Così tasse e regolamentazioni statali stanno uccidendo il mercato immobiliare italiano

I bei tempi in cui il mattone rappresentava la principale fonte di investimento delle famiglie italiane sembrano oramai un ricordo. Il mercato immobiliare sembrerebbe destinato a un inesorabile declino. Oltre alle onerose imposte, la spada di Damocle di una patrimoniale e il recente lockdown che ha ucciso definitivamente i leggerissimi segni di ripresa. Un vero disastro, se consideriamo che in Italia le famiglie ad essere proprietarie di un immobile sono il 70%, le quali vedranno, secondo ultime stime, un ulteriore decremento del valore della propria casa.

L’Osservatorio immobiliare della Società di consulenza Strategica e Aziendale Nomisma ha previsto un ulteriore calo dei prezzi del mattone del 16% in tre anni, e un crollo delle compravendite entro il 2021 di un 35%. Le dinamiche del mercato immobiliare, assoggettate a una mano pubblica dissennata, sono un limpido esempio di come le regolamentazioni statali stanno ammazzando un settore dell’immobile e distruggendo il potere di acquisto delle famiglie.

Partiamo con ordine.

Dal 2011 al 2018 l’andamento dei prezzi degli immobili sul territorio italiano ha registrato un costante calo. In netta controtendenza rispetto alla ripresa del mercato degli immobili negli altri paesi verificatosi nel biennio 2013-2014 in Italia il valore degli immobili è continuato a calare.

In un rapporto stilato da Confedilizia e dal professor Andrea Giurcin dell’Università di Milano Bicocca, le cause di questo continuo trend negativo sarebbero da attribuire alla mega patrimoniale che il governo Monti ha varato nel 2011, della quale il settore del mercato dell’immobile ne starebbe ancora pagando i danni devastanti. Come raccontato da Federico Giuliani su IlGiornale.it, “Il governo tecnico montiano approvò infatti un’operazione killer che portò il gettito annuale delle tasse sugli immobili da circa 8 miliardi di euro annui a oltre 25 miliardi. Per immobili si intendono tutti gli immobili: dalle prime case alle seconde, dai negozi ai capannoni, dagli studi professionali alle botteghe artigiane”.

Nonostante i dati sulle transazioni fossero lontani dal periodo di migliore salute del mercato immobiliare, il trend positivo registrato negli ultimi mesi aveva dato segnali di incoraggiamento. L’arrivo del lockdown è stato il definitivo colpo di grazia per il settore, negandogli definitivamente ogni possibilità di ripresa. Il calo del prezzo degli immobili nell’ultimo decennio ha raggiunto addirittura il 50% in alcune zone di periferia e di villeggiatura meno prestigiose. Nonostante il netto calo del valore degli immobili, gli italiani sono ancora costretti a pagare le tasse sul valore della rendita catastale che è rimasto immutato, e come spesso accade in questi casi, a farne le spese sono le famiglie meno abbienti, dacché gli immobili nelle zone più prestigiose stanno resistendo meglio alla crisi.

L’importante imposizione fiscale sull’acquisto di una seconda casa e la tassazione delle plusvalenze per chi acquista e vende un’immobile entro i cinque anni sono le due regolamentazioni che maggiormente disincentivano l’intraprendenza e l’investimento, e di conseguenza la ripresa del mercato. Come se la situazione non fosse già abbastanza drammatica, un’ulteriore pugnalata è arrivata dalla legge di bilancio 2020 dell’attuale governo. Con l’articolo 89 è stato previsto un aumento dell’imposta sostitutiva sulla plusvalenza dal 20% al 26%. In soldoni, chi ha della liquidità e fiuta un buon affare acquistando un’immobile a un prezzo conveniente con l’idea di rivenderlo, eventualmente apportando anche dei lavori di ristrutturazione, per avere avuto una buona intuizione (in favore anche della crescita del mercato) verrà punito attraverso una spoliazione fiscale del 26% sul profitto ottenuto.

Evasione fiscale? La colpa è dello Stato

In questa settimana è tornata, direi con prepotenza, il tema dell’evasione fiscale. Oltre ai soliti slogan “se finalmente pagano tutti, potremo abbassare le tasse”, arrivano nuovi slogan e, soprattutto, nuove proposte.

Il Movimento 5 Stelle è giunto a proporre il carcere per chi non paga le tasse. Non si tratta di qualcosa di basso rilievo, ma di carcere fino a 8 anni con possibilità di confiscare i beni. Quest’ultima misura, oggi, è prevista solo per reati di Mafia. Ma l’interesse di Luigi Di Maio è di estenderlo anche a coloro che non pagano le tasse.

La battaglia all’evasione fiscale è dunque iniziata. Lo dimostrano le stesse parole dell’attuale Presidente del Consiglio:

“Stiamo mettendo a punto gli ultimi dettagli della manovra, le ultime misure, non voglio anticipare ovviamente i dettagli ma ci sta molto impegnando il piano anti-evasione”.

Le cifre dell’evasione fiscale sono spaventose per dimensioni. Si parla di circa 100 miliardi di euro. Le principali evasioni provengono dall’IVA e dall’IRPEF.

Sempre secondo il presidente Conte:

“Essere onesti conviene, recuperare un euro dall’economia sommersa significa poter investire nella scuola pubblica, poter investire negli ospedali, significa poter ridurre le tasse a tutti”.

Eccolo quà. Si torna sempre al punto di partenza. L’immancabile slogan “pagare tutti per pagare meno” è ormai roba diffusa tra i lottatori contro l’evasione fiscale.

Peccato però che questo slogan sia più falso di una banconota di 15 euro. L’impressione è che anche stavolta, il governo di turno, è cieco rispetto all’attuale scenario. Cieco, o meglio, finto-cieco? Forse non è nemmeno corretto definirli ciechi. Forse questa strategia di comunicazione è particolarmente efficace per il socialista di turno.

Attualmente, la realtà italiana è ben diversa da quella raccontata da Conte:

  • Spesa Pubblica: +2.4% rispetto al 2018
  • Pressione fiscale generale pari al 55% (550€ ogni 1000 di PIL finiscono allo Stato)
  • Abbiamo lo stesso PIL pro capite di 15 anni fa
  • Non si riscontrano aumenti significativi di produttività negli ultimi 25 anni
  • Un dipendente costa all’azienda quasi il doppio (rispetto all’effettivo stipendio ricevuto dal lavoratore – ndr)
  • La quota di profitto – che riguarda le società non finanziarie e il reddito da capitale ottenuto sul valore aggiunto prodotto – è al 40,7%, cifra più bassa dal 1999
  • Molti servizi pubblici sono del tutto inefficienti

(Dati raccolti Da Institute Heritage, OCSE, CGIA di Mestre, 2019)

Questi dati, seppur non esaustivi, devono invitarci a fare una riflessione molto seria. Ci sono delle differenze sostanziali tra i dati reali dell’economia italiana rispetto al racconto del Governo. Il Governo di turno racconta l’evasione fiscale come una “mancata solidarietà”, “i cattivi che non vogliono pagare le tasse”, “l’avidità dei ricchi”. In realtà il quadro italiano racconta tutt’altro. Racconta un Paese in estrema difficoltà economica. Le aziende non vanno avanti, ma si trascinano avanti. La produttività è appena sufficiente, i profitti sono appena sufficienti, i redditi degli italiani sono gli stessi.

Il Governo e la stessa OCSE (documento aprile 2019) spiegano come i sussidi alla povertà dovrebbero stimolare la ripresa economica. Allora, Vi pongo una domanda: se in Italia gli occupati sono il 59% (dati ISTAT), il reddito pro capite allo stesso livello del 2004, con una spesa pubblica che nel 2004 incideva del 15% e nel 2019 incide del 26%, con una pressione fiscale generale che nel 1999 era al 49.7% e oggi al 55%, come possiamo pretendere che gli italiani possano resistere economicamente?

Questo è un torto incredibile, perché gli italiani hanno lo stesso guadagno ma sono più poveri per colpa dello stesso Stato. Ma la beffa è presto vicina. Dagli annunci di Conte e Di Maio, l’impressione è che non solo manca l’intenzione di abbassare le tasse, ma prevale quella di aumentare l’interventismo statale (estendendo il reddito di cittadinanza) e quella di istituire uno Stato di Polizia Tributaria.

L’assistenzialismo e i servizi offerti dallo Stato, secondo i socialisti, nascono per “governare e redistribuire la ricchezza”. Ma con questo ritmo rischiamo seriamente di rendere gli Italiani con una ricchezza tra le mani sempre più misera.

Ed è qui che entriamo nel paradosso. Se l’assistenzialismo è per chi non detiene reddito, e chi lo detiene è in ginocchio perché non può più pagarlo, come ne usciamo?

Lo Stato sociale distrugge la generosità

Lo Stato sociale europeo, oltre ad essere abbastanza vicino alla definizione di schema di Ponzi, ha un altro problema: uccide la generosità. Ma, piaccia o no, il nostro retaggio culturale è cristiano, quindi la generosità è vista come un bene positivo, portando la politica statalista ad aberrazioni enormi.

Ma lasciatemi spiegare: provate a chiedere all’americano medio chi deve pensare ai poveri e, se non vi trovate in qualche college particolarmente liberal o alla convention di Bernie Sanders è probabile che la risposta sia “la Chiesa/le fondazioni private/la famiglia e, solo in caso di fallimento di essi, il governo”. Fate la stessa domanda all’europeo medio e risponderà convinto “lo Stato”.

Quindi se in America, vedendo situazioni di disagio, viene spontaneo chiedersi “cosa posso fare IO“, in Europa invece “cosa può fare il governo” è il primo pensiero.

E, infatti, in USA si dona molto di più che in Europa. Sia perché in USA ci sono tasse minori e quindi fisicamente ci sono più soldi da donare sia per questo fattore sociale: in Europa ci aspettiamo che sia il governo a pensarci, non la comunità.

Eppure il welfare più è lontano meno è efficiente, oltre a risultare inviso alla popolazione che non ne fa uso. Cito Giovanni Adamo:

Lo Stato sociale prova ad applicare per vie legali il modello sociale tradizionale dei piccoli gruppi alla popolazione generale. Un’enorme burocrazia è necessaria per controllare e gestire il processo. Oltre all’alto costo, il sistema minaccia la libertà dell’individuo e in una democrazia dà ai partiti politici la possibilità di comperare voti con il danaro dei contribuenti.

Ed è verissimo. Sarà capitato ad ognuno di noi di vedere qualcuno trovare un lavoro ad un amico o parente in difficoltà ma di buona lena in pochi giorni e a spesa zero mentre lo Stato, per fare una cosa simile, ha dei costosissimi e poco efficienti centri per l’impiego. Ma gli esempi potrebbero andare avanti a lungo…

Questi sono i danni dello Stato sociale: smettere di farci contare l’uno sull’altro ma sperare che un’entità centrale faccia, con un grande sovrapprezzo, ciò che la società civile può fare con molto meno. E poi dicono che il liberalismo distrugge la società.

Con questo non diciamo che il governo non debba avere alcun ruolo, anzi, ma che debba essere o un garante (come nella scuola o nella sanità) o una risorsa alla quale ci si appella dopo che ogni altra possibilità è esaurita o impossibile, mentre oggi ci sono centinaia di migliaia se non di milioni di persone che vedono nello Stato il faro della propria vita.

E ciò, almeno nell’Italia culturalmente cattolica, porta ad una conseguenza particolare: i politici vorrebbero imporre questi valori per legge, dopo averli tolti sempre per legge. Quante volte, dalla “destra” alla “sinistra” passando per il “centrosinistra”, avete sentito volontà di misure coercitive per insegnare valori come la solidarietà o la generosità? Io fin troppe volte, direi.

Ecco, io credo che se i politici invece di pretendere che persone libere sacrifichino un tot della propria vita a nome del Dio Stato/Dio Europa/Dio Società iniziassero a limitare il peso dello Stato in questi campi dando più potere e possibilità all’individuo e alle relazioni volontarie tra di essi gli italiani diventerebbero più generosi.

Perché non lo fanno? Sarà perché fare l’asta al rialzo dei benefit coi soldi altrui è il loro lavoro?

Abolizione contante? Lasciamo lavorare il mercato

Grazie al contante esistono i peggiori criminali del mondo: le nonne che, elargendo in cartamoneta ai nipotini laute mance, superano il limite annuo di donazioni esentasse togliendo soldi alle istituzioni di tutti.

Almeno pare così dalla rinata attenzione per l’eliminazione del contante, che sarebbe doverosa per porre fine all’evasione fiscale e arrivare, citando il premier Conte, “a pagare tutti per pagare di meno“.

Peccato che sia (e va detto in francese) una solenne stronzata.

Infatti, l’evasione fiscale da anni sta calando e gli introiti dello Stato aumentano, ma aumenta anche la spesa pubblica. Questo perché appena un politico vede un minimo spazio di manovra ci metterà qualche sua mancetta elettorale. E se aggiungiamo che questa spesa è fortemente inefficiente (giusto per dire, mentre state leggendo questa frase lo Stato ha appena sperperato 3000 Euro per l’istruzione) verrebbe da dire, alla Einaudi, che quasi quasi chi evade è un benefattore che prova a limitare l’idrovora statale. Poi ci si ricorda che le conseguenze le paga chi si sbaglia e dichiara un euro in meno del dovuto.

Tralasciando le considerazioni morali, parliamo di mercato. Il mercato, come mostrano varie economie, premia la moneta elettronica. Le ragioni sono diverse e le descriveremo più avanti. Ma i politici e parapolitici italiani soffrono del “gastrospasmo del fare”, usando un termine coniato da Paolo Attivissimo: “Non basta che ci pensi il mercato, noi dobbiamo fare qualcosa” e di solito questo qualcosa è negativo, come Confindustria che vorrebbe introdurre una tassa sul contante. Significherebbe pagare per usare i propri soldi, un qualcosa di cui solo un Paese totalitario andrebbe fiero, ma vabbè.

Perché il mercato premia l’elettronico

Comodità, sicurezza e praticità.

Se avete una carta prepagata con 500€ e 30€ nel portafogli e perdete il portafogli avete perso 30€ e qualche ora per bloccare e rifare la carta. Se invece i 500€ fossero stati in banconota avreste perso ben 530 euro.

Spesso, inoltre, il pagamento con carta è più pratico, specie per cifre non tonde dove bisogna mettersi a cercare spiccioli per avere o dare il resto.

E, soprattutto, una carta si può usare per fare acquisti online in modo semplice, mentre i contanti no.

Infatti, nei Paesi dove il digitale è diffuso da più tempo, la moneta digitale ha superato nettamente l’utilizzo del contante. In Italia, soprattutto chi ha meno di 30 anni, vede ancora nel pagamento elettronico un qualcosa di macchinoso e per grandi acquisti, ma già i giovani hanno un’idea diversa e usano la carta ben più spesso: ormai anche i badge universitari sono carte prepagate, ed esistono, grazie al mercato e non ad una legge, carte che si possono già avere a 12 anni a condizioni decisamente vantaggiose.

È quindi prevedibile che con l’avanzamento tecnologico e l’aumento della disponibilità economica dei giovani che oggi, magari, sulla carta ci mettono giusto qualche soldo per il pranzo, il pagamento elettronico diventerà ancor più diffuso.

Ma è un libero mercato?

Ni. Infatti c’è una cosa che fa imbestialire i commercianti, specie quelli più piccoli: essere obbligati a dotarsi di un qualcosa che va pagato, dove spesso si deve anche pagare un abbonamento mensile.

Se andate dal fruttivendolo e vi chiede 15€ e glieli date in contanti avrà 15€, se pagate con la carta avrà qualcosa in meno tra commissioni e costi fissi.

Il governo dell’epoca legiferò prevedendo delle commissioni agevolate. Ma, come mero esercizio intellettuale, se invece la soluzione fosse lasciar fare al mercato? Stabiliamo l’obbligo del POS ma lasciamo liberi i commercianti di far pagare le commissioni ai clienti.

Ciò, forse, avrebbe danneggiato per alcuni mesi chi paga con carta, ma alla lunga estenderebbe la concorrenza, portando ad avere carte a commissione agevolata e a POS con commissioni più basse per gli esercenti, favorendo ancor di più l’adozione della moneta elettronica.

Sempre in nome del libero mercato bisognerebbe permettere, anche solo per ristretti spazi temporali, di non accettare contanti. Pensiamo a luoghi dove servono alti livelli di igiene o ai negozi notturni (per il rischio di furto, ndr).

Davvero impedirebbe l’illegalità non avere il contante? E davvero vogliamo essere sempre tracciabili?

C’è anche chi dice che, abolendo il contante, potremmo eliminare fenomeni come lo spaccio di droga, anche specificando che non bisogna avere paura di avere una lista completa di ciò che si compera se non si ha nulla da nascondere.

Per prima cosa, noi dell’Istituto Liberale crediamo che ci sia una soluzione migliore sullo spaccio, ossia la legalizzazione. Ma, comunque, è abbastanza naif credere che basti impedire agli spacciatori di avere il POS per bloccare il loro business. Anche immaginando che in tutta l’eurozona si elimini il contante e si paghi con carta non puoi di certo impedire fisicamente allo spacciatore di farsi pagare in franchi svizzeri e cambiarli, a meno di abolire la convertibilità dell’Euro…

Anche con i traffici economici illegali vale il medesimo ragionamento: L’assessore corrotto non smetterà di farsi corrompere, semplicemente troverà un modo nominalmente legale per farlo, ad esempio facendo un lavoro iperprezzato e fatturandolo regolarmente, oppure accettando corruzione-merce, come un bel viaggio di lusso.

Seconda cosa: il “nothing to hide argument” funziona solo quando si ha la certezza assoluta che il governo la penserà sempre come noi. Perché non esistono solo spese illegali, ma anche spese immorali.

Da cose innocenti, come una ragazzina con genitori bigotti che vuole comprare qualche preservativo per divertirsi col fidanzato e non vuole lasciarne traccia, a cose magari più serie che potrebbero rovinare una vita se la notizia venisse allo scoperto.

Inoltre, l’esistenza del contante è una questione di libertà di scelta: Scegliere se usare o no il servizio di intermediazione, che si paga, delle banche.

Perché non lasciar lavorare solo il mercato?

Perché i politici vogliono meriti da attribuirsi e perché pensano di poter portare ordine nel caos di mercato. È un po’ come quando aumentano o calano le bollette del gas e i politici si danno meriti o demeriti e poi, alla fine, si scopre che la variazione era dovuta a qualche evento in Russia.

Tuttavia le proposte anti-contante hanno un problema: portano a estremizzare la questione. Se il processo di mercato difficilmente vedrebbe opposizioni, proporre la “tassa sui contanti” porta ad arroccarsi inutilmente in posizioni pro o contro la moneta elettronica, rischiando addirittura di rallentare l’adozione massiva delle nuove tecnologie.

È abbastanza improbabile che il contante scompaia completamente. Ci sarà sempre chi preferirà il contante, per abitudine o per ragioni ideologiche o economiche, così come ci saranno usi dove il contante sarà molto probabilmente preferito come nel dare la mancia ai bambini o per prendere un caffè sotto casa.

Ma, grazie al ricambio generazionale ed all’aumento della domanda, arriveremo anche in Italia ad avere giornate in cui un negoziante di minuteria la moneta fisica non la toccherà nemmeno.

E non servirà alcuna legge per farlo.

Rubare ai ricchi per dare ai poveri è una buona idea?

Robin Hood, eroe Ancap che combatteva contro le tasse imposte ingiustamente dallo Stato ai cittadini, è oggi inspiegabilmente noto ai più come una sorta di protosocialista che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Robin Hood, tuttavia, è solo una figura semileggendaria. Al contrario, gli aspiranti Robin Hood di oggi (Sanders ed i Socialisti Democratici, Corbyn, Mélenchon) sono purtroppo assai reali, e loro sì che intendono togliere ai ricchi per dare ai poveri (o meglio, di sicuro intendono togliere ai ricchi, il resto non è altrettanto certo).

Ma al di là del dibattito storico-letterario su Robin Hood, rubare ai ricchi per dare ai poveri è una buona idea? Può essere davvero una valida soluzione ai problemi economici?

Innanzitutto, qualche numero utile, preso dalla patria stessa del turbocapitalismo neoliberista, gli Stati Uniti. Ad oggi, l’uomo più ricco d’America è Jeff Bezos, con un patrimonio pari a circa 118 miliardi di dollari. In totale, oggi negli Stati Uniti vivono 705 miliardari, per un valore totale di oltre 3000 miliardi di dollari[1]. Sembra una cifra enorme, e lo è, ma la matematica non depone a favore di Sanders e dei Socialisti Democratici.

Il cavallo di battaglia di questi ultimi è il Green New Deal, il meraviglioso piano seguendo il quale un forte governo centrale (nelle mani delle persone giuste, naturalmente) potrebbe creare un paradiso di ecosostenibilità ed uguaglianza per tutti i cittadini americani. Il costo di questo bellissimo sogno? La modica cifra di oltre 16000 miliardi di dollari[2], e più potere nelle mani dello Stato[3].

Quindi, anche conferendo allo Stato il potere per confiscare in toto la ricchezza dei miliardari in perfetta legalità, resta un disavanzo di 13000 miliardi di dollari che potrebbe essere colmato solo in 2 modi: facendo debito o confiscando altra ricchezza (ma non quella dei pianificatori del Green New Deal).

Un altro numero utile: il budget federale fissato per il 2020 è pari ad oltre 4700 miliardi di dollari[4]. Quindi, anche inviando Bezos, Gates e tutti gli altri in un gulag, il denaro raccolto non sarebbe sufficiente neanche a mandare avanti il governo federale per un anno intero.

Qui poi bisogna aprire una parentesi: in realtà, già adesso sono gli odiatissimi ricchi a mandare avanti il governo federale, e di conseguenza a sostenere i programmi di welfare tanto cari ai Socialisti Democratici.

Le entrate del governo federale, infatti, derivano principalmente dalle imposte sul reddito. Nel 2016, il 50% più ricco della popolazione ha pagato il 97% delle imposte sul reddito, mentre l’altra metà più povera della popolazione ha pagato il restante 3%. In particolare, l’1% più ricco della popolazione da solo ha pagato il 37,3% delle imposte sul reddito[5].

Un ultimo elemento di cui bisogna tener conto: quando i populisti di sinistra propongono di far pagare ai ricchi “la loro giusta parte”, con delle leggi se possibile o con la violenza se necessario, probabilmente pensano che tutti i miliardi dei loro patrimoni esistano in contanti. Naturalmente, le cose non stanno così.

Jeff Bezos, infatti, non è Zio Paperone, non possiede un enorme deposito nel quale conservare i suoi 118 miliardi di dollari sotto forma di un mare verde di banconote. Il patrimonio complessivo di Jeff Bezos (immobili, azioni di Amazon e contanti) vale 118 miliardi di dollari, ma per confiscarli sarebbe necessario confiscare tutte le sue azioni e venderle, e solo un populista di sinistra potrebbe pensare seriamente di poter vendere tutte queste azioni senza far crollare il loro valore.

Risulta chiaro, pertanto, che “rubare ai ricchi per dare ai poveri”, lungi dall’essere una valida soluzione a qualsivoglia problema economico, non è nient’altro che uno slogan utile per la propaganda in tempo di elezioni, e questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore delle ipotesi, una massa critica di elettori potrebbe dare ascolto a questa propaganda, con conseguenze fin troppo ben immaginabili.

[1]https://www.google.com/amp/s/amp.businessinsider.com/countries-with-the-most-billionaires-2019-5

[2]https://www.google.com/amp/s/www.nytimes.com/2019/08/22/climate/bernie-sanders-climate-change.amp.html

[3]https://fee.org/articles/the-green-new-deal-is-a-trojan-horse-for-socialism/

[4]https://www.thebalance.com/current-u-s-federal-government-spending-3305763

[5]https://www.google.com/amp/s/www.bloomberg.com/amp/news/articles/2018-10-14/top-3-of-u-s-taxpayers-paid-majority-of-income-taxes-in-2016

Articolo 81: perché ignoriamo il principio di responsabilità?

Se c’è una cosa che da sempre stimola il dibattito politico e istituzionale italiano è la Costituzione. Non esiste partito politico che non si sia forgiato almeno una volta della retorica del celebre articolo 1: “la sovranità appartiene al popolo!” dicono. E fanno bene.

Peccato che spesso – oltre a dimenticare “i limiti e le forme” che la carta traccia – ci si dimentichi che la nostra Costituzione getti anche le basi per una buona condotta fiscale da parte dello Stato.

Quanti di noi hanno mai sentito nominare nei dibattiti dei salotti televisivi italiani l’articolo 81? Quanti di noi conoscono effettivamente cosa rappresenti questo articolo?

Ecco.

Secondo tale articolo:

 

lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. […] Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale.”

Per Luigi Einaudi «costituisce il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore allo scopo di impedire che si facciano nuove o maggiori spese alla leggera, senza avere prima provveduto alle relative entrate».  

Ma perché è così importante avere un quadro costituzionale ordinato in materia economica? 

Deve essere chiara una cosa. L’ampio grado di discrezionalità che ha guidato la politica economica italiana si è rivelato un disastro. 

La legittimazione dei disavanzi e delle politiche economiche in deficit spending, seguite all’abbandono di una prospettiva costituzionale in materia economica e fiscale hanno condotto alla crescita incontrollata della spesa pubblica e del debito pubblico. Per corroborare questa osservazione basta ricordare come il debito, dopo il definitivo abbandono del principio costituzionale qui discusso, sia passato nell’arco di soli quattro anni (1989-1993) dal 98% del Pil a quasi il 120%.

Ad oggi, la spesa pubblica vale il 47% del Pil del paese e ha toccato la cifra mostruosa di 900 miliardi di euro. Per quanto riguarda il debito pubblico (132% del PIL), invece, siamo preceduti soltanto da USA, Giappone e Francia (parlando in termini numerici e non in rapporto al Pil, che per i suddetti stati è maggiore di quello italiano, ndr).

La possibilità da parte dello Stato di spendere a credito, nota argutamente Antonio Martino, aggiunge un altro metodo di “finanziamento” delle spese a quelli ortodossi ed ostacola la valutazione del costo effettivo delle decisioni di spesa. 

Le conseguenze drammatiche sono il drastico aumento della spesa pubblica «irrazionale» e delle asimmetrie nella percezione di costi e benefici della suddetta.  Aumenta quindi l’incentivo a spalmare i benefici su un ristretto gruppo di cittadini a scapito dell’intera collettività. 

Così facendo, infatti, si evitano tensioni interne grazie alle pressioni dei pochi grandi beneficiari e alla consistente negligenza di una collettività danneggiata da oneri di dimensioni ridotte. 

Ricordando un celebre pamphlet di Bastiat, poi, la seconda asimmetria è causata dal rapporto tra i benefici visibili (ciò che si vede, direbbe il filosofo) e i costi invisibili (ciò che non si vede, poiché non avvertiti direttamente dalla collettività).

La mancanza di una prospettiva costituzionale in maniera fiscale, inoltre, è anche la causa della preoccupante e costante instabilità politica del nostro Paese. 

Ogni governo dura in media 10 mesi, e alle prospettive di una breve vita si affianca la necessità di produrre un beneficio immediato a scapito della collettività del domani. Il deficit spending, insomma il modus operandi di chi ritiene come Keynes che “nel lungo periodo saremo tutti morti”, si traduce praticamente in una imposta sulla collettività del futuro.

E per cosa? Per rallentare ulteriormente la crescita della spesa privata produttiva.

Il disavanzo pubblico sottrae di fatto fondi all’investimento privato (i cittadini che richiedono un prestito sanno di doverlo ripagare, di conseguenza cercheranno di investire i capitali nella maniera migliore) per indirizzarli al consumo, dissipando la capacità produttiva del paese intero.

Le numerose spese per trasferimenti e per gli investimenti delle aziende passive pubbliche, infatti, non apportano nessun miglioramento alla produttività nazionale. Senza considerare poi il rallentamento degli investimenti causato dalla paura dell’aggiunta in futuro di imposte per ripagare il debito spropositato o i relativi e sempre crescenti interessi (proprio quelli che i cultori dell’avanzo primario italiano ignorano).

È così importante, dunque, che i governi seguano una rigida disciplina fiscale e che non si lascino guidare dalla discrezionalità? Decisamente. 

Solo in questo modo, attraverso una norma costituzionale e un vincolo all’arbitrio nelle decisioni di spesa, ci si può aspettare di creare una finanza e un governo responsabili.

Cinque ragioni per preferire il sistema pensionistico a capitalizzazione

Oggi il sistema pensionistico in Italia, così come nella gran parte del mondo, è a ripartizione: chi lavora oggi paga per chi è pensionato oggi. Il sistema funzionava bene quando venne creato: la gente non viveva a lungo, quindi c’erano tantissimi lavoratori che potevano pagare la pensione ai pochi anziani in vita.

Oggi le cose sono cambiate: per ogni pensionato ci sono solo 1,4 lavoratori. E infatti il sistema pensionistico a ripartizione fa sempre più acqua da tutte le parti: tra riforme contabili come quella Fornero (che non è una riforma liberista, è una semplice riforma contabile) e aumenti sempre più necessari dell’età pensionabile, che sono tuttavia avversati dalla classe politica, il sistema va in buona parte a debito. Per capirci, in Italia spendiamo 280 miliardi l’anno in pensioni. Un po’ meno della metà, 110 miliardi, viene dalla fiscalità generale.

Ma esiste un’alternativa? Certo, il sistema a capitalizzazione individuale. In questo sistema la pensione non è altro che un investimento sicuro, garantito e a lungo termine che il lavoratore fa: quando arriva l’età pensionabile può disporre dei propri soldi o acquistare con essi un’assicurazione a vita. Lo Stato non si occuperebbe di tutti ma solamente degli indigenti.

E quali sarebbero i principali vantaggi? Vediamone cinque.

Sono soldi vostri

Nell’attuale sistema i soldi della vostra pensione non sono vostri. Se non avete risparmi e contate solo sulla pensione state, in sostanza, vivendo di un qualcosa che traballa fortemente.

I soldi che mettete in un fondo pensione sono, invece, vostri. Hanno chiaramente alcuni vincoli ma sono soldi vostri. Non dipendete da nessuno, se non da voi stessi, dal vostro impegno e da ciò che avete messo via.

Creano lavoro e valore

I soldi attualmente spesi in pensioni sono solitamente a basso rendimento: i pensionati di solito spendono poco e conservano molto.

In un sistema a capitalizzazione, invece, i soldi difficilmente verrebbero lasciati fermi: Verrebbero investiti, in modo da farli aumentare. E, spesso, gli investimenti creano lavoro e valore.

Increduli? In Cile i risparmi pensionistici costituiscono il 20% del PIL, arrivando in certi momenti della storia cilena al 70%, e hanno fornito molto denaro utile, assieme alle riforme liberiste, per passare da povero paese a Stato più ricco del Sudamerica.

I politici non possono giocarci

I pensionati sono, forse, la lobby elettorale più forte di questo Paese: non c’è un singolo partito in Parlamento che non moduli le proprie proposte con particolare riguardo per questa categoria.

I pensionati devono la propria ricchezza allo Stato e, di media, come ogni persona ne vogliono di più. Solo che questo volerne di più qualcuno lo pagherà, e questo qualcuno è chi paga le tasse e lavora.

Come già detto nel sistema a capitalizzazione i soldi sono i vostri: avete risparmiato molto? Avrete una pensione più alta. Avete comperato una casa bella risparmiando sui contributi? Avrete una pensione più bassa e, in caso, una casa da vendere. Avete speso tutto al bingo e avete una pensione appena appena sufficiente a vivere? Affaracci vostri.

Sia chiaro, non è che la pensione a capitalizzazione impedisce di comperarsi i voti di chicchessia. Rende, però, più difficile farlo.

Più libertà di scelta

La concorrenza porta a libertà di scelta. Oggi che il sistema pensionistico è uno e statale non c’è flessibilità: si va in pensione tutti allo stesso modo e, al massimo, c’è qualche finestra di prepensionamento.

Ma se c’è concorrenza i fondi pensione dovranno fare qualcosa per accaparrarsi la clientela. E ciò vorrà dire provare ad offrire tassi d’interesse migliore, consulenze buone e puntuali, informazioni e app migliori ma soprattutto più opzioni.

Immaginate prenotare un appuntamento col proprio consulente INPS per cambiare il proprio regime pensionistico con uno più fruttifero, ma un pelo più rischioso, e nel mentre annunciare di voler ridurre il contributo per qualche anno per poter pagare una casa più grande scegliendo di investire meno su un dato servizio accessorio (reversibilità se il fondo non è più ereditabile o contributo a spese sanitarie, per esempio). Impensabile, no? In fin dei conti, il sistema INPS è “uno e indivisibile”, paghi quello che ti dicono e ricevi ciò che ti dicono.

Ma in un sistema che dà libertà di scelta chi sceglierebbe un fondo così rigido? Nessuno. Quindi la situazione che ho descritto, che applicata all’INPS causerebbe quasi ilarità, è decisamente possibile in un sistema a capitalizzazione.

Altro punto è la possibilità di lavorare liberamente nel mondo: Se l’Europa Unita scegliesse tale modello non sarebbe più un problema lavorare un anno in Italia, tre in Slovacchia, due in Austria e sei mesi in Germania: ciò che versate non deve fare giri complicati tra le varie agenzie nazionali ma sarà versato direttamente nel vostro conto, dove frutterà.

È più semplice avere una pensione

In un sistema privato è più semplice avere una pensione. Pensate ad uno scenario relativamente comune, anche se ultimamente meno diffuso rispetto al passato: una donna che, lavorando, si sposa e quando nasce il primo figlio lascia il lavoro. Ha versato alcuni anni di contributi, ma se smette di contribuire perderà quegli anni. Sembra un ricatto e, in effetti, lo è.

E pensiamo che, sfortuna voglia, questa donna che ha lasciato il lavoro a 30 anni continui a versare e a 65, il giorno della prima pensione venga tirata sotto da un’auto e muoia: ha perso tutti i soldi versati.

In un sistema a capitalizzazione ciò non succederebbe, essendo i soldi della donna: potrebbe ritirarli o continuare a versare una somma ridotta fino ad ottenere una pensione ridotta per integrare quella del marito.

Idem vale per gli universitari: invece di una complicata procedura di riscatto possono semplicemente aprire il proprio conto, versarci qualche soldo ogni mese – prendendolo dalle mance o da qualche prestazione occasionale – per avere già qualche soldo via quando inizierà a lavorare e a versare completamente.

Sia chiaro, si può fare già oggi, ma è un sistema complementare rispetto a quello ufficiale, che resta ingessato dallo statalismo (e che obbliga ad versare comunque una parte consistente del reddito personale – ndr). Perché mantenere questi limiti, allora?

La concorrenza fiscale fa bene

È una proposta ormai ricorrente, da parte della sinistra europea, quella di limitare la concorrenza fiscale tra Stati.

Per chi non lo sapesse, per concorrenza fiscale sì intende la possibilità per gli Stati che partecipano a uno stesso mercato di farsi concorrenza sulle tasse e le imposte in modo da attrarre più contribuenti. È un modello applicato, tra l’altro, in Stati prosperi come la Svizzera o addirittura il piccolo Liechtenstein.

Voler imporre un’aliquota minima obbligatoria per le imprese, nel caso della proposta del PD il 18%, è un’idea sbagliata per due principali motivi:

Il primo è che premia gli Stati spendaccioni e che non sanno curare i conti pubblici. In sostanza stiamo andando a dire agli Stati che sanno gestirsi che devono alzare le tasse perché ci sono Stati che amano fare spesa pubblica inutile. È una totale deresponsabilizzazione di Stati ed elettori, che non avranno alcuna convenienza a comportarsi responsabilmente dato che Mamma Europa sarà sempre pronta a rendere gli Stati spendaccioni concorrenziali a forza. Una cosa che ricorda molto l’idea sovranista per cui gli Stati sono liberi di fare tutto il debito che vogliono e la colpa dei fallimenti è dell’Europa e dei mercati.

Il secondo è che una mossa del genere rischia di aumentare l’euroscetticismo e la concorrenza extra UE.

I cittadini degli Stati dell’UE più virtuosi inizierebbero a vedere l’UE come un mezzo al servizio degli Stati più spendaccioni dando il via libera ai locali partiti euroscettici. E, valutando che l’UE spesso bacchetta gli Stati meno virtuosi per il debito, non ci sarebbe nemmeno un guadagno d’immagine presso gli Stati meno virtuosi.

Ma, soprattutto, esistono Stati extra-UE ma nel mercato unico. Questi Stati hanno una buona discrezionalità nell’applicare i regolamenti UE. Con Stati UE come il Lussemburgo, i Paesi Bassi o l’Irlanda fuori gioco sarebbe possibile per gli Stati dell’EFTA/SEE rifiutare quella normativa e accaparrarsi il mercato, magari con qualche norma ad hoc.

La concorrenza sleale può, però, esistere

Esiste un caso in cui la concorrenza fiscale può essere sleale. È infatti possibile fare patti fiscali tra aziende e Stati. La ratio della norma è chiaro: Semplificare l’imposizione fiscale per aziende molto articolate e dove il calcolo effettivo sarebbe oneroso.

Tuttavia in certi casi gli accordi sono estremamente vantaggiosi per le aziende, arrivando ad aliquote molto più basse rispetto a quelle applicate di solito.

In tal caso la concorrenza è sleale soprattutto verso i propri cittadini: Immaginate di pagare un’imposta aziendale del 15% ma sapere che Google paga il 3%.

L’aliquota minima europea, comunque, non è la soluzione a tale problema dato che limita principalmente le imprese oneste e non queste situazioni borderline.

Vivere il capitalismo oggi

Come si può descrivere il capitalismo? Il capitalismo potrebbe avere mille accezioni, positive o negative. Abbiamo però un dato importante a nostra disposizione. Se il comunismo non è mai stato in grado di evolversi, il capitalismo, nel corso dei secoli, ha dimostrato una straordinaria elasticità.

Il capitalismo di oggi non può essere quello del Novecento, non può essere quello dell’Ottocento e tantomeno quello del Settecento. Sergio Ricossa affermò che il capitalismo è stato protagonista di una “trasformazione rivoluzionaria”. Una trasformazione spontanea, inaspettata, inimmaginabile.

Come diceva lo stesso Sergio Ricossa.

“Ancora oggi non sa dove andrà (il capitalismo, aggiunta mia), perché inventa la sua strada ogni giorno”

Anche le stesse critiche di Marx possono tranquillamente essere considerate obsolete, poiché il capitalismo dell’Ottocento era un fenomeno estraneo alla società di quell’epoca. Ma oggi la situazione è differente.

L’Italia ha un’economia capitalista, seppur ostacolata dall’elevata presenza dello Stato. Pertanto il problema dell’Italia non è il capitalismo, ma gli ostacoli imposti dallo Stato.

Da evidenziare come il capitalismo sia in grado di compiere una rivoluzione politica, senza imporsi direttamente sul piano politico. Anche perché se dobbiamo considerare le forze politiche che hanno contraddistinto i governi della Repubblica italiana, con molta probabilità, oggi l’Italia sarebbe vicina al feudalesimo.

Se nell’epoca preborghese esistevano due tipi di ricchezza, quella fornita dalla natura e quella prodotta dall’uomo, quest’ultimo era indirettamente dipendente da ciò che forniva la natura, specie se pensiamo ai raccolti o all’estensione dei campi.

Poi, con il progresso tecnologico, il concetto di capitalismo si estese, come lo stesso concetto di accumulazione della ricchezza. L’accumulazione della ricchezza era, in prima istanza, da considerarsi una vera e propria esigenza pre-borghese, appartenente alla cultura militare dell’epoca medioevale. In Italia il concetto di accumulazione, specie in epoca signorile, era una questione militare e pubblica, funzionale a soddisfare esigenze di sicurezza.

Con il passare dei secoli e con l’avvento della rivoluzione industriale, la questione di accumulazione della ricchezza iniziò ad avere un’accezione differente. Superare la concezione militare, ma andare oltre. Non accumulare per difenderti, ma per investire, per fare “affari”. Attraverso la ricchezza produrre nuova ricchezza. La vera rivoluzione culturale avvenne in quanto il capitalismo non era un statico, ma dinamico.

Ma poi arrivò un certo personaggio, chiamato Karl Marx, il quale sosteneva che il capitalismo si autogenerasse attraverso il plusvalore. Il plusvalore è la differenza tra il capitale investito e il capitale ottenuto dall’investimento.

Ebbene, secondo Marx, questo plusvalore era dovuto allo sfruttamento dell’uomo a opera dell’uomo, del proletario a opera del capitalista. L’uomo capitalista creava plusvalore sottraendolo il valore prodotto dal lavoratore.

Marx (come poi Keynes) sosteneva che il capitalismo sarebbe arrivato ad un punto di non-ritorno. Nonostante il capitalismo avesse avuto un ruolo fondamentale per il progresso, sarebbe stato presto sostituito da un sistema più equo.

Peccato però che il capitalismo è capace di adattarsi alla società in modo impeccabile. Questo perché il capitalismo è fondato sì sul capitale, ma anche sull’innovazione. Il capitalismo innova la società tanto quanto sè stesso. L’economia capitalista non si basa solo sulla quantità, ma sulla qualità. Una qualità in grado di rompere le tradizioni, gli schemi mentali prestabili, le precedenti abitudini.

Basti pensare alla rivoluzione Apple dello smartphone. Il primo iPhone, per quanto ancora rudimentale, fu un prodotto indiscutibilmente rivoluzionario. Un prodotto che inaugurò una nuova categoria di mercato, un prodotto che riuscì a rivoluzionare la vita delle persone.

Un prodotto che rivoluzionò anche la concorrenza, se consideriamo che Samsung, prima dell’avvento dell’Iphone, prima di rispondere al nuovo e rivoluzionario prodotto sul mercato, dovette attendere tre anni.

Questa vicenda Apple-Samsung, ci permette di aggiungere un terzo pilastro per descrivere il capitalismo, dopo l’accumulazione della ricchezza e l’innovazione. Parliamo della concorrenza.

Questi tre pilastri sono fondamentali per un sano capitalismo. Se manca uno, gli altri due sono più vulnerabili. Basti pensare che concorrenza e innovazione vanno spesso di pari passo, se consideriamo che l’innovazione è l’arma vincente per attaccare e vincere nel mercato di concorrenza. Anche l’innovazione va di pari passo con l’accumulazione della ricchezza. Non è precario solo il posto di lavoro, ma anche la ricchezza può essere precaria, se manca la volontà nell’investire o nell’innovare.

Il capitalismo è riuscito a rialzarsi sempre, nonostante gli attacchi di socialisti, comunisti e fascisti o statalisti vari. Il capitalismo in Italia è già in fase di transizione. Si tratta di una nuova sfida che coinvolge tutti, lavoratori e capitalisti. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia era come la Cina di oggi. Produrre nel nostro Paese era semplice e poco costoso. Ma ci sono due fattori che hanno contribuito a porre fine a questo paradiso industriale: lo Stato e la concorrenza fra nazioni.

Lo Stato ha numerose colpe. La prima colpa è sicuramente quella di aver ampliato, nel corso dei decenni, la sua struttura composta da burocrazia, tasse e ostacoli vari. Basti pensare che il datore di lavoro, quando si ritrova a pagare uno stipendio, è costretto a pagare una marea di tasse. La seconda colpa è stata quella di abituare le aziende alla svalutazione della moneta.

Infatti, alla prima crisi di produzione, il governo di turno distruggeva il valore della Lira, per rendere appetibile l’Italia nel mondo. La terza colpa è stata quella di aver “ucciso” lo stimolo all’innovazione, sia verso il datore di lavoro e sia verso il lavoratore. Infatti, non si investiva per nulla sulla formazione del lavoratore, rendendolo con il tempo obsoleto rispetto ai nuovi tempi che arrivavano.

Se prima esisteva una sola categoria di lavoratori, ossia quella che deve limitarsi a fare e magari a farlo con continuità, con il processo di alfabetizzazione e di scolarità, la nuova economia capitalista impone due categorie di lavoratori: lavoratori specializzati e lavoratori non-specializzati.

La vera differenza tra le due categorie consiste nel fatto che se per fare un lavoro specializzato occorrono alcune persone (scarsità), per fare un lavoro non-specializzato si possono coinvolgere (quasi) tutti. Pertanto, se per un posto di lavoro specializzato esiste una concorrenza al rialzo, per un posto di lavoro non specializzato esiste una concorrenza al ribasso.

Fateci caso, le categorie di lavoratori manifatturieri non specializzati sono state quasi tutte dislocate all’estero. Il dubbio è che se un lavoro può farlo chiunque perché rimanere in una nazione dove la manodopera costa 100 volte tanto? Rimangono i call center.
Invece, il lavoro specializzato non solo non è mai stato in crisi in Italia, ma sta crescendo gradualmente.

Ed ecco qual è la vera sfida del capitalismo italiano. Diventare un paese specializzato nel mondo del lavoro. Investire di più sui lavori che contano e sulla continua formazione. Il vero ostacolo rimane lo Stato che, finché sarà circondato da una certa cultura socialista e statalista, continuerà ad essere un freno per il Paese.

Socialisti contro ricchi: la fobia del benessere

Le imprevedibili virtù dell’ignoranza

Le fila dei socialisti democratici statunitensi (liberal*, democratic socialists, social justice warriors, etc.) traboccano di personaggi tanto interessanti quanto ridicoli: Bernie Sanders, il multimilionario buon samaritano che predica l’uguaglianza e la redistribuzione dalla sua terza casa di proprietà da $600,000 [1]. La senatrice Elizabeth Warren, che per ottenere qualcosa dalla vita ha dovuto fingere di essere una nativa americana per poi essere pubblicamente svergognata dal recente test del DNA [2], e infine l’astro nascente dei guerrieri della giustizia sociale: Alexandria Ocasio-Cortez!

Questa giovane donna rappresenta la versione americana dei mali che da tempo affliggono il nostro paese: l’analfabetismo economico, l’idea “uno vale uno”, la totale assenza di vergogna o pudore nell’affermare incorrettezze, la fascinazione dell’ignoranza.

Ma come ha fatto una cameriera del Bronx – che nonostante una laurea in Relazioni internazionali accusa Israele di occupare militarmente la Palestina – non in grado di distinguere le tre funzioni dello Stato, a diventare la figura di riferimento della Sinistra radical-liberal* statunitense?

La ricetta economico-politica della Ocasio-Cortez è estremamente semplice quanto pericolosa: [3]

  • Assistenza sanitaria gratuita per tutti
  • Educazione gratuita per tutti
  • Reintroduzione del Glass-Steagal Act
  • Diritti delle donne e delle minoranze
  • Salario minimo di 15 $/h aggiustato al tasso di inflazione
  • Lotta al cambiamento climatico (il ridicolo Green New Deal)
  • Lotta alle armi
  • Abolizione dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement)
  • Ritiro delle truppe dal Medio Oriente

Come al solito un bel programma, pieno di proposte che vanno al cuore degli elettori, al punto che sorprende non trovare l’abolizione della fame nel mondo, la fine di tutte le guerre, e unicorni-arcobaleno per tutti.

Tuttavia, nonostante la varietà di ideali, questo progetto rimane drammaticamente povero in contenuti, povero in dati, e dal costo economico spropositato. La domanda è semplice: chi pagherà i 33 TRILIONI di dollari che Medicare For All – da solo – potrebbe costare solo nei primi dieci anni? [4]

Ovviamente i più ricchi, il Top 1%, che negli ultimi trent’anni avrebbe mangiato in testa al povero lavoratore americano. La proposta della Ocasio-Cortez è quindi naturale: introdurre una nuova aliquota fiscale marginale del 70% sulla parte di reddito eccedente i 10 milioni di dollari, che metterà finalmente fine ai tempi d’oro in cui l’1% più ricco pagava molto meno del restante 99%.

O forse no.

No. Perché tutti i dati economici mostrano in realtà esattamente l’opposto.

 

Cosa dicono i dati?

I dati dell’IRS (Internal Revenue System, l’Agenzia delle Entrate statunitense) mostrano come nel 2014 i 400 maggiori contribuenti americani per reddito (i Top 400) abbiano versato quasi 30 miliardi di dollari in tasse, il 2.13% del totale delle tasse federali per il 2014, con una media di 75 milioni di dollari a testa, coprendo di fatto DA SOLI il budget annuale della NASA e dell’EPA (Ente Protezione Ambientale). [5][6]

Osservando il grafico inoltre, si può notare come questa percentuale sia più che raddoppiata negli anni, passando dall’1.04% del 1992, al 2.13% del 2014, aumentando nonostante il taglio delle tasse sui redditi più alti, operato da George W. Bush nel 2003; in quegli stessi anni (2003-2007) il contributo dei Top 400 crebbe considerevolmente piuttosto che diminuire.

Un altro dato estremamente interessante è quello secondo il quale, sempre secondo l’IRS, negli ultimi anni, nonostante il livello di tassazione sui redditi più alti sia progressivamente diminuito dal 1945 ad oggi, il contributo totale del Top 1% sia vertiginosamente aumentato fino a superare definitivamente quello del Bottom 90%. In poche parole, l’1% della popolazione americana paga più tasse del 90% dell’intera popolazione messa insieme. E si noti sempre come il tax-cut di Bush nel 2003 non abbia minimamente fatto diminuire il contributo dell’1% più ricco, ma al contrario l’abbia incrementato. [7]

Al giorno d’oggi l’1% più ricco paga il 40% del totale delle tasse sul reddito. Ma il dato diventa ancora più significativo se consideriamo quello che in America viene definito il Top 5%, il secondo gruppo dei più “privilegiati”: la classe media-alta. Questi due gruppi combinati, il Top 1% e il Top 5%, contribuiscono da soli per il 60% del totale delle tasse versate allo Stato americano. [8]

E sempre i dati dell’IRS ci mostrano come i redditi più alti non solo contribuiscono in modo straordinario alle entrate, ma pagano anche molto di più in percentuale rispetto ai redditi più bassi. Al punto che il 50% dei contribuenti versa il 97.3% delle tasse. [8]

La progressività del sistema fiscale americano è rimasta invariata negli ultimi 30 anni (quando non è addirittura aumentata) nonostante la progressiva diminuzione delle aliquote sui redditi più alti, e anzi, come abbiamo visto, il contributo del Top 1% è aumentato significativamente fino ad arrivare al 40% del totale delle tasse versate in un anno. E solo nel 2006 le politiche fiscali statunitensi hanno redistribuito circa 1.4 trilioni di dollari dal 40% più ricco al 60% più povero, mentre le diseguaglianze nella distribuzione del reddito si sono stabilizzate. [8] [9]

Inoltre, per comprendere la completa follia della proposta della Ocasio-Cortez di un’aliquota marginale al 70% sulla parte di reddito eccedente i 10 milioni di dollari l’anno basta analizzare le prospettive di gettito fiscale aggiuntivo che questa potrebbe generare.

Secondo un recente studio della Tax Foundation, un’aliquota marginale del 70% applicata ai redditi oltre i 10 milioni di dollari l’anno porterebbe infatti nelle casse dello Stato americano 291 miliardi di dollari nel periodo 2019-2028 a fronte di una spesa di 32.6 trilioni nello stesso periodo solo per la prima delle promesse elettorali, Medicare For All, l’assistenza sanitaria gratuita e universale. [10]

A peggiorare questa abissale disproporzione tra gettito aggiuntivo e nuova spesa, si consideri che i risultati di questa politica fiscale potrebbero essere decisamente inferiori, dal momento che un simile aumento esponenziale dell’aliquota massima potrebbe scoraggiare i contribuenti a dichiarare o realizzare livelli di reddito superiori ai 10 milioni di dollari l’anno.

 

La parola ai fatti, non alle buone intenzioni

In conclusione, nessun sistema fiscale è perfetto, ma la storia degli ultimi decenni di quello statunitense è la storia di una semplice ricetta economica che ha funzionato: più bassa è la pressione fiscale, più tasse vengono pagate (dai più ricchi in primis), più l’economia cresce. Infatti, una pressione fiscale accettabile non solo non scoraggia il contribuente, costringendolo a limitare le sue prospettive di crescita per evitare il passaggio all’aliquota successiva, ma permette una maggiore immissione di liquidità nell’economia reale sotto forma di spesa e investimenti, gli unici due fattori in grado di supportare un crescita solida nel lungo periodo.

Le politiche e le proposte della sinistra liberal americana sono dettate da una precisa agenda fondata sull’invidia sociale, l’odio di classe, e la finta giustizia sociale, condite dalla più assoluta ignoranza economica e dal rifiuto dei dati empirici.

Questa agenda mira alla distruzione della più florida economia mondiale e dell’unica nazione fondata su una promessa di Libertà: è infatti evidente che la dittatura economica a cui mirano i Democratic Socialists sia solo l’anticamera della dittatura morale dello Stato etico e del politicamente corretto, a cui segue necessariamente la morte del diritto di parola e della libertà espressione.

 

 

 

 

 

*con il termine statunitense liberal si indica una corrente politica che in Europa verrebbe definita “socialista”. Il termine liberal non ha alcuna affinità con il Liberismo economico, il Liberalismo classico, o il Libertarismo americano.

FONTI:

[1] https://www.washingtonexaminer.com/bernie-sanders-slams-billionaires-gets-reminded-he-owns-3-houses

[2] https://www.foxnews.com/politics/warren-expressing-concern-about-releasing-dna-analysis-on-native-american-heritage-report-says

[3] https://ocasio2018.com/issues

[4] https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-07-30/study-medicare-for-all-bill-estimated-at-32-6-trillion

[5] https://www.cato.org/blog/taxes-tippy-tippy-top?fbclid=IwAR1SWwcNuR-7aHT_kIb8FcHV7RzUUmYOsN99l_Cnvo-zFgI7dXI82vzWFTI

[6] https://www.irs.gov/statistics/soi-tax-stats-top-400-individual-income-tax-returns-with-the-largest-adjusted-gross-incomes

[7] https://taxfoundation.org/top-1-percent-pays-more-taxes-bottom-90-percent/

[8] https://taxfoundation.org/summary-latest-federal-income-tax-data-2016-update/

[9] https://taxfoundation.org/official-statistics-inequality-top-1-and-redistribution/

[10] https://taxfoundation.org/70-percent-tax-analysis/

 

N.B. tutti i dati della Tax Foundation sono dati ricavati dal sito dell’IRS, consultabili attraverso i link riportati in fondo agli articoli in citazione.