La critica a Keynes della Scuola Austriaca

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All’interno della fenomenologia teorica dell’economia odierna, nei meandri delle accademie e dei dipartimenti di studi economici, domina incontrastato un approccio unico e incontestabile: il paradigma keynesiano. Quest’ultimo, nato sotto l’effige dell’economista John Maynard Keynes, sviluppato nei suoi punti chiave nella sua mostruosa opera principale “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, pubblicato nel 1936, considera l’intervento dell’autorità statale nei periodi di crisi economica indispensabile per poter far ripartire i consumi e la produzione.

Secondo Keynes, l’autorità statale, attraverso lo stimolo della domanda aggregata e con iniezioni significative di liquidità, può emendare il problema dell’eccesso di disoccupazione oltre la soglia di normalità per il sistema capitalistico. Se guardiamo bene alla storia, tuttavia, ci accorgiamo che le teorie di Keynes sono state utilizzate in gran parte come meri strumenti ideologici e politici.

L’economista britannico che vide applicate le sue teorie con il piano del “New Deal” di Roosevelt, ha goduto di successo e onori per un semplice motivo: la classe politica, nelle sue opere, venne paragonata paragonata  all’ingegneria sociale, capace di estirpare i malesseri sociali. Laddove “falliva” il mercato, interveniva il politico, il settore pubblico, coadiuvato dall’interesse generale.

I discepoli di Keynes- animati dalla “General theory”- videro, tuttavia, smentite le loro teorie economiche con la stagflazione degli anni ‘70 in seguito allo stock petrolifero. La stagflazione comporta un aumento dei prezzi e, in contemporanea, la mancanza di crescita economica. Insomma, Keynes fallì completamente analisi e riflessioni. Lo notiamo nella dimensione stessa del cosiddetto (così lo definì Kahn) moltiplicatore keynesiano.

All’ammontare della spesa pubblica, degli investimenti, o dei consumi, per quale motivo dovrebbe aumentare in percentuale in funzione delle variabili macroeconomiche il reddito nazionale? Esiste un’altra Scuola, un altro importante approccio economico che merita di essere menzionato ed analizzato attentamente: è la Scuola Austriaca di economia.

Gli studiosi austriaci furono altamente innovativi grazie alle loro analisi economiche e delle scienze sociali. All’interno del pantheon economico austriaco ritroviamo il meglio degli economisti classici come Adam Smith, l’analisi della natura umana di David Hume, le più prestigiose e raffinate teorie psicologiche sull’individuo, la critica economia di Bastiat. Una teoria, quindi, che si adegua all’uomo e alle sue esigenze più profonde.

Il punto di partenza risiede nella presa di coscienza della razionalità umana: l’uomo è un individuo razionale (non nel senso economico inteso come consapevole di tutte le informazioni) capace di prefiggersi degli obiettivi e dei fini che può raggiungere con determinati mezzi. Nata nel 1871 con l’opera di Carl Menger “principles of Economics”, l’indirizzo economico austriaco, che prende spunto dalle minuziose riflessioni -come affermò Rothbard- della Scuola di Salamanca del XV secolo, ebbe dalla sua parte studiosi del calibro di von Mises, von Hayek (premio nobel dell’economia nel 1974), lo stesso Rothbard, Schumpeter e molti altri ancora. In opposizione all’analisi del “Das Kapital” di Marx e andando oltre gli stessi classici, l’economia austriaca si basa su degli “assiomi” incontestabili, a partire dalla prasseologia (filosofia della prassi) umana. 

Ciò comporta l’utilizzo del metodo deduttivo e una nuova e più completa teoria del valore: a differenza degli economisti classici, gli austriaci danno priorità non alla quantità del lavoro necessario a produrre una merce, ma al valore utilità, capace di soddisfare l’esigenza del consumatore. Inoltre gli austriaci, fedeli alla filosofia dell’individualismo metodologico che ha animato i movimenti libertari, credono nel libero mercato, che raggiunge spontaneamente la miglior situazione per produttori e consumatori senza intervento esterno dei policy maker. Gli Austriaci difendono con tenacia la proprietà privata che è la elemento traino del Diritto naturale.

La tutela del singolo individuo si sgancia, quindi, dalla pianificazione statale. Le teorie di questi studiosi possono permettere, nel mondo moderno, una presa di coscienza di ciò che può essere l’economia e una critica seria di quelle sovrastrutture economiche che limitano la libera iniziativa. Non sarà Keynes, questa volta, (e l’ ha ricordato il Fondo Monetario Internazionale indirettamente) a “salvarci” dalla crisi economica e dalle conseguenze nefaste nel settore industriale per una causa esogena: quella del Coronavirus.

Non lasciare che si spenga la fiamma della libertà

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