Gesù era socialista?

Avatar

Durante questo inizio di 2020, un articolo mi ha particolarmente indispettito. Certo, per chi non mi dovesse conoscere, è bene sapere che non è difficile indispettirmi. Pertanto ammetto di essermi ripromesso che avrei evitato le arrabbiature inutili. Come si sa, però, i buoni propositi del nuovo anno sono destinati a non essere rispettati.

Il lettore, arguto osservatore, avrà sicuramente desunto il tema di questo breve articolo direttamente dal titolo, nonostante ciò io amo fare delle ampollose introduzioni –soprattutto quando sono indispettito.

Che a disturbare il mio relax post-capodanno siano stati i venti di guerra? la rinnovata incompetenza geopolitica del nostro esecutivo? Il fatto che insospettabili soggetti politici si dimostrino inaspettatamente lungimiranti in una scena politica poco promettente? nulla di così attuale.

Quello che mi ha veramente infastidito in questo inizio anno è stato il riaccendersi di un’annosa -quanto stupida- diatriba in seno all’uomo politico: ma Gesù era socialista?

Giusto per citare un paio di tasselli storici, ad aprire – si fa per dire – l’annoso dibattito in tempi recenti fu niente meno che Gorbachev, che nel ’92 afferma «Gesù fu il primo socialista, il primo a cercare una vita migliore per l’umanità».

Il dibattito, almeno per quanto riguarda la nostra piccola nicchia, è stato riattivato dall’articolo di L. W. Reed su FEE, in cui -tra un versetto del Nuovo Testamento ed una parabola del Vangelo secondo Matteo- si argomenta l’assoluta estraneità ai fatti del socialismo (scientifico o reale che sia) da parte del Falegname di Nazareth. Insomma, checcé se ne dica, questo tema sembra interessare entrambi gli schieramenti.

Se il lettore ha studiato nel sistema scolastico italiano ed ha ricevuto la sua sacrosanta dose di catechismo, non gli sarà difficile capire perché qualcuno possa sostenere che Gesù fosse un socialista: per quanto mi riguarda, le argomentazioni sono numerose quanto banali.

Le esternazioni sul rifiuto dell’avarizia e del abbondanza di beni terreni nei Vangeli, l’attenzione di alcune figure religiose più o meno di spicco per i diritti dei lavoratori – come il caso di Papa Leone XIII e della sua enciclica sul tema – e, scendendo un po’ dal piano della santità, il retaggio culturale politico italiano della Democrazia Cristiana – che si inquadra spesso e volentieri nei campi del cristianesimo sociale – sono tutti elementi piuttosto palesi.

Non a caso, è sapere comune come molti ministri della Chiesa tendano a veicolare messaggi di stampo catto-socialista: messaggi che finiscono inevitabilmente per condannare le dinamiche del libero mercato come atto di cupidigia del ricco e prevaricazione del più debole. Non a caso, spesso si sente addirittura proporre come Gesù sarebbe stato il primo dei comunisti.

D’altro canto, Reed non manca di citare le sue fonti bibliche, partendo comunque dal presupposto che tanto nel Nuovo quanto nel Vecchio Testamento non vi sia l’ombra di un riferimento al possesso dei mezzi di produzione da parte dello Stato, all’economia pianificata o al welfare state. Senza perderci a citare nuovamente le fonti usate dall’autore, possiamo riassumere la sua argomentazione in tre punti:

  • il Vangelo si riferisce al concetto di carità come ad un moto spontaneo della coscienza dell’individuo, lontano da qualsiasi tipo di pianificazione;
  • il cristianesimo esorta la creazione di valore come una forma di auto-convalidazione;
  • tutte le osservazioni critiche di Nostro Signore al concetto di ricchezza non sono – di per sé – rivolte alla ricchezza stessa, quanto piuttosto un ammonimento su come vivere la propria vita in maniera più serena.

Dunque, qualunque sia la campana che più vi sta a cuore, di argomenti per l’una e l’altra parte ve ne sono a iosa, giusto? Beh, circa. Ciò su cui dovremmo interrogarci non è tanto è l’inclinazione politica del Cristo, quanto piuttosto l’opportunità della domanda stessa. A mio avviso – e qui emergerà, me ne scuso, la mia insofferenza per il tema – questa discussione è di un’idiozia aberrante.

In prima battuta, ciò che noi leggiamo per “interpretare” il pensiero di Gesù Cristo non è altro che la millenaria manipolazione di testi postumi. Per quanto ci possiamo sforzare di spremere e spremere questo sasso, non ne caveremo mai il succo, perché è impossibile estrapolare il pensiero di un soggetto da una raccolta di testi così pesantemente influenzata da secoli e secoli di storia, uomini e cambiamenti nel modo di pensare.

Ma sforziamoci di immaginare per un secondo che il Vangelo sia effettivamente la Parola di Gesù Cristo o, piuttosto, accettiamo ipoteticamente che questa figura – seppur storica – venga tuttavia interpretata nei canoni del soggetto letterario e quindi che il valore delle sue parole non abbia risentito, nel significato, di successive riscritture.

Pur assumendo questo valido presupposto, si pone un secondo problema: certo, Gesù ha espresso dei concetti che tutt’oggi noi siamo in grado di comprendere ed inserire nel nostro quadro mentale in maniera naturale, ma ciò non significa che inquadrarlo nei nostri schemi mentali sia corretto.

Insomma: che senso ha chiedersi se Gesù era socialista? Probabilmente nessuno.

Supponiamo che Gesù abbia effettivamente detto frasi che rientrano in questo o quel quadro ideologico moderno: è evidente come questa sia solo una coincidenza, dato che ai tempi del Vangelo non esisteva nulla di simile al contesto socio-economico in cui le dottrine a cui ci riferiamo si sono sviluppate ed evolute, dunque Gesù non poteva essere né socialista né liberale.

Infine, la mia obiezione preferita, che invalida qualsiasi tipo di intervento sul tema: il pensiero cristiano è alla base di entrambe le dottrine, dunque è evidente che entrambe le dottrine siano rispecchiate in questo o quel frangente dal pensiero di Gesù Cristo.

Che ci piaccia o meno, socialismo e liberalismo si sono sviluppate nello stesso contesto culturale ed emergono da un comune humus filosofico, ossia quello dell’occidente cristiano. Certo, magari socialisti e liberali potranno sentirsi più in sintonia con questa o quella riforma, controriforma, scisma o eresia o -addirittura – rinnegare ogni vicinanza tra il loro pensiero e quello delle Sacre Scritture. Nonostante ciò, è impossibile negare che ambedue le dottrine – così come ogni altra forma di pensiero sviluppatasi nell’occidente cristiano negli ultimi 1500 anni – affondino le loro radici in questo terreno comune.

La conseguenza più immediata di queste considerazioni è che l’intera domanda sovverte i principi di causa effetto che logicamente dovremmo sempre rispettare: non c’è da chiedersi quanto Gesù fosse socialista, ma piuttosto quanto del cristianesimo c’è nelle dottrine socialiste e quanto nelle dottrine liberali?

0