La difesa della proprietà è sempre legittima: impariamo dagli U.S.A.

Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”, ed è il caso di rileggerlo bene così da assimilarne il contenuto.

Ditemi quale altro esempio di libertà dovremmo avere oltre a questo: ad uno Stato nato dalla ribellione agli imperi britannico e spagnolo. Una condizione, questa, per la quale viene riconosciuto il diritto al cittadino di armarsi in difesa della propria libertà, garantendogli il diritto anche di uccidere in caso di necessità. 

Oggi le esigenze sono mutate ma i principi rimangono solidi: la libertà è un bene supremo che deve esser difeso costi quel che costi. Non esistono imperi che, colonizzando territori, sottomettono popoli interi. O meglio: non avviene certamente nel modo classico che tutti noi immaginiamo, e dell’avanzata dell’islam in Europa parleremo in un’altra occasione. La minaccia alla libertà individuale, e alle sue colonne portanti come la proprietà privata, è sempre in agguato ed è nostro dovere essere sempre vigili, accorti, pronti a reclamare uno dei pochissimi diritti di cui pretendiamo di godere: quello alla libertà.

Si dice che un cittadino abbia tra i suoi più pericolosi nemici lo Stato, il quale, in virtù del suo potere, si impone prescrivendo condotte e rendendone illecite altre. Tutto normale, vien da dire, a meno che non si sfoci nell’esagerazione e nell’eccesso di norme, classica situazione in cui troppe sfaccettature della vita dei singoli vengono regolamentate sottraendo a questi ultimi la possibilità di autodeterminarsi completamente.

Torna utile quanto enunciato dal secondo emendamento: uno Stato libero, per esser veramente tale, deve proteggersi anche da sé stesso e dall’andazzo maldestro che può intraprendere. E lo Stato siamo tutti noi, altroché vittimismo, ed è dunque nostro dovere la civile ribellione di cui parlava Henry David Thoreau nella sua Disobbedienza civile. Non possiamo delegare a qualcun altro la tutela delle nostre libertà, perché ne siamo noi e soltanto noi i titolari. 

Prima che la collettività, deve essere tutelato l’interesse dei singoli, essendo la collettività stessa formata da gruppi di persone che decidono di associarsi. È dunque più che ragionevole pretendere di poter difendere la proprietà privata dalle incursioni dei malintenzionati che affliggono le nostre città. La pretesa di obbligare i cittadini a non difendersi, e con sé stessi anche le proprie famiglie, per la supposta tutela della collettività, snocciolando le statistiche per le quali la legittima difesa finirebbe per ledere anche gli innocenti, è folle perché in virtù di certe astratte previsioni verrebbe menomata una libertà concreta.

Quest’ultima consiste nel difendere la abitazione ove ognuno di noi vive e gli affetti che tale immobile contiene, intendendo con ciò prima di tutto le persone, la famiglia, e poi i beni materiali ivi contenuti. La possibilità di essere proprietario di un immobile, ottenuto tramite una trattativa culminata in una acquisto, si svuota di significato se diviene alla mercé di chiunque voglia usufruirne abusivamente, intendendo implicitamente con ciò che la proprietà privata è un furto.

Ed è ancor più grave che sia un organo dello Stato, quello legislativo, che legiferando in tal senso inibisce i suoi cittadini dal difendere le proprie abitazioni da ladri e malfattori garantendogli sanzioni di enorme portata. Addirittura essi passano dalla parte del torto, pur avendo subito una violenza grave, nel momento in cui si trovano obbligati da una sentenza a risarcire la famiglia del delinquente dalla cui aggressione si sono difesi. 

Siamo pieni di buontemponi che, parlando di un non meglio diritto alla casa, difendono coloro che occupano gli immobili altrui, accampando a difesa di questo abominio l’utilità sociale che deve avere tale immobile. Utilità sociale che, per definizione, non esiste e quindi può essere tirata da una parte all’altra in base alle esigenze momentanee, finendo inesorabilmente col menomare la proprietà privata di un soggetto qualunque. Da questo concetto malsano a giustificare i ladri perché magari indigenti, il passo è breve. Ed è già accaduto che qualche sociologo da serie C lo affermasse tanto per garantirsi qualche minuto di applausi in più.

Ce lo insegna la più grande democrazia del mondo che per esser liberi si deve, spesso, anche essere armati. E se qualche buonista ritiene che casa propria debba essere a disposizione di chiunque voglia depredarla o bivaccarci, non saremo certo noi a ledere questa sua libertà di scelta.

Le 2 nazioni più liberali del mondo

Non c’è una nazione al mondo che riunisca la totalità del Liberalismo Classico.
Noi esseri umani non siamo perfetti né uguali, e per raggiungere il livello di funzionalità nell’ambito del Liberalismo, sarebbe necessaria un’egemonia culturale che -proprio per i principi liberali di tolleranza- non è possibile. Mentre i marxisti -e gli appartenenti ai filoni derivati- non si pongono alcun problema nell’imporre a milioni di individui connazionali la propria idea, sia con la forza, sia con la coercizione, sia con l’eliminazione.

Per fare un’analisi come quella proposta dobbiamo premettere che il liberalismo è una filosofia che difende la libertà in tutte le sue sfere, includendo aspetti economici, politici e sociali. Un’analisi olistica di tutte le aree, in cui la libertà deve essere presente e non solo limitata all’analisi parziale. A tal fine, dovrebbero essere considerati fattori come la libertà di stampa e di espressione in generale; la libertà di associazione; la libertà nei processi politici; il pluralismo politico e la partecipazione; il funzionamento del governo; lo stato di diritto, le libertà individuali in generale e la libertà economica.

Nuova Zelanda

Il paese più libero dell’Oceania occupava la quinta posizione nel 2016 e la tredicesima nel 2017 nella libertà di stampa (vedi il link); la stampa neozelandese è talvolta sottoposta a pressioni politiche che limitano l’accesso alle informazioni in determinate circostanze.

L’indicatore della Freedom House sulle libertà politiche elenca la Nuova Zelanda come un paese completamente libero in termini di libertà politiche e rispetto dei diritti umani. Questo fatto particolare è abbastanza rilevante considerando che la media della regione Oceania-Pacifico è solo del 38%.

La Nuova Zelanda è una monarchia costituzionale che risponde alla casa reale inglese, ma ha un proprio parlamento dal 1854 ed è totalmente indipendente dal parlamento inglese dal 1947.

Per quanto riguarda la questione economica, la Nuova Zelanda è classificata al 3 ° posto dell’Indice di libertà economica; superata solo da Hong Kong e Singapore. In questo indice ottiene una percentuale di libertà dell’84,2%, che è superiore al 59,7% della media globale ed è la ragione dell’evidente differenza con paesi come il Venezuela, dove questo indicatore raggiunge a malapena il 25,2%.

Svizzera

Eh sì, a due passi da noi c’è uno dei paesi più liberali del mondo.
Il paese che ci fa la concorrenza sul cioccolato è già molto famoso per le sue libertà e per i suoi comportamenti atipici rispetto al resto dei paesi del mondo. Immerso nell’Europa occidentale, tra Germania, Italia, Francia, Austria e Liechtenstein; non fa parte dell’Eurozona.

È una democrazia diretta che, nonostante abbia un sistema rappresentativo parlamentare, consente ai cittadini di presentare richieste referendarie che possano abolire le leggi approvate dai legislatori. Alcuni mesi fa, un referendum che proponeva l’introduzione di un reddito minimo pagato a ogni cittadino dallo Stato è stato respinto dall’80% della popolazione. È anche uno dei paesi con più armi al mondo, ma è riconosciuto fra quelli col livello più basso di criminalità.

La Svizzera occupa il 7 ° posto nella libertà di stampa nel mondo (vedi link). Il suo curriculum è  segnato unicamente da alcune restrizioni per la pubblicazione di informazioni trapelate sugli scandali riguardanti alcune banche.

Nelle libertà politiche, il continente europeo, secondo l’indicatore Freido Mouse, raggiunge un punteggio dell’86% in generale e del 66% nella libertà di stampa; e all’interno dell’Europa, la Svizzera è considerata un Paese completamente libero, messo in discussione solo da un referendum per il quale la costruzione di minareti nel paese è stata vietata.

In termini economici, la Svizzera è al 4 ° posto nel mondo (vedi link), con l’81.7% di libertà,  solo un posto sotto la Nuova Zelanda.

Quindi possiamo vedere come questi 2 paesi, che non sono al 100% liberi, hanno raggiunto una buona approssimazione all’ideale liberale.

Come abbiamo detto prima,  non possiamo pretendere di raggiungere -oggigiorno- una società perfettamente libera, perché avremo sempre la tendenza all’errore e alla stanchezza (caso classico della Svezia, che ha cambiato la sua società liberale in socialista, per poi invertire nuovamente il passo), ma almeno possiamo usare l’ideale come una guida che ci conduca a una società più libera e prospera e che possa assomigliare alla Nuova Zelanda e alla Svizzera, anziché al sogno socialista di paesi come Venezuela, Cuba o  Corea del Nord.

Il più grande ostacolo allo sviluppo umano: l’intervento dello Stato (W. von Humboldt)

Il seguente testo viene da “I Limiti dell’Azione Statale” di Humboldt del 1792, quando ancora il Socialismo Marxista non c’era, eppure -sorprendentemente- i liberali già combattevano le forze stataliste che volevano sottomettere il cittadino al volere dei governanti:

Qualsiasi interferenza statale negli affari privati, non implicando necessariamente la violenza a danno dei diritti individuali, dovrebbe essere assolutamente condannata.

Uno Stato, quindi, progetta sia per promuovere la felicità, sia semplicemente per prevenire il male; e in quest’ultimo caso, il male è quello che sorge da cause naturali, o ciò che scaturisce dal disprezzo dell’uomo per i diritti del suo prossimo.

Ad esempio, può adoperarsi per ottenere immediatamente questi risultati, sia con l’aiuto della coercizione sia con gli incentivi dell’esempio e dell’esortazione; oppure può combinare tutte queste fonti di influenza nel tentativo di plasmare la vita esteriore del cittadino in accordo con i suoi fini; o, infine, può tentare di esercitare un’influenza sui suoi pensieri e sentimenti, in modo da portare le sue inclinazioni, anche, in conformità con i desideri dello Stato.

Sotto tale sistema, non abbiamo tanti singoli membri di una nazione che vivono uniti nei vincoli di un contratto sociale; ma soggetti isolati vivono in una relazione con lo Stato, o piuttosto con lo spirito che prevale nel suo governo, una relazione in cui l’indebita preponderanza dell’elemento dello Stato tende già a ostacolare il libero gioco delle energie individuali.

Le cause simili producono effetti simili; e quindi, in proporzione al crescere della misura e della cooperazione statale, una comune rassomiglianza si diffonde, non solo attraverso tutti gli agenti a cui è applicata, ma attraverso tutti i risultati della loro attività. [nota: ecco l’uguaglianza sostanziale!]

E questo è il disegno che gli Stati hanno in mente. Non desiderano nient’altro che conforto, agio, staticità; e queste caratteristiche sono prontamente assicurate nella misura in cui non vi è alcun conflitto di individualità.
Ma quello a cui le energie dell’uomo lo spingono sempre e verso cui deve incessantemente dirigere i suoi sforzi, è l’opposto di questa inerzia e uniformità, – è varietà e attività.

L’uomo che frequentemente sottomette la condotta delle sue azioni a guida e controllo stranieri, diventa gradualmente disposto a un sacrificio volontario della poca spontaneità che rimane in lui. Si immagina liberato da un’ansia che vede trasferita ad altre mani, e sembra a se stesso fare abbastanza quando cerca la loro guida, e segue il corso a cui lo dirige.

Così, le sue nozioni di giusto e sbagliato, di lode e di biasimo, si confondono. L’idea di essere primo non lo ispira più; e la dolorosa coscienza dell’ultimo lo assale meno frequentemente e violentemente, dal momento che può facilmente attribuire i suoi difetti alla sua peculiare posizione, e lasciarli alla responsabilità di coloro che li hanno forgiato per lui.

Se aggiungiamo a questo che non può, forse, considerare i disegni dello Stato come perfettamente puri nei loro oggetti o nell’esecuzione, egli ora si concepisce non solo libero da ogni responsabilità che lo Stato non gli ha imposto espressamente, ma allo stesso tempo scagionato da ogni sforzo personale per migliorare la propria condizione; e si restringe anche da un tale sforzo, come se fosse probabile che possa aprire a nuove opportunità, di cui lo Stato potrebbe trarre vantaggio.

 

 

Autarchia: una pericolosa utopia

Il dibattito fra libero mercato e protezionismo non è certo un’invenzione dei nostri tempi. Già nell’Ottocento Cavour,convinto sostenitore del libero scambio,con le sue politiche economiche rese il Regno di Sardegna il più florido fra gli Stati italiani pre-unitari. Al contrario uno dei suoi successori,Francesco Crispi,nel pieno della grande depressione del 1873-1896 si imbarcò in una guerra commerciale contro la Francia,il nostro principale partner economico di allora,che risultò disastrosa per il Paese. Allora come oggi,dunque,una grave crisi economica spinse molti governi ad abbandonare il libero scambio per adottare politiche protezionistiche, che prolungarono ulteriormente la crisi. Il protezionismo, malgrado i danni che esso determina, non è nulla se confrontato all’antitesi stessa del libero mercato, l’autarchia.

Per “autarchia” si  intende l’assoluta autosufficienza del mercato nazionale,in grado di rispondere al fabbisogno interno di qualsiasi merce indipendentemente dagli scambi con i mercati esteri. Ciò era lo scopo ultimo della politica economica dei regimi totalitari europei del secolo scorso, ed è oggi il principio ispiratore delle proposte economiche di molti movimenti populisti,no global e della nuova sinistra.

Viene da chiedersi se l’autarchia possa essere considerata non solo un modello teorico,ma anche una concreta politica economica. A parere di chi scrive la risposta è sì,ma non nel XXI secolo. In passato infatti non sono mancati esempi reali di autarchia: cos’era infatti una corte feudale dell’Alto Medioevo,se non un microcosmo autarchico, in cui produttore e consumatore coincidevano nella medesima persona,il contadino?

Come per molte altre realtà storiche,dalla schiavitù al colera,a rendere obsoleta l’autarchia è stato lo sviluppo tecnico-scientifico. Mentre la civiltà feudale necessitava di risorse presenti ovunque nel mondo,quali terre fertili da coltivare e legname come combustibile,la nostra è una civiltà basata sulla tecnologia moderna,la quale tuttavia richiede materie prime che si trovano solo in aree specifiche del globo,come il petrolio (essenziale per carburanti,materiali sintetici e agricoltura) e le “terre rare”,come il neodimio,essenziali per i nostri dispositivi high-tech,dagli smartphone alle automobili elettriche. Ne consegue che nessuno Stato moderno possa sopravvivere senza scambi commerciali con altri Stati,in quanto non esiste paese al mondo dotato di tutte le risorse necessarie alla tecnologia moderna. Per ovviare a questo problema esistono tre possibili soluzioni: l’abbassamento delle condizioni di vita degli esseri umani,la guerra o il libero mercato.

La prima è la via intrapresa dal regime che governa la Corea del Nord,la cui ideologia prende il nome di “Juche”,generalmente tradotta come “autarchia” per l’appunto. La seconda è la scelta spesso adottata dagli Stati Uniti,che dalla seconda guerra mondiale in poi hanno sostenuto dittature e combattuto guerre al fine di assicurarsi il controllo di mercati esteri con le loro risorse. La terza,il libero mercato,rappresenta un modo per rimediare agli squilibri esistenti fra le nazioni senza ricorrere alla forza militare e senza rinunciare alle conquiste della tecnologia moderna,rendendo quindi possibile la ridistribuzione della ricchezza mondiale, non quella da attuare con la forza,figlia dell’ideologia marxista,bensì quella fra produttore e consumatore figlia della libertà economica,presupposto indispensabile per ogni altra libertà personale.

Ne consegue che l’autarchia è doppiamente pericolosa,in quanto ha come risultato un mercato interno bisognoso di espansione (spesso causa di guerre) e l’impoverimento delle nazioni. Soprattutto,l’autarchia è una grave restrizione alla libertà umana. Sin dalla nascita della civiltà,l’uomo ha condotto scambi economici con i suoi simili,prima con il baratto e poi con la moneta. Questi scambi, che oltre alle merci veicolano la diffusione delle idee, devono essere salvaguardati in una società libera,ed è per questo che l’autarchia è la compagna naturale del totalitarismo.

È arrivato il populismo in America?

Abbiamo assistito alla rivalsa del populismo in tutto il mondo, dalla Le Pen all’austriaco Sebastian Kurz, e pare abbia contagiato anche il nuovo continente.
Trump ha sostenuto una campagna elettorale estremamente populista, dal populismo culturale a quello economico, in una linea che potremmo definire “reazionaria”.

Quando è arrivato questo populismo in America?

Nel 2012 c’è stata la sconfitta per un soffio di Mitt Romney, appartenente all’ala moderata del Partito Repubblicano, in lizza con Obama. Romney era il tipico candidato repubblicano, forse troppo tipico per riuscire a vincere.

Nel 2016 ci siamo ritrovati con questo show-man miliardario e galvanizzante, totalmente su un altro piano rispetto all’establishment conservatore o ai rivoluzionari del Tea Party. Eppure il populismo era nato già da alcuni anni. Anzi, si potrebbe dire che il populismo fosse nato prima in America che in Europa.

Gli USA si dichiarano indipendenti nel 1776, il loro primo presidente sarà il liberale classico George Washington dal 1789 al 1797. Dopo il mandato di John Adams dal 1797 al 1801, arriva Thomas Jefferson: ecco il primo vero populista della storia degli Stati Uniti d’America. (Sicuramente un populista molto, molto differente da Trump)

Esatto, proprio colui che scrisse “tutti gli uomini sono creati uguali” e che fu consultato per la stesura della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.

Perché Jefferson era un populista?

Volente o nolente, Jefferson dava al popolo un nemico da combattere: prima Re Giorgio, poi i banchieri e gli affaristi. Era il tipico populista un po’ giustizialista che accusava i poteri forti, eppure -sebbene tutto ciò nel 2018 può sembrare estremamente stupido- è ciò che ha permesso agli States di costruire un apparato libero dalla corruzione ed una società in cui l’Individuo è al primo posto. Sempre in prima linea per combattere chiunque potesse e volesse monopolizzare il potere.

A Jefferson dobbiamo l’idea della Nazione sottomessa al Popolo, in contrasto con la linea di Adams e dei federalisti secondo i quali il potere dovesse andare agli illuminati e ai produttori di benessere.

Tutta la tradizione populista jeffersoniana ha permeato la politica statunitense per centinaia di anni, avendo sempre come focus la lotta all’aristocrazia e all’elitismo dei banchieri, dei mercanti, dei grandi proprietari terrieri per un solo scopo: permettere agli Individui di essere liberi.

Nel 1891 tale tradizione venne ereditata dal People’s Party, incentrato molto più nel ruralismo e nel migliorare il sistema economico vigente che nello sviluppo industriale, e che venne inglobato nel Partito Democratico nel 1896.

Tralasciando l’analisi di quest’ultima parentesi molto complessa, il populismo negli Stati Uniti ha sempre prodotto benefici enormi, fra cui la più elevata mobilità sociale (passaggio effettuato da un individuo da un ceto a un altro, generalmente verso l’alto) di sempre, crescita e progresso.

Perché, allora, il nuovo populismo non è ben visto? E Trump?

Negli USA il populismo ha funzionato perché è nato come una corrente di pensiero secondo la quale si mette in discussione ogni forma di potere, partendo dal dibattito per giungere a scelte razionali. Non parlava alla pancia delle persone, ma al loro cervello.

Ecco il primo motivo per cui il populismo altrove ha fallito: cavalcando gli umori della popolazione, il populismo (soprattutto di matrice marxista-hegeliana) ha fatto leva sull’invidia sociale, sulla lotta di classe e sulla redistribuzione delle risorse e/o dei mezzi di produzione.

Il nemico dei diritti e dell’Individuo, il nemico di “Noi, il popolo” non viene più affrontato con criteri di razionalità, bensì con la rabbia.

Ecco che arriva Trump: in un momento storico nel quale l’indignazione dei Social Justice Warriors raggiunge livelli vertiginosi ed il marxismo culturale permea le frange estreme dei Democratici, la risposta è l’avanzare del politically incorrect (=“una verità che i democratici trovano troppo dolorosa da riconoscere e quindi non vogliono venga espressa“, Dennis Prager) e di una nuova corrispettiva risposta: il populismo “grassroot” (di base) di Trump e Sanders.

Aldilà delle opinioni su Trump, il suo non è populismo Jeffersoniano, ma è una nuova specie che rischia di distorcere la tradizione popolare americana. La sua stessa metodologia potrebbe essere usata contro di lui, soprattutto ora che i moderati nei due principali partiti sono diventati marginali.

Dunque, torniamo alla domanda da cui siamo partiti: è arrivato il populismo in America? No. Allora, è arrivato un nuovo populismo in America? Sì.

L’importanza delle ferrovie per lo sviluppo economico, morale e culturale dell’Italia

L’influenza delle ferrovie si estenderà su tutto l’universo. Nei paesi che hanno raggiunto un alto grado di civilizzazione imprimeranno all’industria un enorme impulso: avranno sin dall’inizio un’ottima resa economica, accelereranno la marcia in avanti della società. Ma, gli effetti morali che necessariamente ne risulteranno, ancora maggiori, a parer nostro, degli effetti materiali, saranno notevoli soprattutto per quelle nazioni che, nella marcia ascensionale dei popoli moderni, sono rimasti indietro. Per esse le ferrovie saranno più che un mezzo di arricchimento, saranno l’arma potente mediante la quale riusciranno a trionfare sulle forze frenanti che le mantengono in uno stato funesto di infanzia industriale e politica.

Le ferrovie allora si stenderanno senza interruzione dalle Alpi sino alla Sicilia e faranno scomparire gli ostacoli e le distanze che separano gli abitanti dell’Italia e che impediscono loro di formare una sola e grande nazione.

Ma, per quanto grandi siano i benefici materiali che le ferrovie sono destinate a diffondere in Italia, noi non esitiamo a dire che resteranno molto al di sotto delle conseguenze morali che produrranno.

Le sventure dell’Italia sono di vecchia data. Non cercheremo neppure di ricercarne nella storia le numerose fonti. Simile compito, per il quale non è questa la sede, sarebbe d’altronde superiore alle nostre forze. Crediamo tuttavia di poter stabilire come dato certo che la causa prima debba attribuirsi all’influenza politica che gli stranieri da secoli esercitano tra noi, e che i principali ostacoli che ci impediscono di affrancarci da questa funesta influenza sono, innanzitutto, le divisioni intestine, le rivalità, direi quasi le antipatie che animano, l’una contro l’altra, le diverse frazioni della grande famiglia italiana; e successivamente, la diffidenza esistente tra i principi nazionali e la parte più vigorosa della popolazione.

Se le ferrovie sono chiamate a ridurre questi ostacoli e forse addirittura a farli scomparire, ne consegue naturalmente che sarà questa una delle circostanze che maggiormente promuoveranno il sentimento nazionale italiano. Un sistema di comunicazioni che produrrà un continuo movimento in ogni direzione di persone e che necessariamente metterà in contatto popolazioni rimaste sino ad oggi estranee le une alle altre, contribuirà in forte misura a eliminare le meschine passioni municipali, figlie dell’ignoranza e dei pregiudizi,  già oggi attaccate dagli sforzi di tutti gli uomini illuminati dell’Italia

Più di ogni altra riforma amministrativa, la costruzione delle ferrovie contribuirà a rafforzare lo stato di reciproca fiducia tra i governi e i popoli, fondamento delle nostre speranze a venire. Dotando le nazioni, i cui destini sono loro affidati, di questi potenti strumenti di progresso, i governi dimostrano pubblicamente lo spirito di benevolenza che li anima e il senso di sicurezza che provano.

Cavour, 1846

Perché essere contrari al Salario Minimo?

Leggendo le varie proposte per la campagna elettorale, vorrei analizzare quella di Salvini sul Salario Minimo.
Che cos’è il Salario Minimo? Il Salario Minimo sarebbe una soglia di retribuzione sotto la quale l’imprenditore non può scendere. Per esempio se il Salario Minimo fosse di 1000€, allora all’imprenditore non è permesso pagare uno stipendio inferiore ai 1000€.

Sembra una proposta positiva, ma è in realtà pare sia l’ennesima proposta socialista che non fa bene al lavoro e ai lavoratori.

Vi spiego il mio ragionamento. Il mercato del lavoro in Italia è sempre stato penalizzato dai presunti successi ottenuti dalle lotte sindacali che hanno favorito le riforme pro-lavoro, a cavallo  fra la fine degli anni sessanta ed i primi anni settanta. Stiamo parlando di riforme come lo Statuto dei lavoratori e i Contratti Collettivi. Queste riforme rafforzarono la posizione lavorativa – con una serie di “privilegi” – dei lavoratori di aziende di medio grandi dimensioni, ma con il passare del tempo diventarono sempre di più una penalizzazione per chi poi entrava nel mercato del lavoro.

Nel corso di questi decenni, sulle questioni di lavoro, i governanti hanno “insistito” su un approccio difensivista, ossia eterna diffidenza verso il datore di lavoro; perciò hanno preferito adottare delle politiche per difendere il posto di lavoro anziché favorire l’occupazione. Dunque, i datori di lavoro hanno preferito ricorrere ai contratti instabili oppure al nanismo (porsi un limite di dipendenti per non rientrare nei requisiti posti su pressione dei sindacalisti). Non per niente le imprese italiane hanno un tasso di anzianità interna molto alta (cioè da quanti anni lavorano gli stessi dipendenti) e uno scarso turnover (cioè pochi cambiamenti di dipendenti).
Non finisce qui, perché i contratti collettivi sono i principali responsabili della scarsa crescita dei salari.

Quindi, riepilogando, quando si tenta di regolamentare il mercato del lavoro, spesso e volentieri si incentiva il datore di lavoro – già abbastanza stufo di lungaggini burocratiche- a non assumere o a ricorrere a contratti instabili. Se in una nazione manca il turnover vuol dire che nessun dipendente vorrà mai cambiare lavoro in cerca di stipendi migliori e tenderà a proteggere, con le unghie e i denti, il proprio posto di lavoro. Stabilità non vuol dire “fare la muffa” nello stesso posto di lavoro, ma poter vivere il presente e programmare il futuro. Servono poche regole che sappiano disciplinare i rapporti umani, non di certo i salari. Inoltre, è arrivato il momento di abolire i contratti collettivi e di permettere ai datori di lavoro e al dipendente di contrattare su salari e durata del contratto. Non abbiate timore che non funzioni. Ci vuole un pochino di fantasia e immaginazione. Con tutte le tasse e i costi burocratici, probabilmente si rischierebbe di andare verso un basso salario non tanto diverso da quello attuale, ma con meno tasse e meno burocrazia sarà il mercato a determinare il giusto Salario.
Lasciate fare, o come si dice “Laissez-Faire”.

La Cina è ancora comunista?

La Cina è ancora comunista? La risposta a questa domanda è complessa ed è possibile scinderla in due parti distinte, che rispondono alla dimensione sociale e alla dimensione economica. La “Repubblica” Popolare Cinese è tutt’ora guidata da una dittatura comunista a partito unico, nella quale il dissenso viene represso anche violentemente.

Società

La situazione dei diritti umani in Cina continua a subire numerose critiche da parte della maggior parte delle associazioni internazionali che si occupano di diritti umani, le quali riportano numerose testimonianze di abusi ben documentati in violazione delle norme internazionali. Il sistema legale è stato spesso criticato come arbitrario, corrotto e incapace di fornire la salvaguardia delle libertà e dei diritti fondamentali.

La Cina è il Paese al mondo in cui si eseguono più condanne a morte, sebbene le autorità si rifiutino di rendere pubblica alcuna statistica ufficiale. Riguardo le condanne eseguite nel 2007, Amnesty International  ha raccolto notizie su 470 esecuzioni, ma ne stima un totale di almeno 6000 nell’arco dell’anno. Nessuno tocchi Caino stima una cifra simile di almeno 5000 esecuzioni nello stesso periodo, con un’incidenza dell’85,4% sul totale mondiale. Entrambe le associazioni riconoscono però che c’è stata una diminuzione nel numero delle esecuzioni, dopo che è stata reintrodotta la norma per cui tutte le condanne a morte devono essere confermate dalla Corte suprema del popolo: ciò consente di attutire la piaga delle condanne a morte comminate dopo processi sommari e iniqui. Alcune stime, tuttavia, sono ben più pessimistiche: un esponente politico cinese, Chen Zhonglin, delegato della municipalità di Chongqing, giurista e preside della facoltà di legge dell’Università Sudorientale Cinese, in un’intervista al China Youth Daily ha parlato di 10.000 esecuzioni l’anno. In quell’occasione Chen dichiarava la sua intenzione di lavorare per migliorare la situazione dei diritti umani in Cina.

Secondo quanto rivelato dal viceministro della salute Huang Jiefu nel corso del 2005, è dai condannati a morte che proviene la maggioranza degli organi espiantati in Cina, spesso senza che il donatore abbia dato il suo consenso, sebbene la legge lo esiga. L’espianto non consensuale pare che venga praticato sistematicamente ai condannati appartenenti al movimento spirituale del Falun Gong, perseguitato dal regime di Pechino ufficialmente dal 20 Luglio 1999, quando l’allora leader del PCC mobilitò le forze di Stato per sradicare il Falun Gong e i suoi praticanti. Questo fenomeno, che ha determinato di fatto un traffico illegale di organi umani, ha generato il sospetto che le condanne vengano eseguite quando c’è richiesta di organi compatibili con il condannato.

Nel 2006 l’avvocato per i diritti umani David Matas e l’ex segretario di Stato canadese David Kilgour, hanno condotto in un’indagine indipendente dimostrando che il personale militare e sanitario nelle carceri e negli ospedali cinesi rimuove forzatamente gli organi dei praticanti del Falun Gong ancora in vita per scopo di lucro. Secondo il loro rapporto, denominato “Bloody Harvest”, tra il 2000 e il 2005 quasi 41.500 praticanti sono morti per questo motivo, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. Il governo cinese si è frequentemente macchiato di violazioni dei diritti umani nei confronti di minoranze etniche e religiose e dissidenti politici: l’esempio più celebre, per l’opera di sensibilizzazione mondiale in cui si è prodigato il Dalai Lama, è l’occupazione armata del suolo tibetano, oltre che il sopracitato esempio della pratica di qigong del Falun Gong.

Il governo cinese assicura di dispensare la pena capitale solo in caso di gravi reati (omicidio, strage, terrorismo…), escludendo reati politici o di qualsiasi altro genere, e ha pubblicato sul web una copia del proprio codice penale che conferma questa versione. Tuttavia Amnesty International afferma che in Cina sono 68 i crimini punibili con la pena di morte, inclusi reati non violenti come l’evasione fiscale, l’appropriazione indebita, l’incasso di tangenti e alcuni reati connessi al traffico di droga.

In Cina vengono applicate gravi limitazioni alla libertà di informazione, alla libertà religiosa, quella di parola e persino alla libertà di movimento dei cittadini. L’evento più conosciuto in occidente delle azioni di forza perpetrate dalla Cina nei confronti dei dissidenti politici è rappresentato dalla repressione della Protesta di piazza Tiananmen il 4 giugno 1989, in cui perse la vita un numero imprecisato di manifestanti e soldati (200 secondo il governo cinese, tra 2 e 7 mila secondo alcuni dissidenti).

In Cina non esistono sindacati indipendenti, ma solo quello governativo ed è severamente vietato lo sciopero. Lo stato, almeno sulla carta, assicura i diritti dei lavoratori, ma la quantità annua di morti sul lavoro ha destato molte preoccupazioni e parecchie critiche e denunce non solo da organizzazioni umanitarie, ma anche dall’interno degli stessi organi di governo cinesi.

Un’altra accusa di lesione dei diritti umani rivolta al governo cinese è la pianificazione familiare obbligatoria, voluta dallo stesso Mao Zedong e tutt’ora impiegata. La legge che la regola, in vigore dal 1979, è la “Legge eugenetica e protezione della salute”, altrimenti detta ‘’Legge del figlio minore” che si è successivamente evoluta nella cosiddetta “Legge del Figlio Unico“, introdotta nel 2002 e abrogata dalla Corte Suprema cinese nel 2013. Secondo le fonti governative, grazie all’introduzione di questa pratica le nascite evitate nella Repubblica Popolare Cinese sono state 300 milioni. La legge prevedeva che una coppia potesse avere un figlio nelle zone urbane, e due in quelle rurali. I trasgressori potevano portare a termine un’eventuale gravidanza dietro pagamento di un’ingente multa, oppure erano obbligati a rinunciare al figlio.

Le accuse verso questo progetto sono molto pesanti: la lesione della libertà dei genitori; l’uso massiccio e obbligatorio dell’aborto, per di più in modi particolarmente dolorosi; le dure repressioni contro i cittadini che, specialmente in zone rurali o povere, opponevano resistenza al progetto; la violenza verso le donne, visti i casi certificati di sterilizzazioni forzate, operate in molti casi ai danni delle colpevoli; discriminazione verso le donne; in moltissime famiglie (dato anche il divieto di diagnosticare il sesso del nascituro), specialmente nelle zone rurali, le neonate sarebbero uccise, oppure non registrate all’anagrafe (costringendole alla totale assenza di diritti politici e alla rinuncia di istruzione e di qualunque assistenza sanitaria); discriminazioni sociali, perché il sistema fa in modo che i più facoltosi possano “pagarsi” il diritto al secondo (o al terzo) figlio pagando la sanzione corrispondente (in genere di 50.000 yuan, circa 7.700 dollari, 6.400 euro).

Da questi semplici esempi è possibile vedere che il tanto osannato paradiso socialista Cinese esiste solo nella mente dei suoi ignoranti sostenitori.

Economia

Dal punto di vista economico, invece, la situazione è ben diversa. Da circa 40 anni, il PCC ha progressivamente abbandonato il Comunismo Maoista, il quale si rivelò fallimentare e lesivo della società (gli storici stimano che “il Grande Balzo in Avanti”, cioè le riforme economiche volute da Mao per un’industrializzazione forzata della Cina fra il 1958 e il 1961, abbia causato una gravissima carestia nel 1960 che provocò fra i 14 e i 43 milioni di morti, a seconda delle fonti).

Nel 1976, a seguito della morte di Mao Zedong, Deng Xiaoping assurse a leader de facto del PCC. Deng era consapevole che la politica economica attuata dal suo predecessore non avrebbe portato alla crescita, e perciò una volta ottenuto il potere si prodigò per riformare l’economia cinese. Archiviata definitivamente la lotta di classe come elemento fondamentale della società, insieme alla Rivoluzione Culturale voluta da Mao, Deng pose, come obiettivo del governo cinese, lo sviluppo economico del paese.

Nel 1978 Deng presentò al congresso del PCC la riforma delle “Quattro Modernizzazioni”, una riforma destinata cioè a modernizzare quattro settori: agricoltura, scienza e tecnologia, industria e difesa nazionale. Alla base della riforma c’era il cambiamento degli obiettivi strategici dei piani di sviluppo: l’industria pesante, che fino ad allora era stato il settore trainante dell’economia, cedette il posto ad agricoltura ed industria leggera. In particolare il settore agricolo fu profondamente riformato in quanto non più in grado di soddisfare le necessità della popolazione: il problema principale stava nelle tecniche agricole arcaiche utilizzate, rimase immutate per secoli, che il piano economico di Mao non aveva neanche lontanamente pensato di modernizzare.

Ma il vero fulcro della riforma che consentì il boom economico negli anni ’80 e ’90, fu la ristrutturazione dell’apparato statale. In particolare, Deng capì l’importanza di creare un sistema economico nel quale l’industria fosse libera dall’ingerenza dell’amministrazione statale. Per consentire un più stabile collegamento tra imprese locali, statali e collettive e per abbattere le barriere amministrative che ostacolavano la fluidità del processo produttivo, si ricorse alla suddivisione e specializzazione del lavoro. Particolare attenzione fu posta nella preparazione del personale tecnico specializzato e molti studenti cinesi furono mandati all’estero per apprendere le più moderne tecniche produttive. L’attenzione fu focalizzata sulle richieste del mercato, che avrebbe guidato le scelte produttive ed impegnato gli imprenditori a incrementare la competitività e la produzione.

Importanti e decisive furono le iniziative intese a incoraggiare gli investimenti esteri. A questo fine furono istituite le “Zone ad economia speciale“, nel sud-est del Paese, nelle province del Guangdong e del Fujian, Zhuhai, Shenzhen, Shantou e Xiamen, seguite poi, nel 1988, dall’intera isola di Hainan elevata a provincia. In queste zone vennero previsti dei trattamenti preferenziali riservati agli stranieri che avevano intenzione di investire in Cina.

L’apertura verso l’estero e l’introduzione del libero mercato rappresentarono così il cardine del disegno politico voluto da Deng Xiaoping. La dottrina “un Paese, due sistemi”, consentì di giungere tra il 1984 e il 1987 agli accordi fra Pechino e Londra e fra Pechino e Lisbona per il ritorno di Hong Kong e Macao alla madrepatria rispettivamente nel 1997 e nel 1999.I due territori avrebbero avuto lo status di “zone economiche speciali” e un alto grado di autonomia e poteri legislativi e giudiziari indipendenti.

Le riforme messe in atto hanno portato a quella che lo stesso Deng Xiaoping definì “economia socialista di mercato” o “socialismo con caratteristiche cinesi”, una nuova struttura economica che combinava il socialismo, che reggeva la struttura amministrativa ed istituzionale, ad un sistema economico che prevedeva il libero mercato e il libero scambio.

Il concetto di Economia Socialista di Mercato fu portata avanti dai successori di Deng, e la Cina è entrata nel nuovo millennio come attore di primo piano nella politica internazionale. Addirittura nel 1997, il quindicesimo congresso del partito riconobbe l’importanza per l’economia cinese dell’impresa privata, fino ad allora considerata una forza secondaria rispetto alle aziende di stato. Infatti, sebbene le più grandi aziende cinesi siano ancora quelle controllate dallo stato, l’economia è stata trainata dalla crescita del settore privato. Per fare un esempio tra i tanti, secondo un recente rapporto di McKinsey la Cina ha dato vita a un terzo del numero globale di start up tecnologiche “unicorno” (aziende private valutate più di un miliardo di dollari).

Lo stesso Xi Jinping, attuale presidente della Repubblica Popolare Cinese, nel suo discorso in occasione del XIX Congresso del Partito Comunista Cinese, ha parlato esplicitamente di continuazione del processo di liberalizzazione dei cambi e dei tassi d’interesse, assicurando che “la porta della Cina è stata aperta e non sarà chiusa, ma si aprirà di più”.

Tuttavia, ombre si allungano sulla Cina: come in qualsiasi altro Paese caratterizzato da un potere centrale dittatoriale, anche lì è possibile vedere la mano dello Stato smorzare e reprimere le libertà dei cittadini, sia in ambito sociale che in ambito economico:

  • l’indipendenza futura del settore privato è fragile. Negli ultimi mesi il governo cinese ha effettuato un giro di vite su quegli imprenditori che sembrerebbero avviati a diventare degli oligarchi in stile russo. Ha inoltre cercato di frenare le acquisizioni all’estero, oltre che le attività delle principali aziende tecnologiche cinesi, come Alibaba e Tencent;
  • nel 1987, il tredicesimo congresso di partito aveva presentato un ambizioso programma di riforme politiche che secondo Zhao Ziyang, all’epoca Segretario Generale, erano finalizzate a rendere la dirigenza cinese più pluralistica, trasparente e responsabile (pur evitando la democrazia multipartitica, come imposto da Deng Xiaoping). Oggi assistiamo a un indebolimento della società civile dopo anni di repressione politica e ad un rafforzamento dell’autoritarismo. L’obiettivo delle riforme politiche all’interno del partito sembra esser stato soffocato dalla campagna anticorruzione di Xi, che ha effettuato purghe contro funzionari corrotti ma anche contro i suoi avversari politici;
  • nel 1997, il quindicesimo Congresso del Partito ha celebrato il passaggio della sovranità su Hong Kong dal Regno Unito alla Cina: il territorio sarebbe stato amministrato secondo la politica di “un Paese, due sistemi”. Nel 2012 e 2014 sono esplose delle proteste, confluite poi nel “movimento degli ombrelli” del 2014, che ha portato le lotte di Hong Kong all’attenzione del mondo. Eppure, in quegli anni il modello dei “due sistemi” sembrava solido. Oggi, invece, l’elemento più preoccupante della questione di Hong Kong è quanto sia diventato fragile questo stesso modello. Joshua Wong, giovane leader degli attivisti di Hong Kong nel periodo precedente al diciottesimo Congresso del Partito del 2012, oggi è un prigioniero politico. Carrie Lam, succeduta a C.Y. Leung nel ruolo di chief executive di Hong Kong dal luglio di quest’anno (scelta tramite una procedura pilotata in modo da fare emergere una figura gradita a Pechino) ha invitato a enfatizzare i temi patriottici nelle scuole locali. Xi ha chiarito che è determinato a fare tutto quel che potrà per minimizzare le differenze tra le modalità di governo di Hong Kong e quelle delle altre città.

In conclusione, è possibile affermare che l’attuazione di politiche liberiste, seppur molto annacquate dalla pervasiva presenza dello Stato nella vita pubblica, sia stata la principale causa del successo e della prosperità economica cinese. Consapevole che solo un’economia di mercato avrebbe portato allo sviluppo economico, Deng Xiaoping e i suoi successori hanno tacitamente sacrificato l’ideologia all’economia, mantenendo inalterati solo i meccanismi tipici dei regimi totalitari che consentirono a pochi uomini il controllo assoluto della Cina. Ma la prosperità economica non basta, e la Cina potrà definirsi veramente grande solo quando affronterà la “Quinta Modernizzazione”, tanto voluta da Wei Jingsheng e altri riformisti, e cioè la transizione del sistema politico cinese da un regime dittatoriale a una democrazia multi-partitica, nella quale i cittadini cinesi non siano semplici numeri asserviti alla macchina statale, ma uomini con diritti e libertà inalienabili.

A dispetto di quanto dicano molti nostalgici maoisti, la Cina non ha bisogno di una nuova Rivoluzione Culturale, volta alla dittatura del proletariato, ma piuttosto di una vera Rivoluzione Liberale.

Legge Severino: tra Incostituzionalità e Strumentalizzazione

La legge Severino stabilisce l’incandidabilità per i condannati in via definitiva per una serie di reati, ma anche la sospensione temporanea dall’incarico per governatori, sindaci, e amministratori locali che abbiano anche una sola condanna, in primo o secondo grado.

Le argomentazioni riguardo la Severino sono tornate in auge in questi giorni perché, come ricorderete, ha sancito la decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato e la sua incandidabilità, verdetto sul quale il patron di Mediaset ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e il 22 novembre scorso si è tenuta la prima udienza.

Le domande che ci si pone sono: questa legge è giusta? E’ in linea con la costituzione? E’ coerente con uno stato di diritto in regime di democrazia?

La Costituzione cita così: “art. 65 La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di deputato o di senatore“, “art. 66 Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”.

Ad un occhio non particolarmente attento potrebbe sembrare chiusa la questione, ma non è così. Le cause d’incandidabilità configurano uno status di inidoneità funzionale all’assunzione di cariche elettive, le cause di ineleggibilità, servono invece a garantire la libera ed eguale espressione del voto del corpo elettorale. Dunque se le cause di ineleggibilità e incandidabilità non coincidono, è tutto da dimostrare che il legislatore possa definire incandidabile un cittadino alle elezioni per il Parlamento. Questo per quanto concerne l’art. 65 cost..

Per il successivo invece che stabilisce che «spetta alla Camera di appartenenza giudicare sui titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità», ci si addentra nelle questioni di incandidabilità sopravvenuta, in sostanza si parla di retroattività. Cioè l’organo giudiziario (potere giudiziario appunto) con una sentenza, può modificare la composizione politica del parlamento (potere legislativo) potendo portare alla decadenza del parlamentare che è stato precedentemente votato democraticamente.

A mio avviso ci sono gli estremi per andare contro anche ad un altro articolo della Costituzione, il terzo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Vien da chiedersi in fine, come una sentenza di primo (o secondo) grado, possa esser tenuta così tanto in considerazione, quando potrebbe essere sconfessata nei gradi successivi.

In conclusione, il mio parare sulla questione è che se un candidato non merita di sedere in Parlamento, questo deve essere sancito dall’elettore che democraticamente sceglierà di non votarlo conoscendo il suo pregresso giudiziario (o magari sì). Mai e poi mai, un potere diverso da quello legislativo deve poter influire sulle scelte democratiche dell’elettorato.

Il miracolo economico della Rep.Ceca: dal socialismo all’Europa

In vista delle elezioni parlamentari del paese, esaminiamo il cambio di rotta dell’economia ceca dopo essersi liberata dalla camicia di forza dello statalismo sovietico. Come ha fatto la nazione ceca a generare uno sviluppo economico così sostenuto nel lungo periodo e a diventare uno dei centri più dinamici del mercato unico?

Dopo la dissoluzione del blocco comunista, iniziata con le rivoluzione nei paesi dell’Europa dell’est a cavallo tra gli anni ottanta e gli anni novanta, e il fallimento de facto del socialismo e della pianificazione centralizzata dell’economia, tutti i paesi che precedentemente facevano parte del patto di Varsavia dovettero risollevare un economia completamente disastrata e sempre più atrofizzata dall’incipiente inflazione, ripristinare i diritti di proprietà, sviluppare un mercato interno e cercare di attrarre capitali esteri.

Storicamente parlando, la Cecoslovacchia fu una delle economia più avanzate, visto la sua lunga tradizione industriale, ad adottare un sistema di pianificazione socialista dell’economia: aveva delle grandissime potenzialità di crescita economica nel secondo dopoguerra, ma in poco tempo, dopo una lieve crescita del PIL nell’età dell’oro grazie all’industrializzazione forzosa, seguì le orme del URSS e, intorno agli anni settanta, le contraddizioni insite nel sistema diventarono palesi.

La scarsa efficienza degli investimenti statali deriva dalle difficoltà insite nella pianificazione dei processi produttivi che prevedeva una fase di organizzazione della produzione, una di politica del prezzo e, infine, un’imposizione del prodotto nel mercato; diversamente da quanto accadeva in un sistema capitalistico. Perciò le risorse venivano allocate senza tener conto dei costi opportunità dei fattori di produzione, con un costante aumento del deficit statale.

Ciò era possibile solo con una politica monetaria espansiva e inflazionistica, poiché oltre a mantenere in vita settori industriali obsoleti e in perdita, si doveva acquietare una popolazione sempre più povera, e soprattutto rifornirla di beni di consumo. Tra il 1950 e il 1970, il PIL dell’Europa orientale era pari al 50% di quello dell’Europa occidentale, e nel 1990 sarebbe sceso al 30% del PIL Europeo.

A distanza di quasi 30 anni dal crollo del blocco socialista, le economie dell’est Europa presentano un quadro dell’economia nazionale ben diverso rispetto all’era sovietica e post sovietica e rappresentano ormai uno dei poli con maggiore attrazione di capitali esteri, in particolare la Polonia e la Rep.Ceca.

La recente storia economica della Rep.Ceca è un classico esempio contemporaneo di come l’apertura con l’esterno, il ripristino dei diritti di proprietà, il libero commercio, il capitalismo e la democrazia rappresentativa abbiano avuto effetti costruttivi sulle economia che prima erano socialiste. Ma non solo. È un esempio di come questi prerequisiti, coadiuvati dal vantaggio dell’arretratezza, siano i principi cardine che stanno alla base della crescita economica.

Possiamo individuare tre ragioni alla base di questo fenomeno:

  • Il trasferimento tecnologico e l’importazione della maggior parte delle tecnologie industriali dal vicino tedesco, paese leader nel settore, si sono tradotti in un miglioramento della qualità nel settore manifatturiero ceco, in particolare nel comparto automobilistico.

  • Il prodotto nazionale lordo è dato dalla somma di tutti i settori e ovviamente fra questi vi sono grandi differenze in termini di produttività: le dimensioni dei settori tradizionali a bassa produttività (commercio al dettaglio, servizi…) sono in genere piccole nei paesi economicamente avanzati e numerosi nei paesi arretrati. Di conseguenza, le economie più povere recupereranno terreno rispetto a quelle più ricche con il semplice spostamento della forza lavoro da settori a bassa produttività, come l’agricoltura, a settori ad alta produttività, come l’industria, rendendo comunque i settori tradizionali più efficienti e dinamici.

  • In questa prima fase, partendo da livelli salari molto bassi, i paesi poveri registreranno maggior quantità di investimenti, poiché presentano un rapporto capitale-lavoro molto basso. Ma soprattutto, registreranno tassi di crescita del PIL annuo di gran lunga superiore a quelli delle economie già industrializzate.

Difatti, dall’entrata nell’Unione Europea nel 2004, la Rep.Ceca, così come gli altri paesi dell’Europa dell’est, ha conosciuto un’espansione economica senza precedenti, passando da un tasso di incremento del PIL intorno al 1,9% nel 2003 al 6,9% del 2006, a fronte di quello tedesco passato dallo -0,3% nel 2003 al 3,7% del 2006. Dopo essersi ripresa dalla recessione del 2008, il paese ceco è tornato ad essere dinamico nel mercato europeo (con un modesto calo durante la breve recessione del 2011-13) registrando nel 2015 un tasso di crescita del PIL del 5,3%, a fronte di quello tedesco intorno al 1,7% nello stesso anno. Anche gli scambi commerciali hanno conosciuto un’espansione notevole dal 2011 al 2016 con un tasso di crescita delle esportazioni del 2,61%, passando da $151 miliardi a $160 miliardi, e una diminuzione delle importazioni, passate da $149 miliardi a 138 miliardi. La Repubblica Ceca è la conferma di come il vantaggio dell’arretratezza, la convergenza tecnologica e culturale e l’apertura commerciale siano le fondamenta su cui edificare una crescita economica e sociale sostenuta nel tempo. 

Come paradossalmente aveva predetto Karl Marx, i sistemi sociali che creano benessere materiale e progresso sociale si autoconsolidano, mentre quelli che non sono in grado di creare e garantire prosperità falliscono, per poi crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni.