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Un tributo a F.A. von Hayek – di Ludwig von Mises

(Scritto per essere letto durante una cena in onore di Hayek, Chicago, 24 Maggio 1962)

Mi dispiace che per una serie di motivi — la geografia, la mia agenda fitta di impegni e non ultimo la mia età — non sia riuscito a partecipare a questa cena. Se fossi stato lì presente, avrei detto qualche parola sul conto del professor Hayek e sui suoi traguardi. Per come stanno le cose, devo mettere per iscritto questi pensieri e ringraziare i nostri amici che lo leggeranno per me.

Per apprezzare pienamente i risultati del professor Hayek, bisogna tener conto delle condizioni politiche, economiche e ideologiche prevalenti in Europa, e soprattutto a Vienna, alla fine della Prima Guerra Mondiale.

Per secoli, i popoli d’Europa hanno cercato la libertà e hanno tentato di liberarsi da governanti tirannici per istituire governi rappresentativi. Tutti gli uomini ragionevoli chiedevano la sostituzione del potere arbitrario di principi ed oligarchi ereditari con l’istituzione di uno stato di diritto. Questa accettazione generale del principio di libertà era talmente radicata che anche i partiti marxisti furono costretti a fare ad essa concessioni verbali. Decisero di definirsi socialdemocratici. Questo riferimento alla democrazia era, naturalmente, un tentativo di gettare il fumo negli occhi agli elettori, poiché i seguaci di Marx erano pienamente consapevoli del fatto che il socialismo non significa libertà dell’individuo, ma la sua completa sottomissione agli ordini dell’autorità centrale. Ma i milioni di persone che hanno votato i partiti socialisti erano convinti che la progressiva dissoluzione dello Stato significasse libertà illimitata per tutti e non sapevano come interpretare l’oscura espressione “dittatura del proletariato”.

Ma ora c’era di nuovo un dittatore all’opera, un uomo che – sulla scia di Cromwell e di Napoleone – scioglieva il Parlamento liberamente eletto a suffragio e liquidava senza pietà tutti coloro che osavano opporsi a lui. Questo nuovo dittatore rivendicava un potere illimitato non solo nel suo Paese, ma in tutti i Paesi. Migliaia e migliaia di sedicenti intellettuali di tutte le nazioni sostenevano con entusiasmo la sua rivendicazione.

Solo chi ha vissuto in Europa Centrale in quegli anni critici tra la caduta dell’impero zarista e il tracollo definitivo delle valute dell’Europa Centrale sa quanto fosse difficile per un giovane, in quel periodo, non arrendersi al comunismo o a uno degli altri partiti dittatoriali che ben presto sorsero come scadenti imitazioni del modello russo. Friedrich von Hayek faceva parte di questo piccolo gruppo di dissidenti che si rifiutò di unirsi a quello che Julien Benda chiamò appropriatamente il “tradimento degli intellettuali”[1]. Hayek era un solerte allievo della Facoltà di Giurisprudenza e Scienze Sociali dell’Università di Vienna e a tempo debito ottenne il dottorato. Poi gli fu offerta l’opportunità di trascorrere un anno e diversi mesi a New York come segretario del professor Jeremiah Jenks della New York University, un grande esperto nel campo delle politiche monetarie internazionali.

Qualche tempo dopo il suo ritorno a Vienna, gli fu affidata la gestione di un ente di ricerca di recente fondazione, l’Istituto Austriaco per la Ricerca sul Ciclo Economico. Svolse un brillante lavoro in questo ambito, non solo come economista ma anche come statistico e amministratore. Ma in tutti questi anni il suo principale interesse fu quello degli studi economici. Era uno dei giovani che parteciparono alle lezioni e alle discussioni presso il mio Seminario Privato all’Università di Vienna. Pubblicò diversi ottimi saggi sui problemi del denaro, dei prezzi e del ciclo economico.

Le condizioni politiche in Austria rendevano piuttosto complicata la sua nomina a professore ordinario in un’università austriaca. Ma l’Inghilterra, a quel tempo, era ancora libera da pregiudizi nei confronti dell’economia di libero mercato. Così, nel 1931, Hayek fu nominato professore di scienze economiche e statistiche all’Università di Londra. Liberato dalle responsabilità amministrative che avevano ridotto il tempo che poteva dedicare al lavoro scientifico a Vienna, ora poteva pubblicare una serie di importanti contributi alla teoria economica e alla loro applicazione nella politica. Ben presto fu considerato uno dei più importanti economisti del nostro tempo.

L’economista non è un semplice teorico il cui lavoro è di diretto interesse solo per gli altri economisti ed è raramente letto e compreso da persone al di fuori degli “addetti ai lavori”. Quando si occupa degli effetti delle politiche economiche, si trova per forza di cose sempre in mezzo alle controversie che ruotano attorno alle politiche, e quindi al destino, delle nazioni. Che gli piaccia o no, è costretto a lottare per le sue idee e a difenderle da attacchi feroci.

Il dottor Hayek ha pubblicato molti libri e saggi importanti e il suo nome sarà ricordato come uno dei più grandi economisti. Ma ciò che lo ha fatto conoscere da un giorno all’altro a tutte le persone in Occidente, è stato un breve saggio pubblicato nel 1944, La via della schiavitù.

In quel momento, le nazioni occidentali stavano combattendo le dittature nazi-fasciste, in nome della libertà e dei diritti dell’uomo. Per come la vedevano gli Alleati, i loro avversari erano schiavi, mentre loro stessi erano risolutamente dediti alla conservazione dei grandi ideali dell’individualismo. Ma Hayek scoprì il carattere illusorio di questa interpretazione. Egli mostrò che tutte quelle caratteristiche del sistema economico nazista che apparivano come riprovevoli agli occhi degli inglesi e anche dei loro alleati occidentali, erano proprio il risultato necessario delle politiche a cui miravano i cosiddetti progressisti, i pianificatori, i socialisti e, negli Stati Uniti, i sostenitori del New Deal. Mentre combattevano il totalitarismo, gli inglesi e i loro alleati si entusiasmarono per i piani di trasformazione dei loro paesi in regimi totalitari e procedevano sempre più lontano su questa strada verso la schiavitù.

Nel giro di poche settimane, il libro divenne un bestseller e fu tradotto in tutte le lingue più diffuse. Molti sono così gentili da chiamarmi uno dei padri della rinascita del liberalismo classico. Mi chiedo se sia davvero così. Ma non c’è alcun dubbio che il professor Hayek con la sua Via della schiavitù abbia spianato la strada alla formazione di un’organizzazione internazionale degli amici della libertà. È stata la sua iniziativa che ha portato, nel 1947, alla fondazione della Mont Pelerin Society, in cui collaborano eminenti liberali e libertari di tutti i Paesi di questo lato della cortina di ferro.

Dopo aver dedicato trent’anni allo studio dei problemi della teoria economica e dell’epistemologia delle scienze sociali e aver svolto un lavoro pionieristico nel trattamento di molti di questi problemi, il professor Hayek si è rivolto alla filosofia generale della libertà. Il risultato dei suoi studi è il monumentale saggio La Società Libera, pubblicato due anni fa. È il frutto degli anni trascorsi in questo Paese come professore all’Università di Chicago. È particolarmente significativo che questo rampollo di origine austriaca della Scuola Austriaca di Economia, che ha insegnato per molti anni a Londra, abbia scritto il suo libro sulla libertà nel Paese di Jefferson e Thoreau.

Non stiamo perdendo del tutto il professor Hayek. D’ora in poi insegnerà in un’università tedesca, ma siamo certi che di tanto in tanto tornerà in questo Paese per conferenze e congressi. E siamo certi che, in queste visite, avrà molto da dire sull’epistemologia, sul capitale e sul capitalismo, sul denaro, sulle banche e sul ciclo del commercio, e, prima di tutto, anche sulla libertà. In attesa di ciò, possiamo considerare un buon auspicio che il nome della città dove insegnerà sia Friburgo, Freiburg in tedesco. “Frei” – che significa libera.

Non consideriamo l’evento di stasera come una festa di addio. Non diciamo “addio”, diciamo “alla prossima volta”.

Traduzione a cura di Gabriele Pierguidi e Alessio Langiano

Fonte: https://mises.org/library/tribute-fa-von-hayek

[1] Riferimento all’opera di Julien Benda The Treason of the Intellectuals (1928), tradotta in italiano come “Il tradimento dei chierici”.

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