Inflazione e controllo dei prezzi – di Ludwig von Mises

(articolo apparso su Commercial and Financial Chronicle, 20 dicembre 1945)

 

L’inutilità del controllo dei prezzi

Con il socialismo la produzione è interamente guidata dagli ordini del consiglio centrale di gestione della produzione. L’intera nazione è un “esercito industriale” (termine usato da Karl Marx nel Manifesto del Partito Comunista) e ogni cittadino è tenuto ad obbedire agli ordini del suo superiore. Ognuno deve contribuire all’esecuzione del piano globale adottato dal governo.

In un’economia libera nessuno “Zar della produzione” dice a un uomo cosa deve fare. Ognuno pianifica e agisce per sé stesso. Il coordinamento delle attività dei vari individui, e la loro integrazione in un sistema armonico per fornire ai consumatori i beni e i servizi che essi richiedono, è determinato dal processo di mercato e dalla struttura dei prezzi che esso genera.

Il mercato guida l’economia capitalistica. Indirizza le attività di ciascuno verso quei canali in cui serve al meglio i desideri dei suoi simili. Il mercato di per sé mette in ordine l’intero sistema sociale della proprietà privata dei mezzi di produzione e della libera impresa e gli fornisce senso e significato.

Non c’è nulla di automatico o misterioso nel funzionamento del mercato. Le uniche forze che determinano lo stato di continua fluttuazione dei prezzi sono le attribuzioni di valore dei vari individui che agiscono guidati da questi stessi giudizi. Il motore ultimo del mercato è lo sforzo di ogni uomo di soddisfare i propri bisogni e desideri nel miglior modo possibile. La supremazia del mercato equivale alla supremazia dei consumatori. Con il loro acquisto, e con la loro astensione dall’acquisto, i consumatori determinano non solo la struttura dei prezzi, ma anche ciò che deve essere prodotto e in quale quantità, qualità e da chi. Essi determinano il profitto o la perdita di ogni imprenditore, e decidono quindi chi deve possedere il capitale e gestire gli impianti. I consumatori impoveriscono alcuni ricchi e arricchiscono alcuni poveri. Il sistema del profitto è essenzialmente la produzione per l’uso, poiché i profitti possono essere ottenuti solo se si riesce a fornire ai consumatori nel modo migliore e più economico possibile le merci che essi vogliono utilizzare.

Segue che la manomissione della struttura dei prezzi del mercato da parte del governo dirotta la produzione altrove rispetto a dove i consumatori vogliono dirigerla. In un mercato non manipolato dall’interferenza del governo prevale la tendenza a espandere la produzione di ogni articolo fino al punto in cui un’ulteriore espansione non pagherebbe perché le entrate realizzate non supererebbero i costi. Se il governo fissa un prezzo massimo per alcuni prodotti al di sotto del livello che il mercato libero avrebbe determinato per loro e rende illegale la vendita al prezzo di mercato potenziale, la produzione comporta una perdita per i produttori marginali. Coloro che producono con i costi più elevati abbandonano l’attività e impiegano i loro impianti per la produzione di altri prodotti di base, non interessati dai massimali di prezzo. L’interferenza del governo sul prezzo di una merce limita l’offerta disponibile per il consumo. Questo risultato è contrario alle intenzioni che hanno motivato il tetto dei prezzi. Il governo ha voluto facilitare l’ottenimento dell’articolo in questione. Ma il suo intervento si traduce in una riduzione dell’offerta prodotta e messa in vendita.

Se questa spiacevole esperienza non insegna alle autorità che il controllo dei prezzi è inutile e che la politica migliore sarebbe quella di astenersi da qualsiasi tentativo di controllare i prezzi, diventa necessario aggiungere alla prima misura, che fissava semplicemente un tetto al prezzo di uno o più beni di consumo, delle ulteriori misure. Diventa necessario fissare i prezzi dei fattori di produzione necessari per la produzione dei beni di consumo in questione.

Poi la stessa storia si ripete su un piano più remoto. L’offerta di quei fattori di produzione i cui prezzi sono stati limitati si riduce. E di nuovo il governo deve ampliare la sua sfera di controllo dei prezzi. Deve fissare i prezzi dei fattori di produzione secondari necessari per la produzione di questi fattori primari. Così il governo deve andare sempre più lontano. Deve fissare i prezzi di tutti i beni di consumo e di tutti i fattori di produzione, compreso il lavoro, e deve obbligare ogni imprenditore e ogni lavoratore a continuare la produzione a questi prezzi e salari. Nessun ramo della produzione deve essere escluso da questo controllo a tutto campo dei prezzi e dei salari e da questo comando generale di continuare la produzione. Se alcuni rami fossero lasciati liberi, il risultato sarebbe uno spostamento di capitale e di lavoro verso di essi e un corrispondente calo dell’offerta dei beni di cui il governo ha fissato i prezzi. Tuttavia sono proprio questi beni che il governo considera particolarmente importanti per la soddisfazione dei bisogni delle masse.

Ma quando si raggiunge un tale stato di controllo a tutto tondo delle imprese, l’economia di mercato è stata sostituita da un sistema di pianificazione centralizzata, dal socialismo. Non sono più i consumatori, ma il governo a decidere cosa deve essere prodotto e in quale quantità e qualità. Gli imprenditori non sono più imprenditori. Sono stati ridotti allo status di gestori di negozi – o Betriebsführer, come dicevano i nazisti – e sono tenuti ad obbedire agli ordini emessi dal consiglio centrale di gestione della produzione dello Stato. I lavoratori sono obbligati a lavorare negli stabilimenti a cui le autorità li hanno assegnati; il loro salario è determinato da leggi autoritarie. Il governo è supremo. Esso determina il reddito e il tenore di vita di ogni cittadino. È totalitario.

Il controllo dei prezzi è in contrasto con il suo stesso scopo se è limitato solo ad alcune materie prime. Non può funzionare in modo soddisfacente all’interno di un’economia di mercato. Gli sforzi per farlo funzionare devono ampliare la sfera delle materie prime soggette al controllo dei prezzi fino a quando i prezzi di tutte le materie prime e servizi non saranno regolati per mezzo di decreti autoritari e il mercato non cesserà di funzionare.

La produzione può essere guidata dai prezzi fissati sul mercato attraverso l’acquisto o l’astensione dall’acquisto da parte del pubblico; oppure può essere diretta dagli uffici governativi. Non esiste una terza soluzione. Il controllo governativo di una parte dei prezzi comporta solo uno stato di cose che – senza alcuna eccezione – tutti considerano assurdo e in contrasto con il suo stesso scopo. Il suo inevitabile risultato è il caos, il disordine sociale.

 

Il controllo dei prezzi in Germania

È stato ripetutamente affermato che l’esperienza tedesca ha dimostrato che il controllo dei prezzi è fattibile e può raggiungere i fini ricercati dal governo che ne fa uso. Nulla può essere più sbagliato.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il Reich tedesco adottò immediatamente una politica inflattiva. Per scongiurare l’inevitabile esito dell’inflazione, ossia un aumento generale dei prezzi, ricorse contemporaneamente al controllo dei prezzi. La tanto decantata efficienza della polizia tedesca riuscì a far rispettare questi prezzi massimi. Non esisteva un mercato nero. Ma l’offerta delle materie prime soggette al controllo dei prezzi diminuì rapidamente. I prezzi non aumentarono. Ma il pubblico non aveva più la possibilità di acquistare cibo, vestiti e scarpe. Il razionamento fu un fallimento. Anche se il governo riduceva sempre più le razioni assegnate a ciascun individuo, solo poche persone avevano la fortuna di ottenere tutto ciò che la tessera di razionamento prevedeva. Nei loro sforzi per far funzionare il sistema di controllo dei prezzi, le autorità ampliarono passo dopo passo la sfera delle materie prime soggette allo stesso. Un ramo di attività dopo l’altro venne centralizzato e messo sotto la gestione di un commissario governativo. Il governo ottenne il pieno controllo di tutti i rami vitali della produzione. Ma anche questo non fu sufficiente, altri rami dell’industria erano ancora liberi. Così il governo decise di spingersi ancora più in là.

Il Programma Hindenburg mirava a una pianificazione a tutto tondo della produzione. L’idea era di affidare la direzione di tutte le attività commerciali alle autorità. Se il Programma Hindenburg fosse stato eseguito, avrebbe trasformato la Germania in uno Stato puramente totalitario. Avrebbe realizzato l’ideale di Othmar Spann, il campione del socialismo “tedesco”, di fare della Germania un paese in cui la proprietà privata esiste solo in senso formale e legale, mentre in realtà esiste solo proprietà pubblica.

Tuttavia, il programma Hindenburg non era ancora stato completamente attuato quando il Reich crollò. La disintegrazione della burocrazia imperiale spazzò via tutto l’apparato del controllo dei prezzi e del socialismo di guerra. Ma gli autori nazionalisti continuarono a esaltare i meriti della Zwangswirtswirtschaft, l’economia obbligatoria. Era, dicevano, il metodo più perfetto per la realizzazione del socialismo in un paese prevalentemente industriale come la Germania. Festeggiarono quando il cancelliere Brüning nel 1931 tornò alle disposizioni essenziali del Programma Hindenburg e quando più tardi i nazisti applicarono questi decreti con la massima brutalità.

I nazisti non hanno imposto il controllo dei prezzi all’interno di un’economia di mercato, come sostengono i loro ammiratori stranieri. Con loro il controllo dei prezzi era solo un dispositivo nell’ambito di un sistema di pianificazione centrale a tutto campo. Nell’economia nazista non si parlava di iniziativa privata e di libera impresa. Tutte le attività di produzione erano dirette dal Reichswirtschaftsministerium. Nessuna impresa era libera di discostarsi dagli ordini emessi dal governo nello svolgimento della propria attività. Il controllo dei prezzi era solo un dispositivo nel complesso di innumerevoli decreti e ordini che regolavano i minimi dettagli di ogni attività commerciale e fissavano con precisione i compiti di ogni individuo, da un lato, e il suo reddito e il suo tenore di vita, dall’altro.

Ciò che rendeva difficile per molti comprendere la natura stessa del sistema economico nazista era il fatto che i nazisti non espropriarono apertamente gli imprenditori e i capitalisti e che non adottarono il principio di uguaglianza dei redditi che i bolscevichi sposarono nei primi anni del dominio sovietico e scartarono solo in seguito. Eppure i nazisti sottrassero completamente il controllo alla borghesia. Quegli imprenditori che non erano né ebrei né sospettati di avere tendenze liberali e pacifiste mantennero le loro posizioni nella struttura economica. Ma erano praticamente solo dipendenti pubblici salariati, tenuti a rispettare incondizionatamente gli ordini dei loro superiori, i burocrati del Reich e del partito nazista. I capitalisti ottennero i loro dividendi (fortemente ridotti). Ma come gli altri cittadini, non erano liberi di spendere una parte del loro reddito superiore a quella che il Partito riteneva adeguata al loro status e al loro rango nella gerarchia della leadership graduata. L’eccedenza doveva essere investita esattamente in conformità con gli ordini del Ministero dell’Economia.

L’esperienza della Germania nazista non ha certo smentito l’affermazione che il controllo dei prezzi è destinato al fallimento in un’economia non completamente socializzata. I sostenitori del controllo dei prezzi che fingono di voler preservare il sistema dell’iniziativa privata e della libera impresa si sbagliano di grosso. Quello che fanno veramente è paralizzare il funzionamento del dispositivo di guida di questo sistema. Non si preserva un sistema distruggendo il suo nervo vitale; così lo si uccide.

 

Fallacie popolari sull’inflazione

L’inflazione è il processo che determina un aumento lordo della quantità di denaro in circolazione. Il suo principale veicolo nell’Europa continentale è l’emissione di banconote a corso legale non rimborsabili. In questo paese [gli Stati Uniti, NdT] l’inflazione consiste principalmente nell’assunzione di prestiti governativi dalle banche commerciali e anche in un aumento della quantità di moneta cartacea e metallica di vario tipo. Il governo finanzia la sua spesa in deficit con l’inflazione.

L’inflazione si tradurrà in una tendenza generale all’aumento dei prezzi. Chi si trova nelle tasche la quantità aggiuntiva di valuta è in grado di espandere la propria domanda di beni e servizi vendibili. Una domanda aggiuntiva, a parità di altre condizioni, aumenterà i prezzi. Nessun sofisma e nessun sillogismo può far dimenticare questa inevitabile conseguenza dell’inflazione.

La rivoluzione semantica, che è uno dei tratti caratteristici dei nostri giorni, ha oscurato e confuso questo fatto. Il termine inflazione è usato con una nuova connotazione. Ciò che oggi la gente chiama “inflazione” non è l’inflazione, cioè l’aumento della quantità di denaro e di sostituti del denaro, ma l’aumento generale dei prezzi delle materie prime e dei salari, che è la conseguenza inevitabile dell’inflazione. Questa innovazione semantica non è affatto innocua.

Innanzitutto, non è più disponibile un termine per indicare ciò che significava l’inflazione. È impossibile combattere un male che non si può nominare. I politici non hanno più la possibilità di ricorrere a una terminologia accettata e compresa dal pubblico quando vogliono descrivere la politica finanziaria a cui si oppongono. Ogni volta che vogliono fare riferimento a questa politica, essi devono procedere a un’analisi e a una descrizione particolareggiata di questa politica, con tutti i suoi dettagli e le sue minuzie, e devono ripetere questa fastidiosa procedura in ogni frase in cui trattano questo argomento. Non potendo nominare la politica che aumenta la quantità del denaro in circolo, essa va avanti in modo sfrenato.

Il secondo problema è che coloro che sono impegnati in tentativi futili e senza speranza di combattere le inevitabili conseguenze dell’inflazione – l’aumento dei prezzi – pretendono di star lottando contro l’inflazione. Mentre combattono i sintomi, fingono di combattere le cause alla radice del male. E poiché non comprendono il rapporto di causalità tra l’aumento del denaro in circolazione e l’espansione del credito da un lato e l’aumento dei prezzi dall’altro, in pratica peggiorano le cose.

L’esempio migliore è dato dai sussidi. Come è stato sottolineato, le limitazioni di prezzo riducono l’offerta perché la produzione comporta una perdita per i produttori marginali. Per evitare questo risultato i governi spesso concedono sussidi agli agricoltori che operano con i costi più elevati. Questi sussidi sono finanziati da un’ulteriore espansione del credito. In questo modo I sussidi si traducono in un aumento della pressione inflazionistica. Se i consumatori dovessero pagare prezzi più alti per i prodotti in questione, non si verificherebbe nessun ulteriore effetto inflazionistico. I consumatori dovrebbero utilizzare per tali pagamenti eccedentari solo denaro già messo in circolazione. Così la presunta brillante idea di combattere l’inflazione con i sussidi porta di fatto ad un aumento dell’inflazione.

 

Le fallacie non devono essere importate

Oggi non c’è praticamente bisogno di discutere dell’inflazione relativamente leggera e innocua che, in un sistema gold standard, può essere causata da un grande aumento della produzione di oro. I problemi che il mondo deve affrontare oggi sono quelli dell’inflazione incontrollata. Una tale inflazione è sempre il risultato di una politica governativa intenzionale. Lo Stato da un lato non è disposto a limitare le proprie spese e dall’altro non vuole equilibrare il suo bilancio con le tasse riscosse o con i prestiti del pubblico. Sceglie quindi l’inflazione perché la considera il male minore. Continua ad espandere il credito e ad aumentare la quantità di denaro in circolazione perché non vede le conseguenze inevitabili di una tale politica.

Non c’è motivo di allarmarsi troppo per la misura in cui l’inflazione è già presente in questa nazione. Anche se si è spinta molto lontano e ha fatto molto male, non ha certo creato un disastro irreparabile. Non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano ancora liberi di cambiare i loro metodi di finanziamento e di tornare a una sana politica monetaria.

Il vero pericolo non consiste in ciò che è accaduto finora, ma nelle dottrine pretestuose da cui sono scaturiti questi eventi. La superstizione che sia possibile per il governo evitare le inesorabili conseguenze dell’inflazione attraverso il controllo dei prezzi è il pericolo principale. Perché questa dottrina distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dal nocciolo del problema. Mentre le autorità sono impegnate in un’inutile lotta contro i fenomeni che ne derivano, solo poche persone attaccano la fonte del male, ovvero i metodi usati dal Tesoro per provvedere alle enormi spese. Mentre i burocrati fanno notizia con le loro attività, i dati statistici relativi all’aumento della moneta nazionale sono relegati in un posto poco appariscente nelle pagine finanziarie dei giornali.

Anche in questo caso l’esempio della Germania può essere un avvertimento. La tremenda inflazione tedesca che nel 1923 ridusse il potere d’acquisto del marco a un miliardesimo del suo valore prima della guerra non è stato un atto di Dio. Sarebbe stato possibile riequilibrare il bilancio tedesco del dopoguerra senza ricorrere alla macchina da stampa della Reichsbank. La prova è che il bilancio del Reich è stato facilmente messo in pareggio non appena il fallimento della vecchia Reichsbank ha costretto il governo ad abbandonare la sua politica inflazionistica. Ma prima che ciò accadesse, tutti gli aspiranti esperti tedeschi negavano ostinatamente che l’aumento dei prezzi delle materie prime, dei salari e dei tassi di cambio avesse qualcosa a che fare con il metodo di spesa sconsiderata del governo. Ai loro occhi la colpa era solo del profitto. Essi sostenevano una rigorosa applicazione del controllo dei prezzi come panacea e chiamavano “deflazionisti” coloro che raccomandavano un cambiamento dei metodi finanziari.

I nazionalisti tedeschi furono sconfitti nelle due guerre più terribili della storia. Ma le fallacie economiche che hanno spinto la Germania nelle sue nefaste aggressioni purtroppo sopravvivono. Gli errori monetari sviluppati da professori tedeschi come Lexis e Knapp e messi in atto da Havenstein, il presidente della Reichsbank negli anni critici della sua grande inflazione, sono oggi la dottrina ufficiale della Francia e di molti altri paesi europei. Non c’è bisogno che gli Stati Uniti importino queste assurdità.

 

Traduzione a cura di Alessandro Sforza e Alessio Langiano

Fonte: https://mises.org/library/inflation-and-price-control

In difesa del capitalismo – Henry Hazlitt

La guerra ideologica in corso

Oggi tutto il mondo è coinvolto in una dura guerra tra ideologie. Il conflitto attuale sembra essere stranamente simile alle guerre di religione medievali. Le dottrine dibattute a quel tempo sono oggi per noi incomprensibili, eppure ci sono alcuni punti di discussione altrettanto bizzarri anche nell’attuale guerra ideologica.

I comunisti hanno dato il via alla lotta, coscienti sin da subito non solo a cosa fossero avversi, il capitalismo, ma anche a cosa fossero favorevoli. Su entrambe le questioni la loro direzione politica è stata stabilita sin dal principio. Non ammettono alcun cambiamento, pena l’ostracismo, l’imprigionamento, la tortura o la morte. Eppure, dall’altro lato, la maggior parte di coloro contrari al comunismo non si erano nemmeno accorti della guerra ideologica in corso; e che nessuna pacificazione, nessuna conciliazione, nessun tentativo di serena convivenza, era possibile. I comunisti non lo avrebbero mai permesso. Nonostante ciò, i non-comunisti non avevano idea di essere impegnati in una lotta di sopravvivenza.

Ma questo ci porta ad altre contraddizioni. Non esiste un gruppo coeso di anticomunisti. Molte persone importanti affermano ancora oggi: “È vero, i russi non hanno il diritto di imporre a noi il loro sistema, però nemmeno dovremmo noi cercare di imporre a loro il nostro sistema. Il capitalismo, o la democrazia, è probabilmente il miglior sistema per noi come il comunismo lo è per loro. Se smettiamo di armarci contro i comunisti e combattere contro di loro, le loro diffidenze si dissolveranno col tempo e ognuno vivrà pacificamente a modo suo”. Questa visione persiste ancora, nonostante la sua infondatezza, soprattutto perché riesce a incoraggiare la speranza.

Le divergenze tra gli anticomunisti

Inoltre, anche gli anticomunisti non sono uniti. Sono sì contro il comunismo, ma non hanno una vera e propria idea di cosa questo rappresenti. Pochi di loro si rendono conto che il comunismo è principalmente una dottrina economica. Invece la maggior parte lo considera in primo luogo un sistema politico o culturale. Ciò che ripudiano è il dispotismo, la totale soppressione della libertà, politica, religiosa o artistica che sia, le crudeltà, le confessioni forzate, le bugie sistematiche, le violenze e le congiure, le incessanti campagne diffamatorie, le minacce di interventi militari.

Tutte queste cose sono certamente orribili. Eppure, molti anticomunisti non riescono a capire che sono il semplice ed inevitabile risultato della dottrina economica alla base del comunismo. Esse sono ciò che Karl Marx, riferendosi al capitalismo, avrebbe chiamato “sovrastruttura”.

Tra gli anticomunisti circolano varie idee diverse riguardo il sistema economico che intendono sostituire al comunismo. Si passa dai fautori del libero mercato ai socialisti di sinistra, con ogni varietà di ammiratori del New Deal[1], pianificatori e statalisti in mezzo. I fautori del New Deal, in particolare, sembrano decisi a ripudiare il laissez-faire tanto quanto il comunismo. E in fatto di organizzazione economica della società, i socialisti sono pronti a schierarsi con i comunisti per combattere il capitalismo.

A causa delle profonde divisioni tra gli anticomunisti, sono nate svariate idee contrastanti riguardo la corretta “strategia” contro il comunismo. Alcuni pensano che definirsi anticomunisti sia sufficiente per essere uniti. Il comunismo, dicono, non è una dottrina da analizzare, ma una cospirazione da sopprimere. È necessario dare la caccia ai comunisti – nelle istituzioni, nell’esercito, nelle Nazioni Unite, nelle scuole e nelle università – smascherarli e liberarcene. Qualsiasi altra cosa, sostengono, o non conta o è fuorviante.

È sufficiente la democrazia?

C’è un altro gruppo di anticomunisti che non si limita a schierarsi contro il comunismo. Pensano che gli oppositori del comunismo debbano condividere una filosofia comune. Ripongono la loro fede nella democrazia, e credono essa sia sufficiente. Questa è stata sostanzialmente la posizione del Dipartimento di Stato e della Voice of America[2] sotto Truman. È la posizione della maggior parte della stampa americana.

Cos’è la democrazia?

Questa posizione non regge ad una accurata indagine. “Democrazia” è una di quelle parole così vaghe che assumono mille significati diversi a seconda di chi ne parla. Può essere estesa o ridotta, come una fisarmonica, per rispondere alle diverse esigenze del momento. Il concetto univoco di “democrazia” è diventato difatti quasi un’elusione semantica. Per alcuni corrisponde a un sistema politico nel quale il governo dipende a tal punto dalla libera volontà popolare, da poter essere cambiato pacificamente qualora cambi la volontà del popolo. Per altri si riduce invece ad uno smisurato controllo di massa nel quale per legge sono tutti uguali, a prescindere dal proprio valore e dalle proprie capacità. È un sistema in cui le minoranze non hanno diritti che la maggioranza deve rispettare, in cui la proprietà privata può essere confiscata e ridistribuita a chi non ha fatto nulla per guadagnarsela, in cui tutti devono percepire lo stesso stipendio, nonostante l’evidente differenza di capacità, impegno e contributo fornito. Questo secondo concetto di democrazia si avvicina inevitabilmente a un sistema comunista, non di certo ad uno libero.

La parola “democrazia”, quindi, non solo è diventata così vaga da essere quasi priva di significato, ma ha perso anche quasi tutto il suo valore anche come strumento semantico. Il nemico se ne è impadronito e l’ha usata per i propri scopi. I comunisti chiamano il loro sistema (in maniera ingannevole ma non per questo meno accattivante) una “democrazia popolare” e sostengono che la democrazia capitalista è una contraddizione in termini.

Anche se il concetto di “democrazia” non fosse così ambiguo, si riferirebbe comunque in primo luogo a un sistema politico. Tuttavia, il comunismo rappresenta principalmente un sistema economico, di cui l’aspetto politico costituisce una conseguenza o una sovrastruttura. Quindi “democrazia” è comunque un’antitesi errata al comunismo. È come dichiarare che l’ovest è l’opposto del nord, o il freddo è l’opposto del nero.

Comunismo contro capitalismo

Il vero opposto del comunismo è il capitalismo. I comunisti lo sanno, ma molti fra noi anticomunisti no.

Questa è la vera ragione della debolezza ideologica di chi si oppone al comunismo, e dell’inefficacia della maggior parte della propaganda contro quest’ultimo, soprattutto quella del Dipartimento di Stato, del Voice of America e dei governi occidentali in generale. Tutti loro pongono la democrazia in contrapposizione al comunismo, in parte perché sono sufficientemente confusi da crederlo veramente e in parte perché non hanno né la volontà né il coraggio di difendere il capitalismo.

Ci sono diverse ragioni alla base di questa riluttanza. Per cominciare, la stessa parola “capitalismo” è stata coniata e diffusa da Marx ed Engels. È stata deliberatamente concepito come una parola dall’accezione negativa. Doveva indicare quello che probabilmente molti ancora credono: un sistema fatto dai capitalisti per i capitalisti.

La stragrande maggioranza dei burocrati nei Paesi occidentali non crede veramente nei principi fondamentali del capitalismo. La libertà economica insita in esso è estranea alla loro mentalità. Non è naturale per coloro che dirigono lo Stato credere in minore potere statale. Inoltre, non capiscono davvero come funzioni il capitalismo o quali misure sono compatibili con esso. Per natura preferiscono favorire l’inefficiente sistema dei sussidi statali. Quindi si dichiarano a favore di enormi programmi di sussidi esteri, come Point Four[3], degli interventi del Fondo Monetario Internazionale e delle interminabili ingerenze delle Nazioni Unite. Non si rendono conto che queste misure e istituzioni in realtà ritardano o impediscono la libertà di commercio e il libero flusso internazionale di investimenti privati da cui dipendono la ripresa reale, la crescita economica e la produttività.

Infine, anche quando un funzionario pubblico americano comprende e preferisce il capitalismo, è imbarazzato dal fatto che molti dei nostri più importanti alleati europei siano così vicini al socialismo. Pertanto, non osa elogiare particolarmente il capitalismo per paura di offendere indirettamente i nostri alleati socialisti. La vera critica al comunismo non è quasi mai fatta pubblicamente.

Cosa fa la libertà

Il diffuso utilizzo del termine “capitalismo” con intento diffamatorio fa sì che nessuno sarebbe disposto a morire per il capitalismo – certamente non sotto questo nome. Al contrario, milioni di persone sono morte per le fantasie comuniste. Eppure, il termine “capitalismo” è semplicemente l’epiteto marxista per il sistema del libero mercato, della concorrenza privata, del sistema in base al quale ciascuno può guadagnare e godere del frutto del proprio lavoro – in breve, la libertà economica.

Il capitalismo si aggiudica il merito di miglior sistema produttivo del mondo grazie alle sue libertà e alla sicurezza che assicura. Non ha bisogno di “provare” la sua superiorità al socialismo o al comunismo. Lo ha già dimostrato mille volte, sia che si confronti la produttività o che si guardi alle libertà individuali. È sbagliato affermare che il capitalismo sia il sistema migliore per i ricchi o per i datori di lavoro. Al contrario, è il sistema migliore proprio per il lavoratore e per i poveri. Il capitalismo ha dato la possibilità ai lavoratori di migliorare il proprio status, il proprio salario e il proprio benessere a livelli tali che prima della rivoluzione industriale sarebbero stati impensabili. Ancora oggi la crescita non si è arrestata, ma è addirittura accelerata.

La risposta al comunismo è dunque il capitalismo. Ed una volta compreso questo, i dubbi di “strategia ideologica” che abbiamo a lungo discusso iniziano a dissolversi. Non dobbiamo chiederci se stiamo “predicando nel deserto”. Questa stessa domanda si basa su un’idea infondata, come se stessimo parlando di un’azione legale, in cui c’è la “nostra parte” contro la “loro parte”. In questo senso entra inconsapevolmente in gioco la teoria marxista di un vero conflitto di interessi tra “classi” economiche – imprenditori contro lavoratori, ricchi contro poveri. Ma una volta che riconosciamo che il sistema del capitalismo è l’unico praticabile, l’unico che promuove l’interesse sia dei datori di lavoro che dei lavoratori, l’unico che fornisce il massimo delle opportunità per i poveri di uscire dalla miseria, allora la vera distinzione è tra coloro che comprendono il sistema e chi no. Una persona in grado di capire un problema non predicherà mai nel deserto; tutti coloro che sono desiderosi di comprendere saranno pronti ad ascoltarla.

Non dobbiamo nemmeno più chiederci se sia necessario limitarsi esclusivamente a combattere il comunismo, in quanto è un complotto ed una minaccia militare, o se possiamo più semplicemente ignorarlo – in base al fatto che è stato già denunciato in abbondanza – e concentrarci sulla lotta contro le misure di stampo socialiste perché è molto più probabile che esse vengano adottare anche in casa nostra.

La soluzione è semplice. C’è solo una risposta giusta alla somma di 2 + 2 e un numero infinito di risposte sbagliate. Dimostrare che 2 + 2 fa 4 è sufficiente per escludere tutte le altre opzioni erronee. Il comunismo non è altro che la più pericolosa delle risposte errate al problema sociale di base. Il socialismo propone le stesse misure economiche di base del comunismo, nel lungo termine solo leggermente meno aggressive e meno pericolose. La pianificazione, il controllo dei prezzi, l’inflazione e il keynesianismo sono altre risposte errate. Come in aritmetica, esistono infinite risposte erronee. Ma una volta trovata quella corretta, possiamo dimostrare perché tutte le altre siano sbagliate usando quella giusta come base.

In ambito sociale ed economico, dobbiamo impegnarci a sviluppare un programma produttivo. Quel programma è il miglioramento e la diffusione del capitalismo.

Traduzione a cura di Laura Pizzorusso

Fonte: https://mises.org/library/lets-defend-capitalism

[1] Riferimento al programma economico di forte interventismo statale adottato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt negli anni ’30 del XX secolo

[2] Servizio radiotelevisivo statunitense

[3] Point Four è stato un programma di assistenza tecnica per Paesi in via di sviluppo introdotto dal presidente americano Harry Truman nel 1949

Il significato di Laissez Faire – di Ludwig von Mises

Cos’è veramente il laissez faire

Nella Francia del diciottesimo secolo il detto “laissez faire, laissez passer” fu la formula con cui alcuni dei portavoce della libertà riassunsero il loro programma. Il loro obbiettivo era l’instaurazione di un sistema di libero mercato. Per ottenerlo proponevano l’abolizione di tutte le leggi che impedissero a persone più laboriose ed efficienti di superare persone meno laboriose e meno competitive e che limitassero la mobilità di merci e persone. La famosa massima fu concepita per esprimere questo.

Nella nostra epoca di bramoso desiderio per uno Stato onnipotente la formula laissez faire è caduta in discredito. L’opinione pubblica la considera oggi una manifestazione di depravazione morale ed estrema ignoranza.

Per come la vede un interventista, la scelta è tra “forze automatiche” e “coscienziosa pianificazione”. È palese, insiste, che l’affidarsi a processi automatici sia pura stupidità. Nessun uomo ragionevole potrebbe veramente raccomandare di non agire e di lasciare che le cose vadano per proprio conto senza intervenire con azioni mirate. Un piano, per il fatto stesso che è la dimostrazione di un atto cosciente, è incomparabilmente superiore all’assenza di una qualunque pianificazione. Sostengono che “laissez faire” voglia dire: lasciate continuare i mali, non cercate di migliorare l’intera umanità attraverso azioni razionali.

Questo è un discorso del tutto sbagliato. La tesi avanzata riguardo alla pianificazione dipende interamente da un’interpretazione errata di una metafora. Non ha altro fondamento che le connotazioni implicite nel termine “automatico”, che è consuetudine utilizzare in senso metaforico nella descrizione dei processi di mercato. Automatico, citando il Concise Oxford Dictionary, significa “inconscio, inintelligente, meramente meccanico”. Secondo il Webster’s Collegiate Dictionary, significa invece “non soggetto al controllo della volontà, … eseguito senza pensiero attivo e senza intenzioni o direzioni coscienziose”.  Che trionfo per il paladino della pianificazione utilizzare tale carta vincente!

Pianificazione individuale o pianificazione collettiva

La verità è che la scelta non è tra un meccanismo morto o un rigido automatismo da una parte e una pianificazione coscienziosa dall’altra. La scelta non è pianificare o non pianificare. La domanda è: la pianificazione di chi? Ogni membro della società dovrebbe fare piani autonomamente o dovrebbe farne uno per tutti un benevolo governo? La questione non è automatismo contro azione cosciente; bensì è azione autonoma di ogni individuo contro azione esclusiva dello Stato. È libertà contro onnipotenza governativa.

Laissez faire non significa: si lascino operare forze meccaniche senz’anima. Significa: si lasci ogni individuo scegliere come desidera cooperare nella divisione sociale del lavoro; si lascino i consumatori determinare cosa gli imprenditori dovrebbero produrre. Pianificare significa: si lasci esclusivamente al governo la scelta e l’imposizione delle proprie regole grazie al suo apparato di coercizione e costrizione.

Sotto il laissez faire, sostiene il pianificatore, non vengono prodotti quei beni di cui le persone hanno realmente bisogno, bensì quei beni dalla cui vendita ci si aspetta di ricavare il massimo profitto. Il fine della pianificazione è di dirigere la produzione verso la soddisfazione dei “reali” bisogni. Ma a chi spetta decidere quali questi siano?

La verità dietro all’interventismo

In tal modo, per esempio, il Professor Harold Laski, ex-presidente del British Labor Party, potrebbe decidere come obbiettivo del piano di investimenti “che l’utilizzo dei risparmi degli investitori sarà diretto nell’edilizia piuttosto che nei cinema”. Non è rilevante se si concordi o meno con il punto di vista del professore che case migliori siano più importanti di film commoventi. Ma il fatto è che i consumatori, spendendo parte dei loro guadagni per vedere un film, stanno facendo un’altra scelta.

Se le masse in Gran Bretagna, le stesse il cui voto ha portato il Labor Party al potere, dovessero smettere di scegliere il cinema e iniziassero a investire in case e appartamenti più confortevoli, in un sistema che privilegia il profitto le imprese sarebbero costrette ad investire più nella costruzione di case e appartamenti che nella produzione cinematografica. Il signor Laski ha deciso di non tenere conto i desideri dei consumatori e di sostituire la propria volontà alla loro. Voleva eliminare la democrazia del mercato per instaurare un dominio assoluto sulla produzione, come uno Zar. Forse pensava di essere nel giusto da un più alto punto di vista, e che come un superuomo era stato chiamato a imporre i suoi giudizi alle masse di uomini inferiori. In tal caso sarebbe dovuto essere onesto e dirlo con franchezza.

Tutto questo elogio appassionato sulla supremazia dell’azione governativa non è altro che una pietosa copertura per l’auto-divinizzazione dell’interventismo individuale. Lo Stato è un dio supremo perché ci si aspetta che faccia esclusivamente ciò che il singolo portavoce dell’interventismo brama essere realizzato. Solo il piano approvato interamente dal singolo pianificatore è valido. Tutti gli altri sono semplicemente fasulli. Quando scrive “pianificazione” ciò che l’autore di un libro sui benefici del pianificare ha in mente è, ovviamente, solo il proprio piano. Non prende in considerazione la possibilità che la pianificazione che verrà realizzata dal governo possa differire dalla propria.

I vari pianificatori concordano solo sul rifiuto del laissez faire, cioè della discrezionalità individuale nello scegliere ed agire. Sono in completo disaccordo sulla dell’unico piano valido da applicare. Davanti ad ogni prova dei chiari ed incontestabili difetti delle politiche intervenzioniste, i suoi paladini reagiscono nello stesso modo. Gli errori, dicono, sono il risultato di un interventismo errato; ciò che sosteniamo è un buon intervenzionismo, non uno sbagliato. E, ovviamente, il buon intervenzionismo è quello del professore che ne parla.

Laissez faire significa: si lasci l’uomo comune scegliere ed agire; non lo si obblighi a piegarsi ad un dittatore.

Traduzione a cura di Maddalena Attardi

Fonte: https://www.cato.org/publications/commentary/meaning-laissez-faire?queryID=c72ba5cc5b55e62f7ba6cac911721184

Come calcoliamo il valore? – di Ludwig von Mises

[Da “Socialismo: un’analisi economica e sociologica” di Ludwig Von Mises, pp. 113-22.]

L’azione umana come scelta

Ogni azione umana, finché è razionale, si presenta come lo scambio di una condizione per un’altra. Gli uomini indirizzano beni economici, tempo e lavoro nella direzione che, in determinate circostanze, promette loro il più alto grado di soddisfazione, e rinunciano al soddisfacimento di necessità secondarie in modo tale da soddisfare quelle più urgenti. Questa è l’essenza dell’attività economica – la realizzazione di atti di scambio[1] [2].

Ogni uomo che nel corso di un’attività economica sceglie tra la soddisfazione di due necessità, una sola delle quali può essere soddisfatta, compie giudizi di valore. Tali giudizi riguardano inizialmente e direttamente le soddisfazioni stesse; è da queste che si riflettono poi sui beni.

Normalmente, chiunque sia in possesso dei propri sensi è subito capace di valutare i beni di consumo. In condizioni molto semplici non dovrebbe neanche avere difficoltà a formarsi un’idea circa il valore che i fattori di produzione hanno per lui. Quando però le condizioni sono più complicate, e risulta più difficile individuare la connessione tra le cose, servono calcoli più delicati per valutare tali strumenti. Un singolo individuo può facilmente decidere se prolungare la sua caccia o la coltivazione. I processi di produzione che deve considerare sono relativamente brevi. La spesa che richiedono e il prodotto che offrono possono essere facilmente concepiti in modo organico. Ma scegliere se dovremmo usare una cascata per produrre elettricità o continuare l’attività di estrazione del carbone e utilizzare meglio l’energia in esso contenuta, è una cosa piuttosto diversa. In questo caso i processi sono così numerosi e lunghi, le condizioni necessarie per il successo dell’impresa così tante, che non ci si può accontentare di idee vaghe. Per decidere se un’impresa è valida si devono fare degli attenti calcoli.

L’importanza del calcolo

Ma il calcolo richiede unità di misura. E non può esserci una unità di misura delle risorse di uso-valore soggettivo. L’utilità marginale non offre alcuna unità di valore. Il valore di due unità di una data risorsa non è due volte più grande di uno – seppur sia necessariamente più grande o più piccolo di uno. I giudizi di valore non misurano: stimano, valutano[3]. Se si affida solo alla valutazione soggettiva, nemmeno il singolo individuo può arrivare ad una decisione basata su calcoli più o meno esatti in casi in cui la soluzione non è immediatamente evidente. Per migliorare i suoi calcoli deve presupporre relazioni di sostituzione tra i beni. Normalmente non sarà capace di ridurre tutto ad un’unità comune. Ma potrebbe riuscire a ridurre tutti gli elementi del calcolo a beni che può valutare immediatamente, ovvero, i beni di consumo, e può poi basare la sua decisione su tale considerazione. È ovvio che anche questo è possibile solo in casi molto semplici. Per processi di produzione lunghi e complicati risulta fuori discussione.

In un’economia di scambio, il valore oggettivo di scambio dei prodotti diventa l’unità di calcolo. Questo porta un triplice vantaggio. In primis possiamo prendere come base del calcolo la valutazione di tutti gli individui che partecipano agli scambi. La valutazione soggettiva di un individuo non è essere direttamente correlabile alla valutazione soggettiva degli altri. Diventa tale solo in quanto si origina un valore di scambio dall’interazione delle valutazioni soggettive di tutti quelli che prendono parte alla compravendita di beni. In secondo luogo, calcoli di questo genere forniscono un controllo sull’uso appropriato dei mezzi di produzione. Permettono a coloro che desiderano calcolare il costo di complicati processi di produzione di vedere subito se stanno lavorando efficacemente come gli altri. Se sotto i prezzi di mercato prevalenti non riescono a portare avanti il processo fino al profitto, questa è una chiara prova che gli altri sono più bravi a fare buon conto dei beni strumentali in questione. Infine, calcoli basati sui valori di scambio ci permettono di ridurre i valori a un’unità comune. Dato che l’oscillazione del mercato stabilisce relazioni di sostituzione tra le merci, qualsiasi merce desiderata può essere scelta per questa finalità. In un’economia monetaria, la moneta è la merce scelta.

I calcoli con la moneta hanno i loro limiti. La moneta non è unità di misura né del valore né dei prezzi. La moneta non misura il valore. Né i prezzi sono misurati in moneta: sono quantità di moneta. E, nonostante quelli che descrivono la moneta come uno “standard dei pagamenti differiti” lo presuppongano in modo ingenuo, come bene non è stabile nel valore. La relazione tra il denaro e i beni fluttua continuamente non solo dal “lato dei beni”, ma anche dal “lato del denaro”. Di norma, in effetti, queste fluttuazioni non sono troppo violente. Non compromettono troppo il calcolo economico, perché in uno stato di continui cambiamenti di tutte le condizioni economiche, questo calcolo prende in considerazione solo comparativamente periodi brevi, in cui almeno la moneta “sana” non cambia il suo potere d’acquisto in misura molto grande.

Le mancanze dei calcoli con la moneta si originano per la maggior parte non perché essi sono fatti usando un mezzo di scambio generale, la moneta, ma perché sono basati su valori di scambio piuttosto che su valori di uso soggettivi. Per questa ragione, tutti gli elementi del valore che non sono soggetto di scambio eludono tali calcoli. Se, per esempio, stiamo considerando se una centrale idraulica sarebbe profittevole o meno non possiamo includere nel calcolo il danno che verrebbe fatto alla bellezza delle cascate a meno che non si tenga conto della diminuzione del loro valore per via del calo del traffico turistico. Ciononostante, dobbiamo sicuramente tenere a mente queste considerazioni quando stiamo decidendo se un’iniziativa dovrebbe essere portata avanti o meno.

La soggettività dei giudizi di valore

Considerazioni di questo tipo sono spesso etichettate come “non-economiche”. E possiamo accettare questa espressione perché le dispute sulla terminologia non portano a nulla. Ma non tutte le considerazioni di questo genere dovrebbero essere definite irrazionali. La bellezza di un luogo o di un edificio, la salute della razza, l’onore degli individui o delle nazioni, anche se non si inseriscono nelle relazioni di scambio (perché non vengono trattati sul mercato) sono comunque motivazioni di azioni razionali, ammesso che le persone le ritengano importanti, proprio come quelle che sono normalmente chiamate economiche. Il fatto che non si possano inserire nei calcoli monetari deriva dalla stessa natura di questi calcoli. Ma questo non diminuisce minimamente il valore dei calcoli monetari in questioni economiche ordinarie. Perché tutti questi beni morali sono beni di primo grado. Possiamo valutarli direttamente; e quindi non abbiamo alcuna difficoltà nel considerarli, nonostante si trovino al di fuori della sfera dei calcoli monetari.

Il fatto che eludano tali calcoli non rende in nessun modo più difficile tenerli a mente. Se sappiamo precisamente quanto dobbiamo pagare per bellezza, salute, onore, orgoglio, ecc., nulla deve impedirci di dare loro la dovuta considerazione. Le persone sensibili potrebbero soffrire se dovessero scegliere tra ideale e materiale. Ma questo non è colpa di un’economia monetaria. È la natura delle cose. Perché anche dove possiamo dare giudizi di valore senza calcoli monetari non possiamo evitare questa scelta. Sia il singolo individuo che le comunità socialiste dovranno comportarsi allo stesso modo, e le persone veramente sensibili non lo troveranno mai doloroso. Chiamati a scegliere tra pane e onore, non dubiteranno mai su come agire. Se l’onore non può essere mangiato, si può almeno rinunciare a mangiare per l’onore. Solo coloro che temono l’agonia della scelta perché segretamente sanno di non poter rinunciare ai beni materiali, si riferiranno alla necessità della scelta come a una profanazione.

I calcoli monetari hanno significato solo per fini di calcolo economico. In questo caso sono usati affinché lo scambio delle merci possa essere conforme a criteri economici. E tali calcoli prendono in considerazione le merci solo nella proporzione in cui, in date condizioni, si scambiano con denaro. Ogni estensione della sfera del calcolo monetario è fuorviante. È fuorviante quando nelle ricerche storiche è impiegato come misura dei valori passati delle merci. È fuorviante quando è impiegato per valutare l’entrata pro-capite o nazionale dei Paesi. È fuorviante quando è impiegato per stimare il valore delle cose che non sono scambiabili come, per esempio, quando le persone tentano di stimare la perdita dovuta all’emigrazione o alla guerra[4]. Tutte queste valutazioni sono dilettantesche – anche quando sono effettuate dagli economisti più competenti.

Ma entro questi limiti (che nella vita di tutti i giorni non vengono oltrepassati) il calcolo monetario fa tutto ciò che abbiamo diritto di chiedergli. Fornisce una guida in mezzo alla sconcertante moltitudine delle possibilità economiche. Ci permette di estendere i giudizi di valore che si applicano direttamente solo a beni di consumo (o nella migliore delle ipotesi alla produzione di beni di ordine più basso) e a beni di ordine più alto. Senza di esso, intraprendere una produzione che richiede processi lunghi e tortuosi sarebbe uguale a camminare nel buio.

Le condizioni per il calcolo monetario

Sono necessarie due cose se si devono fare calcoli di valore in termini di denaro. Per prima cosa, devono essere scambiabili sia i beni pronti al consumo che i beni di grado più alto. Se così non fosse, non potrebbe avere origine un sistema di relazioni di scambio. È vero che se un singolo individuo sta “scambiando” fatica e farina per il pane all’interno della sua casa, le considerazioni che deve fare non sono differenti da quelle che farebbe se dovesse scambiare pane con vestiti sul mercato. Ed è dunque del tutto corretto considerare tutta l’attività economica, anche l’attività economica di un singolo individuo, come uno scambio. Ma nessun singolo individuo, nemmeno il genio più grande mai esistito, ha un intelletto capace di stabilire l’importanza relativa di ognuno dell’infinito numero di beni di grado più alto. Nessun individuo potrebbe distinguere a tal punto tra l’infinito numero di metodi alternativi di produzione da arrivare a fare giudizi diretti sul loro valore relativo senza l’utilizzo di calcoli ausiliari. Nelle società basate sulla divisione del lavoro, la distribuzione dei diritti di proprietà crea un tipo di divisione mentale del lavoro, senza cui né l’economia né la produzione sistematica sarebbero possibili.

In secondo luogo, deve essere in uso un generale mezzo di scambio, una moneta. E questo mezzo deve servire come intermediario nello scambio di merci di produzione in modo uguale. Se non fosse così, sarebbe impossibile ridurre tutte le relazioni di scambio a un comune denominatore.

Solo in condizioni molto semplici è possibile fare a meno di calcoli monetari. Nello stretto circolo di una famiglia chiusa, dove il padre ha la possibilità di supervisionare tutto, si potrebbe riuscire a valutare alterazioni nei metodi di produzione senza dover ricorrere a fare i conti, perché in tali casi la produzione è portata avanti con un capitale relativamente piccolo. Sono impiegati pochi metodi indiretti di produzione. Di regola, la produzione riguarda i beni di consumo, o beni di grado più alto non troppo lontani dai beni di consumo. La divisione del lavoro si trova ancora nelle sue fasi iniziali. Il lavoratore porta avanti la produzione di una merce dall’inizio alla fine. In una società avanzata tutto questo cambia. È impossibile basarsi sull’esperienza delle società primitive e sostenere che, in condizioni moderne, possiamo fare a meno del denaro.

Nelle semplici condizioni di una famiglia isolata è possibile controllare l’intero processo di produzione dall’inizio alla fine. È possibile giudicare se un particolare processo produce più beni di consumo rispetto a un altro. Ma, nelle condizioni incomparabilmente più complesse dei nostri giorni, ciò non è più possibile. È vero, una società socialista potrebbe vedere se 1000 litri di vino sarebbero meglio di 800 litri. Potrebbe decidere se 1000 litri di vino sarebbero da preferire a 500 litri di olio o meno. Una decisione del genere non necessiterebbe di alcun calcolo. Sarebbe la volontà di qualcuno a decidere. Ma la vera funzione dell’amministrazione economica, cioè l’adattamento dei mezzi ai fini, inizia soltanto quando viene presa una decisione del genere. E solamente il calcolo economico rende questo adattamento possibile. Senza tale assistenza, in mezzo all’incredibile caos di materiali e processi alternativi la mente umana sarebbe completamente in perdita. Ogni qualvolta si dovesse decidere tra processi differenti o centri di produzione differenti, ci troveremmo in alto mare[5].

Il denaro nel sistema socialista

Supporre che una comunità socialista possa sostituire i calcoli in natura ai calcoli in denaro è un’illusione. In una comunità che non pratica lo scambio, i calcoli in natura non possono mai coprire più dei beni di consumo. Sono completamente insufficienti quando si tratta di merci di grado superiore. Quando la società abbandona la libera decisione dei prezzi dei beni di produzione la produzione razionale diventa impossibile. Ogni passo che allontana dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dall’uso del denaro è un passo che allontana dall’attività economica razionale.

È stato possibile trascurare tutto questo perché il socialismo che conosciamo in prima persona esiste, si potrebbe dire, solo nelle oasi socialiste di quello che per il resto è un sistema basato sul libero scambio e sull’uso del denaro. In questa misura, infatti, potremmo essere d’accordo con la altrimenti insostenibile tesi socialista (impiegata solo per scopi propagandistici) che le imprese nazionalizzate e municipalizzate all’interno di un sistema altrimenti capitalista non sono Socialismo. Perché l’esistenza di un circostante sistema di prezzi liberi sostiene tali imprese nei loro affari economici a tal punto che in esse la peculiarità essenziale dell’attività economica sotto il Socialismo non viene alla luce. Nelle imprese statali e municipali è ancora possibile portare avanti innovazioni tecniche, perché è possibile osservare gli effetti di tali innovazioni in imprese simili sia in territorio domestico che straniero. In tali ambiti è ancora possibile accertare i vantaggi della riorganizzazione perché hanno come sfondo una società che è ancora basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sull’uso del denaro. Per loro è ancora possibile tenere libri contabili e fare calcoli che in ambiti simili di un ambiente puramente socialista sarebbero completamente fuori discussione.

Senza il calcolo, l’attività economica è impossibile. Dato che nel Socialismo il calcolo economico non è possibile, sotto il Socialismo non può esistere un’attività economica come la intendiamo noi. Nelle cose piccole ed insignificanti l’azione razionale potrebbe comunque persistere. Ma per la maggior parte non sarebbe più possibile parlare di produzione razionale. In assenza di criteri di razionalità, la produzione non potrebbe essere coscientemente economica.

Per un po’ di tempo probabilmente la tradizione pregressa di migliaia di anni di libertà economica salverebbe l’arte dell’amministrazione economica dalla completa disintegrazione. Gli uomini manterrebbero i vecchi processi non tanto perché sono razionali, ma perché sono santificati dalla tradizione. Nel frattempo, comunque, al cambiare delle condizioni diverrebbero irrazionali. Diverrebbero antieconomici poiché sono il risultato di cambiamenti portati avanti dal generale declino del pensiero economico. È vero che la produzione non sarebbe più “anarchica”. Il comando di un’autorità suprema governerebbe l’attività di fornitura. Al posto dell’economia di produzione “anarchica” si imporrebbe l’ordine insensato di una macchina irrazionale. Gli ingranaggi girerebbero, ma senza produrre alcun effetto.

Proviamo ad immaginare la posizione di una comunità socialista. Ci sarebbero centinaia e migliaia di stabilimenti in cui viene portato avanti il lavoro. Una piccola parte di questi produrrà beni pronti al consumo. La maggioranza produrrà beni strumentali e semi-lavorati. Tutti questi stabilimenti sarebbero strettamente connessi tra loro. Ogni merce prodotta passerà attraverso un’intera sequenza di stabilimenti simili prima di essere pronta al consumo. Ma nell’incessante cammino di tutti questi processi l’amministrazione economica non avrebbe alcuna reale direzione. Non avrebbe alcun mezzo per verificare se un dato lavoro sia realmente necessario, né se lavoro e materiale vengano sprecati per completarlo. Come riuscirebbe mai a capire quale tra due processi risulta più soddisfacente? Al massimo, potrebbe comparare la quantità di prodotti finali. Ma solo raramente potrebbe comparare la spesa legata alla produzione. Saprebbe esattamente – o immaginerebbe di sapere – cosa avrebbe voluto produrre. Deve quindi prendere una decisione in merito all’ottenere i risultati desiderati con la minor spesa possibile. Ma per fare questo dovrebbe saper fare dei calcoli. E tali calcoli devono essere calcoli di valore. Non potrebbero essere meramente “tecnici”, non potrebbero essere calcoli oggettivi dell’uso-valore delle merci e dei servizi. Questo è talmente ovvio da non richiedere ulteriori dimostrazioni.

L’impossibilità del calcolo senza proprietà privata

In un sistema basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, la scala di valori è il risultato delle azioni di ogni singolo membro della società. Ognuno ricopre un doppio ruolo nel suo stabilimento, in primo luogo come consumatore, poi come produttore. Come consumatore stabilisce il valore delle merci pronte al consumo. Come produttore guida la produzione delle merci verso quegli usi che rendono la produzione più elevata. In questo modo tutti i beni di livello più alto sono anche stimati in modo appropriato basandosi sulle esistenti condizioni di produzione e sulle necessità della società. L’interazione tra questi due processi assicura che il principio economico venga osservato sia nel consumo che nella produzione. In questo modo si origina il sistema dei prezzi correttamente graduato, che permette a tutti di esprimere la propria domanda di beni su basi economiche.

Sotto il Socialismo tutto questo viene necessariamente a mancare. L’amministrazione economica dovrebbe infatti sapere esattamente di quali merci vi è urgente bisogno. Ma questa è solo una metà del problema. L’altra metà, la valutazione dei mezzi di produzione, non si può risolvere. Il socialismo può accertare il valore della totalità di tali strumenti. Questo è ovviamente uguale al valore delle soddisfazioni che offrono. Se calcola la perdita che si originerebbe se venissero ritirati, può anche accertare il valore dei singoli strumenti di produzione. Ma il socialismo non può assimilarli ad un comune denominatore di prezzo, cosa che può invece essere fatta in un sistema di libertà economica e prezzi monetari.

Non è necessario che il Socialismo faccia completamente a meno del denaro. È possibile concepire dei sistemi che permettano l’uso del denaro per lo scambio dei beni dei consumatori. Ma dal momento che i prezzi dei vari fattori di produzione (incluso il lavoro) non potrebbero essere espressi in denaro, il denaro non potrebbe ricoprire alcun ruolo nei calcoli economici[6].

Supponiamo che, ad esempio, il governo socialista stia pensando ad una nuova linea ferroviaria. Sarebbe una buona cosa una linea ferroviaria nuova? Se sì, quale delle innumerevoli vie dovrebbe coprire? In un sistema di proprietà privata potremmo utilizzare i calcoli monetari per decidere in merito a tali questioni. La nuova linea renderebbe meno costoso il trasporto di certi articoli, e, sulla base di questo, potremmo stimare se la riduzione dei costi del trasporto risulterebbe abbastanza importante da compensare la spesa che la costruzione e la messa in funzione della linea richiederebbero. Un calcolo del genere potrebbe essere fatto solamente in termini di denaro. Non potremmo farlo paragonando varie classi di spese e risparmi in natura.

È fuori discussione ridurre ad una comune unità le quantità di varie tipologie di lavoro specializzato e non, di ferro, di carbone, di differenti tipi di materiale da costruzione, di macchinari e manutenzione di cui le linee ferroviarie hanno bisogno, dunque è impossibile renderle il soggetto del calcolo economico. Siamo in grado di creare piani economici sistematici solo quando tutte le merci che dobbiamo prendere in considerazione possono essere assimilate al denaro. È vero, i calcoli monetari sono incompleti. È vero, hanno profonde carenze. Ma non abbiamo nulla di meglio che possa sostituirli. E in condizioni monetarie normali sono sufficienti per gli scopi pratici. Se li mettiamo in disparte, il calcolo economico risulta assolutamente impossibile.

Ciò non significa che una comunità socialista sarebbe completamente persa. Deciderebbe in ogni caso se essere pro o contro la suddetta iniziativa ed emanerebbe una legge. Ma nel migliore dei casi tale decisione verrebbe presa sulla base di valutazioni vaghe. Non potrebbe essere basata su calcoli esatti di valore.

Una società stazionaria potrebbe effettivamente fare a meno di questi calcoli. Perché lì le operazioni economiche semplicemente si ripetono. Se supponiamo che il sistema socialista di produzione fosse basato sul più recente stato del sistema di libertà economica che ha sostituito, e che non si dovessero apportare cambiamenti in futuro, potremmo quindi concepire un Socialismo razionale ed economico. Ma solo nella teoria. Un sistema economico stazionario non può mai esistere. Le cose cambiano continuamente e lo stato stazionario, nonostante sia un supporto necessario per la speculazione, è comunque un’assunzione teoretica priva riscontro nella realtà. E a parte questo, mantenere tale connessione con lo stato più recente dello scambio economico risulterebbe impossibile, dato che il passaggio al Socialismo con la equalizzazione dei salari trasformerebbe necessariamente l’intero “sistema” di consumo e produzione. E avremo così una comunità socialista che deve attraversare l’intero oceano di tutti i cambiamenti economici possibili ed immaginabili senza la bussola del calcolo economico.

Ogni cambiamento economico riguarderebbe quindi delle operazioni il cui valore non potrebbe essere né predetto a priori né accertato a posteriori. Tutto sarebbe un salto nel buio. Il Socialismo è la rinuncia ad un’economia razionale.

Traduzione a cura di Linda Nicole Sonnati e Alessio Langiano

Fonte: https://mises.org/library/how-do-we-calculate-value

[1] Schumpeter, Das Wesen und der Hauptinhalt der theoretischen Nationalökonomie (Leipzig 1908), pp. 50, 80.

[2] Le seguenti osservazioni riproducono parti del mio scritto “Die Wirtschaftsrechnung im sozialistischen Gemeinwesen”, Archiv für Sozialwissenschaft 47 (1920): 86–121.

[3] Cuhel, Zur Lehre yon den Bedürfnissen (Innsbruck, 1907), p. 198.

[4] Wieser, Über den Ursprung und die Hauptgesetze des wirtschaftlichen Werthes (Wien, 1884), p. 185 et leq.

[5] Gottl-Ottlilienfeld, Wirtschaft und Technik, vol. 2 di Grundriss der Sozialökonomik (Tübingen 1914), p. 216.

[6] Anche Neurath ammise questo. In Durch die Kriegswirtschaft zur Naturalwirtschaft (München 1919, p. 216 et seq.) asserisce che ogni amministrazione economica completa (economia pianificata) è alla fine un’economia naturale (sistema del baratto). “Socializzare significa quindi far avanzare l’economia naturale.” Neurath però non riconobbe le difficoltà insormontabili del calcolo economico che si incontrerebbero in una comunità socialista.

Pietre trasformate in pane: il (falso) miracolo Keynesiano – di Ludwig von Mises

Pietre trasformate in pane: il miracolo keynesiano

di Ludwig von Mises

 

I

La tesi fondamentale di tutti gli autori socialisti è che esiste un’abbondanza potenziale di beni e che la sostituzione del socialismo con il capitalismo permetterebbe di dare a ciascuno “secondo i propri bisogni”. Altri autori intendono realizzare questo paradiso con una riforma del sistema monetario e creditizio. Per come la vedono loro, tutto ciò che manca nel sistema economico è più denaro e più credito. Essi ritengono che il tasso d’interesse sia un fenomeno creato artificialmente dalla scarsità, indotta dagli uomini, dei “mezzi di pagamento”.

In centinaia, se non migliaia, di libri e opuscoli rimproverano con veemenza gli economisti “ortodossi” per loro riluttanza a riconoscere che le dottrine inflazionistiche ed espansionistiche siano solide. Tutti i mali, ripetono in continuazione, sono causati dagli erronei insegnamenti della “triste scienza” dell’economia e dal “monopolio del credito” di banchieri e usurai. Liberare il denaro dalle catene del “restrizionismo”, creare denaro libero (Freigeld, nella terminologia di Silvio Gesell) e concedere credito a basso costo o addirittura gratuito, è l’asse portante della loro piattaforma politica.

Queste idee attraggono le masse disinformate. E sono molto popolari tra i governi impegnati in una politica di aumento della quantità di denaro in circolazione e di depositi soggetti a controllo. Tuttavia, i governi e i partiti inflazionisti non sono stati disposti ad ammettere apertamente la loro adesione ai principi degli inflazionisti. Mentre la maggior parte dei paesi imbarcava nell’inflazione e in una politica di moneta facile, i campioni letterari dell’inflazionismo erano ancora rigettati come “eccentrici monetaristi” (“monetary cranks”). Le loro dottrine non venivano insegnate nelle università.

John Maynard Keynes, defunto consigliere economico del governo britannico, è il nuovo profeta dell’inflazionismo. La “rivoluzione keynesiana” è consistita nell’abbracciare apertamente le dottrine di Silvio Gesell. In quanto principale esponente dei geselliani britannici, Lord Keynes adottò anche il peculiare gergo messianico della letteratura inflazionistica e lo introdusse in documenti ufficiali. L’espansione del credito, dice il Paper of the British Experts dell’8 aprile 1943, compie il “miracolo… di trasformare una pietra in pane”. L’autore di questo documento era, naturalmente, Keynes. La Gran Bretagna ha davvero percorso una lunga strada per arrivare a questa affermazione partendo dall’opinione di Hume e Mill sui miracoli.

 

II

Keynes entrò sulla scena politica nel 1920 con il suo libro Le Conseguenze Economiche della Pace. Egli cercò di dimostrare che le somme richieste per le riparazioni di guerra erano di gran lunga superiori a quanto la Germania poteva permettersi di pagare e di “trasferire”. Il successo del libro fu travolgente. La macchina propagandistica dei nazionalisti tedeschi, ben radicata in ogni Paese, si impegnò a rappresentare Keynes come il più eminente economista del mondo e il più saggio statista britannico.

Eppure sarebbe un errore incolpare Keynes per la politica estera suicida che la Gran Bretagna seguì nel periodo tra le due guerre. Altre forze, in particolare l’adozione della dottrina Marxiana dell’imperialismo e della “belligeranza capitalista”, hanno avuto un’importanza incomparabilmente maggiore nella politica di appeasement di quell’epoca. Ad eccezione di un piccolo numero di uomini lungimiranti, tutti i britannici sostenevano la politica che permise infine ai nazisti di dare inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

Un economista francese di grande talento, Etienne Mantoux, ha analizzato il famoso libro di Keynes punto per punto. Il risultato del suo attento e coscienzioso esame è devastante per l’economista e statista Keynes. I sostenitori di Keynes non sono riusciti a trovare una risposta efficace. L’unico argomento che il suo amico e biografo, il professor E. A. G. Robinson, poté avanzare è che questo potente atto d’accusa contro la posizione di Keynes venne “come ci si poteva aspettare, da un francese.” (Economic Journal, Vol. LVII, p. 23.). Come se gli effetti disastrosi della politica di appeasement e del disfattismo non avessero toccato anche la Gran Bretagna!

Etienne Mantoux, figlio del famoso storico Paul Mantoux, era il più illustre dei giovani economisti francesi. Aveva già dato preziosi contributi alla teoria economica – tra cui una tagliente critica alla Teoria Generale di Keynes, pubblicata nel 1937 nella Revue d’Economic Politique – prima di iniziare il suo The Carthaginian Peace or the Economic Consequences of Mr. Keynes (Oxford University Press, 1946). Non ha vissuto abbastanza per assistere alla pubblicazione del suo libro. Ufficiale nell’esercito francese, fu ucciso in servizio attivo durante gli ultimi giorni della guerra. La sua morte prematura è stata un duro colpo per la Francia, che oggi ha un gran bisogno di economisti saggi e coraggiosi.

 

III

Sarebbe un errore anche incolpare Keynes per i difetti e i fallimenti delle attuali politiche economiche e finanziarie britanniche. Quando iniziò a scrivere, la Gran Bretagna aveva da tempo abbandonato il principio del laissez-faire. Questo risultato fu raggiunto grazie a uomini come Thomas Carlyle e John Ruskin e, soprattutto, i Fabiani. Quelli nati negli anni Ottanta del XIX secolo e più tardi furono solamente gli epigoni dei socialisti delle università e dei salotti del tardo periodo vittoriano. Non erano critici del sistema di potere come lo erano stati i loro predecessori, ma difensori delle politiche di governi e gruppi di pressione la cui inadeguatezza, futilità e perniciosità diventavano sempre più evidenti.

Il professor Seymour E. Harris ha appena pubblicato un corposo volume di saggi raccolti da vari autori accademici e burocratici che trattano le dottrine di Keynes sviluppate nella sua Teoria Generale dell’Occupazione, degli Interessi e del Denaro, pubblicata nel 1936. Il titolo del volume è The New Economics, Keynes’ Influence on Theory and Public Policy (Alfred A. Knopf, New York, 1947). Che il Keynesismo abbia diritto a essere chiamato “nuova economia” o che non sia, piuttosto, un rimaneggiamento di false credenze mercantiliste più volte confutate e di sillogismi degli innumerevoli autori che volevano far diventare tutti ricchi con la moneta fiat, è irrilevante. Ciò che conta non è se è una dottrina nuova, ma se è sensata.

La cosa notevole di questa raccolta è che non cerca nemmeno di confutare le obiezioni motivate sollevate contro Keynes da seri economisti. L’editore sembra incapace di concepire che qualsiasi uomo onesto e non corrotto possa essere in disaccordo con Keynes. Per come la vede lui, l’opposizione a Keynes deriva “dagli interessi nascosti degli studiosi della teoria più antica” e “dall’influenza preponderante di stampa, radio, finanza e ricerca sovvenzionata”. Ai suoi occhi, i non keynesiani sono solo un branco di sicofanti corrotti, indegni di attenzione. Il professor Harris adotta così i metodi dei marxisti e dei nazisti, che preferivano diffamare i loro critici e mettere in discussione le loro motivazioni invece di confutare le loro tesi.

Alcuni dei contributi sono scritti con un linguaggio dignitoso e sono prudenti, o anche critici, nella loro valutazione dei risultati di Keynes. Altri sono semplicemente esagerazioni enfatiche. Così ci dice il professor Paul E. Samuelson: “Essere nato come economista prima del 1936 è stata una manna dal cielo – certo. Ma non essere nato troppo tempo prima!”. E procede a citare Wordsworth:

“La beatitudine era in quell’alba essere vivi,

Ma essere giovani era un vero paradiso!”

Discendendo dalle nobili altezze del Parnaso verso le valli prosaiche della scienza quantitativa, il professor Samuelson ci fornisce informazioni precise sulla suscettibilità degli economisti al vangelo keynesiano del 1936. Gli studiosi sotto i 35 anni, dopo un certo periodo di tempo, ne coglievano appieno il significato; quelli oltre i 50 anni si rivelavano piuttosto immuni, mentre gli economisti di mezzo erano divisi.

Dopo averci così servito una versione riscaldata del tema della giovinezza di Mussolini, egli ci offre altri slogan ormai superati del fascismo, come ad esempio “l’onda del futuro”. Tuttavia, su questo punto un altro contributore, il signor Paul M. Sweezy, non è d’accordo. Ai suoi occhi Keynes, contaminato com’era dai “limiti del pensiero borghese”, non è il salvatore dell’umanità, ma solo il precursore la cui missione storica è quella di preparare la mente britannica all’accettazione del marxismo puro e di rendere la Gran Bretagna ideologicamente matura per un socialismo pieno.

 

IV

Ricorrendo alle insinuazioni e cercando di rendere i loro avversari sospetti riferendosi ad essi con termini ambigui che permettono varie interpretazioni, i seguaci di Lord Keynes stanno imitando i metodi del loro idolo. Perché ciò che molti hanno definito ammirati come lo “stile brillante” e la “padronanza del linguaggio” di Keynes erano, in realtà, trucchi retorici a buon mercato.

Ricardo, dice Keynes, “fece sua l’Inghilterra tanto quanto la Santa Inquisizione fece sua la Spagna”. Questo è quanto di più aggressivo possa esserci per un paragone. L’Inquisizione costrinse gli spagnoli alla sottomissione col supporto di forze armate e carnefici. Le teorie di Ricardo furono accettate come corrette dagli intellettuali britannici senza che venisse esercitata alcuna pressione o costrizione in loro favore. Ma nel confrontare le due cose completamente diverse, Keynes suggerisce indirettamente che c’era qualcosa di vergognoso nel successo degli insegnamenti di Ricardo e che coloro che li disapprovano sono eroici, nobili e impavidi campioni di libertà come lo erano quelli che combatterono gli orrori dell’Inquisizione.

Il più famoso degli aperçus di Keynes è: “Due piramidi, due messe per i morti, sono due volte meglio di una; ma non così due ferrovie da Londra a York”. È ovvio che questa battuta, degna di un personaggio di una commedia di Oscar Wilde o Bernard Shaw, non dimostra in alcun modo la tesi che scavare buche nel terreno e pagarle con i risparmi “aumenterà la produzione nazionale reale di beni e servizi utili”. Ma mette l’avversario nella scomoda posizione di lasciare un’apparente argomentazione senza risposta o di utilizzare gli strumenti della logica e del ragionamento discorsivo contro una brillante arguzia.

Un altro esempio della tecnica di Keynes è fornito dalla sua maliziosa descrizione della Conferenza per la Pace di Parigi. Keynes non era d’accordo con le idee di Clemenceau. Perciò egli cercò di ridicolizzare il suo avversario dilungandosi ampiamente sul suo abbigliamento e sul suo aspetto che, a quanto pare, non soddisfaceva gli standard stabiliti dai sarti londinesi. È difficile individuare un collegamento fra il problema delle riparazioni di guerra tedesche ed il fatto che gli stivali di Clemenceau “erano di pelle nera spessa, molto buoni, ma di stile campagnolo, e a volte fissati davanti, curiosamente, da una fibbia al posto dei lacci”.

Dopo che 15 milioni di esseri umani erano morti in guerra, i più importanti statisti del mondo si sono riuniti per dare all’umanità un nuovo ordine internazionale e una pace duratura… e l’esperto finanziario dell’Impero britannico era divertito dallo stile rustico delle calzature del primo ministro francese.

Quattordici anni dopo ci fu un’altra conferenza internazionale. Questa volta Keynes non era un consigliere minore, come nel 1919, ma una delle figure principali. A proposito di questa Conferenza Economica Mondiale di Londra del 1933, il professor Robinson osserva che: “Molti economisti di tutto il mondo ricorderanno… la performance a Covent Garden del 1933 in onore dei delegati della Conferenza Economica Mondiale, che doveva la sua concezione e organizzazione a Maynard Keynes”.

Quegli economisti che non erano al servizio di uno dei governi deplorevolmente inetti del 1933 e quindi non erano Delegati e non hanno partecipato alla deliziosa serata di balletto, ricorderanno la Conferenza di Londra per altri motivi. Essa segnò il più spettacolare fallimento nella storia delle relazioni internazionali di quelle politiche neo-mercantiliste che Keynes sosteneva. Rispetto a questo fiasco del 1933, la Conferenza di Parigi del 1919 appare come un evento di grande successo. Ma Keynes non ha pubblicato alcun commento sarcastico sui cappotti, gli stivali e i guanti dei Delegati del 1933.

 

V

Sebbene Keynes considerasse “lo strano e indebitamente trascurato profeta Silvio Gesell” come un precursore, i suoi stessi insegnamenti differiscono notevolmente da quelli di Gesell. Ciò che Keynes prese in prestito da Gesell, così come dalla schiera di altri propagandisti pro-inflazione, non fu il contenuto della loro dottrina, ma le loro conclusioni pratiche e le tattiche utilizzate per minare il prestigio dei loro oppositori. Questi stratagemmi sono:

  • Tutti gli avversari, cioè tutti coloro che non considerano l’espansione del credito come la soluzione a tutti i mali, sono raggruppati insieme e definiti ortodossi. È sottinteso che non ci sono differenze tra loro.
  • Si presume che l’evoluzione della scienza economica sia culminata in Alfred Marshall e si sia conclusa con lui. Le scoperte dell’economia soggettiva moderna non vengono prese in considerazione.
  • Tutto ciò che gli economisti di David Hume fino ai nostri tempi hanno scritto per chiarire i risultati dei cambiamenti nella quantità di denaro e di sostituti del denaro viene semplicemente ignorato. Keynes non ha mai intrapreso il compito impossibile di confutare questi insegnamenti con raziocinio.

Sotto tutti questi aspetti i partecipanti alla raccolta adottano la tecnica del loro maestro. La loro critica mira a un corpo di dottrina creato dalle loro stesse illusioni, che non ha alcuna somiglianza con le teorie esposte da economisti seri. Mettono a tacere tutto ciò che gli economisti hanno detto sull’inevitabile esito dell’espansione del credito. Sembra che non abbiano mai sentito parlare della teoria monetaria del ciclo del commercio.

Per una corretta valutazione del successo che la Teoria Generale di Keynes ha riscontrato negli ambienti accademici, bisogna considerare le condizioni prevalenti nell’ambiente economico universitario nel periodo tra le due guerre mondiali.

Tra gli uomini che hanno occupato le cattedre di economia negli ultimi decenni, ci sono stati solo pochi economisti degni di nota, vale a dire uomini che conoscono a fondo le teorie sviluppate dalla moderna economia soggettiva. Le idee dei vecchi economisti classici, così come quelle degli economisti moderni, venivano caricaturate nei libri di testo e nelle aule, e venivano chiamate con nomi come economia antiquata, ortodossa, reazionaria, borghese o di Wall Street. Gli insegnanti si vantavano di aver confutato per sempre le dottrine astratte della Scuola di Manchester e del laissez-faire.

L’antagonismo tra le due scuole di pensiero aveva il suo fulcro pratico nella gestione del problema sindacale. Quegli economisti denigrati come ortodossi insegnavano che un aumento permanente dei salari per tutti i lavoratori è possibile solo nella misura in cui la quota pro capite di capitale investito e la produttività del lavoro aumentano. Se – per decreto governativo o per pressione sindacale – i salari minimi sono fissati ad un livello più alto di quello a cui li avrebbe fissati il mercato libero, la disoccupazione si traduce in un fenomeno di massa permanente.

Quasi tutti i professori delle università alla moda hanno attaccato bruscamente questa teoria. Per come questi sedicenti dottrinari “non ortodossi” hanno interpretato la storia economica degli ultimi duecento anni, l’aumento senza precedenti dei salari reali e del tenore di vita è avvenuto grazie al movimento sindacale e alla legislazione governativa a favore del lavoro. Il sindacalismo era, a loro avviso, altamente benefico per i veri interessi di tutti i lavoratori e dell’intera nazione. Solo disonesti apologeti degli interessi spietati di insensibili sfruttatori potevano lamentarsi delle azioni violente dei sindacati. La principale preoccupazione del governo popolare, dicevano, dovrebbe essere quella di incoraggiare i sindacati il più possibile e di dare loro tutta l’assistenza necessaria per combattere gli intrighi dei datori di lavoro e fissare salari sempre più alti.

Ma non appena i governi e i legislatori hanno conferito ai sindacati tutti i poteri necessari per raggiungere i loro obiettivi di salario minimo, le conseguenze sono state quelle che gli economisti “ortodossi” avevano previsto: la disoccupazione di una parte considerevole della forza lavoro potenziale si è prolungata anno dopo anno.

I teorici “non ortodossi” erano perplessi. L’unico argomento che avevano avanzato contro la teoria “ortodossa” era il richiamo alla loro stessa fallace interpretazione dell’esperienza. Ma ora gli eventi si svilupparono proprio come la “scuola astratta” aveva previsto. C’era confusione tra i “non ortodossi”.

Fu in questo momento che Keynes pubblicò la sua Teoria generale. Che conforto per gli imbarazzati “progressisti”! Qui, finalmente, trovavano qualcosa da opporre alla visione “ortodossa”. La causa della disoccupazione non erano le inadeguate politiche del lavoro, ma le carenze del sistema monetario e creditizio. Non c’era più bisogno di preoccuparsi dell’insufficienza del risparmio, dell’accumulazione di capitale e dei deficit delle finanze pubbliche. Al contrario. L’unico metodo per eliminare la disoccupazione era quello di aumentare la “domanda effettiva” attraverso la spesa pubblica finanziata dall’espansione del credito e dall’inflazione.

Le politiche che la Teoria Generale raccomandava erano proprio quelle che gli “eccentrici monetaristi” avevano avanzato molto prima e che la maggior parte dei governi aveva sposato durante la Depressione del 1929 e degli anni successivi. Alcuni ritengono che i precedenti scritti di Keynes abbiano avuto un ruolo importante nel processo che ha convertito i governi più potenti del mondo alle dottrine della spesa spericolata, dell’espansione del credito e dell’inflazione. Possiamo lasciare in sospeso questa piccola questione. In ogni caso non si può negare che i governi e i popoli non abbiano aspettato la Teoria Generale per abbracciare queste politiche “keynesiane” – o, più correttamente, geselliane.

 

VI

La Teoria generale di Keynes del 1936 non inaugurò una nuova era di politiche economiche; piuttosto, segnò la fine di un’epoca. Le politiche raccomandate da Keynes erano già allora molto vicine al momento in cui le loro inevitabili conseguenze sarebbero state evidenti e la loro continuazione sarebbe stata impossibile. Anche i keynesiani più fanatici non osano dire che le attuali difficoltà dell’Inghilterra siano effetto di troppo risparmio e di spese insufficienti.

L’essenza della tanto glorificata politica economica “progressista” degli ultimi decenni è stata quella di espropriare parti sempre crescenti dei redditi più alti e di utilizzare le somme così raccolte per finanziare gli sprechi pubblici e per sovvenzionare i membri dei gruppi di pressione più potenti. Agli occhi dei “non ortodossi”, ogni tipo di politica, per quanto manifestamente inadeguata, era giustificata come mezzo per realizzare una maggiore uguaglianza. Ora questo processo è giunto al capolinea.

Con le attuali aliquote fiscali e i metodi applicati nel controllo dei prezzi, dei profitti e dei tassi di interesse, il sistema ha liquidato sé stesso. Neanche la confisca di ogni centesimo guadagnato oltre le 1.000 sterline all’anno fornirebbe alcun aumento percepibile alle entrate pubbliche della Gran Bretagna. Anche i fabiani più rigidi non possono non rendersi conto che d’ora in poi i fondi per la spesa pubblica devono essere presi dalle stesse persone che dovrebbero trarne profitto. La Gran Bretagna ha raggiunto il limite sia dell’espansionismo monetario che della spesa.

Le condizioni in questo Paese [gli Stati Uniti, ndT] non sono sostanzialmente diverse. La ricetta keynesiana per far crescere i salari non funziona più. L’espansione del credito, progettata su una scala senza precedenti dal New Deal, ha ritardato per un breve periodo le conseguenze di politiche del lavoro inappropriate. Durante questo intervallo il governo e i leader sindacali potevano vantarsi dei “guadagni sociali” che avevano assicurato all'”uomo comune”. Ma ora le inevitabili conseguenze dell’aumento della quantità di denaro e di depositi sono diventate visibili; i prezzi aumentano sempre di più. Quello che sta succedendo oggi negli Stati Uniti è il fallimento finale del Keynesismo.

Non c’è dubbio che il pubblico americano si stia distaccando dalle nozioni e dagli slogan keynesiani. Il loro prestigio sta diminuendo. Solo pochi anni fa i politici discutevano ingenuamente l’entità del reddito nazionale in dollari, senza tener conto dei cambiamenti che l’inflazione di tipo governativo aveva portato nel potere d’acquisto del dollaro stesso. I demagoghi specificavano il livello a cui volevano portare il reddito nazionale (in dollari). Oggi questa forma di ragionamento non è più popolare. Finalmente l'”uomo comune” ha imparato che aumentare la quantità di dollari non rende l’America più ricca. Il professor Harris continua a lodare l’amministrazione Roosevelt per aver aumentato il reddito in dollari. Ma tale coerenza keynesiana si trova oggi solo nelle aule scolastiche.

Ci sono ancora insegnanti che dicono ai loro studenti che “un’economia può sollevarsi facendo forza sui propri tiranti ” e che “possiamo farci strada verso la prosperità grazie alla spesa”. Ma il miracolo keynesiano non si materializza: le pietre non si trasformano in pane. I panegirici degli eruditi autori che hanno collaborato alla realizzazione del volume citato non fanno che confermare l’affermazione introduttiva dell’editore secondo cui “Keynes sapeva destare nei suoi discepoli un fervore quasi religioso per la sua economia, che può essere sfruttato efficacemente per la diffusione della nuova economia”. E il professor Harris prosegue dicendo: “Keynes ha avuto davvero una Rivelazione”.

Non serve a nulla discutere con persone che sono spinte da “un fervore quasi religioso” e credono che il loro maestro “abbia avuto una Rivelazione”. Uno dei compiti dell’economia è quello di analizzare attentamente ciascuno dei programmi inflazionistici, quelli di Keynes e di Gesell non meno di quelli dei loro innumerevoli predecessori, da John Law fino al maggiore Douglas. Eppure, nessuno dovrebbe aspettarsi che qualsiasi argomento logico o qualsiasi esperienza possa mai scuotere il fervore quasi religioso di coloro che credono nella salvezza attraverso la spesa e l’espansione del credito.

 

Traduzione a cura di Laura Pizzorusso.

Articolo originale: https://mises.org/library/stones-bread-keynesian-miracle

I vantaggi del libero scambio – di David Ricardo

[Estratto del Capitolo VII di Principi di economia politica e dell’imposta (1817), di David Ricardo]

In un sistema di commercio perfettamente libero, ogni paese destina naturalmente il suo capitale e la sua manodopera agli impieghi che sono più vantaggiosi per ciascuno. Questa ricerca del beneficio individuale è meravigliosamente correlata al benessere collettivo. Stimolando l’industria, premiando l’ingegno e usando nel modo più efficace le possibilità offerte dalla Natura, essa spinge a suddividere il lavoro più efficacemente e a costi minori; al tempo stesso, aumentando la produzione totale essa diffonde benessere e unisce in un unico e comune legame di interesse la totalità delle nazioni del mondo civilizzato. È questo principio che determina la produzione di vino in Francia e in Portogallo, quella di cereali in America e in Polonia e quella di macchinari e altri beni in Inghilterra.

In uno stesso paese i profitti sono, in generale, sempre allo stesso livello; o si differenziano solo perché l’impiego del capitale può essere più o meno sicuro e adeguato. Non è così quando si confrontano paesi diversi. Se i profitti del capitale impiegato nello Yorkshire dovessero superare quelli del capitale impiegato a Londra, il capitale si sposterebbe rapidamente da Londra allo Yorkshire, e i profitti tornerebbero allo stesso livello; ma se i salari dovessero aumentare e i profitti diminuire per via di una minore produttività delle terre inglesi, causato dall’aumento di capitale e popolazione, non ne conseguirebbe in automatico uno spostamento di questi due (capitale e popolazione) dall’Inghilterra all’Olanda, o alla Spagna, o alla Russia, dove i profitti potrebbero essere più alti.

Se il Portogallo non avesse alcun legame commerciale con altri paesi, invece di impiegare gran parte del suo capitale e della sua industria nella produzione di vini, che scambia per tessuti e macchinari prodotti in altri paesi, sarebbe costretto a dedicare una parte di capitale alla produzione di quelle merci, che otterrebbe probabilmente in qualità e quantità inferiori rispetto ad oggi.

La quantità di vino che il Portogallo darà in cambio di stoffa inglese non è determinata dalle rispettive quantità di manodopera dedicata alla produzione di ciascuna di esse, come sarebbe se entrambe le merci fossero prodotte in Inghilterra, o entrambe in Portogallo.

In Inghilterra, per produrre una certa quantità di tessuto può essere necessario impiegare 100 uomini per un anno; e se si tentasse di produrre la stessa quantità di vino, ne potrebbero servire 120. L’Inghilterra avrà quindi interesse a importare il vino e ad acquistarlo tramite l’esportazione di tessuti.

Per produrre il vino in Portogallo potrebbero bastare 80 persone, e per produrre il tessuto, nello stesso paese, potrebbero essere necessari 90 uomini. Sarà quindi vantaggioso esportare vino in cambio di stoffa. Questo scambio potrà avvenire anche qualora il tessuto importato dal Portogallo potesse essere prodotto lì con minor manodopera rispetto all’Inghilterra. Anche potendo produrre tessuto con il lavoro di 90 persone, lo importerebbe comunque da un paese in cui la produzione richiede 100 uomini, perché sarebbe vantaggioso impiegare il capitale nella produzione di vino, in cambio del quale otterrebbe più tessuto dall’Inghilterra di quanto ne potrebbe produrre dirottando una parte del suo capitale dalla coltivazione della vite alla produzione di tessuto.

Così l’Inghilterra scambierebbe il prodotto del lavoro di 100 uomini per il prodotto del lavoro di 80. Un tale scambio non potrebbe avvenire tra gli individui dello stesso paese. Il lavoro di 100 inglesi non può essere scambiato per quello di 80 inglesi, ma il prodotto del lavoro di 100 inglesi può essere dato per il prodotto del lavoro di 80 portoghesi, 60 russi o 120 indiani. La differenza a questo proposito tra un singolo paese e molti dipende dalla difficoltà con cui il capitale si sposta da un paese all’altro per cercare un’occupazione più redditizia, e dalla rapidità con cui invece passa invariabilmente da una provincia all’altra nello stesso paese[1].

In tali circostanze, sarebbe indubbiamente vantaggioso sia per i capitalisti inglesi sia per i consumatori di entrambi i paesi che il vino e il tessuto fossero entrambi prodotti in Portogallo; e quindi che il capitale e la manodopera inglesi impiegati nella produzione di tessuto fossero trasferiti in Portogallo. In tal caso, il valore relativo di queste merci sarebbe regolato dallo stesso principio che si applicherebbe se l’una fosse prodotta nello Yorkshire e l’altra a Londra; e, in ogni caso, se il capitale fosse libero di spostarsi verso i paesi in cui può essere impiegato più proficuamente, non ci sarebbe differenza nel tasso di profitto, e non ci sarebbe altra differenza nel prezzo reale delle merci che non la quantità supplementare di lavoro necessaria per trasportare le merci ai vari mercati in cui sono vendute.

L’esperienza tuttavia dimostra che la minore sicurezza del capitale, reale o immaginata, quando non è sotto l’immediato controllo del suo proprietario, insieme alla naturale avversione di ogni uomo ad abbandonare il proprio paese di nascita e i propri legami e affidarsi, con tutte le proprie abitudini, a un governo estraneo e a nuove leggi, frena l’emigrazione del capitale (…).

 

Traduzione a cura di Gabriele Pierguidi

Articolo originale: https://mises.org/library/foreign-trade

[1] Risulta quindi che un paese che possiede un vantaggio considerevole in macchinari e abilità e che dunque può produrre merci con minor manodopera dei suoi vicini, potrebbe, in cambio di tali merci, importare una parte dei cereali necessari al suo consumo interno, anche se le sue terre fossero più fertili e i cereali potessero essere coltivati con minor manodopera che nei paesi da cui importa. Due uomini possono entrambi produrre scarpe e cappelli e uno di essi può essere superiore all’altro in entrambe le attività; ma se nel produrre cappelli è più efficiente del suo concorrente del 20% mentre nel fare scarpe gli è superiore del 33%, non sarà interesse di entrambi che l’uomo più capace si dedichi esclusivamente a produrre scarpe, e quello meno abile a fare cappelli?

Gli errori delle politiche contro la disoccupazione – di Friedrich von Hayek

Uno degli ostacoli ad una politica occupazionale di successo è che, paradossalmente, è relativamente facile ridurre rapidamente la disoccupazione, o arrivare quasi a estinguerla, per un breve lasso di tempo. C’è sempre un modo per riportare rapidamente un gran numero di persone al tipo di occupazione a cui sono abituate, senza nessun costo immediato tranne stampare moneta e spendere qualche milione in più. Nei Paesi con una storia monetaria squilibrata questo fatto è noto da tempo, eppure il rimedio non è diventato molto popolare. In Inghilterra invece la recente scoperta di questo farmaco ha prodotto un effetto inebriante; e l’attuale tendenza ad affidarsi esclusivamente al suo uso non è priva di pericoli.

Anche se l’espansione monetaria può dare un rapido sollievo, può produrre una cura duratura solo in misura limitata. Pochi negheranno che la politica monetaria possa contrastare con successo la spirale deflazionistica in cui tende a degenerare ogni piccolo declino delle attività. Ciò non significa, tuttavia, che sia auspicabile che normalmente si forzi l’utilizzo dell’espansione monetaria per creare la massima quantità di occupazione che può produrre nel breve periodo. Il guaio di questa politica è che sarebbe quasi certo aggravare le cause fondamentali o strutturali della disoccupazione e lasciarci alla fine in una posizione peggiore di quella da cui siamo partiti.

 

Aggiustamenti sbagliati

La causa principale di questo tipo di disoccupazione è senza dubbio la sproporzione tra la distribuzione della manodopera tra le diverse industrie e i tassi a cui la produzione di queste industrie potrebbe essere continuamente assorbita. Alla fine di questa guerra ci troveremo, ovviamente, di fronte a un problema particolarmente difficile da risolvere. Tra queste sproporzioni in passato la più nota (e, a causa del suo collegamento con le periodiche recessioni, la più importante) era il cronico sovrasviluppo di tutte le industrie che producevano attrezzature per ulteriori produzioni.

È più che probabile che queste industrie, a causa del modo intermittente in cui hanno operato, abbiano sempre avuto una forza lavoro più grande di quella che potevano impiegare in modo continuativo. Non è difficile creare, attraverso l’espansione monetaria di queste industrie, un’altra esplosione di attività febbrile che creerà temporaneamente condizioni di “piena occupazione” e che attirerà ancora più persone in queste industrie, però così stiamo rendendo più difficile il compito di mantenere un livello di occupazione stabile. Una politica monetaria che mira ad una posizione stabile a lungo termine dovrebbe infatti fermare deliberatamente l’espansione prima che si raggiunga la “piena occupazione” in queste industrie, per evitare una nuova cattiva gestione delle risorse.

Anche se questo è il più importante caso singolo di errato aggiustamento strutturale responsabile della disoccupazione, la depressione ricorrente costituisce solo una parte del nostro problema. La radice della disoccupazione persistente è una minaccia ancora maggiore ed è dovuta in gran parte a distribuzioni sbagliate di tipo diverso, in cui la politica monetaria può fare ancora meno per fornire una cura. Dobbiamo affrontare il fatto che il problema della disoccupazione è in ultima istanza un problema salariale; un fatto che un tempo era ben compreso, ma che una cospirazione del silenzio ha recentemente relegato nell’oblio.

 

Salari e mobilità

La domanda si sposta costantemente verso nuovi articoli e industrie e più rapido è il progresso più frequenti sono tali cambiamenti. Anche se l’aumento della velocità del cambiamento farà necessariamente aumentare il numero di persone temporaneamente senza lavoro, questo non causa per forza un aumento della disoccupazione duratura, o una riduzione della domanda di lavoro nel suo complesso.

Se gli spostamenti nelle industrie in espansione fossero liberi, queste dovrebbero poter assorbire prontamente i lavoratori licenziati altrove. Il nuovo sviluppo che sempre più lo impedisce, e che è diventato la causa più grave della disoccupazione prolungata, è la tendenza di coloro che si sono insediati nelle industrie in espansione a escludere i nuovi arrivati. Se l’aumento della domanda di lavoro in queste industrie non porta ad un aumento dell’occupazione e della produzione, ma semplicemente ad un aumento dei salari e dei profitti di chi è già all’interno, non ci sarà in effetti alcuna nuova domanda di lavoro per compensare la diminuzione generatasi altrove. Se ogni guadagno di un’industria è trattato come appannaggio di un gruppo chiuso, da convertire quasi interamente in salari e profitti più alti, ogni spostamento della domanda deve condurre a disoccupazione di lungo periodo.

L’esperienza molto particolare e quasi unica di questo Paese negli anni successivi all’innalzamento artificiale della sterlina al suo precedente valore in oro ha prodotto una fallace preoccupazione per il livello generale dei salari. Laddove un tale aumento artificiale del livello salariale nazionale è la causa della disoccupazione, la manipolazione monetaria è in effetti il modo più semplice per curarla. Una tale situazione, tuttavia, è del tutto eccezionale e non è probabile che si verifichi se non in conseguenza di fluttuazioni monetarie.

In tempi normali l’occupazione dipende molto di più dal rapporto tra i salari nei diversi settori – o, piuttosto, dal grado di mobilità consentito dalla struttura salariale. In questo caso, la politica monetaria può fare ben poco. Infatti, se Lord Keynes ha ragione nel sottolineare che i lavoratori attribuiscono più importanza alla cifra nominale del loro salario monetario che al salario reale, qualsiasi tentativo di risolvere i problemi di rigidità salariale con l’espansione monetaria non può che aumentare l’immobilità che è il vero problema: se i salari monetari vengono mantenuti stabili nelle industrie in declino, i lavoratori diventeranno ancora più esitanti a lasciarle per abbattere i muri a protezione dei gruppi privilegiati nelle industrie in fase di crescita.

La lotta contro la disoccupazione corrisponde in ultima istanza alla lotta contro il monopolio. C’è bisogno di aggiungere che su questo tema fondamentale non ci stiamo muovendo nella giusta direzione? O che sarebbe un cattivo servizio alla comunità fingere che ci sia una via d’uscita facile che rende inutile affrontare le difficoltà di fondo?

 

Pericoli in vista

È facile capire che i nostri problemi diventerebbero molto più gravi se la moda attuale dovesse prevalere e se diventasse dottrina accettata che la politica monetaria ha il compito di rimediare a qualsiasi danno causato da politiche salariali monopolistiche. Oltre all’effetto sui protagonisti della politica salariale, che vengono così esonerati dalle responsabilità per l’effetto delle loro azioni sull’occupazione, l’accento unilaterale sulla politica monetaria può non solo privare i nostri sforzi di risultati completi, ma anche produrre effetti tanto imprevisti quanto indesiderati.

Se è vero che una politica monetaria intelligente è una conditio sine qua non per prevenire la disoccupazione su larga scala, è altrettanto certo che ciò non è sufficiente. A meno di ricorrere alla costrizione universale, non riusciremo mai a sconfiggere la disoccupazione in modo duraturo finché non riusciremo a rompere le rigidità del nostro sistema economico che abbiamo permesso ai monopoli di capitale e lavoro di creare. Dimenticarlo e affidarsi esclusivamente alla politica monetaria è così pericoloso perché può avere successo abbastanza a lungo da rendere impossibile qualsiasi altro tentativo: più siamo indotti a ritardare gli aggiustamenti più ardui, perché ci sembra di riuscire per il momento a far andare avanti le cose, più grande sarà il settore del nostro sistema economico che potrà essere mantenuto in vita solo grazie allo stimolo artificiale dell’espansione del credito e dei sempre maggiori investimenti pubblici.

È un percorso che ci costringerebbe ad aumentare progressivamente il controllo del Governo su tutta la vita economica, fino ad arrivare allo Stato totalitario.

 

Traduzione a cura di Alessio Langiano

Articolo originale: https://mises.org/wire/hayek-good-and-bad-unemployment-policies

 

Keynes e la falsa fine del laissez faire – di Ludwig von Mises

Questo testo critica un discorso tenuto dall’economista inglese John Maynard Keynes il 23 giugno 1926 all’Università di Berlino. Egli faceva una tagliente critica al liberalismo e al capitalismo; rifiutava la libera proprietà privata dei mezzi di produzione, pur non volendo essere socialista. Raccomandava invece, come soluzione, una via di mezzo tra proprietà privata dei mezzi di produzione, da un lato, e proprietà sociale, dall’altro; che non è altro che la proprietà privata regolata attraverso il controllo sociale. Non sarebbe lo Stato ad assumersi questo controllo; lo farebbero invece ‘organismi societari semi-autonomi inseriti nel sistema statale’, da cui si arriverebbe ad ‘un ritorno ad autonomie indipendenti di stampo medievale’.

Keynes non propone altro che ciò che per decenni, soprattutto in terra tedesca, è stato promosso dalla scienza ufficiale e da tutta l’opinione pubblica come “soluzione alla questione sociale”. Non ci sarebbe motivo di preoccuparsi di questo piccolo opuscolo, perché tutto ciò che presenta è già stato trattato nella letteratura tedesca centinaia di volte, e, se non in miglior modo, sicuramente non peggiore, e comunque più approfonditamente. Ma il titolo che Keynes ha dato alla sua opera (La Fine del Laissez Faire) e le sue seccature epigrammatiche necessitano di una nota critica.

La famosa massima recita, per esteso, laissez faire et laissez passer. Essa si riferiva quindi – innegabilmente senza una coincidenza totale fra esperienza storica e massima – al “faire” (fare) per quanto riguarda la gestione delle merci, ad eccezione del loro spostamento fisico, e al “passer” (passare) per quanto riguarda la libera circolazione di uomini e di merci. In realtà questi due tipi di impresa sono inscindibili, e non è legittimo separarli a piacimento, essendo queste le ramificazioni della stessa ideologia sociale.

Keynes, tuttavia, parla deliberatamente solo di laissez faire. Egli menziona il protezionismo solo di sfuggita (p. 26); sorvolando interamente sulla libera circolazione. È facile capire le basi per una tale autolimitazione. La protezione e l’intralcio al libero scambio internazionale sono, sicuramente, graziosamente medievali, ma i loro pessimi effetti sono oggigiorno così chiari che un riformatore sociale, nel combattere il liberalismo, fa solo che bene a tacere su di essi. Specialmente un anglosassone, che vuole opporsi al liberalismo a Berlino, deve evitare di sollevare tali delicate questioni.

Certamente si trovavano tra coloro che lo hanno ascoltato alcuni che negli ultimi anni sono stati cacciati dalle terre in cui questi avevano vissuto e lavorato; ed altri che desiderano emigrare da un’Europa centrale sovrappopolata e non possono perché i lavoratori delle terre meno popolose si difendono dall’arrivo di concorrenti. E Keynes saprà inoltre certamente che è proprio il protezionismo ad aver messo la Germania e l’Inghilterra in una situazione economica di tale difficoltà.

Se Keynes avesse parlato (veramente) della fine del laissez faire et laissez passer, allora non avrebbe potuto non vedere come il mondo di oggi è malato proprio perché, per decenni, le cose non sono state regolate da questa massima. Chi si rallegra che i popoli si allontanino dal liberalismo, non deve dimenticare che la guerra e la rivoluzione, la miseria e la disoccupazione di massa, la tirannia e la dittatura non sono compagni casuali, ma sono i risultati necessari dell’antiliberalismo che oggi governa il mondo.

Traduzione a cura di Marco Bares

Fonte: https://mises.org/library/mises-keynes-1927

La leggenda del fallimento del capitalismo – di Ludwig von Mises

È ormai comune pensare che la crisi economica degli ultimi anni abbia determinato la fine del capitalismo. Il capitalismo ha fallito, si è dimostrato incapace di affrontare i problemi economici. Dunque, se non vogliamo soccombere, non resta altro che spostarsi verso un’economia pianificata, verso il socialismo.

Questa credenza non è però una novità. I socialisti hanno sempre sostenuto che le crisi economiche sono l’inevitabile risultato del sistema di produzione capitalistico e che quindi non v’è altro modo per risolverle definitivamente se non ricorrendo al socialismo. L’opinione pubblica è oggi più che mai impregnata di idee socialiste [l’articolo risale al 1932, NdT], ciò fa sì che queste opinioni abbiano risonanza diffondendosi a macchia d’olio, ma questo non significa che la crisi attuale sia più grave rispetto a quelle precedenti.

 

I.

Quando ancora non si concepivano scelte di natura macroeconomica, si credeva che chi detenesse il potere fosse in grado realizzare qualsiasi cosa. I sacerdoti, inoltre, esortavano i potenti a governare in maniera giusta, nell’interesse della salvezza delle anime e in vista di ritorsioni nell’aldilà. Il potere dei sovrani era considerato illimitato e onnipotente, nonostante venissero riconosciuti i limiti naturali dell’essere umano e del suo potere terreno.

La nascita della sociologia, straordinaria opera di molte menti illuminate quali David Hume e Adam Smith, ha distrutto questa concezione. Si scoprì che il “potere sociale” era più un concetto astratto che una realtà realmente esistente. Venne quindi riconosciuta una necessaria interdipendenza tra i fenomeni di mercato che il potere temporale non può cancellare. Esso era un fenomeno sociale capace di trascendere dal controllo dei potenti i quali devono sottomettersi ad esso per avere successo, proprio come accade per le leggi di natura. Mai nella storia del pensiero umano e scientifico vi fu scoperta più grande.

Sulla base della conoscenza delle leggi di mercato, è possibile capire in che misura il potere dello Stato e i soprusi nel controllo delle operazioni di mercato impattano sull’economia. L’interventismo fine a se stesso non sempre riesce a soddisfare le aspettative delle autorità e produce esiti non preventivati. È quindi futile e dannoso per chi lo esercita. La dottrina liberale respinge l’interventismo come superfluo, vano e controproducente, piuttosto si basa sui risultati del pensiero scientifico. Ciò al fine di configurare le proprie azioni in modo da raggiungere gli obiettivi prefissati, non solo per arrivare ad un risultato fine a se stesso.

Il liberalismo non vuole interferire nelle questioni scientifiche; vuole che la scienza sia il punto di riferimento del comportamento umano. Si basa sulla ricerca scientifica per fare in modo che ogni membro della società sappia come raggiungere in modo efficace i propri obiettivi. I partiti politici si differenziano non per il fine a cui tendono, ma per il modo in cui tentano di raggiungere il bene comune. I liberali promuovono il sistema di proprietà privata dei mezzi di produzione come il modo migliore per creare ricchezza e benessere per tutti. Inoltre si oppongono al socialismo e all’interventismo in quanto improduttivi, nonostante quest’ultimo sia considerato un valido sistema dai suoi sostenitori perché a metà strada tra il capitalismo e il socialismo.

La visione liberale è stata aspramente criticata. Eppure gli oppositori del liberalismo non sono riusciti a confutare né la teoria su cui si fonda né la sua validità. Inoltre non sono nemmeno riusciti a controbattere con argomentazioni logiche alle critiche dei liberali, hanno semplicemente sviato il discorso. I socialisti pensavano di riuscire a sottrarsi a questa critica e giustificarsi dicendo che Karl Marx non aveva mai trattato veramente il tema dell’efficacia di una politica socialista. Dunque non hanno fatto altroché lodare l’impero socialista del futuro come un paradiso terrestre, ma si sono rifiutati di discutere i dettagli del loro programma.

Gli interventisti hanno optato per una strategia diversa. Hanno negato la validità universale della teoria degli economisti con una giustificazione assai scarna. Incapaci di controbattere logicamente l’economia classica, non potevano appigliarsi ad altro se non al “sentimentalismo morale” di cui si parlava durante l’Assemblea costitutiva dell’Associazione Economica Tedesca di Eisenach. Contro la logica pongono l’etica, contro il ressentiment della teoria e le sue argomentazioni pongono il richiamo alla volontà dello Stato.

Gli economisti avevano già previsto le conseguenze dell’interventismo e del socialismo statale e collettivista esattamente nel modo in cui si sono verificate. Ma ovviamente sono stati ignorati. Da cinquanta o sessant’anni gli Stati europei hanno adottato politiche anticapitalistiche e antiliberali. Più di quarant’anni fa, Sidney Webb (Lord Passfield) scriveva: “Possiamo affermare con certezza che la moderna filosofia socialista non è altro che l’attenta e precisa omologazione ai precetti della società, già parzialmente applicati in maniera involontaria. La storia economica di questo secolo è costellata di innumerevoli progressi compiuti grazie al socialismo”.[1] Quanto detto si è verificato all’inizio del suddetto processo e in Inghilterra, dove il liberalismo ha contribuito a reprimere politiche anticapitalistiche. Da allora la politica interventista si è espansa. Ormai tutti credono che viviamo in un’epoca di “economia vincolata” che darà vita a una florida comunità socialista.

Ora che si è verificato esattamente ciò che gli economisti avevano previsto, ora che i risultati della politica economica anticapitalista sono diventati palesi a tutti, ovunque riecheggia il grido: questo è il declino del capitalismo, il sistema capitalista ha fallito!

Il liberalismo non può essere incolpato per nessuna delle scelte delle istituzioni che ad oggi controllano la politica economica. Si oppone difatti alla nazionalizzazione delle imprese, poiché provoca ingenti danni al bilancio pubblico ed è anche la causa di una sporca corruzione. Inoltre il liberalismo si oppone alle politiche di contrasto alla libertà di impresa e di iniziativa personale, all’assegnazione del potere statale ai sindacati, ai sussidi di disoccupazione che contribuiscono solo ad allargare il fenomeno della disoccupazione. Si schiera poi contro la previdenza sociale, che trasforma gli assicurati in provocatori, delinquenti e nevrotici; contro i dazi doganali (e di conseguenza anche contro i monopoli), contro le restrizioni alla libertà di circolazione, contro la sovratassazione e l’inflazione, contro gli arsenali, contro la colonizzazione, contro l’oppressione dei popoli stranieri, contro l’imperialismo e contro la guerra. Si è ostinatamente opposto alla politica inflazionistica.

Infine, non è stato il liberalismo a schierare truppe armate che aspettano solo il momento giusto per far scoppiare una guerra civile.

 

II.

Per giustificare la responsabilità del capitalismo, per almeno una parte delle questioni trattate si afferma che imprenditori e capitalisti non siano più liberali ma interventisti e statalisti. Questo presupposto è vero, ma le conclusioni avanzate sono errate. Tali conclusioni si basano sull’erronea concezione marxista secondo cui, nel periodo di massimo splendore del capitalismo gli imprenditori sono riusciti a tutelare i propri interessi di classe attraverso il liberalismo mentre ora, nel periodo di declino del capitalismo, si sono affidati all’interventismo. Ciò dovrebbe dimostrare che l’interventismo è storicamente necessario e parte integrante del capitalismo moderno.

La visione dell’economia classica e del liberalismo come ideologia borghese (nel senso marxista del termine) è però una delle tante dottrine distorte del marxismo. La verità è che anche gli imprenditori vengono influenzati dalle idee del momento, per questo nell’Inghilterra del 1800 gli imprenditori erano liberali mentre nella Germania del 1930 sono interventisti, statalisti e socialisti. Gli imprenditori nel 1800 non avevano meno tornaconti personali, tutelati dall’interventismo e messi in discussione dal liberalismo, rispetto al 1930.

Oggi, il grande imprenditore è spesso definito “capitano d’industria”. Tuttavia nella società capitalista non esistono “capitani d’industria”. E’ proprio questa la differenza caratteristica tra l’economia socialista e quella capitalista. In quest’ultima il proprietario dei mezzi di produzione segue unicamente i mutamenti nel mercato. L’abitudine di definire “capitani d’industria” i capi di grandi imprese lascia intendere che queste posizioni non vengono conquistate mediante il successo imprenditoriale, bensì attraverso altro.

In uno stato interventista non è necessario che un’impresa riesca a soddisfare le richieste dei consumatori per avere successo, è più importante invece il rapporto con il governo in modo tale da trarre vantaggio dagli interventi varati da quest’ultimo. Più dazi sui prodotti dell’impresa o meno dazi sui semilavorati che essa lavora possono fare al differenza nella gestione dell’impresa. Un’impresa, per quanto bene possa essere gestita, deve necessariamente fallire se non riesce a tutelare i propri interessi in relazione alla fissazione dei dazi doganali, delle retribuzioni dinanzi all’Organo di conciliazione e presso le autorità antitrust. È più essenziale stringere i giusti contatti che produrre merce di valore.

Dunque non sono richiesti uomini capaci di gestire un’impresa e che siano in grado di dare al mercato esattamente ciò che esso richiede, bensì emergono coloro che fanno gli interessi della stampa e dei partiti politici, soprattutto quelli estremisti, in modo tale da guadagnarsene i favori. Ciò si riflette nel comportamento di quei direttori generali che contrattano più spesso con i funzionari di Stato e i leader politici che con i consumatori o i fornitori.

Dato che le aziende si preoccupano di ricevere favori politici, a loro volta si impegnano per fare favori ai politici. Non c’è una grande azienda che negli ultimi anni non abbia speso ingenti somme di denaro in investimenti realizzati per fini politici, dai quali non era previsto un profitto, bensì addirittura una perdita. Per non parlare delle detrazioni per scopi esterni alla gestione dell’impresa, destinati ad esempio a finanziamenti politici, fondazioni di previdenza sociale e altri ancora.

Ad oggi si cerca sempre più spesso di sottrarre al controllo degli azionisti la gestione delle banche centrali, delle grandi industrie e delle società per azioni. Gli statalisti si sono dimostrati favorevoli a questa “tendenza delle grandi società a nazionalizzarsi”, ovvero la scelta di gestire le imprese trascurando gli interessi degli azionisti e il loro “massimo profitto possibile”. Ciò simboleggia il superamento del capitalismo.[2] Nel corso della riforma del diritto societario tedesco sono emersi tentativi di anteporre agli interessi patrimoniali degli azionisti l’interesse e il benessere delle società, dunque “la loro superiorità economica, giuridica e sociologica e la loro indipendenza dalla mutevole maggioranza degli azionisti”[3]

Oggi, sostenuti dallo Stato e dall’opinione pubblica, entrambi profondamente interventisti, i dirigenti delle grandi società si sentono così potenti da non ritenere necessario prestare attenzione agli interessi degli azionisti. Ciò avviene soprattutto nei Paesi in cui lo statalismo ha un impatto maggiore – ad esempio negli Stati nati dopo la caduta dell’Impero austro-ungarico – e in cui le imprese private si disinteressano della produttività tanto quanto le società pubbliche. Il risultato è il collasso. Secondo la teoria più accreditata, le imprese troppo grandi non possono essere gestite solamente seguendo il criterio della produttività.  L’unico risultato che però può scaturire da una gestione di questo tipo è il fallimento dell’impresa, in quanto si rinuncia alla produttività. Allo stesso tempo, la teoria esige l’intervento dello Stato nell’amministrazione delle grandi imprese, per evitare che falliscano.

 

III.

È comunque vero che il socialismo e l’interventismo non sono ancora riusciti a distruggere del tutto l’economia capitalista. In tal caso in tutta Europa, dopo secoli di benessere e prosperità, si sarebbe verificata una nuova fame di massa. Eppure intorno a noi il capitalismo avanza sempre di più, basti pensare alla nascita di nuove industrie, all’espansione di quelle già esistenti e al miglioramento dei loro mezzi di produzione. È proprio ciò che resta dell’economia capitalista nella nostra società che ha permesso tutti questi progressi economici. Nonostante ciò, l’economia capitalista è costantemente ostacolata dalle autorità interventiste, di conseguenza si perde una considerevole parte dei profitti per lasciare spazio alla scarsa produttività delle imprese pubbliche.

La crisi odierna è la crisi dell’interventismo e del socialismo statale e collettivista, in altre parole la politica anticapitalista. Non si può negare che la società capitalista sia controllata dai meccanismi del mercato. I prezzi di mercato corrispondono alla quantità di domanda e offerta e determinano l’entità della produzione. In definitiva, ciò che dà valore all’economia capitalista è il mercato. Quando viene meno la funzione regolatrice della produzione propria del mercato, dunque il governo interferisce con prezzi, salari e tassi d’interesse, si genera una crisi.

Non è stato Bastiat a fallire, ma Marx e Schmoller.

 

Traduzione a cura di Laura Pizzorusso

Fonte: https://www.misesde.org/2020/08/die-legende-vom-versagen-des-kapitalismus/?fbclid=IwAR2eErmVHcY208mgGZvxrsxY7-X50yXatwQuseRiW7NKGflPqzxs5yNUnL0

 

 

[1] Vgl. Webb, Die historische Entwicklung (Englische Sozialreformer. Eine Sammlung „Fabian Essays“ her. v. Grunwald, Leipzig 1897) S. 44.

[2] Vgl. Keynes, Das Ende des Laisser-faire, München und Leipzig 1926, S. 32 f. 3

[3] Vgl. Passow, Der Strukturwandel der Aktiengesellschaft im Lichte der Wirtschaftsenquete, Jena 1930, S. 4.

 

Il flagello dell’Africa: breve storia del socialismo africano

Negli anni Sessanta, milioni di africani guardavano con ottimismo al loro futuro: erano gli anni della decolonizzazione, dell’indipendenza, della libertà. Dopo aver conquistato il diritto all’autogoverno, una nuova generazione di leader africani guardava fiduciosa verso l’avvenire, certa di poter costruire un’Africa migliore, in grado di relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo.

Così non è stato. Mezzo secolo dopo, molte nazioni africane si presentano persino più povere di quanto non lo fossero sotto il dominio europeo. Violenza, corruzione, instabilità, miseria, morte: per milioni di africani, è questa la realtà della loro vita. La domanda quindi sorge spontanea: cosa è andato storto?

 

Damnatio memoriae

Naturalmente, non esiste una risposta semplice: questo fallimento è il risultato della combinazione di diversi fattori (i danni a lungo termine del colonialismo, tensioni etniche e religiose, ingerenze delle potenze straniere), ma uno spicca su tutti gli altri: l’abbandono, da parte delle élite al potere nei diversi Paesi africani, dei principi del libero mercato e della democrazia liberale.

Una volta conquistata l’indipendenza, molti dei nuovi leader africani decisero di voltare le spalle a qualsiasi testimonianza del passato coloniale. Ad essere rimossi, modificati o distrutti, però, non furono solo edifici ed emblemi: anche le idee furono sottoposte alla damnatio memoriae.

Per questi leader africani capitalismo, libero mercato e democrazia liberale erano idee degli odiati ex-padroni, quindi intrinsecamente malvagie[1]. Pertanto, era inevitabile che questi politici, nello scegliere secondo quali principi guidare lo sviluppo delle loro nazioni, venissero attratti dall’ideologia della potenza che, negli anni Sessanta, si presentava come l’antitesi dell’Occidente imperialista: l’URSS, e quindi il socialismo sovietico.

 

Un’Africa socialista

Sarebbe riduttivo affermare che il socialismo sovietico abbia attecchito bene nelle nuove nazioni africane: piuttosto, sarebbe più corretto dire che è divampato come benzina sul fuoco dell’indipendenza.

In Tanzania, Julius Nyerere fondò lo sviluppo del Paese sulla dottrina della “Ujamaa”(famiglia estesa), un misto di socialismo sovietico e valori tradizionali africani[2]. In linea con questi principi, la prima Costituzione della Tanzania affermava che “lo Stato ha il compito d’impedire l’accumulo della ricchezza, incompatibile con una società senza classi”.

In Ghana, il Presidente Nkrumah fissò come obiettivo ultimo del suo governo il controllo totale dell’economia da parte dello Stato[3]. Per raggiungere tale scopo, le imprese private vennero nazionalizzate, perfino prezzi e salari vennero stabiliti a tavolino dal governo centrale.

In Guinea, per realizzare il “marxismo in panni africani”, il governo di Sékou Touré varò misure estremamente severe, tra cui: divieto di qualsiasi attività commerciale non approvata dal governo, monopolio statale del commercio con l’estero, pena di morte per il contrabbando[4].

Questi sono solo alcuni esempi. Infatti, vicende simili riguardarono anche lo Zimbabwe di Mugabe, il Mali di Keita, l’Etiopia di Mengistu e tante altre nazioni africane. Perfino in quelle dichiaratamente “capitaliste”, come la Nigeria, uno Stato forte, che quindi interviene pesantemente in economia, venne considerato come uno strumento utile all’indipendenza nazionale[5].

 

Il socialismo africano fra teoria e pratica

Il socialismo africano, sebbene si proponesse come una “Terza via” alternativa non solo al capitalismo, ma anche al socialismo di stampo sovietico[6], nei fatti riprendeva gli aspetti fondamentali di quest’ultimo, in particolare il sistema politico monopartitico e l’economia pianificata.

In tutte le nuove repubbliche socialiste, pertanto, non esistevano né partiti di opposizione né vincoli al potere del governo: tanto nel Ghana di Nkrumah quanto nello Zimbabwe di Mugabe, l’unico partito legale era quello del Presidente, che governava con pieni poteri.

Come in ogni Stato socialista che si rispetti, poi, l’economia era pianificata: com’è stato già detto in precedenza, i leader socialisti africani fecero grandi sforzi per eliminare qualsiasi impresa privata, e quindi autonoma rispetto al governo centrale.

Tutto questo ebbe due gravi conseguenze: in primo luogo, stroncò nei cittadini di questi Paesi qualsiasi aspirazione imprenditoriale, sostituendola con una mentalità che vede lo Stato come l’unica istituzione in grado di creare ricchezza (mentre in realtà può solo ridistribuirla, di solito male).

In secondo luogo, l’accentramento del potere: in ognuno di questi Stati, il regime socialista al potere favorì lo sviluppo di una burocrazia pesante ma influente, la cui prosperità crebbe in modo inversamente proporzionale a quella della nazione. Ancora oggi, in gran parte del continente, sono solo pochi funzionari politici e militari a beneficiare delle ricchezze dell’Africa, mentre ai loro concittadini restano le briciole.

 

Quali risultati?

Bisogna precisarlo: Nkrumah, Nyerere, Touré e gli altri leader della loro generazione, con tutta probabilità, erano (almeno all’inizio) in buona fede. Probabilmente, prima che subentrasse l’attaccamento agli agi ed ai vantaggi del potere, erano sinceramente spinti dal desiderio di aiutare i loro concittadini e migliorare i loro Paesi d’origine. Ma, come diceva Karl Marx stesso, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

La Tanzania, quando Julius Nyerere salì al potere, aveva un PIL paragonabile a quello della Corea del Sud di allora. Negli anni seguenti, la fallimentare collettivizzazione dell’agricoltura, imposta secondo i principi della Ujamaa, ha condannato il Paese a decenni di stagnazione economica[7]. Oggi, la Tanzania è uno dei Paesi africani più poveri.

In Ghana, quasi tutte le imprese nazionalizzate dal governo di Nkrumah fallirono sotto il peso della corruzione e della gestione inefficiente[8], il che portò l’economia del Paese al collasso. Alla fine, Nkrumah stesso venne deposto.

Lo Zimbabwe, un tempo noto come “il granaio dell’Africa”, sprofondò in una grave crisi alimentare quando Robert Mugabe espropriò le terre dei contadini bianchi (che vennero espulsi dal Paese) per ridistribuirle fra i suoi sostenitori (che di agricoltura ne sapevano poco o niente)[9].

Quando i leader che hanno fatto la storia del socialismo africano salirono al potere, ai loro concittadini promisero indipendenza, prosperità e progresso. Invece, quando se ne sono andati, hanno lasciato loro in eredità Paesi dipendenti dagli aiuti internazionali, caduti in miseria e con poche prospettive per il futuro.

 

Quale futuro per l’Africa?

Quando (o meglio, se) i Paesi devastati dal socialismo africano riusciranno a recuperare decenni di sviluppo perduti, è impossibile dire con certezza. Tuttavia, ci sono segnali incoraggianti.

Innanzitutto, fra il 1996 ed il 2016, il numero di Paesi africani dichiaratamente socialisti è calato drasticamente, mentre il grado di libertà economica è aumentato in tutto il continente (da 5.1 su 10 a 6.15 su 10, secondo il Fraser Institute)[10]. Tutto questo soprattutto perché, dopo il crollo dell’URSS, i regimi socialisti in Africa hanno perso gli aiuti economici sovietici, crollando a loro volta.

Gli effetti benefici della liberalizzazione dell’economia non hanno tardato a manifestarsi: negli ultimi vent’anni, nell’Africa subsahariana, il PIL è triplicato (quello per capita è raddoppiato), la mortalità infantile si è dimezzata e la vita media si è allungata di dieci anni[11].

Una nuova era per l’Africa, di vera prosperità e di vera pace, potrebbe essere aperta dalla nascita dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA). Si tratta di un’area di libero scambio creata nel 2018 che, ad oggi, comprende 29 dei 55 membri dell’Unione Africana.

Secondo le stime dell’ONU, l’AfCFTA potrebbe potenzialmente incrementare di oltre il 50% il commercio fra i diversi Paesi africani in soli pochi anni, generando ricchezza che andrebbe a sollevare dalla povertà estrema milioni di africani[12].

Naturalmente, niente è scolpito nella pietra. Il 21esimo secolo potrebbe essere il secolo della riscossa dell’Africa, in cui i danni inflitti dal colonialismo e dal socialismo verranno superati ed il continente potrà finalmente relazionarsi da pari a pari con il resto del mondo, come si sperava già nel 1960.

Oppure, al contrario, i progressi degli ultimi vent’anni potrebbero essere solo temporanei, e questo sarà il secolo in cui si compirà la tragedia finale dell’Africa, un continente reso sterile dalla sua stessa mentalità collettivista.

Una sola cosa è certa: qualsiasi sarà il futuro dell’Africa, esso è nelle mani degli africani. Nelle mani dei suoi politici, che dovranno essere lungimiranti. Nelle mani dei suoi imprenditori, che dovranno affrontare mille ostacoli per riportare la prosperità. Nelle mani dei suoi elettori, che non dovranno ripetere gli stessi errori già ripetuti ormai fin troppe volte.

[1]https://www.africanliberty.org/2019/03/14/how-socialism-destroyed-africa/

[2][3][4][5]https://youtu.be/ZUBXW6SjuQA

[6]https://www.britannica.com/topic/African-socialism

[7][8]https://mises.org/wire/africas-socialism-keeping-it-poor

[9]https://youtu.be/XB9vMcMXs6s

[10][11][12]https://fee.org/articles/what-can-we-expect-from-africa-in-the-2020s/