Come nasce uno stato di polizia: lo Schutzhaft nella Germania nazista

PROLOGO

Nel maggio del 1933, nell’ufficio del responsabile prussiano alla detenzione preventiva Hans Mittelbach si presentò una donna brandendo della biancheria intrisa di sangue che suo marito, Erich Mühsam, le aveva spedito dal campo di concentramento di Sonnenburg. Mittelbach era ben consapevole delle condizioni di Mühsam.

Questi era stato arrestato nella notte del 28 febbraio 1933, qualche ora dopo l’incendio del Reichstag. Quella notte, come tanti altri comunisti, socialisti e liberali, era stato sorpreso nel sonno dalla polizia o dai gruppi paramilitari associati al NSDAP e condotto in vari luoghi di detenzione, legale o extralegale, fino al famigerato campo di concentramento di Sonnenburg. Mühsam era un noto anarchico e al suo arrivo a Sonnenburg le SA gli diedero il benvenuto a bastonate.

Le violenze proseguirono anche nei giorni successivi e furono gravi al punto che Mittelbach, nell’aprile del 1933, si recò in visita al campo per chiedere agli ufficiali di evitare maltrattamenti ai prigionieri. La richiesta fu vana.

Dopo le denunce della moglie di Mühsam, Mittelbach si recò di persona a prendere il prigioniero per condurlo nel carcere di stato a Berlino dove il trattamento sarebbe stato sicuramente migliore poiché gestito da uomini della polizia. Purtroppo per Mühsam, la carriera del suo salvatore finì di lì a poco, si crede proprio a causa della sua “indulgenza”.

Mühsam fu spostato al campo di Oranienburg, dove le SS lo strangolarono con una corda da bucato e gettarono il corpo nelle latrine fingendo un suicidio. Era il 9 luglio 1934. La cosa sorprendente di questa storia è che tutto ciò che accadde era perfettamente legale e persino costituzionale. Vediamo come.

«LE EMERGENZE SONO SEMPRE STATE IL PRETESTO CON CUI SONO STATE EROSE LE LIBERTÀ INDIVIDUALI»

L’incendio del Palazzo del Reichstag, l’edificio che ospitava la camera bassa del parlamento tedesco, avvenne la sera del 27 febbraio 1933, a un mese dall’insediamento del governo presieduto da Adolf Hitler. L’attentato, per il quale fu accusato un comunista, fu il pretesto per ricorrere alla decretazione d’emergenza prevista dalla costituzione di Weimar all’articolo 48, comma 2:

Il presidente [del Reich] può prendere le misure necessarie al ristabilimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, quando essi siano turbati o minacciati in modo rilevante, e, se necessario, intervenire con la forza armata. A tale scopo può sospendere in tutto o in parte la efficacia dei diritti fondamentali stabiliti dagli articoli 114, 115, 117, 118, 123, 124 e 153.

I diritti fondamentali menzionati sono l’inviolabilità della libertà personale e del domicilio, la segretezza delle comunicazioni, la libertà di stampa, di riunione, di associazione, e il diritto alla proprietà privata.

Dopo l’incendio, il governo di Hitler si rivolse immediatamente al presidente del Reich Hindenburg, un vecchio generale in pensione, per chiedergli di approvare quello che passò alla storia come “decreto dell’incendio del Reichstag”, con il quale si disponeva che tutti i diritti fondamentali erano sospesi fino a nuove disposizioni.

Il decreto divenne una sorta di carta costituzionale del Terzo Reich, «giustificando ogni sorta di abuso di potere, compresa la negazione della libertà personale senza supervisione dell’autorità giudiziaria né appello»[1].

SCHUTZHAFT

«Dalla prospettiva del campo non si capiva secondo quale sistema (se poi ce n’era uno) fossero eseguiti gli arresti, ancor meno, in base a che cosa si stabiliva la durata della custodia preventiva e la scelta dei rilasci. […] Questa incertezza […] ha giocato un grosso ruolo e ha reso particolarmente difficile la nostra esistenza. […] Solo il fatto che la custodia preventiva era inflitta senza limitazione di tempo fino a un nuovo riesame dell’arresto fa capire che [essere] oggi in Germania detenuto politico in custodia preventiva è molto, molto peggio che essere qualunque criminale condannato ad una precisa limitazione di libertà, perché questo sa la durata del suo arresto»[2].

Così il socialdemocratico Gerhart Seger descriveva la condizione di totale incertezza in cui versavano i circa 200.000[3] prigionieri politici in “custodia preventiva” nel 1933.  La custodia preventiva (schutzhaft) era uno strumento preventivo-repressivo di polizia per arrestare chi fosse considerato un pericolo senza ricorrere agli strumenti giudiziari.

La costituzione di Weimar prevedeva che la libertà personale fosse inviolabile, ma il decreto dell’incendio dei Reichstag aveva sospeso quell’articolo della costituzione: nessun cittadino era al sicuro dagli abusi dei vari corpi di polizia o dei gruppi paramilitari del partito nazionalsocialista; nessuno era garantito contro un arresto arbitrario; la libertà aveva smesso di appartenere al singolo cittadino e apparteneva allo Stato.

Era sufficiente che ci fosse un sospetto, una denuncia anonima, e chiunque poteva essere posto in custodia preventiva. Molti degli arresti avvenuti nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 1933 colpirono anche persone che non avevano alcun legame con l’attentato al Reichstag. Mühsam fu arrestato soltanto perché era un noto anarchico.

Altri furono arrestati solo perché comunisti o appartenenti ad altri partiti che potevano avere a che fare con l’incendio. «Alla polizia politica fu data la possibilità di agire in modo preventivo contro ogni minaccia allo Stato: in altre parole, agli organi di polizia fu concesso di arrestare e detenere in custodia preventiva, per un tempo di fatto indeterminato, personalità politiche non ancora processate o di assegnarle al confino per un tempo sì determinato, ma facilmente prorogabile»[4].

Le persone sottoposte a questa misura cautelare «non conoscevano i veri motivi in base ai quali era stato deciso il loro destino»[5] né erano messe al corrente di quando (e se) sarebbe mai terminata la loro detenzione. Era loro impedito anche di ricorrere alla giustizia per chiedere un rilascio.

L’intervento di un avvocato fu ammesso «solo per redigere istanze scritte in rappresentanza del colpito, ma non fu permesso ovviamente che gli avvocati o chiunque altro prendessero visione degli atti e delle pratiche della polizia politica. I permessi di visita degli avvocati e a chi incaricato della tutela degli interessi dello Schutzhäfling non erano concessi “se lo scopo politico-poliziesco della custodia preventiva [era] messo a rischio”»[6].

Il ricorso ai tribunali era invece assolutamente inutile, poiché la polizia poteva porre in custodia preventiva anche chi fosse stato assolto, “correggendo” in questo modo ogni decisione “sbagliata” dei tribunali. Nonostante i tribunali fossero quasi del tutto “nazificati”, lo strumento dello schutzhaft era comunque preferibile: offriva una procedura più snella e veloce; era più “silenzioso” rispetto a un processo penale; non aveva bisogno di prove ma poteva colpire virtualmente chiunque con il solo pretesto della prevenzione e della difesa del popolo e dello Stato.

Lo schutzhaft era lo strumento per eccellenza dello stato onnipotente del primo dopoguerra. «La libertà dell’individuo era prevista solo in funzione dello Stato»[7], che aveva il compito di difendere l’unità e la forza vitale del popolo; in altre parole, aveva il compito di epurare chiunque esprimesse opinioni o compisse atti pericolosi per l’unità nazionale.

La scienza giuridica tedesca andò avvicinandosi lentamente alla necessità, «di natura tutta etico-biologica, di difendere la comunità e la sua purezza razziale»[8]. In questa ottica, lo strumento dello schutzhaft non aveva soltanto la funzione di prevenire i reati isolando gli individui pericolosi, ma uno scopo molto più ampio di escludere per sempre dalla società gli individui che non potevano farne parte poiché la loro stessa esistenza biologica poteva minarne le basi.

Slavi, ebrei, zingari, omosessuali, intellettuali dissidenti, disabili, erano tutte persone che potevano anche non aver compiuto alcun reato e violato alcuna legge, ma dovevano essere allontanate dalla comunità perché portatrici di un patrimonio culturale e genetico nocivo.

Non è affatto strano che, fino alla conferenza di Wannsee del 1942, i nazisti non avessero ancora deciso cosa fare con tutti i prigionieri dei campi di concentramento. Alcuni gerarchi, come Hans Frank, appoggiavano addirittura l’idea di deportare tutti gli ebrei sull’isola di Madagascar, purché lasciassero la comunità tedesca.

I luoghi di detenzione degli schutzhäftling erano notoriamente i campi di concentramento, anche se agli inizi del 1933 i nazisti non avevano ancora pianificato la costruzione di un arcipelago di campi. La necessità nacque quando gli arresti divennero così tanti da non poter essere più gestiti dalle carceri di stato, e si dovette ricorrere a stipare i detenuti in altre strutture.

Inizialmente si preferirono strutture preesistenti come ex carceri, ex fabbriche, edifici abbandonati, persino scantinati. Questi luoghi potevano essere gestiti indifferentemente sia da personale carcerario facente capo ai vari ministeri, sia da personale extralegale come le SS o le SA, i due gruppi paramilitari del partito nazionalsocialista.

Il trattamento dei detenuti poteva variare in base al luogo in cui venivano assegnati. Le prigioni statali, almeno nel 1933, erano ritenute i luoghi più sicuri e tollerabili.

«Nonostante le molte difficoltà, la maggioranza dei prigionieri in detenzione preventiva trovava sopportabile la vita all’interno delle prigioni e delle Case di lavoro. Generalmente venivano tenuti separati dal resto della popolazione carceraria, a volte in grandi stanzoni comuni. Le celle singole erano semplici ma non spartane, di solito dotate di letto, tavolo, sedia, scaffale, lavello e un secchio che fungeva da latrina. Il cibo e la sistemazione erano perlopiù adeguati, nonostante il sovraffollamento, e siccome di norma ai prigionieri non veniva chiesto di lavorare, i detenuti trascorrevano il tempo chiacchierando, leggendo, facendo esercizio fisico, lavorando a maglia e giocando a scacchi»[9].

La relativa pace di questi luoghi durò poco, poiché già nel 1934 molte prigioni statali passarono sotto la gestione delle SS, trasformandosi nello stesso inferno che si viveva nei campi. D’altronde, come si è sottolineato, nessuno dei detenuti aveva diritti: anche il magro pasto giornaliero e il secchio da usare come latrina erano su gentile concessione delle autorità

La popolazione locale era consapevole delle violenze che si consumavano nei campi fin dalla loro nascita nel 1933. Non era raro che i prigionieri riuscissero a fuggire e raccontare ciò che avevano subìto, ma l’atteggiamento generale era per lo più di indifferenza o, al massimo, di insofferenza verso la convivenza con gli uomini delle SS e delle SA che raggiungevano le città vicine ai luoghi di detenzione per divertirsi.

Ad esempio, nell’Emsland «I dettagli sugli eccessi delle SS si diffusero fra la popolazione locale e presto raggiunsero il ministero dell’Interno prussiano, che alla fine intervenne. Il 17 ottobre 1933 ordinò che tutti i prigionieri politici di spicco e gli ebrei fossero immediatamente portati fuori dai campi dell’Emsland»[10].

In altri casi, come l’episodio descritto in apertura, i parenti delle vittime apprendevano tramite la corrispondenza degli abusi all’interno dei luoghi di detenzione e protestavano infruttuosamente con le autorità, ma diffondevano anche le storie fra conoscenti e amici. Era raro trovare qualcuno che non avesse udito almeno una storia del genere già nel 1933.

UNA CURIOSA FUGA

Hans Beimler era un attivista del KPD, il Partito Comunista Tedesco, e aveva preso parte a numerosi scontri con i gruppi paramilitari di destra durante i turbolenti anni della repubblica di Weimar.

Era ben noto agli uomini delle SA e delle SS, quindi quando fu condotto nel campo di concentramento di Dachau il 25 aprile 1933, le guardie lo accolsero con bastonate e scudisciate. Poi lo condussero nella sala delle torture, dove per giorni subì violenti pestaggi da parte delle guardie del campo.

Lo scopo era indurre Beimler al suicidio, così da non far ricadere la colpa della sua morte sulle autorità del campo. Ma Beimler era un osso duro, così l’8 maggio 1933 le SS gli insegnarono a fare un cappio con le lenzuola e gli diedero un ultimatum: se non si fosse impiccato da solo, il giorno dopo ci avrebbero pensato loro, e sarebbe stato molto peggio.

Il mattino successivo, le guardie entrarono nella cella di Beimler e trovarono un’amara sorpresa: il prigioniero era scomparso. Non è chiaro come fuggì dal campo, ma riuscì a raggiungere la Cecoslovacchia «da dove mandò una cartolina alle SS di Dachau: “Baciatemi il culo”»[11].

Ma, molto più importante, Beimler scrisse «uno dei primi fra i sempre più numerosi racconti di testimoni oculari riguardo ai campi nazisti come Dachau»[12] che fu pubblicato a puntate su un giornale svizzero e fatto circolare segretamente in Germania.


[1] NIKOLAUS WACHSMANN, KL. Storia dei campi di concentramento nazisti. Mondadori. Milano 2016.

[2] CAMILLA POESIO, In balia dell’arbitrio. Il confino fascista e la Schutzhaft nazista, in Paradigma lager. Vecchi e nuovi conflitti del mondo contemporaneo, a cura di S. Casilio, L. Guerrieri, A. Cegna, Clueb, Bologna 2010, p. 137

[3] NIKOLAUS WACHSMANN, KL. Storia dei campi di concentramento nazisti. Mondadori. Milano 2016, p. 33

[4] CAMILLA POESIO, Il confino di polizia, la «Schutzhaft» e la progressione erosione dello Stato di diritto, in Il diritto del duce. Giustizia e repressione nell’Italia fascista, a cura di Luigi Lacchè, Roma 2015, p. 99

[5] CAMILLA POESIO, In balia dell’arbitrio. Il confino fascista e la Schutzhaft nazista, in Paradigma lager. Vecchi e nuovi conflitti del mondo contemporaneo, a cura di S. Casilio, L. Guerrieri, A. Cegna, Clueb, Bologna 2010, p. 142

[6] CAMILLA POESIO, Il confino di polizia, la «Schutzhaft» e la progressione erosione dello Stato di diritto, in Il diritto del duce. Giustizia e repressione nell’Italia fascista, a cura di Luigi Lacchè, Roma 2015, p. 101

[7] Ibidem, p. 103

[8] Ibidem, p. 104

[9] NIKOLAUS WACHSMANN, KL. Storia dei campi di concentramento nazisti. Mondadori. Milano 2016, p. 37

[10] Ibidem, p. 54

[11] Ibidem, p. 27

[12] Ibidem, p. 27

Il liberismo, il sistema economico di Adam Smith

 

Esistono uomini che lasciano il segno, individui che condizionano con il loro sistema di pensiero un’epoca intera, per non dire secoli di storia sociale e globale. Lo spirito dei tempi, la genialità umana, la cultura e il sapere hanno prodotto menti lucidissime, intelligenze ineguagliabili, studiosi che hanno dato il loro contributo a forgiare un sistema capace di resistere allo scorrere dei tempi, all’erosione del ticchettio delle lancette.

Adam Smith (1723-1790) è stato uno di questi. Egli ha dato un contributo eccezionale allo sviluppo di una disciplina che condiziona la vita di tutti i giorni: l’economia. Fu il primo che riuscì  a sganciare dalla filosofia e, in particolare, dalla filosofia morale, la scienza economica. Egli fu il primo economista classico, il pensatore sistematico che fondò una nuova disciplina: l’economia politica, intesa in senso stretto, come studio e analisi del sistema economico capitalistico oppure-in termini microeconomici-come scienza sociale che indaga il comportamento umano in maniera razionale per allocare in maniera ottimale le poche risorse disponibili.

 

Dopo Smith l’Occidente si è diviso in due agguerrite categorie: i sostenitori radicali del suo sistema, come la scuola austriaca, gli anarco-capitalisti-, i neoclassici, i liberali, liberisti, i libertariani, i minimalisti, e i critici più polemici del suo pensiero come gli statalisti, i marxisti, i collettivisti, i Keynesiani, i sovranisti e i protezionisti. Quali sono, quindi, le idee principali di Adam Smith?

Egli riuscì a sintetizzare come in un mosaico gli elementi cardine del capitalismo, nella sua opera principale: “La ricchezza delle nazioni”, pubblicato nel 1776.  Il primo principio che permette un aumento dello sviluppo e della produttività è la divisione del lavoro. Questa divisione porta i suoi benefici all’interno dell’intero sistema economico garantendo la supremazia dello scambio e del mercato; un’entità libera da dogane, dazi e protezionismi interni. Un altro principio, leitmotiv del liberismo, è la superiorità del libero mercato , della libera iniziativa economica. Ogni intervento dello Stato nell’economia  è considerato- da Smith-inopportuno, scandaloso e inefficiente. Smith a tal proposito per limitare lo strapotere della pianificazione statale, dramma odierno della burocrazia italiana, ipotizzò l’esistenza della cosiddetta “Mano invisibile”. La presenza della mano invisibile permette di realizzare un ordine sociale che soddisfa l’interesse generale e la convergenza spontanea degli interessi personali verso il benessere collettivo.

Demonizzando l’intervento dell’autorità statale, la mano invisibile permette un equilibro solido e duraturo dei mercati: Domanda e offerta di un bene o di una merce su differenti mercati tendono ad uguagliarsi e a rimanere in equilibrio. Quali sono le lezioni più importanti che possiamo ricavare dalle teorie di Smith? La libertà dell’individuo, la sua priorità rispetto alla collettività, la necessità di un capitalismo che non sia solo esorcizzato ma valorizzato: attraverso il capitale, nonostante crisi e incertezze generali, attraverso investimenti razionali, con una ridotta tassazione, attraverso la libera iniziativa è stato possibile creare ricchezza, comfort e benessere su larga scala.

È stato il capitalismo che ha fornito, nei paesi liberali, la possibilità di mettersi in gioco. È grazie al libero mercato che è stato possibile evitare qualsiasi deriva autoritaria e dittatoriale. Lo scrisse anche Friedrich Von Hayek, economista liberista, ad affermarlo nella sua opera “Verso la schiavitù “: il capitalismo teorico legittimato da Smith ci ha salvato più volte dalla “dittatura” dei nazionalismi, dei protezionismi, e dalle demagogie insite nel pensiero populista. 

 

 

 

Il protezionismo è un errore – Adam Smith e David Ricardo

Il protezionismo è fallace e logicamente insostenibile. La filosofia economica protezionista è ritornata in voga con la politica economica di Trump negli Stati Uniti e con gli slogan artati dei movimenti sovranisti e populisti in Italia e nell’intera Europa.

Quante volte abbiamo sentito frasi come “consumate italiano”, “mangiate italiano”, “comprate italiano”? Troppe volte, specialmente nelle battaglie di due politici nostrani come Giorgia Meloni o Matteo Salvini. Ovviamente i prodotti italiani sono delle eccellenze, ma è giusto che nella logica del libero scambio, nel mercato aperto, entrino in concorrenza con altri prodotti esteri.

Prendiamo come naturale l’attitudine dell’uomo al libero scambio. Da questo postulato ne consegue che il protezionismo è innaturale, disumano e deleterio.

La dimensione del libero mercato si adegua al meglio alla struttura naturale dell’essere umano. In questa struttura economica estremamente raffinata ciò che ha una priorità ontologica e reale è la mutua interazione tra produttore e consumatore, tra acquirente e venditore. Gli effetti aggregati delle decisioni (decisionismo) dei singoli individui sono descritti dalla Legge della Domanda e dell’Offerta. Un mercato lasciato libero a se stesso, nonostante i tentativi della manipolazione statale, può garantire dei risultati ed allocazioni di beni estremamente proficui. Cooperazione, libertà, capacità di scelta, interazione, principio di non aggressione, rispetto reciproco… sono questi i principi base su cui si basano le libere transazioni economiche. È il principio morale della “simpatia”, già descritto da Adam Smith nella sua “Teoria dei sentimenti morali”, che valorizza appieno i rapporti tra gli uomini. All’opposto, a livello economico, troviamo Il protezionismo. Questo “demone” deve la sua compiuta strutturazione teorica con il mercantilismo del XVII e XVIII secolo.

Al mercantilismo, si affianca il rafforzamento degli apparati militari dei singoli stati nazionali. I protezionisti ritengono che l’economia può essere salvaguardata attraverso la tutela di prodotti e aziende nazionali e con un poderoso intervento dello Stato pianificatore, l’applicazione di dazi protettivi ai prodotti importati o alle materie prime esportate e il controllo nazionale o internazionale dei cambi, delle monete e del movimento dei capitali (protezionismo non doganale).

Adam Smith, a cui più di ogni altro si deve la prima vera teorizzazione del libero mercato e del libero scambio (liberismo economico), diede il colpo di grazia all’indirizzo di politica economica protezionista. Nella sua opera principale, che segnò l’avvio dell’indipendenza della scienza economica moderna e l’avvio dell’economia politica classica – “La ricchezza delle Nazioni” del 1776 – affermava che è una regola valida per ogni famiglia, così come per una Comunità, non tentare mai di produrre all’interno delle mura domestiche ciò che sarebbe più conveniente acquisire all’esterno. Ciò vuol dire che se una merce può essere acquistata all’estero a un prezzo minore di quello che costerebbe produrla nella madrepatria, sarebbe stolto ostacolarne l’importazione, poiché questo spingerebbe l’industria su strade meno profittevoli di quelle che essa potrebbe trovare autonomamente su mercati diversi. 

La stessa idea fu condivisa da David Ricardo con la teoria dei vantaggi comparati. Su Ricardo va fatta una premessa importante. A differenza del suo maestro Smith, il pensatore inglese, non si domandava quali fossero le cause della ricchezza delle nazioni, ma come fosse possibile suddividere il prodotto sociale tra le varie classi esistenti nella società. A chi spettava e come veniva frazionata la ricchezza? La rendita andrà ai rentiers (i proprietari terrieri), il salario ai lavoratori ed il profitto ai capitalisti. David Ricardo, autore di “Principi di economia politica e dell’imposta”, fu un estremo difensore del commercio internazionale. Fu strenuo oppositore delle Corn Laws, provvedimenti aventi valore di legge presenti in Gran Bretagna dal 1815 al 1846 che imponevano dazi all’importazione di cereali. La sua teoria dei vantaggi comparati è l’eredità della teoria dei vantaggi assoluti di Smith. Secondo Ricardo, ogni paese dovrebbe dedicarsi alla produzione di quei beni per i quali ha vantaggi comparati maggiori rispetto ad altri paesi e deve procurarsi con il libero scambio quelli che non ha convenienza a produrre. È il principio del libero mercato, è la regola del commercio internazionale, è il leitmotiv che dona un senso specifico alla nostra realtà economica attuale. 

Alcuni autori per conoscere il pensiero libertario

La libertà è il valore più importante per l’essere umano. Eppure quando cerchiamo di definirla, di catturarla o spiegarla attraverso simboli o concetti, ci troviamo di fronte a problemi insormontabili: tentare di definirla equivale a limitarla. 

Non è così per quell’insieme di filosofie politiche che cadono sotto la categoria del libertarianismo, corrente raffinata e pluralistica che considera la libertà come il più alto fine politico, senza restrizioni o imposizioni esterne, in primis statali. La libertà, secondo i libertari, si esplica in numerose forme: la libertà politica, la libertà individuale e la libertà economica come fulcro dell’intero assetto societario. Ben lontani dalla pedante distinzione di Benedetto Croce tra liberalismo e liberismo, che non ritrova riscontri nella terminologia e nel vocabolio anglosassone, il libertarianismo si rifà completamente al sistema economico capitalista, all’economia di mercato, alla politica economica del Laissez-Faire. Ovvero alla piena capacità dei mercati di equilibrarsi spontaneamente senza l’intervento dello Stato. 

Ed ecco il grande nemico della libertà: lo Stato, questo meccanismo astratto, questa potente macchina burocratica, questo Leviatano intollerante e artificioso, sovrano e paternalista. Con la biforcazione delle correnti del libertarianismo, troviamo differenti idee su come lo Stato possa e debba agire, ammesso che debba esistere. 

I miniarchisti prospettano uno Stato ridotto alla minima funzione di garante della libertà, un “guardiano notturno” della tradizione liberale, che deve garantire il rispetto dei contratti tra liberi individui.

Autori che hanno una valenza significativa nella teoria del miniarchismo sono, nel pantheon dei classici, John Locke ideatore del liberalismo classico, Friedrich Von Hayek della Scuola austriaca e Robert Nozick autore, tra le altre cose, della celebre opera Anarchia, Stato e utopia

Dall’altra parte della barricata si trovano, invece, gli anarco-capitalisti. Questi ultimi, attraverso una valida e argomentata filosofia, propongono l’eliminazione totale dello Stato, del suo monopolio nell’economia (attraverso l’abbattimento del regime delle imposte), nella sanità, nell’istruzione e nella giustizia.

Al posto di questo “meccanismo infernale”, l’anarco-capitalismo propone radicalmente una società di liberi individui legittimata da un sistema di privatopie. Entità territoriali auto-organizzate, capaci di offrire servizi di libero mercato, l’adesione volontaria degli individui alla regole della comunità, escludendo a priori l’esistenza di nazioni ed entità sovranazionali. La giustizia, il benessere e la pace della società, improntata al più vasto individualismo metodologico, può basarsi sul principio di non aggressione, insito nella natura umana. 

L’autore più influente della filosofia anarco-capitalista è stato Murray Newton Rothbard, già autore di un’opera straordinaria: For a new liberty.

In Italia, nonostante questo paese sia la culla dello statalismo assistenzialista, insieme alla figura del giurista “liberista” Bruno Leoni, il libertario per eccellenza impegnato in questa battaglia per la tutela libertà totale, contro qualsiasi collettivismo, è Leonardo Facco. Studioso ed editore poliedrico, critico e polemico, è stato autore di un libro del 2009 che fece molto scalpore: Elogio dell’evasore fiscale. All’interno del manuale possiamo trovare delle valide soluzioni per una rivolta fiscale densa di significato, improntata alla razionalità categorica. 

A livello internazionale occupa un posto di primo piano nel panorama libertario Javier Milei, economista argentino, promotore di una robusta critica al sistema politico vigente, figura presente nei dibattiti televisivi capace di sfoderare le armi della dialettica contro ogni censura liberticida che vuole soffocare la libertà in nome di un collettivismo socialista o di un assistenzialismo di Stato senza scrupoli. Il pensatore economico argentino ha un motto straordinario capace di infuocare gli animi libertari per tenere vivo il valore sacrale della libertà, contro coloro che vorrebbero sottrarcela:

Viva la libertad, carajo!

 

La critica a Keynes della Scuola Austriaca

All’interno della fenomenologia teorica dell’economia odierna, nei meandri delle accademie e dei dipartimenti di studi economici, domina incontrastato un approccio unico e incontestabile: il paradigma keynesiano. Quest’ultimo, nato sotto l’effige dell’economista John Maynard Keynes, sviluppato nei suoi punti chiave nella sua mostruosa opera principale “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, pubblicato nel 1936, considera l’intervento dell’autorità statale nei periodi di crisi economica indispensabile per poter far ripartire i consumi e la produzione.

Secondo Keynes, l’autorità statale, attraverso lo stimolo della domanda aggregata e con iniezioni significative di liquidità, può emendare il problema dell’eccesso di disoccupazione oltre la soglia di normalità per il sistema capitalistico. Se guardiamo bene alla storia, tuttavia, ci accorgiamo che le teorie di Keynes sono state utilizzate in gran parte come meri strumenti ideologici e politici.

L’economista britannico che vide applicate le sue teorie con il piano del “New Deal” di Roosevelt, ha goduto di successo e onori per un semplice motivo: la classe politica, nelle sue opere, venne paragonata paragonata  all’ingegneria sociale, capace di estirpare i malesseri sociali. Laddove “falliva” il mercato, interveniva il politico, il settore pubblico, coadiuvato dall’interesse generale.

I discepoli di Keynes- animati dalla “General theory”- videro, tuttavia, smentite le loro teorie economiche con la stagflazione degli anni ‘70 in seguito allo stock petrolifero. La stagflazione comporta un aumento dei prezzi e, in contemporanea, la mancanza di crescita economica. Insomma, Keynes fallì completamente analisi e riflessioni. Lo notiamo nella dimensione stessa del cosiddetto (così lo definì Kahn) moltiplicatore keynesiano.

All’ammontare della spesa pubblica, degli investimenti, o dei consumi, per quale motivo dovrebbe aumentare in percentuale in funzione delle variabili macroeconomiche il reddito nazionale? Esiste un’altra Scuola, un altro importante approccio economico che merita di essere menzionato ed analizzato attentamente: è la Scuola Austriaca di economia.

Gli studiosi austriaci furono altamente innovativi grazie alle loro analisi economiche e delle scienze sociali. All’interno del pantheon economico austriaco ritroviamo il meglio degli economisti classici come Adam Smith, l’analisi della natura umana di David Hume, le più prestigiose e raffinate teorie psicologiche sull’individuo, la critica economia di Bastiat. Una teoria, quindi, che si adegua all’uomo e alle sue esigenze più profonde.

Il punto di partenza risiede nella presa di coscienza della razionalità umana: l’uomo è un individuo razionale (non nel senso economico inteso come consapevole di tutte le informazioni) capace di prefiggersi degli obiettivi e dei fini che può raggiungere con determinati mezzi. Nata nel 1871 con l’opera di Carl Menger “principles of Economics”, l’indirizzo economico austriaco, che prende spunto dalle minuziose riflessioni -come affermò Rothbard- della Scuola di Salamanca del XV secolo, ebbe dalla sua parte studiosi del calibro di von Mises, von Hayek (premio nobel dell’economia nel 1974), lo stesso Rothbard, Schumpeter e molti altri ancora. In opposizione all’analisi del “Das Kapital” di Marx e andando oltre gli stessi classici, l’economia austriaca si basa su degli “assiomi” incontestabili, a partire dalla prasseologia (filosofia della prassi) umana. 

Ciò comporta l’utilizzo del metodo deduttivo e una nuova e più completa teoria del valore: a differenza degli economisti classici, gli austriaci danno priorità non alla quantità del lavoro necessario a produrre una merce, ma al valore utilità, capace di soddisfare l’esigenza del consumatore. Inoltre gli austriaci, fedeli alla filosofia dell’individualismo metodologico che ha animato i movimenti libertari, credono nel libero mercato, che raggiunge spontaneamente la miglior situazione per produttori e consumatori senza intervento esterno dei policy maker. Gli Austriaci difendono con tenacia la proprietà privata che è la elemento traino del Diritto naturale.

La tutela del singolo individuo si sgancia, quindi, dalla pianificazione statale. Le teorie di questi studiosi possono permettere, nel mondo moderno, una presa di coscienza di ciò che può essere l’economia e una critica seria di quelle sovrastrutture economiche che limitano la libera iniziativa. Non sarà Keynes, questa volta, (e l’ ha ricordato il Fondo Monetario Internazionale indirettamente) a “salvarci” dalla crisi economica e dalle conseguenze nefaste nel settore industriale per una causa esogena: quella del Coronavirus.

Costruire le città del futuro

In che modo le nuove tecnologie e i nuovi modelli di gestione trasformeranno radicalmente la gestione cittadina da come noi la conosciamo.
Quando giunge il momento di aggiornare il modo in cui agiscono, i governi sono in ritardo rispetto alle organizzazioni private. Mentre le aziende rinnovano costantemente i loro modelli organizzativi, la maggior parte delle città è ferma a strutture governative secolari. Ma cosa potrebbe succedere se potessimo gestire le città come fossero delle compagnie?

Le nuove strutture legali potrebbero essere viste come social technologies. Pensiamo a Smart City e a piattaforme di E-Governance come al lato hardware. Per esempio, la distribuzione elettrica, l’illuminazione e i servizi di trasporto sono tutti diventati più efficienti grazie all’innovazione. Abbiamo potuto vedere molti progressi nei servizi cittadini, ma non nel modo in cui le città sono gestite e funzionano.

In altre parole, la legge e l’amministrazione sono i sistemi operativi delle città che, tuttavia, non vengono aggiornati da molto tempo. Quello su cui dovremmo focalizzarci, allora, è il lato software. Però, non servirà a molto se abbiamo piattaforme digitali del ventunesimo secolo ma sistemi legali del diciannovesimo. Siamo ancora in ritardo. Il problema è che le nostre strutture giuridiche sono troppo rigide per essere innovate. Se vogliamo che il governo sia più innovativo, dovremmo osservare come le startup innovano. “Sono piccole, sperimentali, e responsive”, dice Max Borders, autore di The Social Singularity. “Se falliscono, forniscono un precedente da cui imparare; se hanno successo, le startup creano ricchezza”.

Borders è parte del movimento Startup Societies, che richiede più sperimentazione nell’ambito della governance. La piccola nazione di Liberland, il modello abitativo galleggiante ideato dal Seastanding Institute, e le charter cities americane fanno tutte parte di questa categoria. Per quale motivo? Perché hanno una cosa in comune: stanno provando a portare competizione nella sfera pubblica trattando la gestione statale come un fenomeno di mercato.
A qualcuno ciò potrebbe sembrare una posizione abbastanza radicale, ma consideriamo che questo sta già accadendo in una certa misura.

Le Associazioni dei padroni di casa (HOAs) e i condomini sono in continua crescita negli Stati Uniti, sia per quanto riguarda i residenti che per l’offerta di servizi proposta. Città innovative come Sandy Springs in Georgia hanno provato che è possibile avere una gestione privata dei servizi cittadini. Inoltre, molte SEZ (Special Economic Zones) hanno anche implementato servizi di sicurezza privati.

Con il numero di SEZ in crescita, la possibilità di esperimenti territorialmente limitati per quanto riguarda la gestione governativa sta aumentando. In giro per il mondo, almeno l’80% percento di tutti i paesi ha una SEZ di qualche tipo. Alcuni paesi hanno addirittura più SEZ, in competizione l’una con l’altra. È solo una questione di tempo prima che una compagnia privata lanci il suo prototipo di città.

Alcuni già si stanno avventurando in questo campo…
Come, per esempio, Titus Gebel, CEO di Free Private Cities. Gebel sta tentando di realizzare l’idea di città gestite come se fossero business. Per farlo, ha cercato di stabilire una speciale zona autonoma gestita da una compagnia, che secondo lui porterà lo spirito imprenditoriale nella gestione pubblica.

“Questo è un modello completamente nuovo del vivere insieme. Queste città avranno un incentivo economico ad essere innovative. Invece di essere soffocate da regolazioni obsolete, gli innovatori potranno agire in un quadro legale adattato ai loro bisogni. In questo modo si crea ricchezza” dice Gebel.

Gebel ha avuto la possibilità di lavorare con alcune delle ultime tecnologie per l’e- governance, incluse quelle che stanno venendo sviluppate per i progetti di zone autonome in America centrale. Questi modelli usano blockchain come un metodo per provare transazioni immobiliari, andate molto oltre la tradizionale proprietà.

“I proprietari possono commerciare direttamente tra loro gli spazi aerei e le quote di emissione, senza il bisogno di un intermediario statale”, fa notare. “Nella sfera pubblica, stanno avvenendo dei cambiamenti strutturali” , aggiunge Gebel. “Tecnologie rivoluzionarie, come blockchain, stanno ingrandendo la sfera della decentralizzazione, della trasparenza e dell’auto-determinazione. Questo influisce sul modo in cui concepiamo le città.”

La decentralizzazione sicuramente sembra il nuovo imperativo. Gebel e altri stanno già seguendo progetti con questo approccio, come l’ Ulex Open Source Legal System, che è essenzialmente un cloud per la Common Law. Un altro esempio è Bitnation, che emette passaporti per i cittadini del mondo e permette giurisdizioni non territoriali. Anche la gestione sta venendo influenzata dalle nuove forme organizzative come Holacracy.

Gebel è ottimista per quanto riguarda l’uso di registri distribuiti per una maggior partecipazione privata alla governance:“La possibilità di stabilire contratti quando ci si occupa della gestione di una città semplifica la vita e la rende meno burocratica. Per esempio, le tecnologie dei registri distribuiti rendono inutili notai, pubblici addetti e fanno risparmiare tempo nei passaggi di proprietà; più si può decidere da soli, meno si ha bisogno di rappresentanti statali, che, come si sa, nel tempo tendono a fare i loro interessi

Ma Gebel è scettico nel vedere questi sistemi come unico fattore di sviluppo in questo settore. Pensa che ciò comporterà un cambiamento epocale nel passaggio da strutture legali imposte dall’Ancien Régime, a quelle audaci e adattive tipiche di un settore gestionale competitivo.
Tutto ciò funzionerà? Solo il tempo ce lo potrà dire. Ma il futuro del settore governance sta cambiando sotto i nostri occhi – e i sindaci potrebbero non gradirlo.

 

Traduzione a cura di Gabriele Pierguidi

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Lo “Stato privato”: la monarchia in una società libera

Premessa: nella seguente riflessione si vuole dare una prospettiva diversa delle questioni istituzionali, rimanendo nell’ambito ampio e ricco di sfaccettature del liberalismo. Parlerò in particolare della monarchia e di come essa può essere compatibile con quella che chiamiamo “società libera”. Il sottoscritto è un conservatore libertario (paleolibertario), perché crede che lo Stato e la pianificazione dell’economia e della vita dei cittadini abbiano minato alla base i pilastri della società “tradizionale” , frutto spontaneo della volontaria collaborazione umana.

In quest’ottica qualsiasi intervento statale costituisce un’alternativa opposta alla libera prosecuzione della società naturale. Approfondirò questa particolare visione in altre occasioni, era però necessario precisare la mia posizione per correttezza verso chi legge e per avvertire che termini come liberale e libertario sono usati secondo questo insieme di valori. Naturalmente quello liberale è un mondo vasto all’interno del quale chi la pensa come me occupa, potremmo dire, l’ estrema destra, e non mi aspetto che tutti i liberali concordino con me

La mia però è UNA visione, e nella PLURALITÀ delle nostre voci la presento volentieri per arricchire un dibattito che ha un unico fine per tutti noi, quello della ricerca della libertà, della tutela della proprietà privata, della possibilità per ciascuno di disporre dei propri soldi senza che sia lo Stato a dirgli come deve usarli.

Un liberale che voglia avere una visione il più possibile completa e coerente della società non può, a un certo punto della sua formazione, non domandarsi quale sia la “forma di governo” più compatibile con i propri valori. Si tratta di una domanda non facile da affrontare perchè, comunque si affronti il discorso, a un certo punto dovremo pur arrivare a chiederci: “la libertà è compatibile con la democrazia?”

La democrazia, che già Hayek definiva un “mezzo”, non il “fine” di un liberale, non può essere oggetto di discussione senza rischiare accuse pesanti di tendenza al totalitarismo. Una visione pragmatica delle cose con una prospettiva nel breve termine naturalmente ci impone di riconoscere che un sistema democratico ha indiscutibili vantaggi, ma se ci fermiamo a questo il nostro ragionamento diventa sterile.

Abbiamo il diritto, al di là delle questioni urgenti che richiedono risposte immediate nel concreto e nel possibile, di tracciare situazioni ideali, di immaginare, di sognare. Di sicuro una cosa non ci interessa: pianificare. Quello lo lasciamo ai socialisti. Proviamo quindi ad affrontare il tema della forma di governo “migliore” o, come direbbero gli anarcocapitalisti, “meno incompatibile” per una società libera.

Cosa realmente interessa a un liberale? Naturalmente la tutela della libertà personale e della proprietà privata, nonché la tutela del diritto a fare di questa proprietà ciò che si vuole una volta rispettata la proprietà altrui. Per un liberale rigoroso qualsiasi forma di coercizione e prelievo fiscale costituisce un attacco alla proprietà privata.

Visto che ogni forma di governo prevede un grado di coercizione e un grado di tassazione per mantenere il proprio potere, dovremmo dire che la sola esistenza di qualsiasi tipo di governo è incompatibile con la piena libertà individuale. Finché ci sarà un’agenzia che con la forza potrà esercitare il monopolio fiscale non potremo mai fare ciò che vogliamo con i nostri soldi, e questa è una privazione di libertà a tutti gli effetti.

I grandi pensatori liberali si sono scontrati spesso con questa contraddizione e hanno tentato di aggirarla con diverse giustificazioni, almeno fino all’avvento degli anarcocapitalisti duri e puri, alla Rothbard per intenderci, che sono stati molto meno aperti a concedere possibilità allo “Stato”, per quanto “minimo”, che pochi liberali avevano osato rinnegare completamente.

Non volendo tracciare qui, poiché ci saranno altre occasioni per farlo, un modello di società anarco-capitalista pura, in cui l’ordine si mantiene senza Stato ma spontaneamente seguendo il libero mercato, mi limiterò a parlare di una delle possibili forme di governo “meno incompatibili” con la proprietà privata: la monarchia.

Il tema della monarchia viene coraggiosamente affrontato da Hans Hermann Hoppe, filosofo ed economista paleolibertario e an-cap, che nella sua opera “Democrazia: il dio che ha fallito” tenta di immaginare una società realmente libera. Per Hoppe questo tipo di società si realizza solo con l’anarcocapitalismo, e quindi in assenza dello Stato.

Nessuno però realmente pensa che non possano esistere gradi intermedi e che le alternative all’anarchia di mercato siano tutte uguali tra loro, ed ecco che Hoppe analizza le due forme di governo che hanno caratterizzato la storia occidentale, monarchia e democrazia, e si chiede quale delle due sia il meno peggio per la proprietà privata. La risposta secondo Hoppe sarà, lo anticipo subito, la monarchia. Ma non per un semplice “tradizionalismo”: le ragioni sono, una volta di più, economiche.

Innanzitutto bisogna capire che la monarchia di cui parliamo e di cui parla Hoppe non è una monarchia parlamentare: la stragrande maggioranza di queste monarchie odierne ha, per gli aspetti che ci interessano, sistemi molto simili alle repubbliche democratiche, come il sistema parlamentare, il welfare state etc… e nemmeno si parla di totalitarismi monarchici o cose del genere. Stiamo parlando di società liberali e libertarie e di come raggiungerle, e quindi andiamo a considerare quelle forme di governo in cui il potere può essere più agevolmente limitato.

Lo Stato monarchico più interessante da analizzare in rapporto allo sviluppo della proprietà privata è quello ereditario in cui, idea che oggi può suonare medievale, lo Stato stesso è proprietà del re. Si tratta a tutti gli effetti di uno “Stato privato”. Il re, come ogni detentore del potere statale, attua una coercizione su un determinato territorio, e i proventi della tassazione affluiscono direttamente nelle sue casse private.

Questo monarca può erogare qualche genere di servizio con le risorse raccolte, in genere si limiterà a difendere i propri territori dalle aggressioni di monarchi vicini in competizione con lui, ma non avrà mai, secondo la visione paleolibertaria, l’interesse a un’impostazione fiscale oppressiva e a un uso della coercizione troppo esteso.

Questo perché il re, nonostante da una prospettiva libertaria sia da considerarsi il monopolista della coercizione, agisce a tutti gli effetti come un privato. Se lo Stato è “suo”, avrà interesse alla prosperità della società, poiché da questa dipendono le sue fortune. Ma non solo, ci sono altri fattori da tenere in considerazione.

Se il Re agisce come privato, teniamo conto che ogni privato si muove nel mercato in base al proprio tasso di preferenza temporale, in parole povere in base alla preferenza che da al godere di maggiori ricchezze oggi a rispetto a un risparmio per il domani. Più questo tasso si abbassa, e questo nel mercato avviene per motivi diversi, e più si è portati a ragionare nell’ottica del futuro, della previdenza e del risparmio: quelli che possiamo chiamare ragionamenti a lungo termine.

Ci sono vari fattori che possono far variare il tasso di preferenza temporale, in genere però possiamo dire che, se un individuo sa che avrà solo un tot di tempo per sfruttare una determinata occasione, il tasso di preferenza si alzerà e lo porterà ad agire con un ottica incentrata sul breve termine. Il bambino che non conosce il mondo e non ha concetti ancora chiari di tempo ha un alto tasso di preferenza temporale che lo porta a ragionare nel brevissimo termine, così come il tasso di preferenza temporale si abbassa per il padre di famiglia di mezza età che ragiona per il futuro del proprio nucleo familiare e torna ad alzarsi quando un individuo giunge nella vecchiaia e può voler tendere a concludere i propri affari prima di morire.

Il re non è un amministratore, come è invece un presidente eletto di uno stato democratico, ma un proprietario, e quindi il suo tasso di preferenza temporale sarà più basso, poiché il bene che amministra è suo e a vita, e non per la semplice durata di un mandato che in genere dura pochi anni. Inoltre, anche tenendo conto di pratiche come l’abdicazione e del destino che accomuna il re a tutti gli uomini, la morte, il fatto di lasciare il “bene-Stato” in eredità a un suo familiare, in genere un figlio, non farà che abbassare ulteriormente il suo tasso di preferenza temporale e porterà il re a ragionare ancora di più sul lungo termine.

Un tasso di preferenza temporale più basso vuol dire risparmio e moderazione oggi in favore di un valore domani, quindi è chiaro che il Re in questo modo sarà meno portato ad atti come una coercizione eccessiva e una tassazione opprimente, perché questo potrebbe portarlo un domani a vedere la popolazione insorgere per la coercizione e gli introiti calare per aver distrutto l’economia imponendo troppe tasse. Sia chiaro, non stiamo tracciando un’utopia monarchica, semplicemente affermando che più sotto questo tipo di monarchia che in democrazia si verificano queste condizioni.

Con la monarchia cade quella grande “illusione” secondo cui il potere è “pubblico” ed esiste una cosa come l’interesse pubblico perseguito dallo Stato. Tutto questo non esiste, secondo Hoppe, nemmeno nella democrazia. Nella monarchia almeno le cose sono ben chiare, le responsabilità ricadono su un individuo che ha maggiori pressioni che potremmo chiamare “di mercato” perché l’amministrazione del suo bene sia condotta meglio e possa durare più a lungo.

Il vantaggio sta proprio nel fatto che una monarchia, non avendo la “legittimazione popolare” (che se va contro la proprietà privata non è positiva, basti pensare al socialismo) è meno portata, se vuole mantenersi, ad estendere i propri poteri oltre un certo limite. Certamente ricordate che parliamo di “Stato privato” e non di “monarchia parlamentare”, dove la legittimazione democratica può consentire al governo di instaurare il socialismo e ledere la proprietà privata senza possibilità di contestazioni efficaci.

Hoppe si avventura anche in innumerevoli esempi storici che non voglio riportare in un articolo generale, ma che potranno essere trattati in approfondimenti più curati con una più ampia visione storica. Cito soltanto come secondo questa particolare visione di idee il passaggio da monarchia a democrazia abbia avuto effetti nefasti anche nella caratterizzazione di un nuovo fenomeno che ha portato alla fine di milioni di vite umane: la guerra totale.

Quando la guerra ha cessato di essere una contesa tra principi per questioni territoriali risolvibile con politiche matrimoniali o muovendo eserciti di professionisti pagati dal sovrano, è divenuta sempre più una questione di popoli contro popoli, di ideologie contrapposte, di nazioni intere mobilitate con la leva militare. Gli obiettivi hanno iniziato a coinvolgere non solo questo o quel signorotto locale o questo o quell’esercito, ma gli stessi civili, che hanno perso quel valore di taxpayers per cui anche il più cinico invasore avrebbe potuto tenere alla loro incolumità sperando di tassarli una volta conquistati, e sono diventati parte, per quanto passiva, di scontri sanguinari.

Tutti questi elementi, che col tempo potranno essere analizzati meglio e in modo più specifico, vogliono stimolare il dibattito ultimamente un po’ stagnante sulle forme di governo in ambito liberale. La conclusione di Hoppe, come ho già detto, non è propriamente monarchica, ma rigorosamente anarcocapitalista. Se la monarchia può avere dei pregi per un liberale è giusto che questi pregi diventino temi di dibattito, così come porteremo nel dibattito vantaggi e svantaggi di una democrazia. L’idea di “stato privato” come tracciato qui può tornare estremamente utile a mio avviso: nonostante non trovi applicazione nell’immediato, il solo fatto di conoscerne le caratteristiche può essere per il libertario una bussola con cui orientarsi per tentare di cambiare gradualmente il mondo in cui vive.

 

Debito pubblico: cosa accadrebbe se lo cancellassimo?

Il debito pubblico è un qualcosa di cui sentiamo parlare ogni giorno nei telegiornali. Si tratta di un buco nero, ed è dipinto come la causa dei problemi dell’Italia, sebbene ne sia semplicemente la diretta conseguenza.
Nel web, si trovano tanti articoli che trattano del problema debito pubblico e di come sia un peso per gli italiani.
Alcuni lo dipingono come una vera e propria truffa nei confronti dei cittadini, che fa lentamente perdere sovranità nazionale con la conseguenza di diventare sempre più schiavi delle grandi e cattive banche.
Nelle chiacchiere da bar invece, i più arditi si spingono a dire “vabbè ma se tutti gli Stati sono indebitati tra loro, perchè non cancellarlo e ripartire da zero?”

Oggi risponderemo a questa grande domanda.
Cos’è il debito pubblico? Se lo cancellassimo, cosa accadrebbe?

First of all, faremo un discorso preliminare.
Non possiamo parlare di debito, senza sapere prima cos’è un mezzo fondamentale con cui ogni giorno abbiamo a che fare, qualcosa di prezioso, che ci può rendere poveri o ricchi.
Si tratta della moneta.

Cos’è la moneta?

La moneta è un mezzo che facilita gli scambi.
Essa ci consente di raggiungere i nostri fini, permettendo in cambio di essa di avere delle cose che vogliamo, ed ha tre funzioni:

1) E’ un mezzo di pagamento, quindi in cambio di essa acquistiamo beni o servizi.
2) E’ un’unità di conto, cioè ci serve per misurare il valore di un qualcosa.
3) E’ una riserva di valore, cioè conserva il suo valore nel tempo, o almeno dovrebbe.

La moneta non è una risorsa, non serve per produrre direttamente beni e servizi. Singolarmente non vale nulla.
Se domani convenisse utilizzare le mucche per facilitare gli scambi, utilizzeremmo quelle. Infatti il baratto è stato sostituito dalla moneta perchè rende gli scambi più efficienti, più veloci.
Nella storia ci sono stati tanti tipi di moneta, ma attualmente la moneta imposta dal nostro sistema è quella definita “legale” o a “corso forzoso”, la cosiddetta Fiat money (no, non sta per l’azienda di auto).
Questa moneta non è coperta da nessun materiale fisico e limitato che può darle valore, come l’oro in passato. Semplicemente coloro che hanno il potere politico per farlo, cioè le banche centrali, possono regolarne la quantità nel sistema in base alle preferenze (o meglio, convenienze) del momento.

Quindi chi o cosa dà valore a questa moneta?

Di base, il valore della moneta è dato dalla fiducia che il mercato (cioè l’insieme di tutti gli individui e le istituzioni, da zio Tonino a Unicredit) ripone nei confronti delle entità che la emettono, cioè le suddette le banche centrali.
Se questa fiducia dovesse crollare un giorno, quella 5 euro che abbiamo in tasca varrebbe esattamente per il pezzetto di carta che è, cioè niente.
Questa possibile perdita di valore della moneta entra in contrasto critico con una delle funzioni della moneta, cioè la riserva di valore, che viene sistematicamente messa in pericolo da una certa azione:

La svalutazione della moneta

Dipinta da diversi pseudo-economisti di certi partiti politici come la panacèa di ogni male, come la motivazione del benessere italiano negli anni ’80, nonostante di fatto ci si stesse mangiando il proprio capitale, questo è un processo nel quale c’è un aumento del livello dei prezzi perchè si aumenta la quantità di moneta in modo indiscriminato (per diventare più competitivi nei confronti delle altre valute ed esportare di più, per dare modo allo Stato di finanziarsi) portando alla riduzione dei salari reali.
Quindi prendi e prendevi 1000 euro al mese, ma se prima compravi due pagnotte, ora ne puoi comprare una.
Una riduzione molto violenta di questi salari reali porterebbe ad un rifiuto totale di quella moneta da parte degli abitanti (e quindi, del mercato) in cambio di altri mezzi di pagamento, sancendo la fine di quella precisa valuta.
Questo fenomeno però, meriterà una trattazione a parte.

Ora scaviamo un po’ più a fondo, e spieghiamo cos’è questo fenomenale mostro dal nome debito pubblico.

Cos’è il debito pubblico?

Il debito pubblico è l’insieme dei debiti che lo Stato deve nei confronti del mercato(ripetiamo, da zio Tonino a Unicredit), e che un giorno promette di ripagare.
Lo Stato fa debito per un motivo molto semplice: un tempo per acquistare soldati e armi, oggi per costruire infrastrutture, dare una sanità pubblica (che quindi non è gratis) o dare un posto di lavoro a zio Tonino, ma quando non ha soldi a sufficienza per permettersi queste spese, per evitare di tassare ulteriormente i cittadini, chiede questi soldi in prestito.


Mettendo in garanzia il PIL attuale, cioè tutto quello che si è prodotto fino a quel momento, promette di trovare i soldi necessari per ripagare quel debito promettendo un maggior PIL futuro, cioè quel valore in più che si creerà da quelle spese a debito.


Nel caso le cose dovessero andar male, si tasseranno maggiormente i cittadini.
Se le finanze pubbliche sono in ottime condizioni, in cambio verrà richiesto un interesse basso da pagare, perchè c’è un rischio basso d’insolvenza.
Se le finanze pubbliche sono in pessime condizioni, verrà chiesto un interesse molto alto da pagare, in quanto c’è un rischio alto d’insolvenza.

Quindi come vedete nessuna truffa, nessuna magia, è più semplice e meno affascinante di quello che si pensa.

Ma chi detiene il debito pubblico italiano?

Principali detentori del debito pubblico italiano (in miliardi di euro)

Questi sono i detentori del nostro debito pubblico, come mostra questo grafico formulato dal CEPS (Centre for European Policy Studies) costruito partendo da dati della Banca d’Italia.

Quindi abbiamo:
-100 miliardi detenuti direttamente dagli italiani. Il 4,5%.
-690 miliardi dal sistema bancario italiano. il 30%
-400 miliardi dalla Banca d’Italia. Il 18%.
-310 miliardi da compagnie di assicurazione italiane. Il 14%.
-300 miliardi da fondi d’investimento con ultimi beneficiari italiani. il 13,5%.
-450 miliardi da fondi d’investimenti esteri. il 20%.

Ora, notiamo due cose:
1) Semplicisticamente, è vero che la maggior parte del debito pubblico è detenuto da “italiani”.
2) il sistema bancario italiano, che è composto da banche estere e banche italiane presenti nel territorio nazionale, è la maggiore fonte di finanziamento del Belpaese.

Ora andiamo nel fulcro della vicenda, e sveliamo questo mistero.

Cosa accadrebbe se cancellassimo il debito pubblico?

Se domani non solo lo Stato italiano, ma tutti gli Stati del mondo si accordassero e decidessero di cancellare il debito pubblico e ripartire da zero, accadrebbe una cosa molto interessante.

Ogni agente economico, ha un bilancio. Nel bilancio abbiamo un attivo ed un passivo.
Se domani lo Stato non volesse più pagare i propri debiti, i propri cittadini, le proprie imprese, le proprie banche perderebbero i soldi che hanno investito in esso. Questo sarebbe configurabile come un passivo in bilancio, e i passivi vanno coperti.

Zio Tonino, seguendo il consiglio del consulente finanziario che gli diceva “i titoli di stato sono investimenti a zero rischio!“, perderebbe parte dei suoi risparmi, così come tutti gli altri suoi connazionali. 100 miliardi di euro in fumo.
Le società assicurative italiane, quelle alle quali vi affidate per le vostre polizze, per le vostre auto, per le vostre case e che detengono 300 miliardi di debito, coprirebbero questa passività con delle risorse improvvisate al momento.
In mancanze di esse fallirebbero. 300 miliardi di euro in fumo.

Anche le banche, con tutto il debito che detengono, rischierebbero di fallire all’istante provocando il collasso dell’intero sistema economico.
…E per questo interverrebbero le banche centrali, i prestatori di ultima istanza, che si ritroverebbero con un enorme passività in bilancio da coprire.
E qual è l’unico modo con il quale la banca centrale può coprire delle passività?

Stampando moneta.

Ma qui abbiamo un problema grande quanto una casa

La moneta richiesta per affrontare una emergenza del genere sarebbe di quantità così illimitata da portare ad una gigantesca iperinflazione dovuta al crollo totale della fiducia nei confronti della valuta. Questo porterebbe alla distruzione completa e totale del nostro sistema economico.

Uno scenario fantaeconomico, inquietante, ma che almeno porta alla luce una delle più grandi e terribili balle che si possano mai dire.
La prossima volta che trovate un sovranista o pseudo-tale che incita magari alla suddetta soluzione, tirategli uno scappellotto.

A giocar col fuoco, si rischia di farsi male.

 


Fonti e approfondimenti :

Who Holds Italian Government Debt? – CEPS, Daniel Gros (2019).
What Is The Money? – European Central Bank.
Mises On The Basics Of Money.
Lezione di tango: la svalutazione riduce i salari – Michele Boldrin, Gianluca Codagnone.

Annual Consolidated Balance Sheet Of The Eurosystem.
Piccola storia della moneta, tra miti e realtà – Alessandro Guerani, Sole 24 ore.
I malanni delle valute fiat – Alasdair Mcleod, traduzione Francesco Simonelli.
Hyperinflation, Its Causes and Effects with Examples – The Balance