è un’anomalia che i tassi di interesse a lungo termine raggiungano livelli inferiori ai tassi di interesse a breve termine.

In tempi normali, gli agenti economici (proprio come qualsiasi individuo) tendono a richiedere un interesse maggiore per periodi più lunghi. Più lungo è il periodo di un prestito, maggiore è l’interesse richiesto. Fondamentalmente, tre elementi definiscono il tasso di interesse per un prestito: il rischio, l’aspettativa di inflazione dei prezzi e la preferenza temporale.

  • Più lungo è il periodo del prestito, maggiore è il rischio. Pertanto, maggiore è l’interesse richiesto per compensare questo rischio.
  • Più lungo è il periodo del prestito, maggiori sono le possibilità di una grande perdita del potere d’acquisto della valuta. Pertanto, maggiore è l’interesse richiesto per compensare questa perdita di potere d’acquisto.
  • Più lungo è il periodo del prestito, più tempo dovrai rinunciare al tuo consumo. Dunque, l’interesse richiesto sarà maggiore per rinunciare a questo consumo nel presente, in cambio di più denaro in futuro. Questa è la base delle preferenze temporali.

Pertanto, è un’anomalia che i tassi di interesse a lungo termine diventino inferiori ai tassi di interesse a breve termine. E questa anomalia precede sempre una recessione.

Ma perché si verifica? E perché precede una recessione?

Cosa dice la teoria convenzionale

Il sito Investopedia3 offre questa definizione:

Storicamente, le inversioni dei tassi di interesse hanno preceduto diverse recessioni negli Stati Uniti. A causa di questa correlazione, la curva degli interessi è spesso vista come un modo accurato di prevedere variazioni nel ciclo economico.

Una curva di interesse invertita prevede che i futuri tassi di interesse nell’economia saranno inferiori, e questo perché le obbligazioni a lungo termine sono più richieste delle obbligazioni a breve termine, e questa maggiore domanda abbassa i tassi d’interesse. […]

Ciò che influenza i tassi di interesse nel mercato sono le variazioni nella domanda di titoli di termini diversi in un dato momento e date determinate condizioni economiche. Quando l’economia è diretta verso una recessione, gli investitori – sapendo che i futuri tassi d’interesse saranno più piccoli proprio perché l’economia sarà in recessione – diventeranno più disposti a investire in obbligazioni a più lungo termine. Questa maggiore domanda aumenta i prezzi di questi titoli e, di conseguenza, diminuisce i loro tassi di interesse (maggiore è il prezzo di un titolo, minore è l’interesse che pagano).

Allo stesso tempo, un minor numero di investitori desidera investire in obbligazioni a breve termine, che stanno ancora pagando tassi di interesse più bassi rispetto alle obbligazioni a lungo termine. Con una minore domanda di obbligazioni a breve termine, i tassi di interesse tendono a salire, generando una curva invertita.

E adesso, una spiegazione più liberale

La spiegazione appena mostrata è tecnicamente corretta. Ma è limitato solo alla visione del mercato finanziario.

Cerchiamo ora di espanderla all’economia reale. Alla fine, vedremo che il ragionamento è lo stesso.

Il seguente grafico mostra l’evoluzione della base monetaria statunitense. Adesso è marzo 2019 e il grafico inizia ad agosto 2013.

Oggi, la base monetaria statunitense, che è una variabile completamente sotto il controllo della Fed, ha praticamente lo stesso valore cinque anni fa. La Fed sta mantenendo una politica monetaria restrittiva. Non c’è alcun dubbio su questo.

Questo dato può aiutare a spiegare perché il dollaro è forte in tutto il mondo.

La teoria economica della Scuola Austriaca insegna che quando la Banca Centrale inizia a stabilizzare la base monetaria, il ciclo di espansione economica viene interrotto. Inizialmente, la stabilizzazione della base monetaria inizia a incidere sui tassi di interesse a breve termine, che iniziano a salire (c’è meno denaro disponibile per il sistema bancario da prestare a consumatori e imprenditori).

Di conseguenza, per gli imprenditori, diventa più difficile continuare con le loro attuali politiche di espansione del business. Trovano più costoso prendere in prestito i soldi di cui hanno bisogno per completare le iniziative avviate quando immaginavano che la domanda dei consumatori sarebbe aumentata.

Gli imprenditori quindi iniziano a competere per prestiti a breve termine perché devono portare a termine i loro progetti. Quando competono tra loro per questo denaro, il tasso di interesse a breve termine aumenta.

Allo stesso tempo, non prendono prestiti a lungo termine perché hanno paura di non riuscire a ripagare il loro debito nel caso in cui l’economia entrasse in recessione. Come conseguenza di questa minore domanda di prestiti a lungo termine, i tassi di interesse a lungo termine iniziano a calare.

Nel frattempo, nel mercato obbligazionario (pubblico e privato), cresce il timore che la fase espansiva del ciclo economico stia volgendo al termine. Di conseguenza, gli investitori ritengono che sia una buona idea acquistare titoli a lungo termine (pubblici e privati) e ricevere gli interessi su questi titoli. Dato che ci sarà una recessione, avere un reddito garantito e bloccato a un tasso di interesse ancora alto è una buona idea.

Così, mentre gli imprenditori e le imprese riducono le loro richieste di prestiti a lungo termine, gli investitori iniziano a comprare più obbligazioni a lungo termine. Ciò riduce ulteriormente il tasso di interesse a lungo termine.

Tesi finale: quando inizia il processo di stabilizzazione della base monetaria, la tendenza è quella di aumentare i tassi di interesse a breve termine e di ridurre il tasso di interesse a lungo termine. Infine, c’è l’inversione della curva dei tassi di interesse.

Detto questo, vale la pena ricordare che di recente, il 22 marzo 2019 , c’è stata un’inversione della curva di interesse per le metriche 3 mesi e 10 anni, che già innesca un cattivo segnale. Ecco gli ultimi valori:

Conclusioni

La teoria sostiene ciò che la pratica ci sta mostrando. Sì, l’inversione della curva di interesse – che è un fenomeno atipico – è un buon segnale predittore di una recessione americana. In media, la recessione inizia 6-12 mesi dopo l’inversione (non c’è una teoria esatta a questo riguardo).

Finché i tassi di 30 anni e tre mesi non sono invertiti, non si può dire che si stia per affermare una recessione negli Stati Uniti. Tuttavia, l’inversione delle curve di 10 anni e 3 mesi – che è il secondo miglior predittore – attira l’attenzione. E accende un allarme.

Fonti:

  1. https://www.mises.org.br/Article.aspx?id=2971
  2. https://fred.stlouisfed.org/graph/?g=np1a
  3. https://www.investopedia.com/terms/i/invertedyieldcurve.asp

Daenerys Targaryen: le buone intenzioni uccidono

Moltissimi fan del Trono di Spade si sono ritrovati a fare i conti con una svolta decisamente inquietante che coinvolge uno dei personaggi più amati della serie: Daenerys sembra essere improvvisamente diventata un tiranno sanguinario.

Nel corso della stessa puntata, la tanto amata “distruttrice di catene” condanna a morte e brucia vivo il brillante consigliere Lord Varys e minaccia di morte il suo primo cavaliere Tyrion. Inoltre distrugge senza pietà la capitale di un continente con una storia lunga secoli ed insegue e massacra migliaia di civili innocenti in sella al suo drago sterminando un esercito di giovani uomini che hanno deposto le armi nella speranza di essere risparmiati.

Randyll e Dickon Tarly, colpevoli di non essersi inginocchiati al cospetto della Regina dei Sette Regni, aspettano di essere arsi vivi da Daenerys, una delle tante scene che mi hanno spinto ad odiare questo personaggio.

LA DISILLUSIONE DI UN LIBERTARIO

Inutile dire che io, da buon libertario, non sono rimasto affatto sorpreso dalla svolta autoritaria della giovane Targaryen; dopotutto ci ha già dimostrato di essere un killer spietato quando le circostanze l’hanno spinta a fare uso della violenza. Ma lo sterminio della brava gente di Westeros, agli occhi dello spettatore medio, è ben più grave e appariscente dei piccoli semi di follia che Daenerys ha poco a poco iniziato a manifestare con l’accrescere del proprio potere personale.

Daenerys è una giovane donna motivata, coraggiosa, intelligente. Ci ha dimostrato di provare empatia per il suo popolo, di voler rendere il mondo un posto migliore, di voler costruire un futuro senza violenza, senza sfruttamento e senza odio. Ma allora perché decide di commettere le nefandezze di cui siamo stati testimoni?

La giovane Daenerys, prima che la sete di potere si impadronisse di lei.

LE BUONE INTENZIONI NON BASTANO

Non sono state le sue buone intenzioni, ampiamente dimostrate nelle stagioni scorse, a persuadermi che in futuro sarebbe diventata una volgare assassina. Il mondo di Game of Thrones è pieno di personaggi genuinamente buoni, onesti e altruisti, che hanno uno scopo molto simile a quello della madre dei draghi, una buona parte di loro fa una brutta fine proprio per questo.

A convincermi della sua follia è stata la sua mania del controllo: per raggiungere i suoi nobili scopi. Daenerys deve accentrare tutto il potere possibile nelle sue mani celebrando il concetto che “il fine giustifica ogni mezzo” ma anche che l’omicidio politico è legittimo. Allo stesso modo legittima il nascondere le origini di Jon a chi rischia la vita per servirla, tutto in virtù del fatto che il popolo è con lei.

Daenerys, circondata da “liberti” riconoscenti. Liberare Meereen dagli schiavisti è stata indubbiamente una grandissima vittoria e un gesto nobile, certo non sono riuscito ad apprezzare la conseguente crocefissione di massa per le strade della città.

JON E TIRYON AVREBBERO DOVUTO ASCOLTARE VARYS

Il saggio Varys aveva intuito da tempo che Daenerys si sarebbe abbandonata ad ogni genere di orrore contro i “nemici del popolo”. Vedeva in Jon un Targaryen, molto più morbido e moderato di sua zia, come possibile pretendente al trono. Scommetto che Tyrion si sia profondamente pentito di aver tradito la sua fiducia, dopotutto il maestro dei sussurri aveva pienamente ragione.

Jon è un personaggio freddo, razionale, ragionevole e nobile d’animo. La caratteristica principale che lo distingue dai pessimi regnanti che lo hanno preceduto è che lui non aspira ad esercitare l’enorme potere che il titolo di Re dei Sette Regni gli attribuirebbe. Ritengo cruciale questo lato del suo carattere: Jon è, almeno potenzialmente, un valido difensore dell’ordine spontaneo. Daenerys è, invece, terribilmente dirigista. Sa cos’è meglio per la gente ed in forza di ciò manipola la verità, uccide e governa con il pugno di ferro.

In questa scena stupenda, che mi fa rimpiangere la innegabile superiorità delle prime stagioni, Jon Snow convince il padre (adottivo) Ned Stark a risparmiare ed adottare i cinque cuccioli di meta-lupo sopravvissuti alla madre.

Da fan della serie, sono convinto che il continente occidentale meriti finalmente un re morigerato al governo, e non un altro tiranno invasato. Per questo spero vivamente che Jon Snow riesca a spodestare Daenerys nella puntata conclusiva. Sono curiosissimo di sapere cosa stanno architettando quei mattacchioni di “Comunisti per Daenerys Targaryen”, che hanno annunciato scherzosamente una prossima “dichiarazione ufficiale” da parte del partito.

“Il romanzo che si vende di più è quello del liberismo cattivo. Un liberismo che non c’è mai stato” – Intervista ad Alberto Mingardi

Alberto Mingardi, giornalista scrittore e divulgatore liberale italiano, ha fondato con Carlo Lottieri e Carlo Stagnaro, all’Istituto Bruno Leoni, un centro-studi di cui ora è Direttore Generale, che promuove le idee liberali. È scrittore di diversi libri tra cui “L’intelligenza del denaro” e “La verità, vi prego sul neoliberismo (trovate i link in fondo all’articolo). Ha collaborato per diverse riviste come “The Wall Street Journal” e “Washington Post”.

Prima di iniziare con l’intervista tengo a ringraziare Alberto per la sua collaborazione e pazienza.

Ecco l’intervista:


D: Secondo te, quello nei confronti del liberismo, è odio, paura, o entrambi?

R: Non credo si tratti necessariamente di odio o paura. E non credo neppure che il problema sia il “liberismo”, nel senso di un “sistema”, di una precisa costellazione di idee e proposte. Mi sembra che ci sia una generale avversione verso il libero mercato, un po’ perché “mercato” ma soprattutto perché “libero”. Siamo tutti abituati a pensare che, affinché una cosa sia “ordinata”, debba esserci qualcuno che mette ordine. Se questo qualcuno non c’è, se manca una autorità pronta a mettere “ciascuna al suo posto” risorse e persone, tendiamo a pensare che il risultato debba essere non un ordine spontaneo, ma un caos. Per questo avversiamo il mercato e chiediamo a gran voce l’intervento di qualcuno che dica a tutti quanto debbono guadagnare, se e quando debbono tenere aperto il loro negozio, che cosa debbono o non debbono vendere, eccetera.

 

 

D: Come mai, secondo te questa avversione nei confronti liberismo è presente più in Italia o anche in altri paesi?

R: Non so se questa avversione nei confronti del libero mercato sia più forte in Italia che altrove. Certo in Italia è più sorprendente: in alcune aree della penisola italica esiste una vocazione all’imprenditoria diffusa, ben radicata, di straordinario successo nel nostro Paese ed altrove. Gli italiani tutti sono molto cinici e non venerano le istituzioni pubbliche: anche se sono prontissimi a trarne vantaggio quando possibile. Questo è un Paese in cui, da anni, la classe politica gode di scarsa stima della popolazione nel suo complesso. E in passato svariati tentativi di orientare “dall’alto” e “dal centro” lo sviluppo sono naufragati miseramente. Insomma, che lo Stato mamma non sia la soluzione, e che lo Stato “innovatore” sia una contraddizione in termini, dovremmo averlo imparato. E invece…

 

D: Questo odio non ti sembra sia causato, in buona percentuale, dal malessere italiano derivato dalle pessime politiche italiane degli ultimi quarant’anni?

R: Saranno state pessime queste politiche, ma certamente non sono state né liberiste né liberali. A maggior ragione, di fondo, dovremmo aver sviluppato una certa domanda di liberismo. Invece nel ricordo si esagerano i pretesi disastri di alcune fra le pochissime scelte che andavano nella riduzione del perimetro pubblico (dal divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia alla privatizzazione delle autostrade) e si costruisce una mistica dei bei tempi andati, dei successi del debito, dell’epica delle partecipazioni statali. Le persone sono inclini a considerare con favore gli anni della propria gioventù, e fra il ripianto della prima automobile e della prima fidanzata e la nostalgia del Pentapartito il passo è strepitosamente breve. C’è ben poco di razionale, in tutto questo. E a ragione: le persone normali dedicano alle questioni pubbliche un’attenzione minima, le considerano (giustamente) assai remote e lontane dagli ambiti nei quali la loro volontà ha un peso e sui quali possono esercitare influenza, vi si avvicinano con il gusto di ascoltare una storia e oggi la narrazione dominante, il romanzo che si vende di più, è quello dello statalismo buono e del liberismo cattivo. Un liberismo che non c’è mai stato, ma questo è un dettaglio.

D: Basta leggere un libro, come l’ultimo che hai scritto tu ad esempio, per dimostrare che il liberismo ha portato ad un enorme miglioramento nella qualità della vita degli individui (sotto tutti gli aspetti, economico, sociale, culturale ecc…). Ma allora perché c’è così tanta disinformazione in questo tema?

N. Se tutti sono diffidenti nei confronti un ordine non pianificato, per gli intellettuali un ordine non pianificato è un’opportunità sprecata: perché credono di sapere bene chi saprebbe porre ordine nel caos, chi ha le idee giuste su come impiegare le risorse, chi dispone di criteri chiari e meditati sul prezzo che deve avere un certo bene, sul valore di un’opera d’arte, sul senso di un romanzo, sull’importanza di un’invenzione. A loro basta guardarsi allo specchio: gli intellettuali, a parte quei pochi che tradiscono la tribù e che per questo sono marchiati come servi del capitale o peggio, sono convinti che la società dev’essere diretta, e dev’essere diretta da loro, altrimenti saranno guai.

D: “Per odiare qualcosa bisogna conoscerla. Scendere pure in piazza contro il libero mercato. Ma, prima, cercate di capire di che si tratta”. Questa è la frase che più mi è rimasta impressa del tuo libro. Come dovremmo fare, però, secondo te, a divulgare il liberismo in maniera oggettiva cercando di far capire alle persone “di che si tratta”?

R: Le maniere oggettive non esistono. Non solo le risposte che diamo ma prima ancora le domande che ci facciamo sono profondamente condizionate dal nostro modo di pensare la società, da ciò che noi riteniamo sia importante, dalla nostra preferenza per la libertà o per l’ordine, per il progresso economico o per la giustizia sociale. Ma un conto è essere partigiani, che è inevitabile, un altro è essere bugiardi, scorretti o faziosi nel dar conto dei dati. Bisogna essere intellettualmente onesti, non pensare di poter dare tutte le risposte, attenti alla realtà e rigorosi nell’interpretarla. Oggi, la priorità mi sembra sia soprattutto fornire una lettura diversa, più realistica, della situazione in cui ci troviamo, soprattutto rispetto a due temi: progresso tecnologico e diseguaglianze. L’una cosa e l’altra vengono utilizzati per cucinare una storia nella quale il mercato è diabolico e mai come oggi c’è bisogno di Stato per salvarci da un futuro alla Blade Runner. A me pare che siano paure ingiustificate, ma questi sono i temi sui quali, con pacatezza e pazienza, con correttezza intellettuale e senza forzature, bisogna costruire una narrazione alternativa, che racconti e spieghi meglio quanto accade nel mondo in cui viviamo.

D: Il liberismo si basa sul ragionamento di “Laissez-les faire et laissez-les passer”, lasciare fare agli altri della propria vita ciò che vogliano finché non nuocciano nessuno. Perché, anche questo concetto, oramai così scontato e, l’unico per costruire una società civile e felice, fa così fatica ad entrare nella mente degli italiani?

R: L’espressione “laissez faire” è stata trasformata in una caricatura e molto spesso viene considerata alla stregua di una invocazione all’anarchia. In realtà il liberismo è fatto di regole, il libero mercato è un contesto nel quale chi rompe paga, e le sanzioni di mercato sono severissime e inappellabili. Al contrario gli statalisti invocano regole per tutti, ma queste regole non fanno che certificare la discrezionalità dell’attore pubblico, che deve poter fare ogni e qualsiasi cosa desideri. Forse ad apprezzare l’idea è soprattutto chi è sempre alla ricerca di un “santo in paradiso” ma, come già detto, non credo sia questo il caso. Se fossero stataliste solo le persone cui davvero lo statalismo conviene, avremmo molti più liberisti in circolazione. Ciò che conta è la nostra diffidenza verso tutto ciò che non è pianificato.

D: In una parte del tuo libro evidenzi come la spesa sociale stia aumentando sempre di più arrivando a circa il 30% del PIL. Secondo te, un sistema meritocratico all’interno del lavoro pubblico, può aiutare ad una riduzione della spesa? O sarebbe ideale l’abolizione totale o parziale del welfare-state?

R: Non mi è ben chiaro cosa significhi un sistema meritocratico all’interno del lavoro pubblico. All’interno della pubblica amministrazione, gli incentivi sono diversi  a quelli che ci sono nel settore privato, e non può essere altrimenti. La cosa da fare è ragionare su quanto esteso deve essere il perimetro dello Stato, su quali sono i beni e servizi che lo Stato deve fornire direttamente organizzandone l’erogazione, su quali sono i beni e servizi che al contrario esso può acquistare da privati in concorrenza. Se ci dà fastidio che i primari abbiano bisogno di un padrino politico, la soluzione è restituire al settore privato gli ospedali, pagando semmai le prestazioni che erogano. Non è una soluzione perfetta, ci saranno sempre truffe e truffatori, perché siamo tutti esseri umani, sia che lavoriamo nel pubblico sia che lavoriamo nel privato, ma almeno mette una intercapedine fra la politica e, appunto, il lavoro dei medici. Ma se una certa funzione resta all’interno del perimetro pubblico non possiamo stupirci se obbedisce a esigenze e necessità politiche.

D: Noi italiani siamo sempre stati un popolo egocentrico, anzi culturocentrico. Riteniamo la nostra cultura e mentalità superiore a quella di tutte le altre nazioni. Pensi questo sia una delle cause che permettono oggi cosi tanta disinformazione su questo tema?

R: No. E non mi sembra sia questo il caso. Gli italiani pensano di solito abbastanza male di se stessi, anche perché si conoscono. Uno dei loro passatempi preferiti è biasimare tizio o caio perché hanno conquistato una certa posizione non in virtù dei propri meriti, ma in ragione dei favori e delle protezioni che sono riusciti a lucrare. Gli italiani in realtà i loro limiti li conoscono benissimo e fino a qualche anno fa, pur di malavoglia, erano convinti di doverli superare. Si pensi al fatto che la riforma Fornero è stata fatta solo come quattro ore di sciopero generale: se non è senso di responsabilità quello! Poi è cominciata una stagione diversa. I bassi tassi d’interesse hanno convinto i decisori che non si dovesse pigiare l’acceleratore sulle riforme, perché continuare a indebitarsi costava poco. Questo ha fomentato una forte ostilità alle, peraltro poche, riforme del periodo precedente: come se si trattasse di macchinazioni di una “élite” arcigna e cattiva. I due partiti oggi al governo hanno estremizzato questo atteggiamento e, forse per la prima volta nella nostra storia, non dicono agli italiani che è necessario fare riforme, che bisogna cambiare passo, che dobbiamo stare agganciati all’Europa. Dicono loro che va tutto bene così com’è, che sono migliori le banche in cui non si parla inglese, che c’è un sentimento anti-italiano che abita l’Europa mentre le nostre istituzioni e le nostre prassi vanno bene così come sono. Non è che pensiamo che la nostra cultura e le nostre istituzioni siano migliori: non lo pensiamo affatto. Ma ci stiamo convincendo, ci stanno convincendo, che la faremo sempre franca in ogni caso.

D: In generale il liberismo è sempre più respinto dalle nazioni, perché?

R: Oggi perché il discorso politico è tutto incentrato sulla politica dell’identità e nel discorso caro alla politica dell’identità le politiche economiche, liberiste o meno, hanno poco peso. Anche in Italia. Le questioni che suscitano entusiasmo e attenzione sono che cos’è una famiglia, quanti e quali immigrati possiamo accogliere senza “snaturare” la nostra cultura, quali sono i “diritti” di cui debbano godere questo o quel gruppo. La politica dell’identità annulla l’individuo, ci riporta a uno scontro fra tribù, bianchi contro neri, etero contro gay, uomini contro donne e quant’altro. La politica dell’identità è intrinsecamente anti-individualista mentre, al contrario, una discussione politica nella quale le politiche economiche hanno spazio abbraccia una prospettiva sostanzialmente individualista: consente al cittadino di interrogarsi su costi e benefici per lui, non su simboli che confortano questo o quel clan.

D: Tre testi che consigli ad una persona che vuole cominciare a studiare e capire le dinamiche del liberismo.

R: I due libri di Milton e Rose Friedman, Capitalismo e libertà (https://www.amazon.it/Capitalismo-libert%C3%A0-Milton-Friedman/dp/8864400230/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=capitalismo+e+libert%C3%A0&qid=1556949922&s=gateway&sr=8-1) e Liberi di scegliere (https://www.amazon.it/Liberi-scegliere-Una-prospettiva-personale/dp/8864401601/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=liberi+di+scegliere&qid=1556949939&s=gateway&sr=8-1), sono testi che hanno avuto una straordinaria fortuna, proprio perché riescono a spiegare con un linguaggio semplice, ma non per questo impreciso o poco rigoroso, come funziona quel tanto o quel poco di libero mercato che sopravvive nei nostri Paesi, e come invece lo statalismo prova a inquinarne gli esiti. Più di recente, Eamonn Butler, il direttore dell’Adam Smith Institute (https://www.adamsmith.org/), ha scritto dei libretti molto veloci ma chiarissimi, alcuni tradotti anche da IBL Libri, per avvicinare a queste idee persone che non le hanno mai frequentate (https://www.amazon.it/ricchezza-nazioni-pillole-distillato-sentimenti-ebook/dp/B00TVLMWDC/ref=sr_1_fkmrnull_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=la+ricchezza+delle+nazioni+pillole&qid=1556949965&s=gateway&sr=8-1-fkmrnull o https://www.amazon.it/Liberalismo-classico-Unintroduzione-Eamonn-Butler-ebook/dp/B07BQQHM25/ref=sr_1_1?qid=1556949983&refinements=p_27%3AEamonn+Butler&s=digital-text&sr=1-1&text=Eamonn+Butler). In queste occasioni di norma non si fa, perché è poco elegante, ma consiglio anche i miei libri, La verità, vi prego, sul neoliberismo (https://www.amazon.it/Neoliberismo-Alberto-Mingardi/dp/883174299X/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=mingardi+neoliberismo&qid=1556950027&s=gateway&sr=8-1) e il precedente L’intelligenza del denaro (sempre Marsilio, 2013 https://www.amazon.it/Lintelligenza-del-denaro-Alberto-Mingardi/dp/8831713310/ref=sr_1_fkmrnull_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=mingardi+intelligenza&qid=1556950005&s=gateway&sr=8-1-fkmrnull), perché lo ho scritti proprio pensando a un lettore scettico e diffidente, cercando di rispondere come meglio potevo ai suoi dubbi e alle sue perplessità sul libero mercato.

 

Perché abbiamo bisogno di Hayek oggi

Centoventi anni fa oggi, l’8 Maggio 1899, Friedrich August von Hayek nasceva a Vienna. Il Premio Nobel per l’economia del 1974 ha vissuto, come Peter Boettke scrive nella sua recente edizione di “Great Thinkers“, una vita per niente banale.
… ha vissuto la disumanità della Prima Guerra Mondiale, la rovina economica della Grande Depressione, e il gioco pericoloso all’interno della stessa civiltà occidentale, con l’avvento del fascismo e del comunismo negli anni 30′ e 40′.

Alla fine sarebbe diventato uno dei pensatori più influenti del secolo, fornendo i mezzi intellettuali per persone come Margaret Thatcher, Ronald Reagan, e Ludwig Erhard e fungendo da eroi per liberali classici e conservatori di tutto il mondo. Allo stesso modo, fu uno dei principali artefici di un movimento in favore delle tesi classico-liberali, cercando di riunire scuole di pensiero antagoniste, come quella austriaca, qulla di Chicago, e quella tedesca degli ordoliberisti, grazie alla creazione della Mont Pelerin Society.

Eppure, oggi, la maggior parte delle persone non sa nemmeno chi sia Hayek o quali siano i suoi principali insegnamenti. Ancora più scandaloso, alcune parti del movimento che ha aiutato a creare vede in lui, nel caso peggiore, “un socialista” – forse un buon economista monetario, ma di nessuna utilità su altre questioni – e nel caso migliore, un piccolo Ludwig von Mises, una brutta copia che alla fine ha rubato il Premio Nobel destinato al suo mentore. Tutto ciò è piuttosto tragico. Sopratutto considerando il nostro mondo odierno – con minacce alle nostre libertà che si ergono da destra a sinistra (letteralmente) – l’incredibilmente complesso sistema di pensiero di Hayek, che attraversa economia, legge, cultura, politica, e filosofia, è cruciale.

Le idee di centralizzazione sono ancora più in voga oggi in Occidente rispetto a qualsiasi altro punto della storia successivamente alla caduta dell’ultimo stato ultra-centralizzato, l’Unione Sovietica, nel 1989. Si potrebbe forse pensare che il ventesimo secolo abbia mostrato abbondantemente che i mega-stati e il collettivismo di ogni tipo non possano funzionare. Tuttavia, questi sogni utopisti sono tornati negli anni recenti.

LA CENTRALIZZAZIONE NON FUNZIONA


Da sinistra, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez negli USA, Jeremy Corbyn in Inghilterra, e molti attivisti in tutta Europa inneggiano al sogno del socialismo, mentre il suo esempio più prominente, il Venezuela, sta bruciando davanti i loro stessi occhi. Il giovane leader del centro-sinistra Social Democratico in Germania ha proposto la settimana scorsa che le aziende come la BMW dovrebbero essere nazionalizzate nonostante il fatto che un altro esperimento socialista, la Germania dell’Est, ha fallito proprio davanti ai suoi stessi occhi (è nato a Berlino est!). Tutti questi disastri non eranovero” socialismo, certo (non lo è mai), ma il prossimo tentativo funzionerà di certo. Per sconfiggere l’avarizia del libero mercato, c’è bisogno che sia sostituito da un governo autorevole.

Anche la destra non è molto meglio. I nazionalisti europei, da Marine Le Pen in Francia a Matteo Salvini in Italia, attaccano il capitalismo con la stessa ferocia della sinistra. Ma a differenza del socialismo, l’economia non è così importante. La nazione stessa è in ballo, e tutto deve essere messo da parte per la sua sopravvivenza -a prescindere che si tratti di libero scambio, immigrati, o persino Rule of Law, come in Ungheria.

In tutto ciò, è facile dimenticare che lo status quo – l’attuale establishment politico- non è, anch’esso, in favore delle libertà individuali o dell’economia di mercato. Nelle istituzioni Europee di Bruxelles, ma anche lontano dalla capitale Belga, un’opzione ancora più centralizzata è molto popolare. Un governo autorevole è nuovamente la risposta.

Il lavoro di Hayek offre una potente risposta a tutte queste domande diverse che suonano tuttora pericolosamente simili. Più centralizzazione non può essere la risposta, a prescindere da chi la proponga. Jonah Goldeberg ha centrato il punto in un recente articolo, quando ha chiesto ai conservatori di leggere Hayek nuovamente: sulla destra,
“I nuovi fautori del nazionalismo economico, non pensano più che le elites non siano in grado di mettere mano all’economia -ma solo che le elite liberal, o i globalisti, non possano farlo. Parte di ciò ha origine dalla convinzione spesso paranoica che le elite liberal abbiano brillantemente manovrato il sistema in loro favore. Quindi il pensiero che segue è, se possono farlo loro, possiamo farlo anche noi. Ma non funziona così.”

IL POTERE DEL VERO LIBERALISMO


Le richieste di un governo autorevole, responsabile di tutte le area della vita, stanno malinterpretando il mondo in cui viviamo. Per secoli, da quando l’industrializzazione ha messo il liberismo pienamente in gioco, il nostro mondo sta diventando sempre più complesso. Le economie largamente organizzate a livello locale sono cresciute nell’economia globale di oggi, dove ciascuno può scambiare liberamente con gli altri (fino a che il governo non interferisce).

Hayek ha chiamato questo mondo internazionale la “Grande Società“. E sebbene la diffusione di questo ordine ha certamente portato con se grandi fratture nelle comunità e nelle identità e ha sempre causato (temporanei) effetti economici negativi per alcuni, ha anche portato alla immensa ricchezza e prosperità che viviamo oggi.

Ciò che può risultare difficile da capire è che tale ordine è talmente complesso che nessuna singola mente è in grado di dirigerlo. Con miliardi di persone che interagiscono fra loro attraverso migliaia di chilometri ogni giorno, coinvolti in processi economici i cui prodotti sono creati da milioni di individui senza che nessuno conosca gli altri, questo ordine è difficile da comprendere. Ma è la nostra realtà quotidiana.

Chi potrebbe mai prendersi cura di ciò da solo senza distruggere la struttura stessa? Chi potrebbe conoscere ogni singolo dettaglio, conoscere cosa ogni individuo, dal contadino all’operaio all’ingegnere della Silicon Valley, pensa e fa in ogni momento? Questo ordine complesso, se lasciato a sé stesso, può pensare al proprio funzionamento. Tutte le piccole parti di questa fabbrica lavorano insieme, e se una cade a pezzi sarà presto sostituita da un’altra. Ma può un essere umano qualsiasi prendersi cura di tutto ciò (o anche solo produrre qualcosa di semplice come una matita allo stesso modo)?

Un buon dittatore -o presidente o anche parlamento- in carica potrebbe provare ad organizzare tutte queste attività. Ma fallirebbe. E con lui morirebbe l’ordine complesso in sé. Sarebbe impossibile funzionare da solo, essendo costantemente messo in difficoltà. Gli individui non potrebbero più dedicarsi a ciò che vogliono. Sarebbe solo l’uomo o la donna saggia a prendere le decisioni. I risultati sarebbero povertà e significativa perdita in libertà individuali.

RISULTATI, NON INTENZIONI


Sì, le intenzioni dei rappresentanti del popolo potrebbero essere ottime, ma le loro azioni sarebbero disastrose. Bernie Sanders, nel tentativo di aiutare i poveri in USA, li impoverirebbe, insieme al fantomatico 1%, portandogli via ogni modo di prosperare.

Marine Le Pen, tentando di proteggere la nazione francese, genererebbe una totalmente differente, Francia autarchica, che non farebbe altro, da quel punto in poi, che seguire la propria strada per la schiavitù verso un governo pienamente autoritario, perché tutto ciò che non sta aiutando la francia, nella sua mente, deve essere eliminato.

Come scrive Hayek,
Quando ammetti che l’individuo non è altro che un mezzo per il conseguimento del fine di una entità più alta chiamata società o nazione, la maggior parte dei metodi dei regimi totalitari che ci terrorizzano, sono necessariamente da mettere in atto.

Invece, Hayek sostiene, che dobbiamo abbandonare questi sogni. Dovremmo invece abbracciare l’idea di una società basata sulla libertà dei propri membri per trovare da soli lo scopo della loro vita.
Sulla pianificazione centralizzata di uno solo prevarrà la pianificazione individuale di tutti i membri della società, in collaborazione l’uno con l’altro. Hayek vede il ruolo del governo come quello di un giardiniere inglese: qualcuno che getta le basi del disegno e previene ogni chiara e pericolosa frattura della struttura generale ma non interferisce attivamente nei suoi processi – o tenta di pianificarli da solo.

Ciò non vuol dire che l’economia possa fare qualsiasi cosa voglia. Certamente, come Hayek sostiene, una economia libera avrebbe bisogno di fondamenta morali che possano sorreggerla e evitare che faccia di testa sua. Saranno istituzioni sociali, costumi, tradizioni, e abitudini, che si sono sviluppate attraverso i decenni e i secoli non grazie al governo ma attraverso le azioni degli stessi individui che interagiscono gli uni con gli altri, a fare da argine agli effetti indesiderati del mercato. Ecco perché una libera società avrebbe bisogno di una società sana al fianco di una economia libera.

Ed è da qui che molti dei Liberali Classici di oggi possano ancora una volta imparare da Hayek. Una società che non permette di esaminare criticamente alcun risultato del reame economico, anche se ci sono chiaramente conseguenze indesiderate in altri ordini della società, come un indebolimento aggiuntivo delle istituzioni sociali, fallirebbe anch’essa -e forse sta fallendo oggi stesso.

Non deve andare così. Il liberalismo può sopravvivere. Hayek ha coniato il “vero individualismo”, basato sulla visione che i liberi individui nascono in una società, una famiglia, e in altre istituzioni e che le relazioni umane influenzino gli individui in ogni punto della loro vita allo stesso modo in cui gli individui influenzano ciò che è nelle loro vicinanze. Gli esseri umani sono animali sociali, non animali razionalisti che aspirano al massimo guadagno economico.

Questo individualismo è basato sul presupposto che gli ordini sono creati spontaneamente, non centralizzati, e che le tradizioni, le regole sociali e le istituzioni -che determinerebbero la cultura- hanno importanza. E che gli esseri umani proprio perché sono animali sociali, a volte danno la priorità a cose diverse dalla semplice economia. Che hanno un innato bisogno di un senso di appartenenza, di un’identità che va oltre loro stessi, e di forti comunità che possano aiutarli in periodi crisi personali. E che comunque è basato sulla realizzazione di un’economia libera, al sicuro dalla costante pressione del governo, ciò può essere puro dinamismo per una singola comunità o nazione ma anche per tutta l’umanità -e per ogni membro della società.

La decentralizzazione e il localismo da un lato, il mercato e il globo dall’altro. Potrebbero sembrare in contraddizione a primo impatto. Ma ciò che Hayek ci ha mostrato è che con il giusto bilanciamento dei due, il successo è assicurato. Un genere di liberalismo che è attraente e sostenibile. Il genere di liberalismo di cui abbiamo bisogno oggi.

Liberamente tradotto dall’articolo di Kai Weiss.

Milton Friedman e la (sua) Flat Tax

Era il 1956 quando la mente brillante di Milton Friedman (1912-2006) elaborò l’idea della Flat Tax. Sono passati 63 anni ed oggi la sua proposta politica è diventata oggetto di numerose discussioni in tutte le economie mondiali, seppur con qualche imprecisione. Imprecisioni sia da parte di chi la sostiene, specie in Italia, che da parte di chi non la sostiene.

Questo è un indizio di come già in quell’epoca Friedman prevedeva le pecche, i difetti, i limiti del sistema statalista. In quel tempo, l’Europa era nel pieno del boom economico e l’interventismo statale era considerato un bene, ma lo stesso economista statunitense rilevava quei problemi che oggi sono ormai evidenti, in Italia e nella stessa Europa.

Come tutti sanno, la proposta della Flat Tax è uno dei cavalli di battaglia del partito Lega Nord. Lo stesso Matteo Salvini, oggi viceministro del consiglio, ha inserito la proposta di Friedman come il pilastro portante per assicurare una Pace Fiscale ai cittadini.

A tal proposito, nella proposta leghista si riscontrano alcune piccole ma significative differenze rispetto all’idea originaria. Pertanto, ritengo opportuno parlare della Flat Tax, raccontando semplicemente come lo stesso Friedman se lo immaginava.

Come punto di partenza, non possiamo non parlare della moneta e del suo rapporto con la persona. Per l’economista statunitense, la moneta è un “bene di lusso”. Pertanto, la considerazione di essa cambia a seconda del reddito della persona. Se la persona possiede un basso reddito, la moneta è molto veloce, dinamica. Basti pensare al fatto che il basso stipendio di una persona finisce molto rapidamente tra spese primarie o secondarie. Quando il reddito tende a salire, la moneta inizia ad avere una polifunzione. Non solo sarà utilizzata con lo scopo di soddisfare le spese primarie e secondarie, ma permette anche di fare investimenti oppure di organizzare la moneta in risparmi.

Ebbene, la Flat Tax ha lo scopo primario di permettere alle persone di costruirsi i propri risparmi e investimenti. Non solo, ma se la riforma fiscale venisse fatta con i sani criteri previsti dall’economista, sarebbe una vera e propria svolta per la società italiana. Oggi, la moneta vive un momento non felice. Se prima abbiamo sostenuto che la moneta, per una persona con basso reddito, è veloce e dinamica, nel caso di chi ha un reddito più alto, la situazione diventa preoccupante. Oggi abbiamo un fisco invadente che contribuisce a mortificare le persone da qualsiasi tentativo di risparmio o di investimento. Lo stesso regime progressivo lo dimostra, in quanto chi possiede un reddito maggiore deve pagare un’aliquota più alta, quasi come se fosse un reato guadagnare di più.

Come già accennato in precedenza, la Lega Nord è favorevole alla Flat Tax e già dalla campagna elettorale per le elezioni del 4 marzo proponeva un’aliquota fissa per le imposte sui redditi delle persone fisiche e delle imprese compresa tra il 15% e il 23%. Ma le intenzioni o gli obiettivi non sono gli stessi. Infatti, non prevale l’intenzione di far respirare le tasche dei cittadini, bensì quella di semplificare il rapporto cittadino-fisco e di diminuire l’evasione fiscale. Della serie “dietro una proposta liberista, si nasconde la stessa logica socialstatalista”.

La Flat Tax non deve essere un diversivo per arricchire diversamente le casse dello Stato. Altrimenti qui rischiamo di andare verso il principio “pagare tutti le tasse per pagare meno”. La Flat Tax deve avere come unico scopo quello di alleggerire gli italiani. Alleggerire per permettere loro dei consumi migliori, dei risparmi certi e degli investimenti stimolanti.

Sul semplificare possiamo, invece, andare tutti d’accordo. Oggi il sistema fiscale in italiano è sempre più garbugliato, confusionario, ma ha la straordinaria dote di costringere l’imprenditore o il libero professionista a chiudere la partita IVA o a trasferirsi altrove. Il lavoratore sente meno questo problema, perché oggi abbiamo la figura del sostituto d’imposta, ossia è il datore di lavoro ad occuparsi delle tasse del suo dipendente. Il Sostituto d’Imposta è la più grande genialità mai realizzata dai socialisti, poiché il lavoratore dipendente non avrà la piena consapevolezza di quanti soldi versa allo Stato ogni mese.

Secondo l’idea di Friedman, l’unica forma di progressività attraverso la creazione di una Flat Tax è attraverso una no tax area e con conseguente eliminazione della politica degli sgravi fiscali. In parallelo, lo stesso economista statunitense ha parlato di Tassazione Negativa di Reddito, specie per coloro che possiedono un reddito al di sotto di una certa soglia.
Altro dettaglio fondamentale, oggi trascurato da chi sostiene la Flat Tax, è che questa riforma può funzionare solo in un regime di bassa spesa pubblica. Da non trascurare se consideriamo che la spesa pubblica in Italia è giunta ad un livello molto più che preoccupante.

Prima di concludere ecco alcune significative affermazioni di Milton Friedman sul tema della Flat Tax

“[…] ciò costituirebbe una difesa contro l’aumento dell’aliquota. Adesso ogni volta che c’è un aumento di aliquota lo si giustifica dicendo che va a colpire qualcun altro. Non si tassa mai sé stessi ma il proprio vicino. In questo modo si nasconde il fatto che alla fine vengono tassati tutti. Con l’aliquota unica, con un’unica percentuale, pagata da tutti ad esclusione di quelli che hanno un reddito inferiore al minimo, sarà molto più difficile ottenere il sostegno popolare per un aumento di aliquota”

“Flat Tax non sostituisce le altre imposte? Certo, non ho mai sostenuto che l’imposta ad aliquota unica potrà, ad esempio negli Stati Uniti, sostituire altre tasse quali l’imposta sulla proprietà. Dubito che vi sarà il sostegno politico alla proposta di sostituire l’imposta sugli alcolici, sul tabacco, sulla benzina. Queste imposte sono di natura diversa fra loro. La tassa sulla benzina, per esempio, è una forma di finanziamento da parte degli utenti per la manutenzione delle autostrade.
Si tratta, se così si può dire, di una tassa per un servizio più che di una comune imposta.”

La solidarietà continua ad impoverire il terzo mondo

Durante la sua visita ufficiale in Tunisia lo scorso Ottobre, il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani ha proposto di attivare un “piano Marshall” per l’Africa. Rievocando il piano di sussidi che gli Stati Uniti concessero ai Paesi dell’Europa occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale, Tajani ha stimato il costo di un analogo piano per l’Africa a 40 miliardi di €.

L’obiettivo di questi investimenti sarà la costruzione di nuove infrastrutture, il supporto alle piccole e medie imprese (SME in inglese), l’incoraggiamento all’imprenditoria giovanile e all’occupazione, nelle nazioni del continente africano.

Inoltre, Tajani ha sottolineato come senza una soluzione a questi problemi “migliaia, e in futuro saranno milioni, di persone potrebbero lasciare il proprio Paese.”

Nondimeno, il fine del libero mercato non giustifica i mezzi del trasferimento di risorse da parte del governo. La mia natia Spagna, che ha il secondo tasso di disoccupazione più alto fra i 28 Paesi della UE, lo prova.

Fra le regioni europee con maggior disoccupazione e minor PIL, ce ne sono due spagnole: Estremadura e Andalusia. Ma nonostante i sussidi del governo nazionale e regionale per “promuovere la creazione di nuove imprese”, la Spagna pone più ostacoli a fare impresa di tutti gli altri Paesi OCSE, secondo il Fondo Monetario Internazionale.

L’Africa è ancora il continente più povero al mondo. Il suo PIL pro capite è di quasi 8.500 $ inferiore alla media mondiale. Ma ci sono segnali di speranza: le carestie sono quasi scomparse al di fuori delle zone di guerra; l’aspettativa di vita è cresciuta dai 50,3 anni del 2000 ai 50,9 del 2015. Tutto questo progresso si è verificato grazie a riforme economiche pro-mercato.

Secondo la Heritage Foundation, lo score complessivo in libertà economica dell’Africa sub-Sahariana è pari al 55%, quasi 3 punti più alto che al principio del secolo. La libertà di commercio, in particolare, è cresciuta di 18 punti; il carico fiscale sembra essere in diminuzione.

Eppure, nessun Paese africano si posiziona fra le 20 economie più libere al mondo. Lo Stato di diritto latita e la repressione del dissenso prevale troppo spesso.

Nel lungo periodo, riforme economiche in direzione laissez-faire sono l’unica strada per la prosperità. Allo stesso tempo, la corruzione deve essere combattuta efficientemente. Il Botswana è un modello, in questo senso: è uno dei Paesi più ricchi in Africa, il meno corrotto, e fra le 34 economie più libere del pianeta (nonché la seconda più libera nel continente).

Non esistono, invece, casi di Paesi usciti dalla miseria grazie ad aiuti umanitari e sussidi allo sviluppo. I fondi di questo tipo sono solo trasferimenti da un apparato di governo ad un altro.

La Singapore post-coloniale era ben lungi dall’essere un Paese ricco pochi decenni fa, ma è oggi un caso di studio per i sostenitori di economie aperte. Politiche orientate verso il libero mercato e l’attrazione di investimenti esteri l’hanno aiutata a crescere e prosperare.

Il Parlamento Europeo non ha alcuna competenza, né responsabilità, al di fuori della propria giurisdizione. Ma questo non significa che non possa fare nulla per migliorare la condizione economica dell’Africa.

Più nello specifico, vi sono alcune politiche Europee che stanno ponendo ostacoli allo sviluppo degli imprenditori e commercianti del Terzo Mondo. La famosa Politica Agricola Comune (PAC) rende più complicato per i Paesi in via di sviluppo esportare i propri prodotti verso la UE, perché applica una discriminazione economica particolarmente rilevante verso gli agricoltori non Europei.

Queste politiche protezioniste non hanno portato l’agricoltura a diventare una forza economica trainante per la UE. Nonostante un budget annuale di 59 miliardi di euro (utilizzato per supportare il reddito dei contadini e finanziare programmi di sviluppo rurale, che Paesi meno sviluppati non possono permettersi), l’agricoltura contribuisce a meno del 2% del PIL della UE.

Esiste un modello per il tipo di transizione che la UE dovrebbe avviare, per concedere un accesso più libero ai mercati europei da parte dell’Africa: La Nuova Zelanda, il cui settore rurale era simile a quello Europeo 3 decenni fa, ha condotto un processo di liberalizzazione economica.

C’erano diffusi timori sul rischio di vedere molte aziende agricole fallire, ma alla fine solo circa 800 dovettero chiudere. Gli agricoltori che speravano di competere cominciarono a cooperare in maniera più efficiente e innovativa sulla base di condizioni di mercato. Ad oggi, l’agricoltura contribuisce ancora per il circa 7-10% al PIL della Nuova Zelanda.

Indubbiamente, la soppressione delle misure agricole protezioniste condurrebbe a feroci proteste a Bruxelles e nelle altre capitali: gli Europei sono abituati all’interventismo statale.

Perfino gli Euroscettici mostrerebbero la propria indignazione. Nonostante tale rischio, però, i politici dovrebbero cercare di spiegare questi cambiamenti di policy in una maniera più precisa, tale che sia più efficace, tanto da far presa da un punto di vista sia morale che logico.

In una ipotetica campagna per la liberalizzazione del mercato agricolo, i politici e i sostenitori della libertà non dovrebbero focalizzarsi solo su statistiche del PIL e altri dati macroeconomici.

Dovrebbero invece sottolineare che i cittadini europei potranno comprare prodotti più economici, dato che al momento pagano i costi dei sussidi e delle regolamentazioni, e che potranno effettuare scambi commerciali con un numero più ampio di Paesi non Europei.

Ancora più importante, da un punto di vista etico così come nella vita reale, è facile comprendere come il commercio sia un modo per beneficiare sé stessi e i propri vicini: prezzi più bassi lasciano alle famiglie più risorse a disposizione per le loro altre priorità.

Allo stesso tempo, gli Africani possono cominciare a espandere i loro mercati di esportazione e avere più denaro per le loro necessità di base. Ognuno ne trae beneficio: il commercio è un modo di donare vita ad altri. Dall’altra parte, i boicottaggi commerciali sono invece un modo per eliminare i punti di vista che non vogliamo riconoscere.

I miei compatrioti Europei devono giungere a vedere la liberalizzazione del commercio come un modo di esprimere solidarietà ai lavoratori del Terzo Mondo, di risollevare la parte di Africani in miseria e di ottenere benefici per se stessi grazie a prezzi più convenienti e mercati più ampi.

Devono vedere questa decisione come giusta e morale perché “Quando l’etica è messa in primo piano, l’umanità fiorisce”. [1]

[1] Traduzione dall’inglese dell’articolo apparso di recente su Acton.org, a firma di Ángel Manuel García Carmona, cfr.: https://acton.org/publications/transatlantic/2017/11/20/marshall-plan-africa-wont-help-africans-free-trade-will